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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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"La bellezza salverà il mondo."

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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."


Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"



Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877

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lunedì 21 novembre 2005 - ore 19:29


Speciale: FACCE che FACCIO

(categoria: " Vita Quotidiana ")


- il mio speciale feeling con la macchina fotografica -


















Unico commento:

MUAHAHAHAHAHAH



LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



domenica 20 novembre 2005 - ore 18:03


E’ nato...

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il primo vero demo dei Soul Blade...

me vien da piangere...




quelli non siamo noi.









LEGGI I COMMENTI (12) - PERMALINK



venerdì 18 novembre 2005 - ore 02:01


Ho appena scoperto...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... che qualcuno ha barato nel concorso letterario di spritz.it, inviandomi la copia di un testo umoristico su babbo natale che da tempo gira sul web. La tentazione di spargere il nome di un così raffinato gentiluomo affinchè venga esposto al pubblico ludibrio e insulto, è tanta. Tuttavia, mi trattengo.

Complimenti, comunque! Questo personaggione deve essere proprio fiero di sè. Partecipare e sperare di vincere ad un innocuo concorso letterario con un testo copincollato deve proprio dare una gran bella soddisfazione...



LEGGI I COMMENTI (18) - PERMALINK



giovedì 17 novembre 2005 - ore 13:45


Battesimo Rock

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Venne anche per me il momento di cambiare voce. Fui uno tra gli ultimi della mia classe a trovarne una nuova. La nuova muta vocale, gracchiante e biascicona, fatta di sospiri e scatarri, emersa da un foltire di buffi peli adolescenziali, non mi piaceva affatto. Come se un granchio mi si fosse incastrato in gola. Però una cosa in bene sembrava cambiata: con quella voce, sembrava potessi finalmente cominciare a mordere.

Fu allora che incontrai il rock. Misi la mia mano sotto la sua come si mette una lama smussata sotto la mole ad acqua, per darle filo e taglio. "Prenditi quest’anima nuova - gli dissi -, e allisciala che faccia male!".

Il rock era la voce utensile e meccanica della morsa che assaggia l’acciaio di prima mattina. Era l’urlo dell’officina la sera e delle lacrime agli occhi per quanto imbrattava l’aria. Era brontolio di ventre; lamento rabbioso; movimento scoordinato. Non era un invito, ma un sirena di chiusura: "tutti fuori e che l’ultimo sfondi la porta, che nessuno possa più richiuderla!"

Ad ognuno di noi furono bruciate le labbra per renderle di nuovo pure; le nostre corde vocali divennero stringhe di rame e la nostra anima faceva il rumore della latta che coccia contro un muro. Ognuno circoncise il suo Dio. "Tutti fuori! Che nessuno lasci numero di telefono o indirizzo!"

E, una sera, tutti ci ritrovammo sotto lo stesso caos pirotecnico di luci e suoni. Tutti a urlare e muovere la testa gridando assenso. Una folla di persone che sudava anche nel fiato; e io lì in mezzo, sotto il ruggito della casse e il ringhio della chitarra.

E, in cima al palco, si formò una bolla, densa e precisa, fatta di rabbia e forza tutta lucente e sgrezzata. Rimase un attimo lì, a guardare un po’ tutti, e poi precipitò, goccia grossa come un cocomero di puro fottuto rock ’n roll. Mi guardò un secondo prima di schiantarsi sulla mia nuca e disse, con fare smargiasso ma deciso: "tu non sarai più lo stesso". E ne fui convinto.




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mercoledì 16 novembre 2005 - ore 13:15


Atlante

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Aspetti in un parcheggio vuoto, al freddo. Solo dentro una macchina buia. Unica compagnia: l’autoradio a basso volume. Aspetti qualcuno che neanche conosci, una persona che viene da lontano. Un ragazzo polacco; da ospitare in scambio culturale per una settimana. Aspetti, esci, passeggi, ritorni indietro, pensi, osservi. Sono le due di notte e ti toccherà aspettare un’altra ora. Guardi i ragazzini che aspettano i loro corrispettivi polacchi. Sono i compagni di scuola di tuo fratello. Chiacchierano e non sentono l’ora tarda sulla pelle. I loro occhi non sono incavati come ciotole di zuppa. Guardali bene. Quanti anni avranno? 15? 16? Si mescolano in capannelli; ognuno ha la faccia di chi sta compiendo gli anni e ha abbastanza soldi in tasca per offrire da bere a tutti. Guardali bene. Una volta eri anche tu come loro. Leggero.

Ti svegli presto. E’ il lavoro. Prendi la macchina e navighi in mezzo ad una mattina di novembre che sembra aver trovato la via più breve tra il grigio e il freddo. E la tua macchina gialla si fa largo come una scheggia nervosa e impazzita a cavallo di una strada sfilacciata. Arrivi. La macchina lì non va bene, ti dicono; devi spostarla. Chiudi l’autoradio; raccogli penna e taccuino. Stringi il giubbotto, che fuori fa freddo. Pensi alle domande, ti fermi, rifletti. Guardi fuori. Persone ammassate all’entrata di una fabbrica, la faccia scelta accuratamente: la più contrastante possibile con le bandiere colorate dei sindacati. Operai che stamattina sono usciti dal letto e hanno scoperto di non avere più il lavoro. Centocinquanta circa. Guardali bene. Quanti anni avranno? 45? 50? Si mescolano in gruppetti tristi. Nessuno se la sente di parlare ad alta voce, come se il cielo triste e cupo di quella mattina parlasse a nome loro. I rappresentanti sindacali escono scuotendo il capo. Gli sguardi dei lavoratori scoprono nuovi centimetri di suolo. Guardali bene. Sarai anche tu così, un giorno? Pesante?




A volte, accade. Ti fermi improvvisamente, come se avessi sentito uno strano rumore. Ti fermi e rifletti. Ascolti la tua mente; i ricordi. Non hai forse la schiena più curva di ieri? Il passo più pesante? Lo sguardo meno fiero? Non senti l’acuta sensazione che, per ogni passo che muovi, affondi sempre più nella responsabilità? Nel pantano della scelta? Spinto da una forza crescente che ti grava sulla schiena e ti preme verso il basso, come una vecchia tartaruga d’acqua. Un passo falso e tutto crolla. Un piede messo in fallo, e il mondo che ti si sta arrampicando sulla schiena potrebbe cadere e frantumarsi. Il peso della scelta.

Ti siedi. Da solo. Magari al buio. Prendi fiato; come se aiutasse. Alzi la testa. Il cammino è così lungo e... , a volte, il fardello così pesante.



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lunedì 14 novembre 2005 - ore 14:05


5.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


“Solo un maledetto appartamento indiano può avere la carta da parati in cucina”. Questo pensavo mentre me ne stavo seduto sul tavolo della piccola e mefitica cucina di Morte. Dentro un grande pentolone che cuoceva a fuoco lento sopra un fornello, l’odore della carne stufata ribolliva. Sembrava quasi prendere corpo, uscire dal grande paiolo e arrampicarsi sulle mura della stanza; infine, si infilava tra le decorazioni floreali di dubbio gusto che si ricorrevano sul giallo malsano delle pareti. Non potevo credere che Morte vivesse lì. Come poteva una che aveva abitato nei saloni enormi e freddi dei castelli della Loira abituarsi a quel ristretto e maleodorante appartamentino, nel bel mezzo di una città infernale?

Me ne stavo lì a pensare a tutte queste cose - di una irrilevanza spaventosa, se ci ripenso – quando sentii Morte e la bambina avvicinarsi. La mia “collega” aveva insistito per dare dei vestiti alla ragazzina, che ora portava una tuta grigia sportiva più larga di lei e, intorno alle spalle, una coperta di cotone a quadrettoni. Lei invece era ancora vestita come l’avevo vista quando aveva aperto la porta: una camicia da notte col colletto di pizzo sotto un’imbarazzante vestaglia color rosa satin. I suoi piedi, avvolti in due pantofole di simil-pelo bianco, strisciavano nervosi sulle piastrelle del pavimento in una lunga scia di polvere e di pezzi di moquette provenienti da chissà dove.

- Ecco tesoro… siediti qui. – disse Morte mentre spostava una sedia del tavolo, rivolta alla ragazzina.
Lei titubante, si avvicinò e, lentamente, si sedette.
- Adesso ti preparo una bella tazza di tè -.
La ragazzina non parlò.

Mentre Morte armeggiava con la teiera di coccio e vi faceva scorrere l’acqua dentro, io guardavo la bambina che sedeva di fronte a me, dall’altra parte del tavolo. Teneva la testa bassa, quasi a toccare il petto col mento; gli occhi seminascosti sotto la frangetta di capelli neri. Probabilmente era ancora sotto stato di shock. Se si escludeva la prima reazione con cui mi aveva investito nella camera da letto del padre a Cracovia, da quando l’avevo incontrata non aveva non aveva ancora detto una parola. Non aveva fatto altro che adattarsi allo svolgersi dei fatti, incapace di reagire; come un pezzo di legno trasportato qua e la dalla corrente.

L’acqua per il tè era stata messa sul fuoco, e nella cucina calò velocemente un certo silenzio imbarazzato. Dopo qualche minuto, in un ingiustificato moto di sofferenza, dissi:

- Allora Morte… com’è che sei finita a lavorare in questo buco? -
Lei si voltò verso di me e mi riservò un’occhiataccia dura.

“Che imbecille che sono!” pensai, appena finii quella frase. “Cavolo, già sono qui a chiedere un favore presentandomi nel bel mezzo della notte con una bambina mezza stranita, e poi mi comporto pure da gran cialtrone. Complimenti: vedrai come ne caverai qualcosa se continui così”.

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi il volto accigliato di Morte si distese lievemente e rispose:

- E’ un brutto periodo. Già gli umani da sempre non mi considerano di grande compagnia, poi adesso sembra che si siano tutti messi d’accordo per ignorarmi.
- Ignorarti? Ma scherzi? – dissi io, sperando che il mio tentativo di riconciliazione non risultasse troppo evidente -. Tra alluvioni, terremoti, terrorismo, guerre, violenze non si fa che parlare di te nei giornali o alla tv!
- Con la morte degli altri sono tutti bravi a fare i conti. Con la propria è un po’ più difficile.

L’acqua, dentro la teiera, stava bollendo.
Morte vide la mia espressione perplessa.

- Prova ad entrare in un locale pubblico e chiedere a tutti come pensano che sarà la loro morte. O come sono morti i loro genitori. Se non ti buttano fuori entro trenta minuti probabilmente qualcuno, per non rispondere alle tue domande, farà finta di crederti un cameriere sovrappeso. Nessuno vuol parlare di me; e questo nonostante sappiano che gli toccherà a tutti loro, nessuno escluso, di incontrarmi, prima o poi.

Tacque per un attimo.

- Hum - sorrise amaramente. - E’ come se fossi stata invitata ad una festa e tutti facessero finta di non vedermi, quasi si vergognassero di me.
- Ma è normale! – dissi io facendo spallucce - Sono umani: hanno paura di te.
- Non è che hanno paura: se ne fregano. Ormai sono diventata un incidente di percorso; una fatalità. Non si sente più nessuno che muore per “morte naturale”; se qualcuno ci lascia le penne è sempre perché è successo qualcosa di sbagliato, mai semplicemente perché “si deve”. Maledetti ingrati…

Si voltò per prendere dalla credenza un paio di bustine di the, e le gettò dentro l’acqua bollente.

- Beh, devi riconoscere che, dal punto di vista umano, non è che, quando arrivi, fai loro un grosso favore.
- Lo dici tu! La morte porta un sacco di popolarità. - disse, puntandomi contro con fare aggressivo il mestolo per la carne - Hai presente Marylin Monroe? Un’attricetta da strapazzo che è divenuta il volto del novecento grazie alla sua candida passione per gli psicofarmaci. E Kennedy? Se non ci fossi stata io quella volta a Dallas probabilmente sarebbe tornato buono solo per pubblicizzare le raccolte di fondi natalizie alla televisione, come tutti gli ex presidenti Usa.
- Ma cosa ti aspetti da questa gentaglia? Che, quando arrivi, ti facciano l’applauso? Che ti aspettino col sorriso sulle labbra?
- Certo che no! Basterebbe che si occupassero un po’ più della cosa. E che la smettessero di farmi correre su e giù per gli ospedali di mezzo mondo. Ci hai mai pensato? Uno quando entra in ospedale non può fare più nulla. Una volta caricato dentro un’ambulanza sei fatto: non puoi decidere più niente; decidono tutto i medici per te. Non sei più padrone della tua vita. Senza contare che ti sbattono in una stanza ospedaliera lontana da tutti, solo come un cane, a morire dentro prima che fuori.
- E tutto questo perché? – proseguì - Perché nessuno, né il morente né, tantomeno, i suoi parenti vogliono avere a che fare con me. Se ne fregano, te lo dico io!

Il the dentro il bricco era pronto, ma nessuno sembrò accorgersene. Il mondo sembrava essersi dimenticato di lui e della bambina che stava seduta a capo chino sul tavolo; silenziosa.

- Una volta non era così... – disse, in un sospiro, Morte.
- E’ per questo che sei finita qui? Nel bel mezzo di Bombay? – chiesi.
- Già. Certo, devo rinunciare ad un sacco di prestigio e comodità... - si fermo. - Ma almeno lavoro in mezzo a gente che mi considera ancora. Questi indiani arrancano come bestie sopra i loro milioni di dei, sgomitano come dei pazzi per un posto al sole, e sanno benissimo qual è il prezzo da pagare se non ce la fanno. Hanno ancora paura di me! -
Si voltò verso i fornelli. Poi disse:
- Almeno loro pensano ancora che io sia parte della vita, e non una semplice seccatura da evitare. Manco fossi una visita dei parenti inaspettata…
- Forse stai esagerando… è un loro diritto cercare di vivere il più possibile…
Lei si voltò di scatto, gesticolando con le mani.
- Sì ma, per Dio, io non sono un accidente! Io ci devo essere! Non è che possono sfuggirmi all’infinito! Ma ci provano lo stesso, e così finiscono per fare una vita da schifo; sopravvivendo invece di vivere. Poveri deficienti!

Solo allora sembrò accorgersi della presenza nella stanza della ragazzina.

Morte era visibilmente alterata. La faccia corrucciata, il viso arrossato. Probabilmente, quella non era stata un buona nottata per lei; in più le ero capitato in casa io, tra capo e collo, senza preavviso.
Sembrava quasi sul punto di avere una crisi nervosa ma, alla vista della ragazzina, tirò un grosso sospiro e i suoi lineamenti tornarono a distendersi.

Prese una tazza da un ripiano vicino ai fornelli sorpassando a fatica col busto l’enorme pentolone di carne bollente. Vi versò dentro il the e, tenendo in pugno qualche biscotto, porse il tutto alla ragazzina e le disse.

- Tesoro, perché non vai di là a bere il tuo the? Noi dobbiamo parlare di cose da grandi. Forse potresti vedere la televisione. Deve esserci Be-Bip a quest’ora… ti piace Be-Bip?

La bimba non disse niente; si limitò a scendere a testa bassa dalla sedia e a seguire Morte, che la portò nel salottino adiacente e la sistemò sul divano, accendendo la televisione e posando la tazza di the fumante sul comodino.

Poi ritornò verso la cucina. Si riavvicinò ai fornelli e disse:
- Ne vuoi un poco anche tu? – disse sbrigativamente, indicando la teiera.
Scossi gentilmente la testa.
Lei alzò il grosso coperchio del pentolone ribollente e, impugnando con entrambe le mani il mestolo, diede una bella rimestata alla carne e al sugo. Di nuovo, l’odore della carne stufata pervase la stanza.

- Cos’è quella roba che stai cucinando? – Chiesi, cercando di trattenere il mio istinto di tapparmi il naso.
- E’ Korma. Tipico piatto indiano. E non ti conviene parlarne male.

Prese una sedia e si sedette davanti a me.
- Bando alle stronzate. – disse – Perché sei qui? E chi è quella bambina?

Soppesai le parole. Ero stato fortunato ad essere riuscito ad arrivare fino a quel punto; avrebbe potuto sbattermi fuori casa in meno di un secondo quando avevo bussato alla sua porta. Probabilmente era stata la bambina ad intenerirla; dopotutto, Morte era comunque un’entità “femminile”.

- Allora?

Seduta davanti a me, era la prima volta che potevo scrutarne la sua nuova incarnazione. Era una donna piccola ma dall’aspetto energico; matura quanto basta per cominciare a preoccuparsi delle prime rughe. Naturalmente, le sue fattezze erano indiane: pelle scura, capelli neri e sottili raccolti in una coda corta, e gli occhi piccoli ma profondissimi. Mi guardava accigliata e decisa.

Mi domandai, per un istante, perché avesse scelto quel tipo di corpo; pensai alla possibilità di trarne informazioni che avessero sostenuto il mio intento. Poi pensai che la strategia migliore sarebbe stato quella di dire tutto e subito. Evidentemente, a Morte non piacevano i giri di parole.

Lei tirò fuori una sigaretta e se la accese, con fare deciso e malizioso.
Decisi allora di agire con fermezza. Frugai nella tasca e posi sul tavolo il fax che mi aveva mandato lo Spirito Santo, con le direttive per la mia missione a Cracovia.

Lei lo lesse in fretta e poi disse:
- E’ lei la figlia? –
Annuii.
- E’ strano – disse sorpresa. – Non mi pare di aver ricevuto nessun ordine di morte per lei. O per suo padre.

Non sarebbe comunque stata la prima volta che Morte avesse mancato una consegna. Era lei che curava il passaggio dei morti dal loro corpo fino di fronte al creatore. Un specie di agenzia di viaggi, se volete. Un’agenzia che, a volte, si dimenticava i bagagli da qualche parte; niente di stupefacente.

- Andiamo a controllare – disse, alzandosi dalla sedia, scuotendo la sigaretta nel posacenere e uscendo dalla cucina. La seguii, grato del fatto che non mi avesse chiesto il perché della mia mancata uccisione; mi aveva risparmiato più di qualche imbarazzato tentativo di spiegazioni.

Uscimmo dalla cucina e attraversammo il salotto. Sul divano, la ragazzina stava guardando della pubblicità. Il the si stava lentamente raffreddando, ingnorato sul comodino.

Entrammo in una piccola stanza buia. Grandi schedari erano ammassati sulle pareti, pieni di polvere e scartoffie. Si vedeva che nessuno li usava più da un pezzo. Su un angolo vidi un grosso computer. Morte vi si sedette davanti.

- Come hai detto che si chiamava? - disse agitando la cicca nella mia direzione.
- Drocek. Cracovia. – risposi.
Morte digitò i dati e avviò la ricerca. Subito sullo schermo lampeggio una scritta.

NO MATCH FOUND

- Non è possibile – disse lei con gli occhi sbarrati.
Di nuovo quel vago senso di inquietudine cominciò a pervadermi.
– Non ha senso – disse di nuovo.
- Cosa succede? – chiesi io.
- Non è possibile che non ci siano risultati. – si voltò a guardarmi - Sei sicuro che il nome sia giusto? Non mi è mai capitata una cosa del genere… Non è che ti sei sbagliato?
- Senti: qua c’è scritto Drocek, Cracovia, Coordinate astrali 456-45-32… me lo ha passato direttamente lo Spirito Santo, su di un canale sicuro. E non è che quello di cavolate ne faccia poi tante.
- Una persona non può non esistere – disse lei -. Anche se i dati fossero sbagliati qualcosa dovrebbe comunque saltare fuori. Uno scambio di persona. Davvero non capisco. E’ come se qualcuno avesse cancellato questo nome dalla lista...

Silenzio.

- Io non ho comunque ricevuto nessun ordine di morte per questo "Drocek" e sua figlia.
- E allora? Che ai piani alti si siano davvero sbagliati?

Guardai morte, e lei guardò me. Sapevamo che potevamo escludere quella possibilità.

- C’è qualcosa che non quadra in questa faccenda – disse tornando a guardare lo schermo.
- Un momento! - dissi. -Hai detto neanche per Drocek?-
- Cosa?
- Hai detto che non avevi un ordine di morte neanche per Drocek?
- Sì...
- Cazzo!

In quel momento un suono provenne dalla stanza accanto. Mi voltai di scatto e corsi verso il salotto. Il televisore era ancora acceso. La tazza del the si era rotta a terra, in uno schianto.

Guardai velocemente in tutta la casa.

La bambina era sparita.


LEGGI I COMMENTI (10) - PERMALINK



giovedì 10 novembre 2005 - ore 17:12


Concorso letterario:
(categoria: " Vita Quotidiana ")


poesie in concorso categoria 1


---o---


- Senza Titolo -


Ho inseguito un sogno,
fatto di un dolcissimo sorriso sghembo
e capelli rossi come il fuoco.

Ho inseguito un sogno,
per farlo mio e crearne realta’,
per non dovermi svegliare mai piu’.

Ho inseguito un sogno,
ma era il sogno di qualcun altro
e l’ho trasformato in un incubo.

Ora sono sveglio e tento di ricostruirlo.
Con pazienza provo a rimetterne assieme i pezzi,
e cerco qualcuno che mi aiuti.

Ma il sogno e’ finito,
ed in mano restano solo i frammenti di un ricordo.


---o---

"..L’aura che’l verde lauro e l’aureo crine..."
- F.Petrarca, Sonetto CCXLVII, Canzoniere. -


"Di certo i tuoi occhi, di luce e d’acqua
Han detto al tuo genio di rara fattura
Che il grande poeta Francesco Petrarca
Di un nome pari al tuo fece eterna fioritura

Potrei dirti "guarda" per farti piacere
"L’intero mio pensiero, o vivida stella
E’ un libro intero, detto Canzoniere"
Ma sarei un indolente senza favella

E Qualcuno là in alto diede il mio dono
Di cantar la gloria del bello che ha fatto
Per questo ora io nero su bianco sono

Stregato e ispirato da un angelo ratto
Del Paradiso, ed è la luce del tuono
Graziosa compagna di un solingo gatto."

---o---

Il biondo giorno


Biondo è il mattino,
inondato di luce e silenzio.
Splende d’acceso la volta celeste,
all’incontro con gli occhi di persona che ama.

Biondo è il meriggio,
nel tempo che scorre impetuoso,
che consuma il calore smarrito
da un raggio di luce che scivola via.

Bionda è la sera,
che asperge di tenebra i dolci sospiri,
riflessi e assorbiti dal viaggio più atteso
che di termine è privo.

Bionda è la notte,
scura ma bionda nel suo esser notturna.
Nuova fatica che il sonno suo attende
ma fredda e infuocata riposo non trova.

---o---

Fino alla prossima notte d’estate

E’ difficile spiegare
Quel che passa per la testa
Quando questo vento caldo
Mi attraversa il corpo
E non riesco a stare ferma
A riflettere sul perchè
Ciò che faccio è dondolare
Proprio come in una danza

Il vento diventa musica
E non mi fermo più
E’ il tepore di un respiro
Una nuova emozione che affiora
E soffia via le inibizioni

Fino a quando il freddo torna
E mi risveglia dal torpore
Allora resta solo il sogno
Resta solo il desiderio
Fino alla prossima notte d’estate

Fino alla prossima notte d’estate
So che averti incontrato
Non è stato inutile
In me hai risvegliato frequenze
Attimi di forte passione
Non chiamarmi codarda
Se ora torno al mio nido
Anche tu hai ci hai pensato
se abbandonarti alla danza con me.

Mi sorprenderò a cercarti
Tra i ricordi di una sera
Per ritrovare l’odore
Dei tuoi lunghi abbracci
Nel tuo sguardo così dolce
Ho immerso tutto il mio rimpianto
Ogni lacrima è rimasta ferma
E si è trasformata in canto.


---o---


Pagheresti

Pagheresti per vedere qualcuno in gabbia?
Pagheresti per vedere me in gabbia?
perchè sono l’unica che vuole morire
ormai sono andata via
devi sapere
che quello che non va
è scritto negli occhi
comunque non importa
è stato tutto sbagliato
così crudele
ho tutto alle spalle ora
devo andarmene.


---o---

- Senza Titolo IV -

Cerco una donna che abbia viaggiato quanto e più di me
per poter vedere nei suoi occhi i viaggi fatti e quelli che faremo
Cerco una donna che abbia sofferto quanto e più di me
per poter rispecchiarmi nella sua serenità
Cerco una donna che abbia riso quanto e più di me
per sentire nella sua voce la gioia che andremo a vivere
Cerco una donna curiosa e amante del mondo
perchè suo sarà il compito più arduo.
Trovarmi.


---o---


- Senza Titolo V -

Zip, zap,
zirizip zirizap.

Il tuo sale e` dolce come.
Il tuo e` come dolce sale.
Sale il tuo dolce come e`.

Zap, zip,
zirizap zirizip.

Come e` dolce il tuo sale.
Come e` tuo il dolce sale.
Come sale il dolce, e` tuo.

Zip,
zirizip.
Zap,
zirizap.

Il tuo sale e` dolce come.
Il tuo e` come dolce sale.
Sale il tuo dolce come e`.

Zap,
zirizap.
Zip,
zirizap zirizip.

Come e` dolce il tuo sale.

---o---


- Senza Titolo VI -

Sei l’unica persona che ho visto
mentre le luci struggevano spegnendosi
l’aria densa di promesse
oscure come te

la mente e’sopra il corpo
la mente e’oscena e persa,ormai
la mente e’ solo un gioco
a cui vincere la propria dignita’

in un’oscurita’che e’ vera
chimica,notturna e fiera
quando mi avvolge
voci sussurrano nel buio

frammenti di stelle esplose
scendono,cadendo
e per quanto lo desideri
nulla sara’ piu’lo stesso


---o---


Mia Musa


Oh mia musa,
mia musa ispiratrice,
perchè ti copri il viso?
Perchè non vuoi guardarmi?
Io che penso di morire,
morire guardandoti,
ogni giorno.
In preda al panico vengo da te,
non c’è fretta,
ma un solo bisogno.
Esagerato bisogno di guardarti negli occhi,
scoprirti,
e baciarti.
Oh mia musa ispiratrice....


---o---


- Senza Titolo VII -

Pioggia
Pioggia,
lacrime di angeli,
succo di tristezza
cade sulla
terra,
bagna i pensieri
di chi si perde
nel grigio del cielo.


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Masochismo

Corro,
il laccio verde
si tende
sul collo

e mi bacia.
E’ Amore:
Dolore
e Audacia.





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giovedì 10 novembre 2005 - ore 17:10


Concorso letterario:
(categoria: " Vita Quotidiana ")


racconti in concorso categoria 2



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Fuoco di paglia


Lentamente, a passi incerti, talvolta titubanti, Bob si avvicinava al cancello di casa; era come se non volesse farvi ritorno, come se cercasse di posticipare il più a lungo possibile un distacco che in realtà c’era già stato. Chi lo avesse visto lo avrebbe certamente preso per ubriaco, tant’era ciondolante la sua andatura, e soprattutto vedendo che sorrideva, mentre le lacrime gli rigavano il volto. Quasi con sofferenza estrasse dal marsupio il mazzo di chiavi, e controvoglia cercò quella che apriva il cancello... sentì una fitta quando questi si aprì, un dolore acuto, come uno strappo, in un punto non precisato della sua anima... Era confuso, non sapeva se sentirsi estremamente felice o profondamente triste per la serata appena trascorsa. L’unica cosa di cui era certo,mentre saliva silenziosamente le scale ed entrava in camera sua, era che lui doveva esser morto quella sera, e un angelo dal paradiso era venuto a prenderlo per mano…

Prima di uscire non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, eppure lo sperava… ma nemmeno le più rosee aspettative si avvicinavano a tanto. Da tempo sognava di poter carezzare quel volto, baciare quelle labbra e stringere a se quella meravigliosa ragazza, ma prima di allora si era trattato soltanto di sogni… Invece quella sera era successo, e lui cercava ancora di capire come.

Finalmente in camera sua e con noncuranza dell’orario e della stanchezza si tuffò sul letto ancora vestito, incrociò le mani dietro la nuca e rivisse tutta la scena guardando il soffitto…

La sua macchina ferma sotto casa di lei, la musica soffusa che faceva da sottofondo alla loro conversazione, il silenzio della città addormentata, e quei baci… Chiudendo gli occhi riusciva ancora a sentire il sapore di quelle labbra sulle sue…

L’emozione era ancora viva in lui, sentiva il cuore battergli a mille nel petto quando ci ripensava, e più lo faceva, più cominciava a chiedersi se fosse successo veramente.

D’un tratto trasalì: si era scordato di scriverle un messaggio, come promesso, appena arrivato a casa! Non aveva ancora finito di pensarci che già aveva in mano il cellulare, e rimase molto stupito di trovare un suo messaggio. Aveva quasi paura di aprirlo, sapeva benissimo che probabilmente in quei maledetti centosessanta caratteri avrebbe trovato parole che lo avrebbero ferito a morte, ma non riuscì a resistere; straziato dalla curiosità su cosa avesse voluto scrivergli la ragazza che amava aprì il messaggio, e appena lo lesse il mondo gli crollò addosso… Solo una parola, ma che da sola era stata capace di ucciderlo: “Dimenticami”.

Bob rimase immobile, lasciando cadere a terra il cellulare e fissando il vuoto. Come poteva reagire? Non trovava alcuna risposta, perché sapeva che non v’era risposta che potesse cambiare il destino di quella storia appena nata e subito uccisa. Le lacrime cominciarono di nuovo a rigare il suo volto, ma stavolta erano amare, come la sensazione di morte che lo pervadeva. Non poteva fare altro che rassegnarsi alla decisione che lei aveva preso per entrambi, così si fece forza, e mentre pensava a quanto crudele possa alle volte essere il destino cancellò il suo numero… Ancora una volta sentì quella fitta, quello strappo in fondo alla sua anima, ma stavolta fu un dolore più netto e dal quale non si sarebbe più ripreso. Si stese nuovamente sul letto, e cominciò a deridersi, a dirsi che se l’era andata a cercare e che lei lo aveva avvisato,ma ciò non gli bastava, non riusciva a farsene una ragione, e la domanda che sempre più con insistenza si faceva largo tra i suoi pensieri, mentre fuori albeggiava, era :”Perché?”.

Continuava a tormentarsi l’anima con quella maledetta domanda, ma per quanto si sforzasse non riusciva a trovare una risposta nemmeno lontanamente in grado di spiegare quello che era successo. Così, quando ormai fuori la città cominciava a risvegliarsi alla luce del primo sole del mattino, chiuse gli occhi e si addormentò, non sognando altro che effimeri fuochi di paglia.


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- Grammatic love -


Ogni sera, mia madre si distendeva sul divano in
salotto e cominciava a correggere la pila di compiti
scritta dai suoi studenti. Era sorprendente quanta
attenzione ci mettesse nel leggerli e rileggerli
ancora, io di solito ero davanti al computer in quei
momenti e non ci troppo facevo caso.

Una sera, mentre chiacchieravo di argomenti vuoti e
inutili con persone mai viste, lei mi disse:"Ascolta
un po’ cosa scrive Luca della 5ªE..." E lesse un pezzo
del tema sulla libertà di pensiero scritto dal suo
alunno. Tutto sommato era abbastanza interessante.
Riflettei quei 2-3 secondi giusto per far capire a mia
madre che la stavo ascoltando e poi ritornai a
chiacchierare del più e del meno. Lavandomi i denti,
più tardi, mi ritrovai a pensare ad alcune frasi del
tema, ero quasi completamente d’accordo con lui. Di
solito non mi capitava mai di trovare qualcuno che la
pensasse come me, mi dissi che doveva trattarsi
sicuramente di un fatto casuale e me ne andai a letto.

La mattina dopo a scuola, finsi di interessarmi a
quello che diceva un mio compagno di classe. Non c’era
nessuno che sapeva cogliere quello che pensavo e
naturalmente nessuno aveva le mie idee. Ormai m’ero
rassegnata a questa condizione di incomprensione col
prossimo. Il fatto era che non ne potevo più di
ascoltare quelle mille voci che dicevano sempre le
stesse cose. Mi sembrava che non ci fossero argomenti
di cui parlare e che tutto fosse già stato detto,
allora tanto valeva starsene zitti. Con questi
pensieri passò l’ennesimo inutile giorno di suola, mi
sono sempre chiesta come possa un’insegnante ripetere
all’infinito sempre le stesse frasi. Tornando a casa
trovai sul tavolo una pila di compiti, mia madre ne
dava davvero troppi! Mi misi a sfogliarli per
curiosità, erano della 5ªE! Senza pensarci mi misi a
cercare quello di Luca. Parlava di come sarebbe dovuto
andare il mondo secondo lui, c’era una forza intensa
nel suo tema. Diceva delle cose diverse da tutti gli
altri...chissà se mia madre se n’era accorta?
Sfogliando i vari compiti si poteva percepire lo
strato di superficialità che caratterizzava i ragazzi
della città, una cosa a cui mi ero tristemente
abituata da molto, invece nel suo no…aveva qualcosa di
diverso. Leggendo la fine della seconda pagina, sorse
in me il desiderio di conoscerlo. Presi un pezzo di
carta strappandolo dal foglio per gli appunti del
telefono e ci scrissi sopra: "Sono come te. Vieni
questa sera. Ore 19.00 ai Giardini dell’Arena, vicino
alla fontana". Una volta scritto lo infilai in mezzo
al suo compito. Sentivo il cuore che mi batteva forte
ma quando tornò mia madre feci finta di nulla, come al
solito mangiai la cena e poi andai a letto. Il giorno
dopo non riuscii a stare attenta nemmeno ad una
lezione, sentivo dei battiti ripetuti nella testa e
avevo una paura tremenda di aver fatto una
stupidaggine. Quando presi la bici per andare ai
giardini la paura si era trasformata in una
convinzione. Poggiai lo zaino per terra vicino alla
fontana e tirai fuori il mio libro, per
tranquillizzarmi mentre lo aspettavo (ovviamente se
fosse venuto). Come mi capitava di solito, il libro mi
prese al punto di non sentire più i rumori del mondo
reale. Quindi quando sentii una voce richiamare la mia
attenzione a poca distanza presi davvero un colpo.
Alzai lo sguardo e vidi, in aria, davanti a me una
copia del libro che stavo leggendo. Dietro al libro
c’era un ragazzo che mi sorrise: "Piacere...Luca!"

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Un Amore Non Corrisposto



Tutti i giorni andava in biblioteca. Per lui un posto valeva l’altro, per studiare. Ma in biblioteca c’era lei, che arrivava intorno alle 10.00 tutte le mattine e prendeva posto sempre allo stesso tavolo, al centro della sala lettura, con lo sguardo rivolto verso un muro dove si apriva una finestra.

E proprio sotto la finestra si sedeva invece lui. Ogni giorno. Per puro caso, la prima volta; poi volutamente, dopo che lei gli aveva strappato l’anima dal cuore con uno sguardo. E lui, forse per riprendersi l’anima, o forse per perderla ancora di più, tutti i giorni si sedeva lì.

I loro sguardi si incrociavano spesso, ma lui non si decideva a farsi avanti.

Come poteva avvicinarsi ad una così splendida? Come poteva anche solo pensare di interessare ad una così?

I giorni passavano, tutti uguali, tutti splendidi e tutti inutili. Un giorno, poi, all’orario di chiusura, mentre la gente lasciava la sala, la sentì parlare col custode chiamandolo “nonno”.

Era sua nipote… e quella fu la prima informazione che ebbe su di lei. Poteva dirsi innamorato pur sapendo così poco di lei? Beh, per un innamorato, anche un respiro è sufficiente.

Ma poi nulla successe per parecchio tempo. Lui vedeva bene come gli sguardi di tutti erano a tratti pilotati verso di lei, come aghi calamitati da un potente magnete. E cos’era quella che sentiva, se non gelosia?

Lei alzava spesso la testa, con fare pensieroso. E sembrava che lo guardasse… ma no… impossibile. Lei guardava fuori dalla finestra.
Poi, una mattina, lui arrivò in biblioteca appena dopo l’apertura. Salutò il custode all’ingresso, ma prima di farlo si accorse che stranamente quel giorno non era al suo posto. Sulla scrivania da lui solitamente occupata c’era un avviso:

“IL CUSTODE DELLA BIBLIOTECA OGGI NON CI SARA’. PER QUALSIASI NECESSITA’ RIVOLGETEVI IN SEGRETERIA AL SECONDO PIANO.”

Mah. Strano. Comunque non sembrava niente di grave.
Andò a sedersi sotto la sua finestra e aprì i libri. Verso le 10.00 cominciò a distrarsi con frequenza crescente e a non riuscire più a studiare molto: gli succedeva tutte le mattine a quell’ora; lei sarebbe arrivata da un momento all’altro.

Ma alle 10.30 ancora non si vedeva… lui fissava la sua sedia vuota. Nessun altro andava a sedersi lì, come se tutti sapessero che quel posto era riservato. E magari era proprio così. Però lei non arrivava.
Essendo perso in insopportabili congetture, lui non si accorse che qualcuno stava cercando di parlargli.

“…usa! Ehi? Ci Sei? Ah ecco… è libero qui?”
“Ah, sì, scusa. Prego.”

Era un tale che spesso studiava anche lui in biblioteca.

Beh, “studiava” forse non era proprio il termine adatto: più che altro leggeva il giornale e chiacchierava con chiunque gli capitasse a tiro. E così aveva intenzione di fare quella mattina.

Lesse la pagina di cronaca, poi:
“Cavolo! Hai letto questa? Sai la ragazza bellissima che veniva a studiare sempre qui?”
“Che? Cosa?” con voce impaziente.
“Pare si sia suicidata stanotte. Un amore non corrisposto, sembra.”
“…”
“Non le capisco, io, queste cose.”
“Già.”
“Già.”

Nessuno notò le lacrime che erano cadute a bagnare il tavolo. Aspettò lì ancora un po’. Poi andò via, per non tornare più.


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La lezione


Permettetemi, innanzitutto, di cominciare scusandomi per il linguaggio con cui scriverò queste righe: sono un uomo d’arme e la scrittura non e’ mai stato il mio forte. Inoltre, la lezione che vorrei darvi e’ molto diversa da quelle su fendenti e parate che sono solito dare alle giovani reclute.

Tuttavia, vorrei aggiungere una piccola nota su quelli che sono gli esseri più strani e particolari da me incontrati nella lunga carriera a servizio di Sua Maestà: le donne.

E’ da notare come tali esseri, pur apparendo inermi, riescano spesso a fare breccia nei cuori più duri con metodi tra i più strani ed inconsueti. In particolar modo, vorrei parlarvi proprio di una delle loro armi più pericolose e di ciò che ho imparato a tal proposito: avete presente quello sguardo che vi lanciano quando vogliono solo e solamente il vostro corpo?

Bene, ecco quanto mi accadde:

Era stato uno di quei giorni in cui il sole picchia più forte di un fabbro
bretone, e l’avevo trascorso perlustrando i confini meridionali del regno. Per fortuna, visti il mio grado ed il gran caldo, ero esentato dal portare l’armatura completa, ma vi posso assicurare che dodici ore passate a cavallo in maglia di ferro, elmo e spadone, possono sfiancare anche il più temprato fra gli uomini: figuriamoci me!

Potete credermi, di conseguenza, quando vi dico che la prima cosa che feci appena smontato dal servizio fu quella di precipitarmi nella taverna più vicina per bagnarmi la gola con qualcosa di diverso e più fresco dell’acqua (calda) e zucchero che eravamo costretti a bere in servizio!

Lo so, lo so, forse avrei dovuto essere meno precipitoso ed attendere di arrivare nei quartieri borghesi, ma avevo troppa sete ed ero troppo stanco per aspettare. Così, alla prima insegna che vidi, mi fiondai nel locale. Al mio ingresso, un silenzio ostile piombò nella taverna e diverse paia di occhi si volsero minacciosi: tra quella masnada di briganti e truffatori, noi tutori dell’ordine non eravamo ben visti. Ad ogni modo, fosse la mia innata dignità e l’aura di autorevolezza che emanavo o, molto più probabilmente, la mia mano sullo spadone e lo sguardo da "sono cattivo, arrabbiato, assetato e stanco", convinsero gli avventori a tornare ai propri affari, permettendomi di arrivare al bancone senza guai. Dopo qualche sorsata di quel liquido giallo e schiumoso che non pareva birra ma che, almeno, era fresco, mi volsi a dare un’occhiata più attenta alla sala.

Fu allora che la vidi.

Splendida dea immortale, era là, nel centro della sala, e mi fissava.
Il suo sguardo mi trapassò come nessuna freccia avrebbe mai potuto fare e il suo viso parve illuminarsi, allorchè mi rivolse il più delizioso dei sorrisi.

Imbarazzato, distolsi lo sguardo: sono un uomo d’arme, cosa volete che sappia di affari di cuore? Eppure, prima di essere uomo d’arme, sono uomo e, pertanto, l’istinto, mi spinse a guardarla ancora.

Ed ella mi stava ancora fissando, sorridendomi, ed ancora una volta distolsi lo sguardo.

Ma, di nuovo, quella voce che e’ dentro ogni essere maschile mi fece tornare ad osservarla e, finalmente, lei mi lanciò quello sguardo di cui parlavamo.

Lei voleva me, il mio corpo e null’altro.

Immobile, stetti ad osservarla mentre si avvicinava sinuosa, sempre osservandomi in maniera conturbante.

Velocemente, frasi tenere ed audaci si accavallavano nella mia mente, mentre cercavo disperatamente di trovare qualcosa da dire a questa creatura angelica, ma nulla pareva adeguato.

Così, quando lei mi raggiunse e mi rivolse il più meraviglioso dei "Ciao" che un uomo possa mai sperare di sentire nella propria vita, non trovai nulla di meglio da rispondere che un "Ciao", e sorriderle.

Fu allora che successe.

Fu allora che ebbi quella lezione che sono qui a proporvi.

Fu subito dopo che lei mi ebbe guardato ed ebbe risposto al mio saluto con un - Cazzo vuoi, stronzo? Sto parlando con quello dietro!- che capii.

Avete presente quello sguardo che vi lanciano quando vogliono solo e solamente il vostro corpo? Stanno guardando quello dietro.


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Senza titolo


Parliamoci seriamente.

Nel 2005 ci sono due grandi filoni di pensiero riguardanti il nostro noi e le nostre ascelle.

Una filosofia è quella del “laviamole ogni giorno e imbrattiamole dei più obsoleti profumi”, l’altra in contrapposizione a questa e’ “chi se ne frega siamo uomini mica caporali o capre-rali o capre-reali”.

I primi stanno la anche dodici ore a pettinarsi ogni singolo pelo, non pubico ma ascellare, di ascelle stiamo parlando mica di manufatti di terracotta, e dopo che hanno sciolto tutti i nodi grazie all’aiuto dell’insostituibile balsamo ci passano i semi di lino, per renderli più lisci non che difficilmente annodabili, viste le proprietà miracolose di questo nuovo prodotto cosmetico.

I secondi se ne fregano, che non e’ un rifacimento della canzone fascista “me ne frego”, ma ben si un vero e proprio modo di interpretare questa pudicità dell’odore, considerandola un surplus della vita troppo agiata, e limitativa sotto un profilo socio-culturale e di rapporti inter-personali.

Pudicità perché c’e’ sempre pronto qualcuno nel posto di lavoro, in autobus, in discoteca a puntare il dito contro colui che e’ anti-cosmesi, etichettandolo come l’antisociale, o senza tanti giri di parole il zozzolone.

L’odore non e’ altro che il nostro essere, siamo nati e cresciuti tra gli odori. L’odore di soffritto di cipolla, di carbonara, di matricina di pannolino usato, di smog, di tabacco, e nessuno si lamenta mai di questi odori e perchè allora vergognarsi di un odore che è nostro?
Di un nostro status-simbol, di un fattore che ci fa’ sentire piu’ uomini, e poi volete mettere essere come mamma ci ha fatto e strafatto?
Che poi per alcuni il momento “nostro” in bagno, quello dove sei tu e il tuo corpo, si trasforma non in un orgasmo; ma ben si alla scelta del profumo, quello alla carota della Transilvania, o allo zoccolo di gnu, immancabile quello, e poi ci troviamo in bagno in mezzo a duemila boccette che dopo che ne hai aperte tre sembra di aver mangiato un fungo allucinogeno perche’ si inizia a delirare in preda agli odori chimici, e dopo che si riprendono i sensi ci si accorge che nessun profumo ci va bene e percio’ ce ne andiamo a comprare un altro, nella
profumeria piu’ vicina e consona alle nostre esigenze di vecchi uomini di mare, che senza un odore sintetico sulla pelle, quasi quasi non si esce neanche di casa, per paura che il nostro status sociale sia declassato in una posizione inferiore.

Cazzo mi ero anche depilato per aumentare il mio punteggio in graduatoria non e’ che adesso ritorno con i zozzoloni.

E poi il sudore e’ poesia, lo dicono anche i subsonica:

SEI IL SUONO,LE PAROLE,DI OGNI CERTEZZA PERSA DENTRO IL TUO ODORE... SIAMO GLI OSTAGGI DI UN AMORE CHE ESPLODE FRAGILE D’ISTINTO E SUDORE... QUANTI GRAFFI D’ACCAREZZARE PER TUTTI I CIELI KE POSSIAMO TRACCIARE TUTTE LE RETI DEL TUO ODORE DENTRO GLI OCEANI KE DOBBIAMO AFFRONTARE....

C’e’ poco da fare; celarlo, nasconderlo, vergognarsi, non ha senso, e’ come la legge di Gay-Lussac e cioe’: “l’ascella bagnata fa “cick-ciack”, e lasciamogliela fare questa dolce onomatopea che il partner di sicurò capirà. E poi parliamoci seriamente l’uomo ha avuto sempre una grande paura, quella di stare da solo, ed è per questo che molti anche non accettando il discorso “saponella, il sapone dell’ascella” la mettono in atto lo stesso, per non sminuire il loro valore sociale, e perciò si conformano allo stereotipo tipo “x” di tutti i giorni con il suo dopobarba e il suo profumo al mango, papaia e peyote.

Il profumo di mosto selvatico non credo sia un profumo consono ai canoni della prima categoria però viaggia nel filo del sentimentalismo e della passione, perciò il profumo non conta assolutamente nulla nella vita di tutti i giorni, ma crea soltanto un alone di simpatia più o meno forte tra le pareti che ci distaccano ogni giorno da problemi più grandi di una boccetta di cristallo.

Io voglio le mie ascelle pelose e disgustose, perche’ io valgo.


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-A.-



A. era una ragazza meravigliosa, amata da tutti nella via, amata da suo fratello, amata dalla madre, amata dal padre...A. aveva tante amiche e un ragazzo...A. era malata ma nulla la feriva tranne la tristezza di chi le stava intorno... tutti ci sforzavamo di essere allegri...ad A. piaceva sdraiarsi sull’erba ad ascoltare la musica e le storie che la nonna C. le raccontava...ad A. piaceva sentire di vite passate e citta’ sconosciute...a A. luccicavano gli occhi per la meraviglia che gli nasceva dentro,non vedeva altro e tutto il male ed il dolore sembravano in viaggio lontano dalla sua vita e dal suo corpo...ad A. piaceva l’estate, il calore del sole le evidenziava in pochi giorni la nuvola di lentiggini che le ornava il viso, camminare lungo il fiume e sentire la frescura sulle braccia e sulle gambe, l’odore dell’erba e il sapore delle vacanze...anche ora sorride, sorridera’ per sempre perche’ e’ cosi’ che la ricordo, e’ cosi’ che la sua luminosa e ardente foto mi ferma quando vado a trovarla perche’ anche lei si ricordi di me...Vedo A. che torna a casa..che scende dalla macchina del padre sorretta dal fratello...mi saluta come salutava tutti, come si saluta la propria madre che ti sveglia il primo giorno di vacanza..e tu stai bene e pensi che tutto lo splendore della vita e’ cominciato adesso che sara’ il fuoco della tua giovinezza a riscaldarlo che il sole non tramontera’ mai e le stelle le terrai in tasca...ma il tuo respiro affannoso tuona su di me e capisco che non passera’ anche questa volta..non so che le persone si ammalano, non so che le persone muoiono, non voglio sapere che non ti vedro’ piu’, non voglio sapere che tutti quelli che amo se ne andranno, non voglio diventare grande per perdere le persone e far finta di sapere e comprendere che e’ cosi’ che va la vita..nessuno dovrebbe saperlo che la merdosissima vita va cosi’, nessun bambino dovrebbe sapere che la vita soffia tra di noi per chissa quanto per poi placarsi e far scomparire tutti come un sasso nello stagno e facendoti impazzire cercando di fermare i cerchi che si allontanano e scompaiono...ad A. piacevo..mi pizzicava le guance e mi rincorreva per la via..ogni tanto mentre esco di casa mi giro e mi fermo ad ascoltare, sento i suoi passi e sento che ride..ogni tanto mi metto a correre...lo faccio di notte..perche’ non vedano che in strada ci sono due ragazzini che giocano..

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Una festa tra amici - censured version -



Siete mai stati ad una festa, dove non conoscevate nessuno, ma proprio nessuno dei partecipanti? Scommetto di si. Capita a tutti, prima o poi.

Arrivate lì sul tardi, salutate tutti per non sbagliare e poi via! dritti al reparto viveri e bevande. Non fate nemmeno in tempo ad aprire la prima lattina, che il vostro amico, faro solitario nelle acque tenebrose del party sconosciuto, si sta allontanando furbescamente tenendo in una mano un bicchiere e nell’altra la chiappa destra della ragazza che ha organizzato l’evento. Siete Soli. S O L I. Ormai all’orizzonte non si vedono luci amiche, la musica non riesce a sovrastare il silenzio che si è creato dentro di voi. Così, per non sbagliare nuovamente strada, perché dovete ammetterlo, venendo qui questa sera avete proprio sbagliato strada, ve ne restate fermi, ancorati, parcheggiati senza senso a guardia della vostra lattina. Fissate il vuoto, perché è l’unica cosa che conoscete da tempo, l’unica cosa che vi è familiare. Intorno a voi c’è gente che si diverte, ma non capite come sia possibile. Con la coda dell’occhio vedete alcune ragazze che ballano. C’è veramente qualcuno che riesce a Ballare in un momento come questo. E voi non riuscite a muovere nemmeno un muscolo. Il cervello ha lasciato il cartello con su scritto Torno Subito, vi è uscito dalle orecchie ed ora è all’autogrill più vicino a farsi una piadina.

E a questo punto, potete scommetterci la testa (o la piadina, vedete voi…) c’è sempre, Sempre! Qualcuno che vi passa vicino, vi guarda con tutta la compassione del Mondo e vi fa’ un cenno dicendo “Daai, alzati! Vieni a ballare che ti diverti!”

Ma…ma mi prendi in giro?! Mi pigli per il culo?! Ma soprattutto…ma chi sei?!?

“Si si, adesso arrivo…” Non c’avete voglia di ballare, ma vi alzate e cominciate a camminare a casaccio. Una mano occupata dalla bibita, l’altra rigorosamente in tasca, vagate senza meta per la stanza fino a che non raggiungete una parete. E lì, ci si ferma. Pausa. Sguardo imbarazzato a destra e a sinistra: altre persone sono nella vostra stessa condizione e tirate un sospiro di sollievo: “Ma quindi, non sono l’unico sfigato!”. Vana illusione. Perché entro 3 secondi e venti esatti, all’unisono, tutti si alzeranno dalla parete e partiranno, chi per il giro del Mondo in Kayak, chi per una spedizione di pace in Nebrasca, lasciando solo voi alla parete, quadro impressionante senza chiodo dal quale staccarsi.

Siete lì che cercate di capire cosa sia successo, quando sentite un raggio laser perforare la vostra fronte… analizzate il territorio che vi circonda fino a scoprire che appartiene ad una ragazza, agli occhi di questa ragazza, che vi sta fissando intensamente. Cercate conferma. La conferma arriva, arriva tutta. Non solo siete sollevati, siete euforici. Dopo ore di trambusto inutile, di gocce di sudore spese in nome del menefreghismo, ecco che finalmente qualcosa di buono sembra venirne fuori. Sguardo sicuro, siluro fra la folla, affondate i passi come lame roventi nel burro, le acque si spostano al vostro passaggio. Ormai la meta è lì, ancora pochi sconosciuti e potrete finalmente chiamare per nome una di queste persone, quand’ecco, inesorabile, il ritorno. Perchè c’è sempre un ritorno. Furioso, vi afferra un braccio, vi trascina via, lascia le parole alle spalle, siete già fuori, fuori da tutto, dentro una macchina, una discussione, dentro la sua rabbia, incomprensibile.

Avete dimenticato qualcosa…si…i vostri occhi…i vostri occhi sono ancora lì, sospesi, come un bacio mai dato, a pochi centimetri da quella bellissima creatura che non incontrerete più, mai più. Il vostro amico vi sta parlando, si lamenta, la tipa in realtà gli voleva solo parlare, non ci stava, non più di tanto, che festa di merda, almeno tu ti 6 divertito, conosciuto qualcuno, vabbè, non importa, tanto son tutti imbecilli quelli lì, meglio lasciarli perdere, andiamo all’autogrill? “si…ecco…c’è il cervello che mi aspetta da un pezzo…” “cosa?” “no…niente, lascia stare, muoviti che devo pisciare…”

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Fenomenologia della vespa - e del vespista -



Essendo io da alcuni mesi iniziato alle gioie della 50 special, posso permettermi di parlarne diffusamente e tentare un’analisi..

LA VESPA E’ RUMOROSA:
Le seguenti parti fanno molto rumore: Cambio, (in scalata di più)
KLAK!, Freno davanti (FFFFFIIIIIIIIII!!!!),Gomma posteriore quando inchioda (SKKKRIIIEIIIIII!!!) ,cavalletto, (KLONK) molla del cavalletto (SDOOOINNNG..) marmitta + motore (unico suono non trascrivibile in quanto protetto da copyright) pedivella (CRANCRANCRAN) porta del bauletto quando vibra (breeeeeeee) manubrio alla fine del raggio di sterzata (TOC!) A ciò si aggiunge il bauletto, la bandinella, la benzina che fa gloglo quando inclini la vespa a motore spento, oltre il clacson, naturalmente..

LA VESPA ESISTE SENZA VESPISTA
Un Vespista, invece,deve prima essere battezzato con almeno un mese di convivenza..al termine il suo organismo si sarà adattato al mezzo nel seguente modo:
-ripetute escoriazioni sulla parte soprastante la caviglia sinistra dovuta a colpi di ritorno e urti generalizzati con la pedivella.
- calli sulle palme delle mani dovute alla gomma indurita delle manopole
- tendinite al polso sinistro (frizione dura)
- ipersensibilità alle falangi della mano destra (freno anteriore tendente a inchiodare)
-postura lievemente sghemba per controllare meglio il pedale del freno
-mani rigorosamente sporche d’olio (candela,cambio miscela)
- autostima a mille
-Calma olimpica

LA VESPA E L’EQUILIBRIO COSMICO
Per raggiungere la pace interiore ci sono due strade:o il giardinetto zen o la manutenzione del mezzo. Con il passare del tempo il proprietario conoscerà ogni capriccio della propria amata e correrà ai ripari con tempestività e, nei casi dei guru, addirittura in anticipo.
La Vespa è, come dice il nome stesso, femmina. E’ tutta curve, se s’impunta non c’è niente da fare, ha i suoi capricci.. Io sospetto anche sia gelosa .E’ capricciosa (odia la pioggia) ma nelle giornate di sole fa la brava partendo al primo colpo per farsi perdonare. Il fatto di doversene occupare a intervalli regolari fa sì che sia propedeutica per la conservazione di matrimoni e crescita di figli.Il vero amatore prepara la miscela con fare da sommelier e, di tanto in tanto, si chiude in garage a fare “manutenzione”. Si lucida, si pulisce, si controlla e infine si arriva all’orgasmo:il “giro di prova”

LA VESPA E’ “COME LE FACEVANO UNA VOLTA”
La gioia del vespista è la totale assenza di elettronica.. niente lucine, spie, e led..Si parte producendo un rumore simile a quello delle macchinette a molla e si può andare avanti fino all’infinito..La Vespa, infatti, appartiene a quella beata serie di oggetti che si possono far ripartire a cazzottate. Oppure si lascia lì da sola a meditare e quando si torna funziona di nuovo.

Con tutta probabilità si potrebbe sostituire qualunque pezzo con uno rimediato in una cameretta media(e’ allo studio un manuale di intaglio per creare con piccoli lavori di falegnameria i pezzi necessari)

LA VESPA E LA CITTA’
Ai semafori si incontrano sempre gli sbruffoncelli su SR elaborato color verde fastidio che ti sfidano..Non sanno che la sgasatina è vitale, altrimenti il motore si accascia..L’unica cosa da fare è guardare dignitosamente altrove, e provare compassione per il povero protozoo..
Cosa dà fastidio al vespista?
-chi suona per sorpassare
-ostacolo qualunque che impone frenata quando, dopo 4 marce e sufficiente rincorsa, si è riusciti àa lanciare il mezzo al massimo delle sue possibilità
-frenare di colpo (tecnica:togliere gas e tenere freno dietro sul limite inchiodata…scalare da 4^ a 2^e premere leggermente il freno davanti..in caso di emergenza freno davanti tirato a manetta..piedi a terra, perché impianta e si rischia l’ effetto catapulta
-La pioggia..Il mezzo ha una naturale propensione per l’acqua a livello suolo, al contrario del conducente.

A parte i giovinastri, il duo Vespato è molto rispettato dalla popolazione.La carenza in fatto di progressione e punta di velocità viene compensato dallo stile di guida. Ad ogni modo si può superare agevolmente qualunque auto della scuola guida.



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giovedì 10 novembre 2005 - ore 17:08


Concorso Letterario:
(categoria: " Vita Quotidiana ")


opere in concorso per categoria 3.


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Natale In Corsia


Erano mesi che andava avanti così.

“Dai, svegliati! Tirati su!” gli dicevano. E lui voleva rispondere che non poteva, che non ne era in grado. Ma non era in grado neanche di controllare il proprio corpo, di muovere la bocca e di riferire qualsiasi cosa.

Fu colpa di uno stupido incidente in moto. Non ricordava nulla, ma aveva sentito medici e genitori che ne parlavano mentre lui era disteso su un letto d’ospedale, nutrito da flebo.

Aveva voglia di sentire i suoi amici, ma a loro non era permesso entrare nella stanza. Erano andati a trovarlo spesso e aveva sentito le loro voci in corsia, che chiedevano agli infermieri di fare uno strappo e lasciarli entrare, inutilmente.

Col passare dei giorni le visite diminuirono, finché ormai da tre settimane nessuno si faceva vedere. Del resto come biasimarli? Non potevano vederlo e anche se avessero potuto, come immaginare che lui avrebbe ascoltato tutto quello che avevano da dirgli?

Passando molto tempo da solo, iniziò a star male. Era dura essere nel pieno delle proprie facoltà mentali, ma non poter comunicare con nessuno, neanche col suo stesso corpo. Però il suo corpo poteva comunicare con lui; i suoi sensi erano ancora attivi: sentiva il materasso del letto sotto di sé, le lenzuola che lo coprivano; provava dolore quando gli cambiavano l’ago della flebo; sentiva anche il profumo dei fiori che sua madre gli portava quasi ogni giorno ed era certo avrebbe anche percepito i sapori, se avesse potuto mangiare.

L’unico senso che lo tradiva era la vista: l’oscurità in cui viveva non era semplicemente quella in cui ci si trova abbassando le palpebre. No, la sua era un’oscurità profonda che, unita alla solitudine che provava, suscitò in lui la paura. Di cosa, non sapeva dirlo. Forse che quell’oscurità fosse la morte e che lui stesse per finirci dentro. Gli metteva angoscia, quest’idea: non è la morte a venire da te, ma tu a finirci dentro, ineluttabilmente.

Però tutto cambiò: l’oscurità divenne prima luce, bianca e accecante, poi assunse la forma di una strada; una banalissima strada di città. Con banalissima gente di città.

“Toh! Un nuovo arrivato! A te com’è successo?”

“Com’è successo cosa?”

“Ma il coma, no? Questo è Coma Profondo; viene qui solo chi è in coma e sta per morire. Puoi goderti ancora qualche giorno di vita, prima di andartene.”

E lui ci credette. Non che fosse un credulone, però sentiva che era la verità. Lì tutti sembravano felici e si divertivano; nessuno pareva preoccupato dall’idea che di lì a poco sarebbero morti. Forse si divertivano proprio perché sapevano che era l’ultima cosa che potevano fare, per andarsene col sorriso.

“Che giorno è?”

“Il 24 Dicembre.”

“Ma è la Vigilia!”

“La che?! Ah già, il Natale. Qui non si festeggia”

Però tutti facevano ugualmente festa. Eppure lui pensava a tutti i suoi amici, a come erano soliti festeggiare il Natale insieme, ogni anno, da una vita intera. Pensava a come in quei giorni si sentiva attorno il calore dell’amicizia e a come era in pace con sé stesso; pensava a come amava la sua vita. E mentre tutti in quel posto sembravano felici, lui piangeva, da solo.

E così pensava sarebbe morto, senza festeggiare il solito Natale.
Poi all’improvviso il mondo scomparve di nuovo e tornò l’oscurità. “Ecco, ci siamo”.

Ma sentì delle voci: era di nuovo in ospedale.

“…entrare, cazzo!” la voce dei suoi amici. La porta della stanza si spalanca.

“Ohi dormiglione! Ora ci cacciano a calci in culo, ma che credevi? Che non passavamo a dirti Buon Natale? Ci manchi, Rob.”

E Rob pianse di gioia e malinconia. Sentì le lacrime che gli colavano sulla guancia. Tutti nella stanza le videro. “Allora ci sente!”

Quella sera in reparto ci fu un bel casino. Un cenone natalizio in piena regola! Tutti che parlavano, scherzavano e ridevano sapendo che così potevano festeggiare con lui, perché lui li sentiva.

E non ci fu un solo attimo di silenzio, finché: “Ma almeno una fetta di panettone me l’avete lasciata?”

Si sentì un po’ Cristo, quando vide l’orologio: mezzanotte precisa.

E Buon Natale a tutti.


---o---

Fottutissimi auguri di Natale


Anche quest’anno e’ natale..cade anche quest’anno durante le feste e sempre il 25..un presagio di sventura..odio il natale...nn sopporto le festivita’ in generale..ma queste obbligate poi..devo fare i regali..devono farmi i regali..per me nn sono buone feste..nn voglio piu’ ricevere fottutissimi pigiami di flanella..io nn uso pigiami..ne’ giochi di societa’..come si gioca a strip-risiko ditemi voi...quando passero’ un buon natale allora sara’ un buon natale, fino ad allora fanculo il natale..babbo natale che nn porta i regali ai bambini poveri..risolve si il problema della fame nel mondo perche’ quelli che oggi hanno fame domani nn l’avranno piu’..gia’ perche’ saranno tutti morti...non ci passa cazzo per il camino..e’ una palla immondamente grande nn si vede neanche l’uccello per pisciare..se c’e’ la nebbia rischia di ingropparsi le renne..se non lo fa gia’ adesso..ma babbo natale, vestito cosi’ da garibaldino o partigiano rosso, e’ un comunista? direi di no per le case che frequenta..ma al giorno d’oggi i comunisti vestono di cachemire e lacoste alle manifestazioni noglobal..eh! i tempi cambiano forse lui li ha precorsi con un secolo
d’anticipo..grande babbo! meglio di nostradamus...Ma quasi quasi..ma si li chiedo anch’io i doni al compagnocamerata babbo natale..Vorrei.. vorrei..un lavoro strapagato e di poca presenza fisica sul luogo di lavoro a meno che nn sia frequentato da simil-modelle che fanno le segretarie o similmodelle che fanno le modelle..poi vorrei una simil modella per compagna..beh! anche una compagna decente vabbene..da quel lavoro deriva una montagna di soldi con cui avere un po’ tutti gli sfizi che riempiono la vita di colore e varieta’.. ah si! la pace nel mondo..smettetela di ridere...che tutti i bambini che soffrono nn soffrano piu’(detta da una miss universo giuro)..basta ridere se no nn riesco a finire piu’..che si possa riciclare il grasso delle liposuzioni in pastiglie per dimagrire...vorrei un sottomarino giallo e lucia nel cielo con i diamanti, zucchero marrone e campi di fragole per sempre..vorrei parlare..anzi no..vorrei solo poter guardare negli occhi e abbracciare per un altra volta sola mia nonna..sul serio..ok adesso nn piangete..per il resto...va di merda ma tiremm innanz...

---o---

Falso Natale

Conventicole domestiche,
grigiori, ipocrisie fraterne: vuote relazioni. Vuote relazioni:
il Natale.
Asetticamente dico, io, poeta infame
e temerario, io nemico
dei mafiosi. Il Natale, il Natale, il Natale;
e la Neve, la Neve, la Neve africana;
e la prostituta handicappata, bambina, futura
Maddalena innamorata.




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mercoledì 9 novembre 2005 - ore 18:32


Il concorso

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Post appositamente creato per domande, commenti, insulti e boiate sul primo concorso letterario di spritz.it

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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
Sono sistemato

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