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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."


Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"



Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877

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mercoledì 9 novembre 2005 - ore 00:46


Ho visto cose che voi umani...

(categoria: " Vita Quotidiana ")



HO VISTO LA LUCE



Il sommo devidof mi illuminò...
e vidi il futuro di spritz!






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martedì 8 novembre 2005 - ore 19:18


Dove andremo a finire?

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Eccoli qua gli eroi dei nostri figli!



---o---



Condannata ai lavori sociali per abuso di psicofarmaci.

---o---



Sorpresa mentre cercava di togliersi la vita con una dose letale di tranquillanti.

---o---



Avvistata mentre cacciava in territorio naturale protetto.

---o---




Arrestato per utilizzo di mezzi volanti non omologati.

---o---



Condannata all’ergastolo per tratta e schiavizzazione di minori.

---o---



Sorpreso nel compiere atti vandalici su beni storici pubblici.

---o---



Arrestato per rapimento di minori.

---o---



Condannato per abuso e spaccio di anabolizzanti stimolatori della crescita.

---o---





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domenica 6 novembre 2005 - ore 12:29


4.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Bombay vista dall’alto, di notte, assomiglia ad un enorme gorgo di luci che ruota con apparente pigrizia intorno al suo asse. In realtà, mentre il suo centro sembra arrotarsi con lenta e imperturbabile grazia su sé stesso come una vecchia ballerina grassa, le sue ultime propaggini suburbane vengono spedite fuori dal mondo conosciuto ad una velocità spaventosa, il tutto in un frenetico vorticare tecnologico, che sembra arenarsi solo nella miseria più cupa dei suoi borghi più lontani e nella imperturbabile solennità dell’Oceano Indiano.

E’ un perfetto equilibrio naturale: spingiti troppo fuori dal centro, dal fulcro di comando, e sei perduto. In una apparente calma cosmica, milioni di brulicanti persone corrono disperatamente per sottrarsi alla forza distruttiva di quel vortice, per raggiungere l’occhio del ciclone dove i venti sono meno forti e le braccia più deboli. Bombay è così. Il suo nucleo viaggia a migliaia di chilometri al secondo, eppure sembra dormire. E’ una specie di piccola galassia; una galassia che rimane a specchiarsi nel suo vuoto, ma che comunque invoca un’idea di energia e di vitalità straordinaria; un concentrato di potenzialità umana fatto di esseri apparentemente molto diversi, ma in realtà tutti con la passione per le scarpe da ginnastica di marca e la spaventosa abitudine di pensare a viaggi nello spazio mentre fa sesso.

Come tutti i prodotti del caos umano - e una delle massime vette della sua follia -, Bombay ha un suo fascino perverso. L’idea di una città enorme dove la sottile linea tra la vita e la morte consiste nel potersi permettere o meno un programma dentale decente mi eccitava. Era come un enorme gigante con le convulsioni, un formicaio impazzito dove valeva la legge del più forte eppure tutti correvano nella stessa direzione, quando se ne presentava la possibilità.

Si sarebbe potuto dire che era l’inferno in terra ma, forse proprio per questo, a me piaceva. Pure in quella notte, nel mezzo di quella situazione assurda e pericolosa, non potei fare a meno di subirne il fascino. Tuttavia, non potevo concedermi a quella lusinga troppo a lungo. Il tempo a mia disposizione, nonostante incantesimi e cretinate varie, stringeva. Se avessi prolungato troppo a lungo il mio "trucco bonus" qualcuno ai piani alti se ne sarebbe accorto, e avrebbe mandato qualche fottuto angelo messaggero a chiedermi spiegazioni sulla cosa; il tutto mentre portavo in ostaggio una bambina che, per quanto ne sapevano, avrebbe dovuto essere morta e sepolta.

Dovevo trovare una soluzione a quella situazione di stallo al più presto, cavarmi in fretta dall’impaccio e proseguire col mio lavoro. Per quanto non mi piacesse la mia professione, non smaniavo all’idea di esserne sollevato e poi spedito entro le successive ventiquattrore al reparto scorticazione del sesto girone infernale, dove avrei prestato alacremente la mia perizia nello sviscerare carne umana fino al giorno del giudizio. No; l’idea non mi attirava per niente. Dovevo liberarmi di quella ragazzina al più presto.

Appena uscito da quell’appartamento a Cracovia avevo pensato di contattare il mio diretto superiore, lo Spirito Santo, che aveva compito di coordinare e vigilare su tutte le entità, me compreso. Mi ci volle solo un secondo per realizzare che, in realtà, quella era una pessima idea. Si fosse trattato di Gesù Cristo, che presiedeva l’altra metà dell’universo, quello umano, forse me la sarei cavata con qualche sentita scusa e qualche battuta di spirito ben assestata, ma con quel vecchio lagnoso non c’era da sperare in alcun tipo d’indulgenza. Diavolo, quello aveva il senso dell’umorismo di un ex generale dei marines con la macchina bloccata all’incrocio da una manifestazione pacifista; me l’avrebbe fatta pagare ancora prima che avessi potuto cavarmi la soddisfazione di mandarlo a quel paese.

No, di spifferare tutto ai grandi capi non se ne parlava. Cosa avrei dovuto dirgli? La verità? “Mi scusi capo. Dovevo ammazzare questa bambina stasera ma, non ci crederà, sono incredibilmente stato colpito da una strana malattia che mi fa agire come una checca isterica in un giorno di saldi ai grandi magazzino; non posso ammazzarla perché sono troppo impegnato a rifarmi il guardaroba, non è che potrebbe pensarci lei? Prometto di restare a spazzolarle la barba per il prossimo secolo se mi fa questo favore”. Oddio. Solo l’idea mi avrebbe provocato una serie di conati di vomito degna di un sedicenne inesperto alla festa di San Patrizio.

Dovevo cavarmela da solo; o quasi. Il lavoro andava finito e, pur odiando l’idea di dover chiedere favori in giro neanche fossi un delegato della parrocchia locale in cerca di fondi per il nuovo presepe, dovevo chiedere a qualcuno di farlo per me. Mi fu subito chiaro che c’era una sola persona che poteva svolgere questo ruolo senza dare troppo nell’occhio e senza che mi chiedesse in cambio le mie chiappe su un piatto d’argento: la più vecchia e micidiale assassina sulla piazza dai tempi della creazione ad oggi.

Mi ero fatto mandare dal mio assistente le nuove coordinate astrali della persona che stavo cercando, colei che avevo ritenuto essere l’unica entità abbastanza potente da potermi dare una mano e sufficientemente a buon mercato da non ridermi in faccia. Quando, leggendo col codice le coordinate, saltò fuori che risiedeva a Bombay, debbo dire che mi stupii non poco. L’ultima volta che la ero andata a trovare - più o meno dai tempi del tardo medioevo - viveva in uno splendido castello in Francia, facendo vita da gran signora. Era rispettata e temuta; gli umani le facevano addirittura dei dipinti. Francamente, non me la vedevo molto in mezzo a quel crocevia di umanità; non la conoscevo bene ma mi era sembrata una persona piuttosto riservata, con un vago gusto dell’ "elite". Ovviamente, però, potevo essermi sbagliato.

Individuai velocemente l’edificio indicato dalle coordinate astrali, ed atterrai silenziosamente sul tetto. Si trattava di un edificio basso borghese, situato in una zona abbastanza tranquilla della città, il cui risibile tentativo di ostentare un poco di eleganza veniva duramente frustrato dallo smog cittadino che anneriva le decorazioni stile vittoriano dei balconi nonché da alcune grosse macchie da infiltrazione visibili sulla facciata meridionale dell’edificio. Scesi in fretta dalla slitta e mi diressi verso il vano posteriore.

Arrivato di fronte allo sportello, per un secondo esitai. Pensai per un attimo che quella ragazzina avrebbe potuto combinarmi qualche altro scherzo, ma l’idea mi risultò subito così risibile che la abbandonai un secondo dopo. Tuttavia, mentre aprivo lo sportello, non potei fare a meno di tenermi istintivamente in guardia, quasi che qualche strano tipo di minaccia potesse improvvisamente scaturire da quell’oscuro ripostiglio per colpirmi al cuore.

Quando aprii lo sportello e la vidi, notai che sedeva ancora nella stessa identica posizione in cui l’avevo lasciata: rannicchiata e tremante sull’estremità sinistra del vano, le guance rigate dai residui di lacrime. Quando la vidi, fu come se tutte le paure che mi avevano attanagliato a Cracovia - e che fino a qualche secondo prima avevo scartato come risibili - ritornassero a prendere corpo. Non che fossi davvero spaventato, ma con una certa inquietudine il mio corpo sembrò ricordare alla mia mente che, in effetti, quella non era solo una comunissima bambina. Quella piccola creatura era stata forse la prima a fermare una delle più spietate ed efficienti entità del creato; il solo fatto che ciò fosse potuto accadere mi fece cadere in un certo qual stato di agitazione. Quel mucchietto d’ossa aveva il potere di mettere misteriosamente in crisi ogni mia fibra.

Mi fermai a guardarla.

Poi, cercando di non far trapelare la vaga tensione che pervadeva il mio corpo, le dissi con voce forse fin troppo ferma:

- Su avanti, scendi.

Lei non rispose; nemmeno si mosse. Nei secondi di silenzio che seguirono rimase con le ginocchia contro il petto e il capo chino, mentre con le braccia stringeva ancora il suo orsacchiotto di pezza.

- Avanti! - Dissi di nuovo.

Allora lei si mosse, e rilasciò le gambe. In realtà era troppo intimorita per muoversi davvero. Il suo amato padre era stato ammazzato poco tempo prima niente meno che da Babbo Natale, e ora era stata sballottata dentro una slitta volante in una gelida notte invernale; c’era da capirla se era tanto spaventata e rifiutava di muoversi.

Non volevo prenderla di forza: correre il rischio di farla strillare svegliando mezzo isolato non mi sembrava la migliore delle trovate. Inoltre, devo ammettere che l’idea di prenderla sottobraccio, irrazionalmente, mi spaventava non poco. Decisi allora di sembrare rassicurante. Le allungai una mano e le dissi.

- Avanti, non aver paura. Non ti accadrà nulla di male… - mentii.

Allora lei, dopo qualche attimo, si risolse a scendere, senza però prendermi la mano, e anzi tenendosi a distanza. Quando fu davanti a me la potei osservare davvero per la prima volta. Doveva avere qualcosa come undici o dodici anni; aveva dei grandi occhi neri e profondi, sorretti da un naso piccolo e schiacciato. I suoi capelli scuri, raccolti in due trecce ai lati, ricadevano appena sulle spalle esili e sul suo pigiama rosa di flanella. I piedi piccoli erano nudi e tremavano dal freddo, mentre le mani si nascondevano tra il petto e l’orsacchiotto blu, come due piccoli insetti in cerca di calore.

Le presi sbrigativamente la mano e lei, stranamente, non fece resistenza, e si fece condurre all’interno dell’edificio.

Una volta dentro, notai che il luogo non era poi molto diverso dall’edificio di Cracovia; meno disastrato e sporco, a dire il vero, ma nel complesso la struttura era abbastanza simile: lunghi corridoi stretti che davano su molte porte unte.

Arrivammo senza parlare davanti alla porta dell’appartamento che cercavo. Una luce giallastra penetrava dalle fessure in basso, e con lei venne alle mie narici distinsero già da qualche metro di distanza un odore che sembrava di carne stufata provenire dall’interno.
Bussai con forza. Dopo qualche attimo sentii dall’altra parte dei passi leggeri avvicinarsi. Poi la maniglia si girò e la porta si aprì in una zaffata di vapore al manzo.

Una piccola donna dalla carnagione scura mi si parò davanti. Prima guardò la bambina e poi alzo la testa ad osservare me, che ero quasi il doppio più alto di lei. Mi fisso stringendo gli occhi attraverso le lenti spesse e poi, con voce inaspettatamente gentile e profonda mi disse, in un tono di delizioso rimprovero:

- Mio Dio… sei ingrassato terribilmente -.
- Ciao Morte. Anch’io sono contento di vederti -.


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sabato 5 novembre 2005 - ore 13:14


Atarassia... più la scacci e più l’avrai

(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Atarassia" disse il buon Epicuro! Bontà sua. Dal greco "ataraxia", cioè "mancanza di turbamento". E la strada verso l’assenza di turbamento sentimentale è quella che, consciamente o meno, volutamente o meno, ho intrapreso negli ultimi mesi.

Direi che, dopo un po’ di attacchi respinti a fiera difesa del mio campo, posso dire di avere coltivato una certa idea sul fenomeno dell’ "atarassia sentimentale", cioè il rifuggire da ogni interessamento o partecipazione in relazioni sentimentalistiche che riguardino l’altro sesso. Nessuna presa di posizione maschilista, sia chiaro, solo che ritengo sia più saggio giocare una guerra in difesa se, nelle battaglie precedenti, hai attaccato e sempre miseramente perso.

Ma insomma, torniamo all’atarassia. Dicevamo che penso di averne ormai acquisito una certa conoscienza, quindi provo a fornire una "scala" di livelli successivi di atarassia, dalla base fino al Nirvana, cosicchè anche voi potrete misurarvi, se lo vorrete, nel vostro sentiero verso l’assenza di turbamento.

Stadio 1: Dilettante
Se, scarabocchiando su di un foglietto, disegni accidentalmente qualcosa di anche lontanamente simile ad un cuoricino, lo cancelli col trattomarker in tutta la tua furia omicida.

Stadio 2: Principiante
Il colore rosa comincia a darti tremendamente sui nervi.

Stadio 3: Amatore
Al cinema, durante una scena d’amore strappalacrime, esamini i popcorn cercando di capire come diavolo li fanno.

Stadio 4: Atarassemico praticante
Ricevi un invito ad uscire e la prima cosa che pensi è "dov’è la trappola?".

Stadio 5: Atarassemico avveduto
Ricevi un messaggio da una tipa e pensi che le risponderete più tardi, dopo la puntata dei simpson.

Stadio 6: Atarassemico talentuoso
Una ragazza, parlandoti, ti tocca pizzicandoti leggermente e affettuosamente il braccio e tu pensi che deve essersi accorta delle macchie di ketchup.

Stadio 7: Professionista
Mentre torni a casa solo, in macchina, alle due di notte e alla radio passa una delle tue canzoni lente preferite, pensi che la produzione degli archi in sottofondo poteva essere fatta con maggiore perizia.

Stadio 8: Campione
Pensi che peep show, spogliarelli e tutto il porno in generale sia un modo triste di passare il tempo. Inoltre, potresti ricevere qualche prima gentile attenzione da parte di persone omosessuali.

Stadio 9: Atarassemico D.O.C.
Trovi "mortal kombat" in qualche modo romantico.

Stadio 10: Clinicamente malato
Cominci a pensare che Platinette non sia un abominio di natura. E che, in fondo, Pippo Baudo sia un professionista.




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venerdì 4 novembre 2005 - ore 13:55


Note al lettore

(categoria: " Vita Quotidiana ")



Primo:


Attento! Quello che stai per leggere cercherà di essere divertente. O Istruttivo. O tutte e due le cose insieme; il che, se possibile, è pure peggio.

Secondo:


Dovrebbe esserti subito chiaro che questo è un racconto di fantasia. E questo non perchè fatti, persone, luoghi o entità raccontati in questo libro siano rigorosamente fittizi, ma semplicemente perchè, al tempo in cui scrisse questo libro, l’autore non disponeva di sufficiente immaginazione per raccontare qualcosa che fosse realmente accaduto.

Detto ciò, sei avvisato: ogni riferimento a luoghi, persone, fatti o entità - pur se fortemente voluto - va preso per quello che è: lo strano parto della mente di un giovane d’oggi.

Nel caso tu te la dovessi prendere comunque per quanto scritto qui di seguito, l’autore invocherà a sua difesa il suo diritto a non essere preso sul serio. Diritto che senz’altro gli spetta, in quanto facente parte del popolo italiano.


Terzo:


Secondo te, Dio è simpatico?

Potrebbe essere una battuta come no; esattamente come questo libro. Lo si può prendere come uno scherzo o come una cosa seria. O tutte e due. Tutto dipende da come lo si legge. E se si reputa che Dio sia un tizio simpatico o no.

Secondo l’autore lo è. Dio ha un gran senso dell’umorismo.


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venerdì 4 novembre 2005 - ore 02:23



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mammamia...

Non poteva finir peggio.

Certo, mi dispiace per come sono finite le cose, ma adesso mi sento più sereno. Sono davvero convinto di aver fatto la scelta giusta.

Ha fatto male, ma le scelte a volte sono dolorose.

Mi porto comunque dietro un bel ricordo.

E ora, in viaggio! Vediamo se c’è qualcun’altro sulla strada che ha voglia di ascoltare o raccontare qualche favola.



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giovedì 3 novembre 2005 - ore 20:14


Le controindicazioni dell’amore.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Oggi l’idea dell’amore perfetto, dell’esistenza di un sentimento puro e immutabile che unisce intrinsecabilmente e inevitabilmente due persone, è ormai un must a cui moltissime persone credono, più o meno consciamente. Frutto, questo, di un’opera di suggestionamentro della società che la nostra fiction - letteratura, cinema, tv, etc... - sta operando da oramai più di un secolo.



Certo; la prospettiva dell’amore come sentimento invicibile, perfetto e indistruttibile ha un innegabile fascino. L’idea di poter essere, a prescindere, "unici e insostituibili" per un’altra persone descrive una grande attrazione per un essere umano; una consolazione alla solitudine col convinciemento che, anche nell’ora più buia, c’è qualcuno, da qualche parte, che ci sta aspettando.



Tuttavia, questo tipo di visione dell’ "amore" ha delle controindicazioni non irrilevanti. La variante odierna del mito platonico delle due metà rischia fortemente di indebolire dalle fondamenta l’aspetto costruttivo di una relazione. Le persone tendono più facilmente a dubitare delle proprie relazioni e, sempre più spesso, non sono disposte a fare sconti ai loro sogni. E questo, ovviamente, accade di riflesso anche per le relazioni non puramente "sentimentali".



La convinzione che il vero amore sia innato e perfetto fa sottovalutare grandemente ai "partecipanti" la possibilità di scendere a patti con dei compromessi per raggiungere l’obbiettivo. "Sono fatto/a così. Prendere o lasciare. Mi devi amare per quel che sono." Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Eppure, non è certo lecito giustificare un proprio errore o un’incomprensione con una propria inclinazione o un problema di indole; perchè "siamo fatti così". Se uno sa di sbagliare, e ci tiene, cambia. Anche e soprattutto per amore.



Ecco dunque che oggi si tende a sottovalutare l’impegno, ad ignorare la "via di mezzo". O tutto o niente. Ne consegue che i rapporti si infragiliscono perchè sempre più raramente c’è davvero la voglia di mettersi in gioco, di investire e magari perdere qualcosa per costruire qualcosa di più grande. Ed ecco la debolezza, la precarietà e la solitudine.
Forse dovremo accettare che la strada per la felicità comune è lastricata di compromessi.

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mercoledì 2 novembre 2005 - ore 23:50


Cinquemilo

(categoria: " Vita Quotidiana ")


(questo BLOG è stato visitato 5002 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, mike74, ospite, Fly8Elf8, Davidoff, alex1980PD, camillina, Apollo13, biondyno, ospite,


azzz... maledetto ospite.

Ex aequo l’ottimo mike74 e la coraggiosa Fly. Dovrò pensare ad un premio divisibile per due

Per i millenari precedenti il premio (poi mai riscosso) è stato quello di disporre a piacere di una canzone live della mia band (dedicandola a sè stessi o a chi si vuole). Vi va bene lo stesso? Purtroppo per ritirarlo dovrete presenziare ad un nostro concerto... fatemi sapere se siete disposti a pagare lo scotto

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mercoledì 2 novembre 2005 - ore 17:44



(categoria: " Vita Quotidiana ")






Il webbone è avvertito! La Girella perseguirà vie legali per tutelare il suo buon nome e la possibilità di essere solo lei l’unica e irripetibile GIRELLA!





P.S. Solo na battuta fioi... par carità... solo na battuta!

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martedì 1 novembre 2005 - ore 22:23


Favola

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Dedicata a colei che ne ha sentite tante, ma non è riuscita a raccontarne. O a viverle.

C’era una volta un ragazzo che camminava per strada, passeggiando in tranquilla solitudine, in un bosco. Mentre proseguiva nel suo cammino, trovò una ragazza seduta sul ciglio della strada. I due si salutarono, e cominciarono parlare. Presto il lui si rese conto che la ragazza aveva un peso dentro; lei, sentendo una particolare connessione con il giovane, decise di confidarsi. Il ragazzo allora si sedette e ascoltò. Quando la ragazza ebbe finito, lui le raccontò una favola, e poi la aiutò a rialzarsi. Lei fu molto contenta della favola, e ringraziò il ragazzo.

I due diventarono presto amici. Lei contenta di aver trovato appoggio, lui grato per la fiducia e l’attenzione che gli era stata riposta. Il ragazzo andava spesso a trovarla, e gli raccontava sempre nuove storie per farla sognare. Lei ascoltava con calma, sorrideva affettuosa e, ogni tanto, si confidava in piena fiducia.

Lui disse che un giorno, forse, non si sarebbero incontrati più, a causa dei diversi sentieri che le loro vite avrebbero preso. La ragazza non ci pensava: voleva che lui rimanesse, che gli raccontasse nuove storie, che continuassero a parlare per tutto il tempo passeggiando nei boschi. Lui era contento, perchè sentiva di essere apprezzato, desiderato; ma sapeva che non sarebbe durata per sempre così.

Un giorno, durante un loro consueto incontro, la ragazza disse che la presenza di lui le faceva piacere, ma che la soffocava anche. Disse che tutte quelle favole le piacevano, ma che non le lascivano modo di esprimersi. Lui non si arrabbiò, e anzi ne convenne. Sapeva che non poteva raccontare storie all’infinito, e d’altronde era anche giusto che lei prendesse il suo spazio. Era giusto che si ritirasse un poco e che lei cominciasse ad agire.

Lei era in partenza per un piccolo viaggio, e lui le consigliò di stare tranquilla e di farsi sentire appena tornata.

I due si lasciarono, e passarono diversi giorni. Lui sapeva che lei era tornata dal suo viaggio, ma non volle sentirla subito, pensando che si erano messi d’accordo perchè fosse lei a farsi viva, e che forse se non lo faceva voleva dire che desiderava ancora restare un po’ sola. Attese ancora, ma nessun segnale da lei arrivò.

Allora andò a cercarla, ma lei non si fece viva. Il ragazzo tornò mogio a casa e, tristemente, pensò di tornare alla vita di sempre. "Ha fatto la sua scelta", pensò.

Un giorno, mentre il ragazzo parlava con un amico, lei, non vista, gli sentì dire che una persona lo aveva abbandonato, anche se lui aveva fatto molto per questa persona in precedenza. Subito la ragazza pensò che stesse parlando di lei, ma in realtà non era così.

Il giorno dopo arrivò a casa del ragazzo una lettera della ragazza che diceva di essere molto arrabbiata per quello che gli aveva sentito dire. Lui rispose semplicemente che la vedeva un po’ scossa - forse per il viaggio -, e che le avrebbe dato un po’ di tempo per riflettere se riteneva possibile che lui pensasse queste cose di lei. Voleva sapere cosa la turbava, e se lei poteva veramente pensare che lui si fosse comportato così male con lei. Voleva sapere perchè aveva reagito in quella maniera, se veramente sentiva quello scarto di "debito" tra di loro.

Il giorno dopo i due si reincontrarono, e la ragazza era ancora molto arrabbiata. Allora il ragazzo le disse, senza arrabbiarsi, che non aveva mai parlato di lei in quel modo nè lo aveva pensato. Poi disse: "Quando parlo tu ti senti soffocare. Quando taccio ti senti ferita e mi accusi ingiustamente. Non posso fare niente per te, per noi, in questa situazione". Se ne andò dispiaciuto che la ragazza avesse potuto dubitare di lui, ma confidava ancora che un giorno avrebbe riconosciuto l’errore e avrebbe fatto qualcosa perchè potessero continuare a vedersi.

Passò ancora molto tempo, ma la ragazza non si fece sentire, nè pensò di menzionare la questione. Allora il ragazzo cominciò a sentirsi davvero deluso e arrabbiato: la ragazza che aveva chiesto di non lasciarla mai ora non voleva neppure chiamarlo per ritrovarsi con lui. Lei che gli aveva chiesto di restare, di fare miglia per trovarla, ora non faceva un solo passo per venirgli incontro. Lei che aveva detto di sentirsi soffocata ora, libera, non parlava: non era in grado di dirgli nulla. Lei che prima aveva detto di fidarsi tanto di lui, ora pensava che non fosse in grado di parlarle in faccia, di essere sincero con lei.

Si sentiva tradito. E più il tempo passava e più il ragazzo si convinceva del fatto che realmente lei non era intenzionata - o non era in grado - di fare qualcosa per salvare la loro relazione.

Sentiva un gran vuoto quando pensava a nuove storie senza poterle raccontare, e d’altronde sapeva che non poteva tornare da lei, dato che avrebbe corso il rischio di soffocarla di nuovo. Non poteva fare nulla. Allora decise di riprendere il suo cammino.

Uscito di casa, dopo qualche tempo la incontrò. Si guardarono, e lei cominciò a parlare del tempo e delle stagioni. Lui le chiese se aveva qualcosa da dirgli. Lei disse che loro due erano agli opposti: inconcigliabili, e che era colpa sua se era così; lui aveva voluto quella situazione.

Lui allora le disse: "Se prendi la strada assieme a qualcuno, e quello sta davanti a te, puoi avere l’impressione che sia lui a decidere la strada, ma non e così. E, d’altronde, se ad un bivio prendi una strada diversa dalla sua, non puoi dire di non aver potuto scegliere perchè la strada su cui stavi prima era battuta da lui.
E’ l’uomo che sceglie la strada, e non la strada che sceglie l’uomo".

Allora prese lo zaino e se ne andò.


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Leonida, 23 anni
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