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Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

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lunedì 4 settembre 2006 - ore 17:23


On Air
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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lunedì 4 settembre 2006 - ore 15:07


22. L’allergia per la profondità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ancora una annotazione - l’ultima, giuro - su questa storia dell’anima, della spiritualità borghese, del rito della profondità. Quando penso a cosa può indurre i barbari a smantellare tutto ciò, non riesco aevitare di pensare che c’entri anche - non solo, ma anche - la memoria di quel che è successo nel secolo scorso. Quasi la sedimentazione di una sofferenza immane, generata da due guerre mondiali e una guerra fredda in bilico sull’olocausto nucleare. Come se si fossero passati di padre in figlio lo choc di quel lungo terrore, e si fossero giurati che quella cosa lì, in quel modo, non sarebbe più successa. Non la scambierei per una nuova vocazione alla pace, non spererei tanto: ma credo, per quanto ciò sia sgradevole a dirsi, che quel lungo respiro di sofferenza abbia generato, inconsapevolmente, un sospetto radicato per il tipo di cultura che ha generato tutto quello, o quanto meno l’ha permesso. Si devono essere chiesti, nella maniera più semplice, e in qualche recesso nascondibile della loro mente: non sarà che proprio quella idea di spiritualità, e di culto della profondità, è alla radice di quel disastro?

Domande del genere sono difficili da digerire: uno si immagina l’aria strafottente con cui l’ultimo arrivato, a digiuno di qualsiasi riflessione, bello fiero del proprio rudimentale equipaggiamento mentale, scarica sul meglio dell’intelligenza otto-novecentesca la responsabilità di un disastro. Quando noi sappiamo che proprio un simile abbassamento della soglia di riflessione permise alle masse di scambiare un apparente buon senso per rivoluzionaria intelligenza, offrendo i propri cervelli a riposo al servizio di visioni deliranti. Ma ciò nondimeno, quella domanda registraun dubbio che in modo sotterraneo dev’essere maturato nel tempo fino a diventare tacito luogo comune: essa punta il dito su quella sconcertante continuità tra il sistema di monsieur Bertin e l’orrore che, cronologicamente, ne seguì: e si chiede se sia stata solo una coincidenza.

Mi piacerebbe dedicare qualche pagina alle risposte che sono state date a un simile sospetto, ma non è questo il libro giusto. Qui, quello che conta, è capire che, qualsiasi sia la risposta, quella domanda è legittima, e tutt’altro che campata in aria. Pensate anche solo a questo: è logico pensare che quella pretesa di spiritualità, di nobiltà d’animo e di pensiero, rappresentasse per molti borghesi un traguardo tanto necessario quanto impervio; ed è logico pensare che molta di quella tensione spirituale, cercata invano da molti individui in se stessi, sia defluita nella più agevole prospettiva di una spiritualità collettiva, generale: l’idea, alta, di nazione, se non addirittura di razza. Ciò che non era immediatamente rinvenibile nella pochezza dell’individuo, risultava evidente nel destino di un popolo, nelle sue radici mitiche, e nelle sue aspirazioni. Il fatto che una simile accumulazione di senso si sia concentrata maniacalmente su un ideale circoscritto e in fondo acerbo, quello della identità nazionale, può aiutare a capire come in un tempo relativamente breve la difesa di quel perimetro mentale e sentimentale sia diventata questione di vita o di morte. Una volta intrapresa una via quasi darwiniana in cui l’elemento spiritualmente più nobile maturava il diritto al dominio, non era poi semplice fermarsi alla distanza giusta dal disastro. La stessa cultura borghese, del resto, non sembrava avere in sé gli antidoti a una simile escalation. Al macello della due guerre mondiali arrivarono, da protagoniste, culture come quella tedesca, francese, inglese, cioè esattamente quelle che avevano coniato la civiltà della profondità e della spiritualità laica: anche senza voler loro attribuire precise responsabilità, non è da deficienti notare una continuità sconcertante. Uno si può anche dimenticare di cos’era l’entourage di Cosima Wagner, ma non può non notare, almeno, come tanta intelligenza somma e applicazione sublime non abbiano reso più complicato concepire e realizzare un’idea come quella di Auschwitz.

Che ci fosse un tallone d’Achille, nel sistema di monsieur Bertin, e che coincidesse proprio nella sua mancanza di antidoti, e quindi nella sua potenziale identità di veleno non fermabile, era una cosa peraltro che non era sfuggita ai più avveduti. Un modo di capire le avanguardie è capire come, sulla soglia del disastro, quegli uomini abbiano tentato l’acrobazia somma: immettere degli antidoti nel sangue della civiltà borghese e romantica. In genere non avevano tanto in mente di smantellarla: quanto di usarne i principi fondanti per creare un contromovimento che la salvasse dall’autodistruzione. In un certo senso sono state l’ultimo tentativo tecnicamente sofisticato di salvare l’anima riportandola a una possibile innocenza. Adesso noi sappiamo che fu un tentativo tanto raffinato quanto fallito. Quel che non successe fu che la gente - sì, la gente - adottasse quelle voci come la propria voce. Le avanguardie pronunciavano le frasi di cui tutti avrebbero avuto bisogno, ma lo facevano in una lingua che non diventò la lingua del mondo. Oggi si contano sulle dita di una mano le opere che, nate in seno alle avanguardie, sono diventate icone collettive. Non c’è una sola composizione di Schoenberg che sia arrivata a tanto. E cito il più grande, in termini musicali. Questo non deve suonare come giudizio di valore: il valore di quelle parabole artistiche non è una cosa da discutere qui: volevo solo spiegare che se c’è stato qualcuno che provò a invertire quella strana continuità tra cultura borghese e disastro novecentesco, non lo fece però nei modi che avrebbero consentito alla gente di accodarsi a un simile contromovimento. Messaggi in bottiglia erano, e tali rimasero. I tanti monsieur Bertin che si sarebbero volentieri sottratti al disastro rimasero di fatto orfani di una qualsiasi bandiera.

I barbari non tengono in gran conto la storia. Ma certo la mossa istintiva con cui rifuggono dal potere salvifico dell’anima ha molto l’aspetto del bambino che evita il tubo di scappamento su cui si è bruciato. E’ qualcosa di meno di un ragionamento: è una mossa nervosa, animale. Cercano un contesto (una cultura) in cui un secolo come il novecento ritorni ad essere assurdo, come avrebbe dovuto apparire anche a quelli che lo fabbricarono. E se pensate al surfing mentale, all’uomo orizzontale, al senso disperso in superficie, all’allergia per la profondità, allora qualcosa potete intuire dell’animale che va a cercarsi un habitat che lo tenga al riparo dal disastro dei padri. Il tempo corto in cui dimorano nei pensieri non sembra un sistema per vietarsi pensieri che possano generare idolatrie? E quel modo di cercare la verità delle cose nella rete che intrattengono in superficie con altre cose, non sembra un’infantile ma precisa strategia per evitare di affossarsi in una verità assoluta e fatalmente di parte? E la paura per la profondità non è forse, anche, un riflesso condizionato dell’animale che ha imparato a sospettare di ciò che ha radici troppo profonde, tanto profonde da avvicinarsi al pericoloso statuto del mito? E il continuo svilimento della riflessione, che va a cercarsi forme volgari o commistioni impensabili, non sembra figlia dell’istinto a portarsi dietro, sempre, un antidoto alle proprie idee, prima che sia troppo tardi? Se ci pensate, sono tutte mosse che potete trovare, pari pari, nei gesti di insofferenza delle avanguardie: solo che qui sono ottenute con un movimento naturale, non con un doppio carpiato dell’intelligenza. (Sarò pazzo, ma ogni tanto penso che la barbarie sia una sorta di enorme avanguardia diventata senso comune. Il sogno di Schoenberg, che per strada il postino fischiettasse musica dodecafonica, si è avverato in un modo perverso: il postino c’è, non è nazista, fischietta, solo che la musica è quella di Vodafone. Lì resta ancora qualcosa da capire.) Comunque: hanno paura di pensare serio, di pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro. Non è una memoria da rispettare? O almeno: da capire?

Era giusto per mettervi la pulce nell’orecchio. Era una specie di training per abituarsi a pensare come possa essere logica e ragionevole, contro ogni logica e ragionevolezza, l’idea di smantellare l’anima. Di andarsela a cercare altrove. Drasticamente altrove. Se non si fa un passo del genere, i barbari restano un’entità incomprensibile. E di ciò che non si capisce, si ha paura. Ecco una cosa inutile, a proposito dei barbari: averne paura. Dato che mi son scelto il compito di provare a disegnarli, come un naturalista d’altri tempi, avevo bisogno giusto di adottare, insieme a voi, le lenti giuste per vederli. Adesso che l’ho fatto posso portarvi nell’ultima parte di questo libro. Una serie di abbozzi: disegnini dei barbari. Ho in mente di tornare indietro a rivedere certe loro apparenti aberrazioni e riconoscervi il profilo di una figura, alla luce delle cose scoperte fin qua. Il programmino è chiaro. Dieci giorni di vacanza, per me e per voi, e si parte.

(26 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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lunedì 4 settembre 2006 - ore 15:06


21. Si sono inventati l’uomo orizzontale
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Noi dunque la chiamiamo ancora anima, o la inseguiamo girando attorno al termine spiritualità, e quel che vogliamo tramandare è l’idea che l’uomo sia capace di una tensione che lo spinge al di là della superficie del mondo e di se stesso, in un terreno in cui non è ancora dispiegata la totale potenza divina, ma semplicemente repira il senso profondo e laico delle cose, con la naturalezza per cui cantano gli uccelli o scorrono i fiumi, secondo un disegno che forse proviene davvero da una bontà superiore, ma più probabilmente sgorga dalla grandezza dell’animo umano, che con pazienza, fatica, intelligenza e gusto assolve per così dire al compito nobile di una prima creazione, che rimarrà l’unica, per i laici, e sarà invece grembo dell’incontro finale con la rivelazione, per i religiosi. Qui potete respirare. Magari rileggete la frase, poi respirate ancora. Stavamo cercando di capire come tutto ciò sia figlio di monsieur Bertin. E’ il paesaggio che la borghesia ottocentesca aveva scelto per sé, intuendo che in un campo del genere non avrebbe potuto perdere. Noi lo abbiamo ereditato con una così sconfinata adesione mentale da scambiarlo per uno scenario perenne, eterno, e intoccabile.

Facciamo fatica a immaginare che l’uomo possa essere qualcosa di degno al di fuori di quello schema. Ma ciò che ci accade intorno, in questi tempi, ci costringe a rimettere in movimento le nostre certezze. Se la smettete per un attimo di considerare i barbari una degenerazione patologica che porterà allo svuotamento del mondo, e provate a immaginare che il loro sia un modo di tornare a essere vivi, scappando dalla morte, allora la domanda che vi dovete porre è: cos’è mai questa strada inedita che cerca il senso della vita attraverso l’eliminazione dell’anima? E ancor prima: cosa c’è, nell’anima, che li spaventa, che li respinge, come se fosse un luogo di morte invece che di vita?

Io ho in mente due risposte possibili: non spiegano sicuramente l’intera faccenda, ma le annoto qui perché possono aiutarvi a pensare che risposte possibili ci sono: che esistono pensieri, o anche solo presentimenti, che possono portare all’illogica convinzione che dell’anima ci si debba sbarazzare al più presto.

La prima ha a che vedere con il piacere. E con la verità. Terreno minato. Ma proviamoci. Nel paesaggio di monsieur Bertin c’era una categoria che la faceva da padrona: la fatica. Lo dico nel modo più semplice: l’accesso al senso profondo delle cose prevedeva una fatica: tempo, erudizione, pazienza, applicazione, volontà. Si trattava, letteralmente, di andare in profondità, scavando la superficie petrosa del mondo. Nella penombra profumata dei propri studioli, la borghesia proprietaria replicava, senza sporcarsi le mani, quello che ai suoi tempi era il lavoro faticoso per eccellenza: quello del minatore. Scusate se uso ancora la musica classica, ma aiuta a capire: pensate come, in quella musica, il fatto che essa sia, in qualche modo, difficile è la prova che essa conduce in qualche posto nobile, elevato. Vi ricordate la Nona, vero confine di ingresso alla civiltà di monsieur Bertin? Beh, quando la ascoltarono, i critici, per la prima volta, dico la prima, inziarono a dire che forse, per capirla bene, si sarebbe dovuto risentirla. Adesso ci sembra normale, ma per i tempi era una bizzarria assoluta. A un ascoltatore di Vivaldi l’idea di risentire le Quattro Stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi d’artificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. Ancora l’altro ieri, i nostri nonni faticavano dietro a Wagner, tornando ad ascoltarlo per innumerevoli volte, fino a quando non riuscivano a stare svegli fino alla fine, e a capire: e quindi, finalmente, a godere. Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e l’applicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a un’aristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.

L’applicazione su larga scala - e in certo modo la degenerazione - di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. Nel 1824 potevi ancora pensare che per capire la Nona dovessi sentirla un’altra volta. Ma oggi? Avete in mente le ore di studio e di ascolto necessarie per creare quello che Adorno chiamava un "ascoltatore avveduto", cioè l’unico in grado di apprezzare veramente il capolavoro? E avete in mente con quanta costanza si sia demonizzato qualsiasi altro modo di accostarsi al sommo capolavoro, magari cercandovi con semplicità il crepitio di una vita immediatamente percepibile, e dimenticando il resto? Come insegna la musica classica, senza fatica non c’è premio, e senza profondità non c’è anima.

Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che la sproporzione ormai fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nell’istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dell’individuo. E’ il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogame?). E’ il paradosso che denunciano gli sguardi smarriti dei ragazzi, a scuola: hanno bisogno di senso, di semplice senso della vita, e sono anche disposti ad ammettere che Dante, per dire, glielo fornirebbe: ma se il cammino da fare è così lungo, e così faticoso, e così poco congeniale alle loro abilità, chi gli assicura che non moriranno per strada, senza mai arrivare alla meta, vittime di una presunzione che è nostra, non loro? Perché non dovrebbero trovarsi un sistema per trovare l’ossigeno prima e in modo a loro più congeniale?

Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, e sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? E poi, sentire la Nona un paio di volte o Wagner una dozzina, è una cosa: leggere Adorno per andare a concerto, un’altra. Quella fatica è diventato un golem, e una micidale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui l’accesso al cuore delle cose era un questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dillettevole per monsieur Bertin?

Così i barbari si sono inventati l’uomo orizzontale. Gli dev’essere venuta in mente un’idea del genere: ma se io invece impiegassi tutto quel tempo, quell’intelligenza, quell’applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non sarà che il senso custodito dalla Nona non diventerebbe visibile nel lasciarlo libero di vagare nel sistema sanguigno del sapere? Non è possibile che quanto di vivo c’è là dentro sia ciò che è in grado di viaggiare orizzontalmente, in superficie, e non ciò che, immobile, giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l’hanno sostituito, istintivamente, con il surfer. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell’esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all’annientamento del movimento, e quindi della vita. Pensate che non sia faticosa una cosa del genere? Certo che lo è, ma di una fatica per cui i barbari sono costruiti: è un piacere, per loro. E’ una fatica facile. E’ la fatica in cui si sentono grandi, e sicuri di sé. Mister Bertin.

L’idea del surfer. Sapete una cosa? Bisognerebbe arrivare a pensare che non è un modo di eliminare la tensione spirituale dell’uomo, e di annientarne l’anima. E’ un modo di superare l’accezione borghese, ottocentesca e romantica di quell’idea. Il barbaro cerca l’intensità del mondo, così come la inseguiva Beethoven. Ma ha le strade sue, per molti di noi imperscrutabili o scandalose.

Sono riuscito a spiegarmi? Volendo, c’è una buona ragione per far fuori l’anima, o almeno quell’anima che noi ancora coltiviamo. Non è un pensiero impossibile, questo vorrei che capiste. E questa è il motivo per cui, nella prossima puntata, proverò ad abbozzare un’altra buona ragione per far fuori monsieur Bertin. Ha a che vedere con la sofferenza, e con la guerra.


(17 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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lunedì 4 settembre 2006 - ore 10:29


20. L’aspirazione borghese al dominio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Eccolo qui. Monsieur Rivière. Anno 1805. Era un funzionario dell’amministrazione pubblica. Il pittore è sempre Ingres: ma ai suoi esordi, ancora prudente e sobriamente didattico. Il ritratto della borghesia al suo debutto. Monsieur Bertin quando ancora doveva vincere. Allora la luce è più distesa, perché deve illuminare tutto, e spiegare bene. C’è già l’orologio (e in più un anello prezioso) a certificare una certa sicura ricchezza. Ma il corpo è ancora tirato, a mostrare l’animale che ancora deve sostenere la lotta. E i vestiti (eleganti, cari) non sono l’arrogante cornice a uno strabordante benessere, ma il diligente adempimento all’imperativo della classe.

Il volto sorride, sicuro, nascondendo qualsiasi retropensiero: non cerca altro che ispirare fiducia. La posa è classica, riposata, aristocratica: il tre quarti d’ordinanza. I capelli, pettinati: non c’era ancora stato Beethoven a sdoganare l’addio al pettine, e il taglio astutamente rinvia, insieme a quella mano nascosta e al mobilio, al modello napoleonico: bene o male, un precedente clamoroso per l’aspirazione borghese al dominio. Così immortalato, Monsieur Rivière sembra avere tutte le carte in regola per partire alla conquista del mondo. Ma non ci sono stemmi araldici, intorno a lui, né simboli aulici: era il suo tallone d’Achille. Non era nessuno. E allora, ecco la necessità di esibire le sue armi. Se stesso, il suo mobilio, il suo orologio, certo: ma anche qualcosa di più: la sua nobiltà intellettuale, la sua superiorità spirituale. E così, li vedete spuntare, sullo scrittoio, al suo fianco, i certificati della sua aristocrazia d’animo: dei libri, Rousseau, una partitura, Mozart, e un quadro, Raffaello.

Solo trent’anni dopo, Monsieur Bertin potrà anche lasciarli nel cassetto, forse perfino ignorarli. Ma nel 1805, no. Erano tutt’uno con il corpo del borghese, erano i suoi quarti di nobiltà, erano l’aristocrazia del suo sangue.

Tutto questo per aiutarvi a capire che ne avevano bisogno. Quella certa idea di anima e di spiritualità è stata, in un certo contesto storico, una necessità. Noi l’abbiamo ereditata, e oggi la domanda che dovremmo porci è: abbiamo ereditato anche quella necessità? O ce la siamo immaginata? Non so se avete una risposta, e invero non so nemmeno se ce l’ho io. Ma una cosa so: i barbari, loro, ce l’hanno.

(12 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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lunedì 4 settembre 2006 - ore 09:20


4 settembre
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Riapre il mio blog... sintomo evidente del mio ritorno alla scrivania.
Vi do quello che vorrebbe con tutto il cuore essere un buongiorno... ma un buongiorno non è per ovvi motivi.

troppo belle le 3 settimane trascorse...

ma per fortuna c’è la mia "gerbera" ad illuminarmi la giornata...

baci mille al Beerbante compagno di sventura in questa sventurata mattina



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lunedì 4 settembre 2006 - ore 09:18


Strabordando con arrogante ineleganza
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Eccolo qui. Monsieur Bertin. Anno 1833. Oggi si direbbe: era un boss dei media. Padrone del Journal des Dèbats, voce della borghesia affaristica francese. Uomo affermato, famoso, potente. La borghesia ottocentesca nell’epoca del suo trionfo. Lo so che, a una prima occhiata, noterete soprattutto quelle mani ad artiglio, e la mole soddisfatta, e lo sguardo apparentemente cinico, sordamente cattivo. Ma le cose non stanno esattamente così. Ingres (il formidabile autore del quadro) studiò a lungo in che posa ritrarlo, e stava quasi per arrendersi quando un giorno lo vide mentre, seduto in poltrona, partecipava a una discussione.

Eccolo lì, pensò. E in effetti se voi adesso riguardate il ritratto e lo collocate in quella discussione, ecco che capite meglio. Lo sguardo è quello di uno che ascolta attentamente e nello stesso tempo ha già in mente cosa obbietare, e sta proprio per farlo, quasi sui blocchi di partenza per scattare con la velocità della sua intelligenza, le mani un po’ nervose che aspettano l’istante per rimettersi in movimento, la schiena lontana dallo schienale, pronta a proiettare Monsieur Bertin nel cuore dello scontro dialettico. Sembrava un bolso riccone, ed è invece un lottatore, destinato a vincere. E la luce? Tre macchie chiare, la testa e le due mani: il pensiero e l’azione: si può essere più sintetici di così? I vestiti eleganti e l’orologio d’oro certificano una ricchezza che la mole del corpo conferma, strabordando con arrogante ineleganza dal panciotto e dai pantaloni. Ricchi senza vergogna di esserlo. E il viso, che se gli tirate un riga verticale dalla fronte al mento, a destra vi guarda in cagnesco e a sinistra vi sorride , il labbro all’insù, il sopracciglio inarcato? E i capelli, infine, mal pettinati, come di chi non avesse tempo per simili smancerie da aristocratico, sicuri di sé e del proprio disordine: c’è da chiedersi se sarebbero stati così se la criniera leonina di Beethoven non avesse sdoganato per sempre la trasandatezza sprezzante di chi aveva fatto fuori le parrucche (e qui ha il suo momento di importanza il famoso frack verde, ve lo ricordate? Era importante anche il look, oh com’era importante).

Eccolo lì. L’uomo borghese per cui furono perfezionate le idee di anima e di spiritualità romantica, quelle che noi ancora oggi difendiamo. Non le sfoggia apertamente perché non ne ha più bisogno: ha vinto ormai, e può farsi ritrarre senza armi. Ma solo una ventina d’anni prima l’avreste visto molto più preoccupato dei suoi mezzi, e bisognoso di spiegarsi, e timoroso nel rinunciare al pettine. Lo volete vedere? Domani, sempre su questa pagina, sempre ritratto dalla mano formidabile di Ingres.
testo testo
(11 agosto 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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venerdì 11 agosto 2006 - ore 10:20


eheheheheheheh
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Dunque oggi è l’ultimo giorno e a tutti gli effetti dichiaro questo blog chiuso per ferie... poi si vedrà se avrò tempo e voglia da adesso al 4 di settembre di passare a spolverarlo

baci mille altre 6 ore e poi festa!!!!





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giovedì 10 agosto 2006 - ore 17:52


18. Beethoven si sarebbe potuto fermare lì
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non c’è nulla come la musica classica, per capire cosa avessero in testa i romantici. Ma come fanno a scuola a spiegare tutto senza neanche un’ora di Beethoven, o Schumann, o Wagner?

Si può partire da una domanda solo apparentemente scema: c’era la musica classica, prima che inventassero l’idea di musica classica? Naturalmente sì. Non si chiamava così, non c’entrava niente col romanticismo, non era pagata dai borghesi, era sentita da pochissimi, ma c’era. Una forma elitaria di intrattenimento, dai modi piuttosto sobrî e intellettualistici. Spesso legata al piacere della danza, altre volte legata a testi poetici. C’era naturalmente un versante religioso: musica liturgica, o composizioni votate all’elevazione morale del credente: insomma il solito, massiccio, lavoro pubblicitario pagato dalla Chiesa per promuovere il suo prodotto (chissà quanto ci metteremo ancora ad ammettere che siamo debitori del meglio dell’arte occidentale alla geniale intuizione di una setta religiosa che inventò la pubblicità e vi investì quantità di denaro irragionevoli). Adesso noi leggiamo quel mondo con gli occhi del poi, ammaestrati da quel che successe dopo. Per cui, in generale, tendiamo ad attribuire a quella musica del cinque-seicento le stesse qualità che abbiamo imparato a riconoscere in un Beeethoven, o in un Verdi. Ma in realtà è un effetto ottico. Là dove le attribuiamo una certa elevatezza spirituale, o addirittura una superiore espressione dell’animo umano, è probabile che gli ascoltatori del tempo registrassero giusto una certa eleganza, o un’intensità cui non sapevano dare nomi.

Ma l’idea stessa che, per loro, quella forma di intrattenimento avesse a che fare con sentimenti e non con sensazioni, è quanto meno dubbia: per come l’abbiamo ereditata noi, la mappa del sentimentale era, ai tempi, una cosa ancora da inventare. Che ci fosse un umanesimo profondo, in una parte più colta dei compositori, è certo: ma ci si può domandare se, tolti i nomi che poi, retrospettivamente, abbiamo riconosciuto come grandi, il resto del consumo musicale non girasse, in realtà, a un numero di giri, spiritualmente, assai inferiore. Probabilmente nel mirino avevano poco di più che un sofisticato diletto.

A furia di dilettarsi, comunque, affinarono tecniche, strumenti e linguaggio. L’aristocrazia del primo settecento ereditò così una forma di intrattenimento già matura, pronta per diventare l’espressione ufficiale del suo primato sociale, e del proprio lusso. Così la usò, massicciamente. Il pubblico restava quello selezionatissimo dei saloni di palazzo e dei teatri di corte, e i musicisti rimanevano degli impiegati, se non dei servi: figure comparabili a un giardiniere o a un cuoco. Ma indubbiamente iniziò ad affacciarsi l’ipotesi di una forza espressiva che sembrava perfino sprecata se l’unico obbiettivo era fare da scenografia sonora alla noia dell’Ancien Régime. Su per la dorsale Bach - Haydn - Mozart, crebbe un linguaggio che faceva quasi fatica a rimanere nel contorno dell’eleganza e del puro intrattenimento. Noi oggi, sempre per via di quell’illusione ottica che ci dà il sapere come le cose andarono a finire, tendiamo in realtà a ingigantire quella forma di insofferenza, attribuendole ambizioni spirituali che probabilmente non si sognò mai di avere. Se conosci la Nona di Beethoven, il Don Giovanni di Mozart ti sembrerà effettivamente carico di echi romantici. Ma nel 1787 lo spettatore reale del Don Giovanni non aveva mai sentito Beethoven, e neanche si sognava una cosa come Chopin: facile che il Don Giovanni gli sembrasse giusto bizzarro, bello da sentire e stop. Troppe note, ebbe a dire, pare, l’imperatore Giuseppe II. Era un uomo del suo tempo.

In realtà, a voler essere cinicamente esatti, fu con Beethoven che nacque, davvero, l’idea di musica classica che noi abbiamo ereditato e che ancora usiamo. Nella sua musica davvero accadde che quel linguaggio raffinato lievitasse al punto da offrirsi come dimora di un riflesso alto, sentimentale, e perfino spirituale della sensibilità umana. La tensione, l’intensità, la spettacolarità che portava con sé, era quasi il fisico spalancamento di spazi che non aspettavano altro che il defluire di una spiritualità fino ad allora clandestina e nomade. Fu una mirabile coincidenza di eventi: nello stesso istante in cui la borghesia nascente intuiva la necessità di una propria elevazione ad aristocrazia del sentire, quella musica coniava esattamente la forma e il luogo in cui trovarla.

Non a caso Beethoven fu praticamente il primo a comporre simultaneamente per l’aristocrazia settecentesca e per la ricca borghesia del primo ottocento: stava in bilico su un confine, e aveva tutta l’aria di un testimone che sanciva la staffetta dal potere aristocratico a quello borghese. Il fatto che fosse apprezzato da entrambe dà un’idea della vertiginosa ricchezza di quel che fece: era una musica capace di emozionare due civiltà diverse e, in certo senso, antitetiche.

Il gesto strategicamente geniale dei romantici fu quello di adottarlo come padre fondatore di ciò che avevano in mente. E’ difficile dire se a lui sarebbe piaciuto, ma loro lo fecero, e in questo dimostrarono un’astuzia e un’intelligenza sbalorditive. Beethoven fu per loro il lasciapassare per una nuova civiltà. Era un maestro intoccabile, e sarebbe bastato dimostrare che, in realtà, stava dalla loro parte. Ci riuscirono. Non era nemmeno tanto difficile: in effetti quella musica sembrava generare e descrivere esattamente ciò che essi intuivano come il respiro spirituale dell’uomo romantico. Nel modo più alto, quasi riassuntivo, sembrava farlo in un’opera particolare: la Nona sinfonia. Ancora ai tempi di Wagner era adottata come totem supremo, luogo dell’origine e legittimazione fondante di tutto ciò cui la musica del tempo aspirava. E in effetti, se ci pensate, quella sinfonia sembrava davvero disegnare, fisicamente, la silhouette della spiritualità romantica. La sua lunghezza esagerata alludeva nel modo più chiaro a un’espansione dell’orizzonte umano. La sua difficoltà (alla prima esecuzione, metà del teatro se ne andò prima della fine, esausta) già preconizzava l’idea, molto borghese, che la crescita spirituale dell’individuo passava attraverso un selettivo cammino di fatica e di studio. E poi c’era la prodezza finale: quell’Inno alla Gioia. Tre movimenti strumentali e poi un ultimo movimento con l’ingresso, anomalo, della voce umana e di un testo poetico (guarda caso Schiller, uno dei padri nobili del romanticismo). Era una struttura accecante, nella sua esattezza. Nei primi tre movimenti c’erano tutte le conquiste linguistiche beethoveniane, e dimorava, quasi come in un dépliant promozionale, tutta la gamma delle possibilità spirituali dell’uomo borghese.

Beethoven si sarebbe potuto fermare lì: è invece c’era ancora un gesto da fare, acrobatico, per consegnare ai romantici quello che davvero cercavano: riconoscere a quel cammino spirituale la meta più alta, Dio. Addirittura dedurre l’orizzonte religioso dai materiali della spiritualità laica dell’uomo: porlo come ultimo scalino di un’ascesa tutta umana. Lo fece con quell’Inno da cui, ancor’oggi, siamo soggiogati. Il testo di Schiller convocava esplicitamente Dio al cospetto della spiritualità dell’uomo. L’uso spettacolare del coro, strumento che era privilegio della musica sacra, gettava il linguaggio terreno della musica oltre se stesso. Difficile immaginare qualcosa di più perfetto.

La Nona non era musica romantica: ma fondava il campo da gioco della musica romantica. Inventava e sanciva per sempre l’esistenza di uno spazio intermedio tra natura e divinità, tra la materiale eleganza dell’umano e il trascendentale inifinito del sentimento religioso. Lì, precisamente lì, l’uomo borghese avrebbe collocato se stesso. Quando noi, eredi del romanticismo, usiamo generiche espressione come anima o spiritualità, indichiamo quello spazio. Quella terra intermedia.

La musica classica è stata per secoli uno dei modi più precisi per abitare quella terra. Per rigenerarla ogni volta, in sé, contro la miseria della vita quotidiana. Ancora fino agli anni ’70 del novecento è stata, per la borghesia dell’occidente, un rito ideale per confermarsi nella propria nobiltà spirituale. E anche quando era ormai, in realtà, puro diletto raffinato, era vissuto come gesto spirituale, a priori. E’ questa concessione che, per lungo tempo, le ha permesso di offrirsi ancora come efficace coagulante dell’identità borghese. C’è un momento esatto in cui ha iniziato ad andare in crisi: quando si sono fatti vivi i primi barbari.

Quello della musica classica è indubbiamente uno dei villaggi usciti peggio dall’invasione barbarica. Il suo evidente rifarsi a una civiltà del passato (addirittura maniacale nella fissazione su un repertorio fatalmente circoscritto) l’ha lasciato praticamente senza difese. I barbari, come abbiamo visto, non hanno l’istinto a distruggere e basta: quel che immediatamente cercano di fare è convertire quel che trovano in sistema passante. Ma la musica classica offre una resistenza a una simile metamorfosi che altri gesti non sfoggiano. Più che distruggere, allora, se ne sono semplicemente andati. Non se ne cava niente, devono aver pensato. Quel che non ci deve sfuggire, è che, nella loro logica, è un gesto sensato. Proprio perché così saldamente collegata a un’idea di spiritualità borghese, quella musica ha poco da offrire ai barbari. Se tu cerchi di vivere senza anima, che te ne fai di Schubert?

Voilà. Mi impressionano un po’ queste ricostruzioni in poche righe di secoli di storia, ma dev’essere un tratto barbaro che già si è impossessato di me. Surfing. E’ tutta colpa di queste branchie che mi sono spuntate. Comunque il senso dell’operazione era di farvi vedere da vicino cosa intendiamo con espressioni come anima o spiritualità. Volevo portarvi a pensare che non sono tratti costitutivi dello stare in terra, ma derivano da un processo storico che ha avuto un suo inizio e probabilmente avrà una sua fine. E’ altrettanto importante capire che noi usiamo quelle categorie nella formulazione che ne ha dato un preciso gruppo sociale in un preciso momento storico. Fa perfino sorridere dirlo, ma non abbiamo ancora cessato di usare parole d’ordine romantiche. E la resistenza che facciamo all’invasione barbarica spesso si riduce a un’inconsapevole difesa di principi romantici coniati secoli fa. Di per sé non ci sarebbe niente di male: i principi possono restare validi per millenni, non sono surgelati che scadono. Ma è anche vero che uno sguardo sugli uomini che generarono simili principi aiuta a riflettere. Anzi, posso permettervi di farveli vedere? Ne ho convocato uno, emblematico, qui. Comprate il giornale, domani, e in questa pagina ve lo faccio conoscere.

(10 agosto 2006 - A.Baricco - www.repubblica.it)

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giovedì 10 agosto 2006 - ore 16:22


UFFAAAAAAAAAA
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Dovrei essere qui a girarmi i pollici e invece... son rotture di coglioni come se piovesse!!!



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giovedì 10 agosto 2006 - ore 10:10


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