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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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Il mio romanzo:

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martedì 1 novembre 2005 - ore 13:17
PRIMO CONCORSO LETTERARIO SPRITZ.IT
(categoria: " Vita Quotidiana ")

---o---
BANDO
Udite Udite!
Con la somma benidizione del nostro signore e padrone Enrico
(gloria gloria gloria al grande Davidoff)
è indetto, a partire da oggi, il
Primo concorso letterario di Spritz.it
Il tuo scritto sulla home page di spritz.it
- non ufficiale, ma autorizzato -
Può partecipare a questo concorso qualunque spritzino/a regolarmente iscritto a Spritz.it, capace di intendere e volere e con la passione dello scrivere.
I premi si divideranno in tre categorie.
1) Poesia Libera
In versi sciolti o ritmati, in rima, quaternari, satanici, paranoici e chipiùnehapiùnemetta.
La poesia deve avere una lunghezza massima di 40 versi.
2) Racconto Breve Libero:
Racconto breve libero in prima persona, terza persona, flusso di coscienza, fittizio, reale, scandalistico e chipiùnehapiùnemetta.
I racconti brevi non devono superare le 4000 battute (compresi gli spazi).
3) Racconto Breve o Poesia libera a tema
Tenendo conto dei parametri di lunghezza citati nelle precendenti categorie, una poesia o un racconto che trattino il tema del Natale
---o---
COME SI PARTECIPA
Tutti gli elaborati devono pervenire all’indirizzo
spritzliterarycontest@hotmail.it
entro e non oltre la mezzanotte del
30 Novembre 2005.
Ogni mail dovrà contenere l’elaborato nel corpo della lettera, mentre il nome vero e il nickname su spritz.it dell’utente partecipante dovranno essere inseriti IN ALLEGATO e cioè non nel corpo della lettera. L’allegato sarà aperto solo a chiusura delle votazioni, a garanzia di un giudizio, sia da parte della giuria che da parte del pubblico, il più possibile imparziale.
Ogni spritzino/a può partecipare al massimo con UNA SOLA opera per OGNI SEZIONE in concorso.
Ogni concorrente è tenuto ad inserire, pena l’esclusione, nella sezione di testata permanente del suo blog (quella intitolata "presentazione" nella sezione "il tuo blog", per intenderci) il logo qui fornito, la denominazione nonchè il link a questo bando ufficiale. Ci scusiamo se sembrerà un atto forzoso - anche perchè il logo è oggettivamente brutto
-, ma è un piccolo sacrificio che vi chiediamo per favorire la diffusione del concorso.
Tutte le opere regolari pervenute saranno inseriti dagli organizzatori come commento a questo post, a comprova dell’accettazione degli elaborati. Ogni altro commento in questa sede sarà bellamente ignorato e cancellato.
Ad ogni concorrente si vieta categoricamente, pena l’esclusione senza appello, di comunicare in alcun modo a terzi quale sia il suo elaborato in concorso. Questa misura è stata presa perchè vorremmo che vincesse davvero il più meritevole, e non il concorrente con più simpatia.
---o---
DECRETAZIONE VINCITORI
A decretare i vincitori sarà un sistema di giudizio misto: un primo sbarramento sarà decretato da una giuria, in seguito si procederà col voto popolare.
Dato che non possiamo aspettarci che ogni spritizino della "giuria popolare" legga tutti i racconti in concorso, una prima cernita sarà eseguita da un’apposita commissione, il cui giudizio è INSINDACABILE e INAPPELLABILE. La commissione sarà composta da tre spritzini: Leonida, IenaFerox e Thelma, ai quali è ovviamente vietato di partecipare al concorso. I tre giurati garantiscono massima imparzialità nei loro giudizi, che comunque saranno svolti principalmente all’oscuro dell’identità dell’autore per ogni racconto. La giuria selezionerà TRE OPERE candidate al premio finale per ciascuna categoria.
A questo punto si procederà col voto popolare. Qualsiasi spritzino/a potrà votare UNA SOLA VOLTA la sua composizione preferita in OGNUNA delle categorie. Per far pervenire la propria preferenza è sufficiente inviare all’organizzatore Leonida uno speedy che indichi la sezione e il titolo dell’opera che si intende votare. Le votazioni si apriranno il 1 Dicembre 2005 e si chiuderanno alla mezzanotte del 23 Dicembre 2005; gli esiti saranno periodicamente aggiornati pubblicamente sul blog di Leonida fino alla chiusura delle urne.
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PREMI
Tutte e tre le opere vincitrici di ogni categoria saranno segnalate tramite un link sulla HOME PAGE DI SPRITZ.IT, a partire dalla vigilia di Natale fino al giorno dell’Epifania.
Particolare risalto sarà dato all’elaborato vincitore della terza categoria.
Allora cosa aspettate? Cominciate a produrre! 
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PERMALINK
martedì 1 novembre 2005 - ore 03:33
Exam
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Okay... stasera era evidentemente una specie di "esame". Tre volte questa sera sono stato messo alla prova. Ho retto? Mmmm... credo di sì. E credo uscirò da questa festa spritz ancora più convinto di prima che, se meno della metà di una cosa dipende da te, e non arrivano "contributi" dall’esterno, non vale la pena combattere troppo per essa.
Quando qualcosa rema contro, è inutile che continui ad affannarti.
E continua la mia lenta strada verso l’atarassia.
P.S. I bravi ragazzi sono la carne da macello della vita.
P.P.S. Consoliamoci con questa (o questo) 
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PERMALINK
lunedì 31 ottobre 2005 - ore 12:02
3.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Calmo. Devo restare calmo.
Continuavo a ripetermelo, ma non sembrava funzionare. Ero ancora maledettamente agitato; come una scolaretta dietro le quinte della sua prima recita di Natale. Impugnavo con forza nervosa le redini mentre volavo via ad una velocità convulsa ed eccitata sopra i sobborghi di Cracovia. La città, sotto di me, si stavano trasformando in un gorgo nevrotico di luci flebili e indecise. A tendere le orecchie, potevo ancora sentire, in lontananza, le sirene isteriche che rimbombavano sulle mura alte della notte, attorno al luogo del delitto.
La missione era stata, in qualche modo, conclusa, ma le cose erano andate troppo storte perché potessi anche per un solo secondo pensare che, dopotutto, non tutto era andato così male. Avevo ammazzato Drocek e la bambina era qui con me, non morta ma in mano mia. Dettagli. La verità era che mi stavo scarrozzando dentro una stupida slitta una semi-entità che poteva essere come un pacco bomba diretto alla madre di tutti i piani alti, e la cosa non mi faceva affatto sentire tranquillo. Il tutto proprio nella stramaledetta notte di Natale. Mi ero cacciato in un gran casino; questa era la verità.
Dal vano retrostante della slitta, dove avevo messo la bimba, non proveniva alcun rumore. Per un attimo pensai di fermarmi a controllare, o quanto meno di voltarmi, ma mi resi subito conto che era una pessima idea. Il fatto era che non sapevo come farla finita con lei. Eppure sapevo cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto avvicinarmi e, appena a tiro, sparare senza guardare. Sì, avrei dovuto fare così. Sapevo che, se avessi guardato in faccia quella bambina, non sarei riuscito ad ucciderla. Triste dirlo ma era così.
- Dannazione! – pensai - Non è possibile! Secoli… millenni che faccio questo lavoro e, improvvisamente, mi tremano i polsi davanti ad una marmocchietta petulante? Ma cosa sono diventato? Uno di quei ladruncoli da strapazzo che progettano la grande rapina in banca e poi non sono nemmeno in grado di dare un ceffone alle guardie?
Ero stato assalito dal virus della pietà? Sarebbe stato tremendamente pericoloso; per me e per il mio lavoro
La verità era che quella maledetta bambina mi aveva disorientato. Sì, era andata proprio così. Di solito quelle specie di pesti ambulanti andavano matti per me. Quelle poche volte che mi vedevano sembravano andare in delirio di amfetamina e correvano a svegliare i genitori per raccontargli che c’era Babbo Natale in salotto. Questa qui no. D’accordo, le avevo appena ammazzato il padre, ma avrebbe dovuto almeno dimostrarsi un po’ più timorosa, impaurita. Invece, appena arrivata, aveva capito tutto subito, e mi si era scagliata addosso con una forza virulenta, incontrollata. No; non era affatto normale. Cioè… una bambina di - quanti? - cinque sei anni, sente degli spari, accorre, vede suo padre morto e vicino a lui niente meno che Babbo Natale e non esita nemmeno un momento? E capisce subito cosa è successo? Non quadrava. Non quadrava per niente, accidenti!
E tutto questo senza considerare l’aspetto del decesso di Drocek. Perché non si era potuta vedere la smaterializzazione dell’"entità Drocek" dal suo guscio umano? Come mai dal suo corpo era fuggita un’anima, come se Drocek fosse un mortale qualunque? Un tremendo pensiero mi attraversò la testa: e se avessi sbagliato persona? Perdio… Chissà quanti altri familiari dallo stesso nome potevano esserci nella stessa palazzina! Di solito le entità che si accoppiano illegalmente con degli umani tendono a non avere una “famiglia”, ma Drocek era certamente un caso particolare, questo era fuori dubbio. Cristo: magari avevo ucciso il cugino e ora mi stavo scarrozzando la nipotina per una amena gita in slitta sui tetti del mondo come regalo di Natale! Oppure quello era davvero Drocek ma, per qualche strana ragione, morendo non era stato spedito direttamente al creatore ma vagava, vivo e vegeto, come entità alla caccia della sua figlioletta; incazzato e pericoloso come una serpente velenoso a cui avessi pestato la coda.
No, dovevo assolutamente fermare quella giostra prima che cominciasse a vorticare troppo velocemente e ci potessi andare di mezzo. Sapevo cosa andava fatto, ma qualcosa mi tratteneva dal farlo. Paura. Indecisione. Sorpresa. Metteteci quello che volete, ma non ci riuscivo.
Eppure sapevo che non potevo assolutamente permettermi di titubare ancora. Se cominciavo a tentennare, se permettevo a me stesso di provare sentimenti di fronte al mio lavoro, tutto sarebbe diventato tremendamente più complicato; assolvere le mie missioni sarebbe diventato un continuo patema d’animo e, in men che non si dica, non sarei più stato in grado di svolgere il mio lavoro. Allora il grande capo avrebbe dimenticato di essere buono con me e magari mi avrebbe spedito all’inferno, ad eseguire torture medievali per tutti quei sudici peccatori mortali e i loro maledetti culi.
No. Non potevo permetterlo. Dovevo fregarmene, voltarmi e piantarle una pallottola in fronte.
- Chissenefrega di chi è, di chi è figlia… - pensavo - L’ammazzo e basta, così posso portare questi stupidi regali in giro e tornarmene a casa a ubriacarmi di punch caldo.
Era deciso. Mentre sfrecciavo ad alta velocità nell’aria fredda dell’inverno nordeuropeo tirai fuori la mia pistola dalla manica. La guardai. Immaginai, come ero solito fare, quello che sarebbe successo di lì a poco.
- Mi fermo. Scendo. Vado sul retro e tolgo la sicura. Apro il portello... No! Prima punto la pistola. Poi, con la mano libera, apro il portello. Appena aperto, sparo. No, no, no! Sparo al portello chiuso! Chissenefrega se lo rovino! Sì sì… sparo alla cieca sei colpi… in qualche modo la accoperò.
Era deciso.
Guardai in basso; ero già uscito dalla zona di Cracovia da un pezzo. Vidi un grande campo di erba alta sopra una collina sotto di me. era un buon posto per atterrare, e scesi velocemente. Non sembravano esserci abitazioni nelle vicinanze. Dovevo agire in fretta. Feci atterrare la slitta, calmai le renne e scesi. Subito caricai l’arma. Nonostante il freddo pungente, sudavo. Mi strinsi istintivamente i guanti attorno alle mani, quasi a voler sicuro di non scivolare sul grilletto al momento decisivo. Ero arrivato di fronte al vano. Nessun rumore. Sopra di me una luna tersissima e gelida allungava la mia ombra sul retro della slitta.
Fissai lo sportello. Alzai la pistola. Esitai. Allora la riabbassai. Respirai nervosamente due o tre volte, tenendo chiusi gli occhi.
Poi alzai il mento. Presi la mira. Chiusi gli occhi e sparai.
Un suono sordo uscì dalla pistola e il tuono del colpo sembrò uscire come un cane selvatico dalla canna della mia pistola, per poi mettersi a correre ululando in circolo sull’erba alta della collina. Un foro di proiettile era visibile sul legno di ciliegio della parte destra del vano.
Nessun rumore. Solo il frusciare ostinato dell’erba mossa dal vento.
Che fare ora? A questo non avevo pensato. Stranamente, l’idea di svuotare il caricatore sul bersaglio così da assicurarmi che almeno un colpo fosse andato a segno non mi sfiorò nemmeno. Quasi che, dopo quel colpo, la pistola fosse diventata troppo pesante o scivolosa per essere maneggiata.
Ancora una volta esitai. Sapevo che dovevo controllare. Controllare se era morta. Avvicinai la mano alla maniglia in ottone e velocemente la spinsi vero l’alto.
Il vano si aprì.
La bimba era rannicchiata sulla parte sinistra del vano, e mi guardava con sguardo tremante, succhiandosi il pollice, la bocca semiaperta. I suoi occhi grandi e spaventati sembravano altri rispetto a quelli della creatura che mi aveva aggredito con tanto odio poco prima. Questo era un essere spaventato, indeciso, dimesso. Sapeva di trovarsi in una posizione di svantaggio e restava lì, ad utilizzare l’ultima arma che le restava: la speranza. Le dita piccole ma ancora paffute stringevano con forza l’orsacchiotto di pezza blu sul petto.
La guardai per qualche secondo e già sapevo che era troppo. Dovevo uscire da quell’incubo. Alzai la pistola e presi la mira. Feci presa sul grilletto.
- La prego signore, non mi faccia male. La prego. – disse, in un filo di voce.
Mi bloccai. Sentii una stretta al petto. Attraverso il mirino della pistola guardavo quel fagottino di umile vita tremante e, come la prima volta che l’avevo visto, sulla soglia di un omicidio, mi fu subito chiaro cosa stava accadendo in quel momento.
Era tremndamente chiaro. Con quella bimba non sarei riuscito a cavarmela da solo. Avevo bisogno d’aiuto.
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PERMALINK
domenica 30 ottobre 2005 - ore 23:01
1.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Io odio il Natale. Quello e tutto il suo andirivieni frenetico - giullaresco del cazzo. Ma soprattutto odio questa epoca, questa maledetta modernità o postmodernità che sia. Perché? Come sarebbe a dire “perché”? Siete scemi? Basta che guardiate come mi mandano in giro… se me ne andassi per le strade di Manhattan con le braghe calate sui boxer hawaiani e un grande sombrero in testa farei molto meno ridere. Ma dico: si può? Una volta non era così! Non era così per niente. Ai bei tempi si poteva fare il proprio lavoro in santa pace, magari relegati in un bel palazzo imperiale a soffocarsi di cibo e vino come dei maiali. Ma anche dopo, quando me ne potevo stare tranquillo sulle mie in qualche villaggio bigotto della crucconia e, nei weekend, andare a caccia di qualche cervo della foresta nera per poi, ubriaco fradicio, appartarsi con qualche freulaind bionda e in carne. Tutto alla luce del sole; tutto senza che nessuno osasse chiederti niente. Bastava fare qualche trucchetto che subito tutti si pisciavano sotto. Nessuno che ti sfrantasse le palle con stupidi moralismi del cavolo.
E invece adesso? Adesso niente. Ghiaccio e freddo ovunque… Maledetta caccia alle streghe! E’ cominciato tutto lì. All’improvviso non potevi più semplicemente farti gli affari tuoi, e quando cercavi di impressionare qualcuno con qualche scemenza ecco che quello prima scappava e poi tornava con altri mille per metterti a brace lenta insieme al maiale della domenica. Polo Nord… Tse! Proprio un bel buco in cui andare a finire. Qui nel tempo libero non si può far altro che strafarsi di videogiochi e cocaina. E poi ti ritrovi nello schifoso tunnel di una salute cagionevole in un corpo immortale. Sarà mica vita questa? E pensare che poi c’è qualche imbecille che mi invidia. Beh, che si accomodi. Preferisco mille volte campare ottanta schifosi anni umani di tranquilla ignoranza piuttosto che passare l’eternità a mettere a posto dei conti che è impossibile far quadrare.
Odio il Natale. Lo odio anche se la mia impresa fa profitti da record quel giorno. Anzi, praticamente il nostro mercato si concentra solo tra la vigilia e il giorno stesso di Natale ma, Cristo, quello che fatturiamo in quelle ventiquattro ore potrebbe far impallidire qualsiasi multinazionale criminale o qualsiasi magnate del petrolio; e questo anche grazie ad una manodopera a costo zero. Perché i giocattoli mica li produco gratis. Me li paga tutti Dio; in contanti. Deve essere più o meno il suo modo per dire a sé stesso che, alla fine, il regalo agli umani lo fa lui. Faccia pure: a lui la gloria eterna, a me i soldi.
Già. Si potrebbe proprio pensare che il Natale sia il mio grande momento. In una notte mi vedo tutto il mondo, faccio felici un sacco di persone ottenendone l’affetto e alla fine torno a casa con un gran bel gruzzolo da liquidare per i restanti trecentocinquantacinque giorni dell’anno. Un gran bel lavoro, non c’è che dire. Peccato che, in realtà, non sia affatto il mio lavoro. Peccato che sia una specie di espiazione. Insieme il giorno del premio e del castigo; della busta paga ma anche della retrocessione di grado.
Vedete, io sono in realtà un cacciatore di entità. Cosa sono le entità? Quelli che voi chiamate angeli, o diavoli, o fantasmi, o elfi… tutto quel carnaio di esseri che si frappongono tra il grande capo, Dio, e la massa, gli umani. Beh, sono un’entità anch’io. Ma un’entità particolare. I piani alti mi hanno scelto per fare quello che si occupa del lavoro sporco, quello che tiene in riga e ripulisce tutta quella marmaglia chiassosa e burina che è saltata fuori il giorno della creazione. Che gran casino fu quello! Fu subito chiaro al boss che quella gentaglia non si sarebbe comportata bene fino al gran giorno dell’Apocalisse. Sapeva che gli avrebbero creato problemi. E, infatti, i problemi ci furono, e montarono fino a che venne la rivoluzione. Sapete… quella di Lucifero e gli angeli caduti bla bla bla. Beh… c’ero anch’io tra quelli. Ma sono stato fortunato. Non come quel cretino di Lucifero che si è fatto infinocchiare ed è finito nel ghiaccio eterno a sgranocchiare teste (anche se, detta così, non mi pare che ci sia poi questa gran differenza tra noi due). Il grande capo mi aveva notato, e mi assunse per rimettere in riga tutte quelle entità che sgarravano perché stufe e insofferenti della loro insulsa vita immortale.
E così mi ritrovo a fare lo sceriffo sfigato in una città di pazzi scatenati. Mio compito è fermare tutti quelle entità che, stufe dell’eternità, si travestono da umani e, nella speranza di non essere visti, lasciano il posto di lavoro per godersi il bello e il peggio di una vera vita: quella umana. Devo dire che il lavoro è duro ma non è poi così male. Mi occupo un po’ di tutto: dai serafini paraculati che si danno alla droga a quei poveri cani dei diavoli tentatori, costretti a fare il lavoro sporco e a raccattarsi tutto l’odio del mondo.
Me la cavo bene. Di solito non è difficile. Quei deficienti di disertori finiscono sempre per farsi beccare negli stessi posti: a Copocabana a sorseggiare un “sex on the beach” o dentro ad un festino a luci rosse di classe per capire di che maledetto sesso sono. Cosa faccio quando li becco? Semplice: li ammazzo. Uccido la loro parte umana così da spedirli direttamente al creatore… poi li fanno con lui, i conti.
“E in tutto questo che c’entra il Natale?” direte voi. C’entra, c’entra. C’entra perché, per ripagare quello sgarro fatto ai tempi della rivoluzione celeste, il grande capo mi ha costretto ad essere il galoppino dell’umanità. Devo sottostare alle loro volontà generiche: vivere tra di loro, sulla terra, seguire il corso della loro storia, vestirmi e comportarmi come loro mi immaginano. In più, una notte all’anno, devo farli tutti felici. O dar loro l’impressione di esserlo. Ovviamente, non posso farmi vedere da loro, e per assolvere i miei compiti dispongo di un vasto arsenale di trucchi: sacchi dallo spazio infinito, movimenti spazio temporali, capacità di leggere nella mente umana… capite la tragedia? Poteri incredibili costretti dentro ad un costume da cretino; dentro un corpo da ciccione alla guida di una slitta con sei stupide renne! Che umiliazione per una delle entità più potenti del creato! Fortuna che è solo per una notte, altrimenti mi farei un bel buco in testa e andrei direttamente a dirgliene quattro a quel gradasso lassù.
Perciò odio il Natale. E dunque capirete bene perché, durante quella vigilia in questione, non fossi affatto di buon umore. Me ne stavo davanti al falò, steso su una poltrona con un bicchiere di porto, un sigaro e un mal di testa micidiale. Avevo provato a soffocarlo con una bella pista - un consiglio: non provateci, non funziona -, ma invano. L’affare Stenson di due giorni prima mi aveva distrutto. Quel bastardo di un santo medievale non era andato al mare o in un peep show. Mi aveva fatto sudare sette camice prima di beccarlo a guidare una macchina rubata sulla costa statunitense del Pacifico, mentre si fumava uno spinello e guardava il mare al tramonto fuori dal finestrino. Quando sono arrivato l’ho buttato in mare tamponandolo con la mia slitta, senza tanti complimenti. E’ stato meno divertente di quando uso una bella magnum o una katana vecchio stile, ma è stato comunque un lavoro ben fatto. Pensavo di potermi riposare dopo quella spossante caccia all’uomo ma, a poche ore dalla partenza della grande pagliacciata, ero ancora uno straccio.
Mi stringevo la parte alta del naso con i polpastrelli, chiudendo forte gli occhi per cercare di isolare quel maledetto mal di testa, quando il mio responsabile vendite entrò.
- Mi scusi signore… - disse l’ignobile nanetto tremante alla soglia del mio salone.
- Che c’è? - Chiesi io spazientito.
- Volevo informarla che la merce è pronta.
- Caricate tutto e sfamate quelle stupide renne. Si piglieranno un bel po’ di frustate stasera.
- Bene signore. -
Detto ciò, rimase sulla porta in silenzio, titubante.
- Che diavolo c’è ancora? – dissi io in tono minaccioso.
Se la faceva proprio sotto. La mia manovalanza era composta di peccatori che erano stati spediti ad espiare da me le loro colpe e che, sempre per la stupida legge dell’osservanza delle follie umane, avevano preso la forma di piccoli elfi. Erano la pezza da piedi dell’aldilà, e sapevano che potevo spazzarli tutti via in un nanosecondo. Avevano tutti una paura fottuta di me, e la cosa mi divertiva sempre molto.
- E’ arrivato un fax. – disse.
- Un fax? Ma, diavolo, non potete pensarci voi a queste scemenze ogni tanto? Non pensi che sia un momento un po’ delicato per sottopormi i tuoi stupidi fax?
- Veramente, signore, arriva dalle alte sfere. Priorità assoluta.
Sbuffai, andai verso di lui e gli strappai il foglio di mano. Lo guardai storto per un momento e lui, terrorizzato, scappò subito.
PICCOLO LAVORO EXTRA PER STASERA
CODICE BETA - GRADO 3 - A CRACOVIA
LASZLO DROCEK E FIGLIA
c.a. 456-45-32
BUON LAVORO E GRAZIE
LO SPIRITO SANTO.
Appallottolai il foglio con rabbia e lo scagliai via. Poggiandomi con la mano al bracciale della mia poltrona sussurrai, a capo chino: “Magnifico. C’è qualcos’altro che deve andare storto stasera?”.
I segnali perché quel maledetto Natale si rivelasse spaventosamente tragico c’erano già tutti.
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PERMALINK
domenica 30 ottobre 2005 - ore 12:24
2.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Appena uscito dalla porta di casa il freddo senzadio del Polo mi assalì con una ferocia tale che pensai che quelle gelide zaffate diaboliche in grado di toglierti la pelle a pezzettini fossero crudelmente indirizzate proprio a me. Nel ghiaccio turbinante la mia testa sembrava non produrre più nessun rumore, eppure sentivo ancora pulsare le pareti del cranio come se quel poco di cuore che mi era rimasto fosse andato a infilarsi proprio lì, tra le mie stupide tempie.
Il mio viso doveva essere pallido e scavato. Rabbrividendo, strinsi il bavero attorno al collo, ma mi ci impigliai dentro la barba inzuppata di tabacco. Imprecai. Mi diressi quindi verso la slitta infilandomi le cuffie del lettore mp3 che tenevo in tasca e alzai il cappuccio.
Naturalmente, prima di partire avevo bloccato il tempo, come facevo sempre per Natale. Un incantesimo extra che mi era possibile utilizzare solo nella notte della vigilia. E non che tutto il mondo si fermasse immobile mentre io allegramente piazzavo i regali in tutto il mondo come in uno stupido cartone animato di Wilcoyote. No, tutto quello che mi circondava si muoveva a velocità normale; semplicemente il tempo terrestre in generale non scorreva più. D’altronde, se non fosse stato così, come avrei potuto interagire con le cose – per esempio aprire una porta – se queste si fossero bloccate in un determinato momento dello spaziotempo? Non sarebbe stato possibile, e io mi sarei trovato a rimbalzare contro tutti quelli oggetti congelati nel tempo come una pallina da flipper in uno scantinato di New Orleans.
Diedi una bella frustata alle renne e finalmente partii, con il vento e i Ritchie Blackmore’s Rainbow che mi urlavano in testa. Avevo deciso di occuparmi subito di quel lavoretto extra per poi occuparmi delle consegne. Un codice beta: praticamente l’incarico più duro che mi potesse capitare, e proprio a poche ore dalla notte più incasinata dell’anno. Che scarogna! In teoria, il massimo impegno che mi poteva abitualmente toccare era il codice alfa - congiura a fini sovversivi di due o più entità -, ma entrare in qualche stupida bettola e fare strage di incarnazioni umane con un M16 era spaventosamente più facile che farla finita con uno stupido marmocchio indifeso. Dico sul serio. Quando si tratta dei loro figli, sebbene ottenuti da una relazione proibita con un mortale, le entità tendono a fare gesti inconsulti, disperati. Ecco perché è sempre bene farli fuori prima, anche se non sono loro a rappresentare la minaccia maggiore.
Un figlio incrocio di un entità e di un essere umano è decisamente un fattore pericoloso; una vera e propria mina vagante per l’ordine prestabilito dall’alto. Già è un gran casino governare insieme quella marmaglia di umani e la massa frustrata delle identità, figuratevi se ci si va ad infilare anche una nuova casta di semi-entità… improvvisamente nessuno riuscirebbe a stare al proprio posto e tutti spingerebbero per acquisire nuovi diritti nella scala sociale celeste; ogni maledetto ninfomane terrestre avrebbe sgomitato per accoppiarsi con un’entità, e queste ultime, d’altronde, non starebbero certo a guardare. Sarebbe stato il caos totale. No; il codice beta era una vera rogna. Speravo solo che le cose si risolvessero in fretta e senza troppi patemi d’animo, così che avrei potuto fare quelle maledette consegne e tornarmene a casa veloce come un gatto che attraversa un’autostrada. Avevo solo voglia di spingere tutto quel lerciume sotto il tappeto e farla finita il più presto possibile.
Quando atterrai su quel tetto sudicio della periferia di Cracovia – coordinate astrali 456-45-32 - pensai, forse stupidamente, che quella era una città perfetta per un bell’omicidio. Se solo fossi stato più in vena avrei potuto fare le cose in maniera più divertente e teatrale, magari vestendomi con un impermeabile molto scuro e un cappello a tesa larga, facendomi strada tra le mie vittime con le pallottole di una semi automatica. Sarebbe stato spassosissimo osservare la corrotta polizia locale girare a vuoto alla ricerca dell’omicida. Però, come ho già detto, non ero dell’umore. Pensai solo al modo di farla finita nel modo più pulito e veloce.
Tirai fuori dal sacco una Smith&Wesson col silenziatore e scesi per le scale antincendio.
Era un palazzotto grigio e sudicio; le pareti erano incrostate e la scala antincendio cigolante e instabile. Arrivato all’altezza del terzo piano, aprii la finestra che dava sul corridoio comune e ci infilai tutta la mia immeritata ciccia dentro. Le pareti erano di un giallo sudicio e, mentre avanzavo sotto qualche lampadina traballante appesa al soffitto da un filo usurato, un piccolo sorcio mi attraversò la strada e si andò ad infilare in una fessura nell’angolo opposto del locale.
Cercai, tra le porte del terzo piano, il campanello con la scritta “Drocek”. Lo trovai quasi subito. Scassinai in fretta la porta di legno marcio ed entrai. Nel buio del salottino d’entrata si avvertiva indistintamente un odore sfuggente; inafferrabile eppure penetrante. Era un odore acre che sembrava essersi impregnato nei divani polverosi e nel mobilio corroso dai tarli. Poi lo riconobbi: era l’odore della povertà.
Non mi ci volle molto a sbrigare il primo compito che mi ero prefissato di svolgere una volta entrato: capire quante persone mi si sarebbero parate davanti in quell’appartamento. Mi fu subito abbastanza chiaro che non avrei avuto il piacere di incontrare la signora Drocek: piatti sporchi vagavano dimenticati nel lavabo della cucina attigua, e un dito di polvere coriacea faceva bella mostra di sé tra i termosifoni incrostati e i ripiani della piccola libreria. Meglio così: meno lavoro da sbrigare.
Attraversai con passo sicuro ma cauto il salottino, tenendo in mano la mia 22 millimetri ben calibrata. Mi avvicinai a quella che sembrava essere la porta che, dal salottino, dava alle camere da letto. Impugnai la maniglia con la mano libera e mi fermai di botto. Proprio mentre stavo per fare irruzione nelle camere da letto, un pensiero mi assalì e mi fece drizzare i peli della schiena. C’era qualcosa che non tornava in tutto questo.
Essendo quello un caso di urgenza non avevo letto il profilo di Drocek prima di mettermi in azione, ma improvvisamente mi fu chiaro che non doveva trattarsi del solito serafino cretino che metteva nei guai una battona in una periferia di Berlino. Quest’uomo aveva messo incinta un’umana, aveva avuto da lei una figlia e l’aveva accudita per molti anni senza che nessuno delle alte sfere si accorgesse di niente.
Era stato scaltro: aveva scelto una zona non in vista ma neanche particolarmente disastrata per mettere al mondo la sua progenie. Poi, in qualche modo, si era liberato della sua consorte, in quanto avrebbe potuto essergli di intralcio nel proseguo della sua vita familiare, magari scoprendo cose che non doveva sapere. No, quest’entità non aveva avuto una figlia per caso. L’aveva creata e poi nascosta per cercare di non pagare lo scotto del suo errore. Lui quella bambina la voleva; e avrebbe fatto qualunque cosa per difenderla.
Grato di aver avuto quell’intuizione prima di commettere leggerezze che mi avrebbero potuto far correre seri rischi, finalmente aprii con cautela la porta ed entrai. Il nuovo locale era immerso nella semi oscurità, ed è era costituito da un breve corridoio che correva perpendicolare rispetto alla porta di entrata. La poca luce proveniente dall’esterno penetrava da una piccola finestra malconcia situata all’estremità destra del corridoio. Davanti a me si presentarono tre porte: una dritta di fronte a me e le altre due ai lati.
Cercai di capire dove poteva essere la mia prima vittima. Accostai l’orecchio alla porta centrale ma non sentii alcun rumore. Allora mi avviai verso la luce indecisa della finestrella e la porta di destra. Sentii il ronfare profondo di un uomo. Mi fermai per rifiatare un secondo; impugnai la pistola a due mani e sospirai. Decisi sul fattore sorpresa. Poi agii.
Con un calcio sfondai la porta e in due secondi individuai il letto. Drocek si alzò sulla schiena di scatto, emettendo uno strano gorgoglio di sorpresa e insieme di spavento. Aspettando quella mossa, presi velocemente la mira e, prima che quel bastardo potesse iniziare a gridare, avevo già fatto partire tre colpi.
Mi piaceva come il tempo sembrava dilatarsi quando sparavo per uccidere. In una frazione di secondo percepii distintamente i colpi soffocati delle pallottole che uscivano dalla canna e il tonfo sordo con cui si incastrarono nel costato della mia vittima, spolpandogli la cassa toracica.
Drocek andò ko facilmente. Probabilmente, non riuscì nemmeno a rendersi conto della situazione, tanto presto scivolò contro la testiera del letto non appena colpito. Dovevo avergli preso in pieno il cuore. Probabilmente gli era scoppiato dentro come un palloncino colpito da un ago.
Rimasi qualche secondo in attesa di qualche reazione e poi mi avvicinai al letto per controllare l’operato. Qualche secondo dopo aver ucciso un’entità si può notare come un leggero scintillio salire dal suo corpo. Non è facile vederlo… è un po’ come la polvere vista in controluce. Ad ogni modo, lo si vede sempre se lo si cerca, e io non abbandono mai un lavoro finché non vedevo quella poverina argentea salire silenziosa dal corpo dalla mia vittima..
Mi avvicinai dunque al letto, ma non vidi nulla. Allora mi misi in ginocchio e cercai di osservare contro luce il cadavere.
Ancora niente.
Come mai non succedeva nulla? Un vago senso di allarme cominciò a pervadermi. Mi riavvicinai per dare un’altra occhiata da vicino e, in quel momento, improvvisamente l’anima di quel bastardo saltò fuori e quasi mi passò attraverso, spaventandomi a morte. Come un lenzuolo bianco che si fosse alzato all’improvviso dal corpo, l’anima di Crocek si era sollevata ad una grande velocità verso l’alto, schizzando attraverso la mia testa china sul cadavere.
Ero sconvolto. Non mi era mai capitata una cosa simile; non doveva accadere. Le entità, una volta morti, dovrebbero rilasciare solo il loro corpo terreno, e non la loro anima! Quello accadeva solo… accidenti; solo ai mortali.
Improvvisamente, man mano che il sospetto del disastro che si profilava si faceva via via più chiaro, una morsa prese ad attanagliarmi lo stomaco e la testa. Sudavo freddo. Non riuscivo davvero a capire perché le cose non stavano andando come dovevano. Per la prima volta mi sentivo smarrito e potenzialmente in pericolo. Stavo perdendo il controllo della situazione, e questo mi spaventava a morte. Proprio mentre cercavo dal mio stato di frastornimento una voce salì con irruenza dalle mie spalle.
- COSA HAI FATTO AL MIO PAPA’?!
Trasalii. Già ero sconvolto… quel grido improvviso quasi mi fece quasi venire un colpo. Mi girai di scatto e vidi sulla porta la figura piccola e nascosta di una bambina. I suoi occhi brillavano nel buio. Brillavano di odio. Lo giuro: mi spaventai a morte. Quella bambina vestita in pigiama aveva urlato con una disperazione e un odio che non avevo mai sentito prima. Così, quando si mise a correre verso di me, fui preso dal panico. Rimasi immobile, terrificato, mentre lei arrivò correndo all’altezza delle mie ginocchia e cominciò a picchiarmi con tutta la sua forza coi suoi piccoli pugni, strillando come una matta e colpendomi col suo orsacchiotto di pezza blu.
- CATTIVO! COSA HAI FATTO A MIO PAPA?! COSA HAI FATTO?!
Rimasi un qualche tempo fermo a subire gli improperi della bambina, ad incassare i suoi colpi senza vederla, fissando un punto non definito proprio danti ai miei occhi sbarrati. Cristoddio… giuro che non capivo più nulla. Stavo cercando di comprendere cosa cazzo stesse accadendo, ma era come se tutti gli stupidi schemi della mia mente fossero saltati… come se mi fossi ritrovato a vagare improvvisamente nella mente e nel corpo di un altro. Incapace di agire.
Ritornai parzialmente in me solo quando udii dei passi agitati muoversi al piano superiore. Allora capii che non c’era più tempo. La bambina continuava a strillare e a colpirmi con tutta la forza di cui era capace. Non avevo scelta: dovevo agire.
E fu allora che feci una cosa di cui ancora adesso non mi capacito; una cosa a cui, nonostante tutto, non sono mai riuscito a trovare una spiegazione. Abbassai lo sguardo verso la bimba e, invece che piantarle una pallottola in fronte e finire il mio lavoro, la cinsi con un braccio e la sollevai da terra. Poi, tenendola sotto il braccio destro come fosse un pacco ingombrante, uscii velocemente dalla piccola finestra del corridoio, fuggendo nel buio elettrico della notte di Cracovia.
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sabato 29 ottobre 2005 - ore 19:25
Aiuto mamma! Un pollo!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Influenza aviaria; un tema che occupa le prime pagine dei nostri giornali da qualche tempo. Il nuovo virus isolato in alcune specie aviarie del sud-est asiatico rischia, se pervenuto in Europa, di provocare fino a 150.000 morti. Le autorità si dicono molto preoccupate e grandi scorte di vaccini si stanno stipando nei magazzini statali; molte nazioni si attrezzano in vista di una possibile pandemia. Alcuni governi hanno chiesto ufficialmente ad alcune fabbriche farmaceutiche di aumentare la produzione di vaccini per poter coprire, eventualmente, tutta la popolazione a rischio.

Ma cos’è, esattamente, questa "influenza aviaria"? Vediamo alcuni punti.
1 - NON è trasmissibile da uomo a uomo
2 - NON si contrae mangiando carne di pollo
3 - La carne cotta, comunque, NON potrebbe ospitare questo tipo di virus.
4 - Il contagio è possibile SOLO dopo lunga convivenza con capi aviari in condizioni igieniche molto degradate.
5 - L’Italia ESPORTA, e non importa, polli.
6 - Con normali cure mediche NON è mortale.
7 - Il 90% delle influenze abituali sono di origine aviaria. Negli ultimi dieci anni ce ne è stata una all’anno, e nessuna di queste ha dato alcun problema.
8 - Una pandemia NON è necessariamente mortale. E’ solo un tipo di malattia diffusa a livello globale.
9- I morti accertati di influenza aviaria nel mondo sono al momento poco più di una trentina. Le patatine fritte, ogni giorno, fanno più morti.
Eppure.
1 - Il settore avicolo italiano, uno dei più importanti della nostra economia agricola, ha subito un crollo del 60% in due mesi.
2 - Milioni di euro si stanno spendendo per cure mediche principalmente inutili.
3 - Migliaia di persone si stanno vaccinando senza motivo, nonostante gli unici soggetti - molto lontanamente - a rischio infezione siano gli allevatori di pollame senza adeguate protezioni mediche e igieniche.
4 - I mezzi di informazione continuano a saturare l’etere con messaggi allarmistici.
Che dire di tutto questo sconfortante scenario? Forse solo una cosa: dei polli c’è sul serio da aver paura, ma non di quelli con le ali.

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giovedì 27 ottobre 2005 - ore 16:36
Ma porc...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ma che cazzo... non è mica giusto. Appena uscito sano e salvo dalla tempesta ormonale estiva. Appena messo in pace con me stesso e dato fondo ad ogni filosofia zen. Appena finito di battagliare per un intera mattina con la diabolica organizzazione burocratica di commisioni legali e università di Padova. Appena dormito cinque ore nette.
E’ appena finito tutto questo che, confuso e sconvolto, scendo dal treno ed incontro una vecchia amica, una delle ragazze più straf... che io abbia mai conosciuto. Due anni che non la vedevo e mi era anche quasi uscita dalla testa. E adesso è qui, che mi parla per due minuti arrivati in stazione e guarda la mia faccia sconvolta e le mie parole imbranate. Non capisco più un cazzo...
Ma non è mica giusto! Non si possono fare questi incontri quando sto facendo un concerto e magari SEMBRO un figodiddio e non quando ho la barba e i capelli in condizioni tali che sembro un adepto imbranato del cugino It?

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mercoledì 26 ottobre 2005 - ore 22:29
Ho visto l’Inter
(categoria: " Vita Quotidiana ")
L’essenza di questa squadra in un partita di 90 minuti.
Va sotto di tre gol (immeritatamente) e tra questi uno causato da un rigore inesistente. Mette cuore, fegato, polmoni e scroto sul campo per 80 min, attaccando come una forsennata. Recupera due gol. Illude i tifosi. Le viene negato un rigore. Dà vita ad uno spettacolo unico. Ma alla fine perde.
Questa è l’inter. Condensata in novanta minuti.
Non parlo mai di calcio perchè mi annoia l’aspetto tecnico e mi infastidisce l’enorme rito che se ne fa, ma in queste partite si coglie il senso nascosto di certe squadre.
Juventini, milanisti... certo, il loro cammino è pieno di gloria e grandi soddisfazioni. Ma nessuno di loro vivrà mai il calcio nemmeno un decimo di quanto lo vive un interista.
Chi non è interista non sente il profumo sottile degli ultimi dieci minuti; anche quando sei avanti o sotto di tre gol. Non conosce la mistica cabala dei rimpalli e dei legni. Non gusta il sottile e ambiguo fascino dell’errore arbitrale.
Insomma: non contempla appieno la variante, che fa, a tratti, davvero magico questo sport.
Se si vuole davvero vivere a fondo il calcio, bisogna essere interisti. Purtroppo, ne consegue che si è anche masochisti.

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mercoledì 26 ottobre 2005 - ore 18:08
Non ne posso più!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Tutto il pomeriggio a sistemare alla perfezione la sezione ritmica di "Astronomy" e "Highway Star" per il demo. Sto impazzendo! Le avrò sentite diecimila volte. Se qualcuno dice ancora qualcosa di simile a "basso e batteria" gli stacco gli occhi e glieli infilo nei pantaloni, così vedrà come lo prendo a calci in culo!
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domenica 23 ottobre 2005 - ore 22:32
Che bello che è...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
... quando, proprio mentre il mondo sembra ignorarti e lasciarti alla deriva, trovi dentro di te la forza per una cosa nuova e fresca; una cosa profondamente tua. Quando tutti sembrano volersela prendere con te o umiliarti... proprio quando cominci a scoraggiarti e pensi che nessuno verrà a darti una mano nemmeno per sbaglio... ecco che piazzi da solo il colpo di coda, e trovi dentro l’energia per rialzarti. Ancora una volta, da solo. A fanculo il mondo. Ecco un’idea innovativa, forte, esuberante, a tratti geniale. Un’idea che non ti aspettavi e che salta fuori all’ultimo momento da un angolo buio della tua mente.
Sedersi al computer e farsi assalire all’improvviso da un’onda nuova e domarla senza fretta, per gustarti al meglio la sensazione. E per non lasciarla scappare. Un’onda che aspettavi al varco da anni. Quell’onda perfetta da cavalcare che ti fa correre senza ragionare verso la spiaggia. Tuffarcisi dentro e lasciarsi prendere da essa. Farti esaltare dall’orgoglio e dalla potenza della creazione - delirio d’onnipotenza
-. Farti travolgere dal nuovo della creatività che monta come una marea. Sentire che puoi essere più forte di tutto, perchè senti la tua forza salire e sradicare tutto quello che trova. Sentire che le regole del gioco, se vuoi, le fai tu. Poco importa se nessuno vuole giocare con te; ti piace un sacco farlo. Giocare e vincere!
Un romanzo tutto nuovo da scrivere.
Dio... non si possono spiegare certe sensazioni.
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