spazio di infiniti ritotni e slanci caratteriali e impressionistici...tutto il più eternamente coplicato che c’è
"NON MI CONFONDERE CON NIENTE E NESSUNO E VEDRAI CHE NIENTE E NESSUNO TI CONFONDERA’"
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mercoledì 7 giugno 2006 - ore 15:12
Guardasi...da lontano
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Concentrazioni di visite di occhi lontani.
Incontare amici dopo mesi è come fare salti temporali da trampolini alti metri e metri di infiniti cambi identitari...
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(molectra thanks)
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PERMALINK
martedì 6 giugno 2006 - ore 16:11
La donnina sottovuoto
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La confezione si era bucata.
Lentamente usciva quell’aria una volta compatta, liscia, regolare, in fili di molecole dalla marcia dapprima incerta, per poi divenire via via respiro anarcoide.
Sottovuoto.
Si era messa sottovuoto.
Si alzava la mattina e aveva già i minuti compattati in azioni stereotipate e ordinariamente composte.
La cerniera del pensiero chiudeva perfettamente la confezione delle sue emozioni.
Si era ritrovata con il suo pacchetto stropicciato di buone intenzioni, un’identità pianeta in una mano, e nell’altra l’identità satellite. Bisognava solo coordinarle adesso in un sincrono di voci, ricordi e modalità di conservazione alternative. La donnina sottovuoto con un sorriso aveva dilaniato la fessura delle sue corazze…e qualcuno l’aveva incontrata..
Basta stare attenti alle volte per sorprendersi, per sbalordire la propria vita.
Saper montare le sequenze è forse la sorprendente vitalità che può essermi stata trasmessa in questa storia.
Una mattina. Una come le altre. Perché si è sempre abituati a guardarle con l’occhio comodo della somiglianza, piuttosto con l’occhio anarchico della differenza. Mi capitò, nel giro di pochi passi, una manciata di luoghi, oramai mandati a memoria, d’incontrare la varietà di voci, movenze e visioni che mi congelarono dapprima i movimenti e dopo le intenzioni.
Incontri delle persone alle volte che ti ricordano il ritornello di una vecchia poesia, una di quelle che ti lasciano ancora il rossore sulle guance e l’imbarazzo di aver sbagliato strofa qualche volta, proprio mentre magari la stavi recitando davanti a centinaia di orecchie. E ti chiudi. Per ogni strofa “sbagliata” una cerniera e un centimetro d’aria in meno.
Le confezioni ad un certo punto iniziano però a farti sentire claustrofobica e attanagliata in quella poesia che oramai lo senti, lo avverti, non è più tua.
Una nuova poesia adesso da mandare a memoria.
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PERMALINK
martedì 6 giugno 2006 - ore 15:12
sorprese
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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PERMALINK
lunedì 5 giugno 2006 - ore 13:03
Intervista a due voci
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il celo è caduto. Dal treno sembra voglia sprofondare per terra. Il finestrino ritaglia un pezzo di nuvola a scogliera, sembra quasi che il suo carico di splendore sia di troppo per quell’eterea superficie…e molto spesso esser di troppo è la giusta premessa per colare a picco…basterebbe solo riuscire ad imparare a scivolare via.
Un’intervista. Mi hanno dato il compito di fare un’intervista.
Non ho altro posto se non quello di una cornice suggestiva di un posto di festa. Mi guardo attorno alla ricerca del punto di vista modello faro, quello che, cioè, ti permette di avere l’orizzonte intero della gente davanti agli occhi, che non consiste propriamente nella tappezzeria del luogo, altresì definita come componente passiva di una serata, ma quella postazione che pur permettendoti di avere la visuale oggettuale, allo stesso tempo è il trampolino di lancio per prese di posizioni attive e istintivi momenti d’illuminazione ballerina.
Sono curiosa stasera. E poi mi è stata commissionata dal giornale degli aggiornamenti emozionali un’indagine dei sorrisi e delle improvvise lacrime altrui. I primi sembrano svenduti, peggio dei saldi, facile distinguere quelli di plastica da quelli che ridono da soli. Le lacrime si nascondono, come pare ovvio debba essere per l’accurata selezione alla lista degli invitati delle possibili manifestazioni emozionali ad una festa, ondeggiano e galleggiano sui drink ed evaporano con il fumo delle centinaia di sigarette.
Individuo lei. Mi sembra abbastanza esperta dall’accurato mix di sapienti bilanciamenti del busto mentre sorseggia la sua birra. Provo la mia intervista. La faccio parlare. Sempre piaciute le associazioni libere.
- E’ una bella serata, peccato faccia così tanto freddo, ma non importa. Bella gente, musica splendida direi. Poi gli amici. Perfetto.-
Non ci ho ricavato molto, sono tutte cose che s’intuiscono…forse deduco troppo, dovrei smettere questo vizio.
Sono curiosa stasera.
- Ciao, che musica ascolti?-, attendo la risposta. Poi mi sorge un dubbio: questo qui ascolta questo tipo di musica, ma non fa parte di quel gruppo. E no, eh…adesso che avevo capito i meccanismi interni delle dinamiche relazionali non potete disorientarmi in questo modo…eh, no...allora ascolta o ti cerchi un altro tipo di musica, oppure ti sposti dalle parti di quel gruppo. Quello, si. Quello vicino alla consolle…e che non ti salti in mente di andartene in giro con i tuoi gusti di note anarchiche…un po’ di sana democrazia e coerenza all’interno dei partiti musicali!
Ma fai quello che ti pare…e ritorno meravigliosamente me stessa…quella che se scrive di malinconiche parole non necessariamente è malinconica e via dicendo, quella che fa a manganellate con ogni possibile facile e comoda categorizzazione.
Altra voce.
" Here I’m alive
Everything all of the time
Here I’m alive
Everything all of the time
Ice age coming
Ice age coming
Let me hear both sides
Let me hear both sides
Let me hear both
Ice age coming
Ice age coming
Throw it in the fire
Throw it in the fire
Throw it on the
We’re not scaremongering
This is really happening
Happening
We’re not scaremongering
This is really happening
Happening
Mobiles skwrking
Mobiles chirping
Take the money run
Take the money run
Take the money
Here I’m alive
Everything all of the time
Here I’m alive
Everything all of the time "
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PERMALINK
mercoledì 31 maggio 2006 - ore 10:48
Interviste notturne
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Seduti ai piedi del letto. Quando fai tardi ti aspettano sempre. Non hai sonno, ma sai che domattina quando suonerà la sveglia ne avrai. Non so. Mi siedo un po’ con loro, prendo matita, carta, la prima che trovo, perché è risaputo che quando hai voglia di scrivere le decine di moleskine sparse per le stanze e in varie borse, che probabilmente non uso da decenni, non si trovano mai…io non so come facessero i veri scrittori, ma le mie spariscono sempre e puntualmente quando in teoria avrei la famosa ispirazione. In cambio la stanza è un porto di mare di carta per cui per terra sul letto e ovunque nel perimetro dei miei umori ci sono attracchi per possibili parti letterari.
Aspetto un po’, magari essendo stanchi ci mettono un po’ a metabolizzare le giuste combinazioni glicemiche dapprima, e le future splendide risultanti causali delle parole dopo. Ma non parlano. Pensieri muti, penso. Pensieri parlano anche se muti. Per cui con buona pace di chi tace acconsente, me ne posso andare tranquillamente a nanna. Invece dal fondo della fila dei personaggi interiori si leva una voce, e tutti sembrano acconsentire prima ancora che apra la bocca, una sorta di consenso aprioristico che mi spiazza e che personalmente ho provato poche volte.
Mi dice che vorrebbero qualche volta avere dei quadri di miei azioni, di miei approfondimenti psicologici, (e qui mi metto a ridere perché sono stufa di approfondimenti, e i miei personaggi mi sono sempre piaciuti così, sottesi, eterei incomprensibili, a dispetto delle esigenze delle case editrici!), e anche di sapere semplicemente cosa abbia fatto nell’attesa in cui erano da soli sul far della notte a vedermi ballare.
Se proprio devo, con un fare un po’ svogliato mi metto a raccontare. I miei personaggi non sono tanto in cerca dell’autore, quanto della sua vita quando loro vivono. Li accontento. Gli parlo della serata, inizio da poco e dal recente. Chissà che non si addormentino prima. Passo in rassegna i posti, i visi, le movenze, i gesti osservati. Gli racconto di come una canzone mi abbia invitata a ballare, e di come in fondo io non abbia opposto molta resistenza. Della fondamentale presenza armonica sulla pista di un fenomeno naturale (questioni di molectra), e di come qualcuno possa risollevare un morale deceduto anche solo con l’espressione, con la mimica facciale mentre balla (espressioni da dj). La sigaretta tra le dita, e i minuti che si consumano come il tabacco. Le stranezze di altri che sono così nascosti e rinchiusi nei ruoli da personaggi ben vestiti in locali con la musica quasi giusta, e le dolci declinazioni di un’assenza tanto presente da lasciare gli strascichi…
Intanto si sono addormentati…effettivamente come personaggi sono più interessanti loro. Un ultimo pensiero, quello per chi non c’era…e ancora trasognare.
"...
And now I know how Joan of Arc felt
Now I know how Joan of Arc felt
As the flames rose to her roman nose
And her Walkman started to melt
Oh ...
"
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PERMALINK
martedì 30 maggio 2006 - ore 14:36
un lucarelli sul treno..ragionamenti per aggiunte, non per differenze
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Capita.
Capita sul treno.
Capita sul treno Brisighella-Firenze S.M.N.
Prendi un sedile scomodo, l’aria calda, piacevole e carezzevole sui lati esterni del viso.
Qualcuno guarda. Guarda quello che scrive. Scrive quello che guardato. Rivive.
Bianca è piccola e curiosa. A suo modo una bambina.
-Cosa scrivi?-
Un anziano signore alza lo sguardo, le sorride.
Con gli occhi la invita a sedersi accanto a lui.
Si capiscono.
-scrivo la mia vita. Sono stato molto triste una volta. Sai non avevo niente. Poi la guerra. Qualche figlio che muore. Qualche figlio che va.-
Bianca ha delle foto. Fanno capolino dalla sua borsa. Le tira fuori. Ne regale una.
-Grazie-.
Bianca si ricorda del papà e delle sue 100mila vite narrative…
-Cosa scrivi?-.
-Scriverò della mia vita. Sono stato molto felice e lo sono ancora. Sai ho avuto molto. Poi la pace. Qualche figlio vive. Qualche figlio è rimasto-.
Semplice.
Bianca semplice traccia.
Bianca ultima traccia emozionale che rimodifica i vissuti.
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PERMALINK
lunedì 29 maggio 2006 - ore 13:43
Serate a rate e punti di sVista
(categoria: " Vita Quotidiana ")
-Qualcosa di lungo. Di esageratamente lungo. Dai racconta-
Un po’ imbarazzato effettivamente non aspettava altro da una vita se non potersi raccontare. E con questo opportunità, potersi anche inventare un po’.
Si erano trovati alla fermata dell’autobus. Al capolinea per l’esattezza. Si erano guardati per un po’ percependo lo scarto e il tempo necessario che intercorre tra il riconoscere e il semplice vedere. Che per quello era abituato a farlo e gli veniva anche un quadro meravigliosamente dettagliato: aveva davanti due occhi inavvertitamente chiari, dei capelli stile tanto British, castani e mossi sulla fronte, e una magrezza d’intenzioni che sfociava in una sorprendente e quanto mai tragica presa di posizione. Ma questo ancora lui non lo sapeva. Lo sapevo solo io (il bambino da sei) che dalla solita terrazzina riscuotevo le rate delle vite altrui, quelle che sarebbero state probabilmente le ultime.
Poi, verso i dieci minuti d’inquadratura degli occhi della stessa scena, era riuscito a montare le sequenze tra i ricordi e a ricollegare quel viso al suo abituale setting: luci soffuse, divani ovunque, gente sparsa, minigonne annoiate, divertimento in pista, dj dal sorriso chiaro e dj dalla faccia di plastica strangolato da una cravatta, all’epoca, mia complice, e bicchieri di birra e cocktail sospesi a mezz’aria. Avevamo passato l’inverno insieme e me ne rendevo conto solo adesso. Io ero quello che gli forniva dal bancone di quel locale l’unico mare che per i venerdì sera si poteva immaginare e sperare. Lui era quello che puntuale come le alte maree veniva a chiedermi con la risolutezza dei vecchi film –il solito-. Allora pensavo a quanto avesse dovuto bere prima di arrivare a pronunciare quella parola, e anche a quanto, di volta in volta dovesse essere già ubriaco, visto che non ricordandomi ovviamente di cosa significasse il solito per le sue motivazioni, mi divertivo puntualmente a preparargli qualcosa di diverso. Lui non se n’era mai accorto. Così il suo solito finiva paradossalmente per essere solitamente diverso di venerdì in venerdì.
Lui invece sembrava mi avesse riconosciuto subito. Restituendomi quell’imbarazzo di essere viso conosciuto perché fondamentalmente legato ad un posto, ad un servizio.
Mi aveva fermato, salutandomi come fossi il suo migliore amico, e probabilmente lo ero e mi aveva invitato, poggiandomi la mano sinistra sulla spalla, a sedermi con lui sul ciglio del marciapiedi. Io mi ero lasciato accomodare dalle sue percepibili tristezze e conseguenti voglie di condivisione spinto non da chissà quale bontà d’animo, ma semplicemente perché nel tentativo di ricordare chi fosse, avevo abbandonato le mie azioni, nella sospensione temporale che mi ero concesso, alle sue.
Ora eravamo seduti uno accanto all’altro. Come vecchi amici pensavo. E continuava a chiedermi con spasmodica insistenza: -Dai racconta. Qualcosa di lungo. Di esageratamente lungo.-
Allora iniziai dalla sera prima.
-Ci sono due. In mezzo alle note, in mezzo alla folla che sono, che siamo, ci sono due. A dire il vero non sembravano tanto due, nel senso di distinti, separati. Ci fosse stato un unico strumento musicale, un macroumore generale, ecco sarebbero potuti essere due corde, due tasti di un unico potenziale vibrare. Li avevo osservati per tutta la serata. Seduti a parlare. Avevano decisamente sbagliato posto, tempi e forse anche colori. Ma il destino non è cosa da poco. E quei due per quello che potevano cercavano di assecondarlo. Sul tardi si erano salutati. Un abbraccio. Sai uno di quelli che non ne intravedi la fine, o che almeno loro non vorrebbero mai farti intravedere. Lui giù per le scale dei suoi umori. Lei con le cascate in fondo agli occhi a seguitare il suo fluire, il suo andare via.
Poi mi ritrovai davanti agli occhi lei.
C’è lei. Di fronte a me, in mezzo alle bottiglie vuote lasciate sul bancone, c’è lei e il principio dell’attesa di quando rivedrà di nuovo lui. La guardo, non l’ho mai vista se non nella dolcezza dei loro movimenti che durante la serata si era arrampicata sulle vetrate nere del locale. Non so se parlarle. Se dirle che magari lui tornerà. Non so. Ma è lei a tirarmi fuori immergendomi nei suoi sogni.-
-Hai visto tutto. Hai un buon punto d’osservazione da qui. Me ne ero accorta e per un attimo ti ho anche benedetto. Si perché ho sempre bisogno di testimoni per quando sogno. Sai, è andato via, ma ho i suoi disegni tra le mani. Non ci sono segni cancellati, sono curve, spigoli, emozioni, sogni, aspirazioni…magari l’uno sovrapposto all’altro ma nessuno nessuno è stato tolto, un colore accostato all’altro, un sorriso su una lacrima a formare lo splendore del suo Schiele personale…io non sapevo bene cosa dire, forse semplicemente grazie per avermi insegnato un nuovo modo di disegnare, di disegnarmi per poterlo disegnare…che poi è quasi come amare…ma non gli ho detto niente…sai…spero di poterlo rivedere…magari anche solo per lasciare alle mani il gusto di gridare entusiasmate parole mai sentite…-
-Così mi aveva lasciato la sua bella malinconia ed era andata via con i quadri di lui ancora da guardare. Sembrava quasi volesse avvertire i colore delle sue vite sulla pelle. L’ho seguita con lo sguardo. Mi sono chiesto se si sarebbero mai rivisti. Se avrebbero mai potuto ancora scambiarsi i loro personali dipinti d’autore. Da spettatore continuavo a fantasticare, finché una minigonna con il fare di uno scaricatore di porto non era venuta a distogliermi dal loro sogno con “Una birra media, grasssieee”.-
Io da qui non avevo sentito nulla di quello che avevano detto quei due seduti sul ciglio della strada. Ma avrei voluto gridare. Gridare fai attenzione il tipo ha una pistola in mano. Ma a sei anni nessuno pare avvertire il tuo punto di vista di osservatore di mezzo.
Guardai arrivare l’ambulanza, rientrai in casa, la mamma mi stava chiamando.
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PERMALINK
venerdì 26 maggio 2006 - ore 10:47
Né all’amore, né al denaro..solo rabbia...composta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Strange World
Someday
I Think It’s Time
I Don’t Wanna Go
Don’t Walk Away
Endless Blue (Why)
All You Ever Wanted
Holding On
Will I Ever Dream
I Am [ ]
STRANGE WORLD
IS THIS OUR LAST CHANCE TO SAY
ALL WE HAVE TO SAY
HIDING HERE INSIDE OURSELVES WE LIVE
OUR LIVES AFRAID
SO CLOSE YOUR EYES AND JUST BELIEVE IN
EVERYTHING YOUR TOLD
COS’ IN THIS WORLD OF BRITE CONFUSION
IT’S EASY TO GIVE UP CONTROL
THIS IS THE PLAGE WHERE EVERYTHING
BEGINS AND ENDS AGAIN NO SECRETS LEFT
TO HIDE NO SEVEN DEADLY SINS
THIS WORLD THAT WE HAVE WASTED HAS
KEPT US VERY WELL WHEN SCIENCE NOW
IS SACRED WHO WILL SAVE US FROM
OURSELVES
STRANGE WORLD
PEOPLE TALK AND.TELL ONLY LIES
STRANGE WORLD
PEOPLE KILL AN EYE FOR AN EYE
STRANGE WORLD
DREAM ONE DAY WE’LL SEE THE LIGHT
STRANGE WORLD
BELIEVE AND EVERYTHING WILL BE
ALL RIGHT
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PERMALINK
giovedì 25 maggio 2006 - ore 15:58
honduras
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ci hanno fatto credere che esista il TERZO MONDO...una bella consolazione per lavarsi le coscienze di che non ne fa parte...
IL MONDO E UNO SOLO.
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PERMALINK
giovedì 25 maggio 2006 - ore 15:02
Making of…life
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Attesa. I minuti vede rincorrersi nel tempo, a volte marciano, altre consumano le scarpe dei secondi in corse frenetiche da centometristi falsati, quelli che per intenderci, al doping si sono svenduti.
Mai tutti, al dire il vero, impegnati in allenamenti da gare olimpioniche, alcuni in perenne posa, come previsto da copione, scavalcano la soglia delle intenzioni trovando semplicemente nell’esposizione della clessidra la loro docile occupazione.
Ma i veri signori, quelli di cui se ne avverte sempre l’odore, sono quelli non suoi, i minuti dell’attesa, quelli cioè che scivolano via come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre.
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PERMALINK
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