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domenica 22 maggio 2005 - ore 18:44
il gioco del farmacista
(categoria: " Vita Quotidiana ")
«Vincent, abbiamo un lavoretto speciale, da un milione. Il richiedente ha appena subito un'operazione che gli impedirà di fare sesso per il resto della sua vita.»
La smorfia di Vincent alle parole di Yoshi esprimeva meglio delle parole la sua reazione.
«Hai pensato a qualcosa di preciso?»
Odiava assecondare il suo capo, ma era un discorso ormai vecchio: non aveva alternative. Aveva passato notti insonni a rigirarsi nel letto, per cercare di darsi un motivo per il quale valesse la pena di andarsene, e ogni volta non lo aveva trovato.
Tappati il naso, si diceva, ti fa troppo comodo.
Ora però la storia con Heather lo aveva riportato sul terreno del dubbio, lo aveva spinto nuovamente a considerare un futuro fuori da quel palazzo e da quella vita pazzesca.
«Sì, e stavolta andremo oltre.»
Vincent non riusciva ad immaginare in che modo.
«Ho pensato di ispirarmi ad una tradizione azteca.»
Il suo nome era Ted, ma non riusciva a ricordare con esattezza il proprio cognome: l'effetto della droga che gli avevano somministrato gli offuscava la mente. Si svegliò in una stanza completamente rossa, sdraiato su un tavolo. Aveva le mani legate sopra la testa, e le gambe allargate, ma questo lo poteva solo desumere. Se le sentiva intorpidite, come dopo un'operazione. Provò a muovere i piedi, e sentì scricchiolare l'articolazione dell'alluce, anche se non sentì le sensazioni connesse al movimento. Non poteva vedere nulla sotto la cintura, perchè un drappo di seta verde gli ostruiva la visuale.
Alle sue spalle, la porta si aprì. Vide entrare un'ombra, che poi si avvicinò.
Yoshi aveva una telecamera portatile, per integrare le riprese che l'impianto principale stava effettuando nel frattempo.
Girò intorno al tavolo, e si soffermò a guardare ciò che aveva fatto circa mezzora prima.
Dedicò qualche silenzioso minuto a filmare i particolari: avrebbe aggiunto un commento poi, ora non voleva rovinare la sorpresa al protagonista.
Era Ted Helms, uno dei re del porno del circuito underground di San Francisco. Avevano inscenato un incidente stradale, il giorno prima, nel quale Ted era morto per il resto del mondo. «Non ti preoccupare, il periodo extra durerà solo per poco,» pensò Oben mentre continuava a filmare.
La scelta dell'obiettivo, una volta individuata la trama del film, era stata semplice: era bastato mettersi fuori da una delle ville che venivano usate come set per i film porno nella metropoli californiana, e catturare uno degli stalloni con un'esca femminile.
Avevano usato Rebecca, una delle segretarie dell'ambasciata, e una delle donne più prive di scrupoli che Yoshi avesse mai conosciuto in vita sua.
Rebecca era una ragazza bellissima, con un corpo da concorso e una mente da psicopatica. L'avevano assunta due anni prima, dietro consiglio di Gilbert.
Lavorava per loro - nel campo cinematografico - solo da sei mesi, ma si era rivelata un talento naturale.
Ted era caduto nella trappola, e dopo meno di un'ora era entrato a far parte della scuderia. Il narcotico aveva fatto effetto in pochi istanti, e mentre Rebecca lo portava al rendez-vous con Gilbert quest'ultimo preparava la scena dell'incidente.
Nel momento in cui i telegiornali della sera davano la notizia della sua morte, Ted volava alla volta di Washington, per la sua ultima interpretazione.
Nella stanza rossa, Ted aveva finalmente ricordato il suo cognome. Yoshi aveva bisogno di un uomo nel pieno delle sue facoltà, per realizzare la sua visione.
Trascorsi circa dieci minuti, il prigioniero cominciò a lamentarsi: diceva di sentire un forte bruciore, ma Yoshi non se ne curava, occupato come era a regolare le luci. Dopo altri tre minuti, iniettò un blando sedativo nella coscia sinistra dell'uomo e diede un paio di colpetti alla porta della stanza.
Rebecca entrò, vestita di un abito molto sexy.
Il suo volto era coperto fino alla bocca da una maschera simile a quelle del carnevale di Venezia, un omaggio alle proprie origini.
Yoshi si applicò alla camicia il microfono, e la sua voce - distorta dal computer - uscì dagli altoparlanti.
«Bentornato tra noi. Che te ne pare della nostra amichetta? Bella, vero?»
In effetti Rebecca era stupenda: indossava un abito verde, simile al tessuto che copriva agli occhi di Ted il suo stesso corpo. Un drappo le fasciava gli splendidi seni, mentre una gonna lunga dallo spacco vertiginoso completava la sua mise.
«Che te ne pare, ragazzo? La vedi, come è calda... è tutta per te...»
A quelle parole, Rebecca si avvicinò lentamente al tavolo, guardando Ted con i suoi occhi da gatta.
Si passò la lingua sulle labbra morbide.
«Ciao, campione.» Anche la voce di lei era modificata dal computer, ma con una tonalità ancora molto femminile.
Gli passò una mano sulla coscia, quindi sollevò il velo sulla sorpresa intorno alla quale avrebbe ruotato l'intero film.
Il pene di Ted era di dimensioni leggendarie, oltre i trenta centimetri, e famoso nell'ambiente del porno per la sua resistenza e durata. Ora era a riposo, e per un ottimo motivo.
Molti secoli fa, nel centro America, gli Aztechi avevano costruito una delle più avanzate civiltà dell'epoca.
Avevano molti dei, e consacravano ad essi molti sacerdoti, votati alla castità assoluta. Per essere certi che questa castità fosse mentale oltre che fisica, veniva usato un metodo infallibile.
Yoshi lo chiamava 'il gioco del farmacista' da quando lo aveva scoperto, ma non lo aveva mai messo in pratica.
Farmacista, perchè il simbolo dell'ordine dei farmacisti mostra un serpente piegato in una serie verticale di S, trafitte da un pugnale.
Allo stesso modo, il pene dei sacerdoti veniva infilzato quattro, cinque volte con un bastone appuntito, fino a formare una S con un pò di curve in più.
Ovviamente la castità dei sacerdoti non era in dubbio: se non tenevano sotto controllo il cervello, il pene sarebbe praticamente esploso tra atroci sofferenze.
La fantasia malata di Yoshi aveva applicato a questa terrificante punizione un pene da trenta centimetri.
Ed un cervello allenato a tenerlo a bada.
E una donna che odiava gli uomini.
Appena il velo fu sollevato, il volto di Ted si trasformò in una maschera di orrore. Guardava il suo strumento di lavoro, ormai ridotto ad una specie di wurstel, e non riusciva a scendere a patti con quella immagine. Cominciò ad urlare come un ossesso, nell'ambiente insonorizzato della stanza rossa.
Rebecca si avvicinò al tavolo.
Il suo odio era più forte delle sensazioni che le attraversavano la mente in quel momento.
Yoshi attirò l'attenzione di Ted con una promessa.
«Non hai ancora perso la partita, anche se non promette bene... Vedi l'orologio lì in alto? Se passi i prossimi dieci minuti dimostrando di essere più forte del tuo pisellone, detto pisellone sarà salvo!»
Dopo quelle parole, si avvicinò al cronometro da muro - inquadrato da una delle telecamere - e premette il pulsante d'avvio.
Ted chiuse gli occhi e li strinse, come per attirare a sè tutte le forze di cui disponeva. Quindi li riaprì, pronto alla sua interpretazione più difficile.
Rebecca chiuse a sua volta gli occhi, e rivide i suoi anni in orfanotrofio: le violenze, le angherie dei religiosi, lo stupro di cui fu vittima a dodici anni, per il quale non avrebbe mai potuto avere figli.
Si avvicinò al corpo immobile dell'uomo, in un silenzio assoluto. Cominciò ad carezzarlo, ma Ted non dava segno di sentire le carezze. Poi salì sul tavolo e iniziò a spogliarsi lentamente, mostrando due seni grossi e sodi che gli strofinò sul pene.
Ted fece un urlo, ma il suo amico non ebbe fortunatamente reazioni. Rebecca si alzò in piedi, gli diede le spalle e slacciò la gonna che cadde senza un fruscio.
Ornato da un tanga nero, un sedere perfetto invase gli occhi ed il cervello di Ted.
Un altro urlo, e un morso al labbro inferiore che gli fece sgorgare un fiotto di sangue ma impedì danni più gravi.
Con un solo gesto, anche il tanga era sparito.
Rebecca si accovacciò su quei trenta centimetri di carne infilzata, e cominciò ad accarezzarli col suo calore, sfiorandoli appena.
Ted, malgrado l'allenamento acquisito in anni di professione, stava per cedere. Con un altro urlo, la base del pene cominciò a lacerarsi lasciando uscire molto sangue.
Rebecca non si curò di quel rumore agghiacciante, e si rialzò in piedi, quindi si inginocchiò davanti a lui.
Cominciò a solleticare il glande dell'uomo con i capezzoli, e infine lo prese in bocca.
La struttura del pene non cedette, ma il sangue iniziò ad uscire come acqua da una lavastoviglie guasta.
Ted perse conoscenza, mentre il suo migliore amico lo stava condannando a morte: ormai senza più controllo, continuava a chiedere sangue al cuore.
Tre minuti dopo, il cuore cessò di battere.
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venerdì 20 maggio 2005 - ore 20:04
scherzo della natura
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Viale Zara, 02.16 a.m.
Max era stufo di girare a vuoto, nella sua ostinata ricerca di sesso a pagamento. Voleva una donna, sufficientemente eccitante per i suoi istinti da tempo sopiti a causa di una moglie piatta, scialba e rompicoglioni.
La trovò un attimo prima di rinunciare, sul marciapiede a destra. Lo guardava facendo saettare la lingua.
Accostò.
"Ciao, bello..."
"Ciao... quanto?..."
"Bocca e culo... cinquanta Euri!"
"E la fica?..."
"No!!!"
"Cosa...?!? Sei un trans?!?"
"No..."
"Sali..." terminò Max, aprendole la portiera. L'auto ripartì di scatto.
***
Lei si tolse camicetta e minigonna. Si inginocchiò e gli porse il culo all'altezza del naso. Max si slacciò i pantaloni e abbassò gli slip. Sentiva il sangue fluire alla testa, il pene duro come solo in quelle occasioni. La montò con furia, aggrappandosi ai seni sodi. La mano scese al pube, ma lei la bloccò.
"Ti ho detto di no!!! Mia sorella dorme... meglio lasciarla stare..." gli disse con un sorriso di traverso.
Max non rispose. Si eccitò ancora di più. Uscì dal buco caldo e palpitante dell'ano della donna e, con una mossa decisa e furtiva, la girò, le gambe finalmente divaricate. Infilò la mano nella vagina. Si scontrò con un groviglio di peli.
Qualcosa di grande e bulboso iniziò a fuoriuscire dalla cavità, attaccato a una sorta di cordone ombelicale. Un'orrenda faccina apparve sotto quel groviglio, violacea, grinzosa e zannuta. Azzannò il collo, poi il petto, le braccia e i genitali di Max, che dopo pochi secondi era ridotto a un ammasso di carne rantolante e sanguinolento.
La donna si ripulì alla meglio e si rivestì, uscendo dall'auto dopo aver raccolto il portafogli dell'agonizzante cliente.
"Gliel'avevo detto di lasciar stare la mia sorellina siamese, ma non mi ha voluto ascoltare... non ascoltano mai!!!"
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giovedì 19 maggio 2005 - ore 10:15
per le strade della notte
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Cristo santo se è magro..." disse la ragazza indicando l'uomo dall'altro lato del marciapiede. Con una gomitata richiamò l'attenzione dell'amica, poi tornò ad indicare l'uomo.
Il tizio era dall'altra parte della strada, intento a guardare le macchine che passavano. Era a piedi, cosa rara per trovarsi in piena notte sui marciapiedi delle strade di periferia.
"Cazzo, è magrissimo. Guarda come è alto, farà più di due metri," disse l'amica. Restarono a guardarlo per qualche minuto, poi l'uomo si accorse di loro. E sorrise. Guardò a destra e a sinistra, poi attraversò la strada con tre falcate. Si piazzò di fronte alle due ragazze.
"Buonasera," disse. E sorrise di nuovo. Le due ragazze non riuscirono a vederli la faccia, era notte, e si vedeva poco.
"Ciao. Che vuoi?" chiese una delle due.
"Prova a indovinare," rispose l'uomo senza finire di sorridere. Poi fece scroccare le dita. Lunghe dita magre. Le due ragazze rimasero a osservare le braccia bianche e lunghissime. Erano piuttosto magre, con pochi muscoli, ma non per questo magre da fare schifo. Avrebbero anche potuto rompere il collo a un uomo, se avessero voluto.
"Costiamo molto, sai?" disse una delle due ragazze con una sottile nota maliziosa.
"Che hai, la figa d'oro?" chiese l'uomo bruscamente. Ora non sorrideva più e aveva un ghigno spazientito sulle labbra. Fece schioccare di nuovo le dita.
"No, non abbiamo la fica d'oro. Se l'avessimo non saremmo qui. Ti pare?" disse la ragazza, offesa.
Che stronzo, pensò. Sentì di nuovo lo scroccare delle dita.
"Hai un tic?" chiese curiosa l'amica della ragazza. L'uomo sorrise. Non riuscivano ancora a vederne bene la faccia e gli occhi.
"Sì, ho un tic. Continuo a scroccare le dita, se non te ne sei ancora accorta. Allora, torniamo agli affari. Tu," disse indicando la ragazza. "Quanto fai?"
"Se non mi rompi le palle e non mi metti fretta, venticinque euro per una sveltina," e si scostò i capelli dalla bocca. L'uomo guardò i lunghi capelli della ragazza.
"Hai dei bellissimi capelli, sai? Se non sbaglio sono biondo scuro..."
"Castano chiaro," lo corresse la ragazza.
"Vabbè, castano chiaro. Sono comunque bellissimi. Di che nazionalità sei?"
"Ucraina, lei," disse indicando l'amica, "è albanese. Ti frega qualcosa o non ti vanno le straniere?"
"No, tutto a posto, tranquilla. Solo che sentivo il vostro accento diverso dal normale," disse velocemente l'uomo.
I tre rimasero a guardarsi per qualche secondo, in silenzio. Poi la ragazza interruppe dicendo: "Allora, che fai?"
"A, sì, scusa. La sveltina non mi va, facciamo quaranta per una roba minimamente normale."
"Bene, vieni," disse la ragazza.
"No, ti porto io in un posto. È sicuro, e mi sento più tranquillo. Vieni" disse l'uomo. Prese per mano la ragazza, e cominciò a trascinarla via. Poi si voltò, e disse all'amica della ragazza: "Ah, non ti preoccupare, te la porto indietro tutta intera!" e sorrise. In quel momento era sotto un lampione, e le ragazze riuscirono a vederlo bene in faccia. Aveva i capelli scuri, probabilmente non se li tagliava da due mesi. I lineamenti erano regolari, la pelle bianca. Gli occhi, due pozzi neri e profondi. A quella vista la ragazza puntò i piedi. La stretta della mano dell'uomo si fece più stretta. Poi s'allentò. L'uomo abbassò lo sguardo sulla ragazza.
"Che c'è? Qualcosa non va?" chiese con voce bassa. Alla ragazza sembrò che la sua voce fosse una botte di odio pronta a straripare. Ebbe paura, ma solo per un momento.
"No, niente," rispose a bassa voce. E seguì l'uomo.
Svoltarono qualche angolo di strada, poi proseguirono dritti per diversi metri. L'uomo le teneva ancora la mano, e non mollava la stretta.
"Ma quanto sei alto?" chiese per rompere il silenzio opprimente.
"Due metri e otto," rispose l'uomo. La sua voce era appena un sussurro.
Dopo una ventina di metri i due si fermarono. L'uomo guardava il limitare del bosco. La ragazza cercò di distinguerne l'espressione, ma non vedeva quasi niente. Distinse solo le labbra serrate e la mascella contratta. Poi l'uomo entrò nel boschetto.
Una fitta attraversò il fianco della ragazza. Puntò i piedi per la seconda volta. L'uomo serrò la stretta alla mano.
"Mi fai male..." disse la ragazza. E cercò di liberarsi dalla presa.
"Smettila, si può sapere che cazzo hai?" ringhiò l'uomo. La ragazza continuò a lottare per liberarsi dalla presa. D'un tratto l'uomo si voltò, e con la mano libera mollò un pugno sulla bocca della ragazza. Il suo labbro inferiore si spaccò di netto, e il sangue cominciò a sgorgare. Con la mano che teneva quella della ragazza, la trascinò nel bosco. La ragazza cercò di urlare, ma il dolore e lo shock glielo impedirono.
L'uomo la trascinò per qualche metro dentro il bosco, poi la mollò. Le dette uno schiaffo, e la ragazza cominciò a svegliarsi e a rendersi conto di quello che le era appena successo.
"Ma perché..." cominciò a balbettare. Il sangue le sgorgava copioso dal labbro, riempiendole la bocca di un sapore salato. Si portò la mano alla bocca e sentì il labbro gonfio e dolorante. Poteva sentire anche il sangue che continuava a pompare, ma che fuoriusciva dai capillari. Sputò sangue e saliva, poi alzò gli occhi sull'uomo, il quale troneggiava sopra di lei.
"Ma perché..." tornò a chiedere.
L'uomo la guardò, poi disse: "Ma vaffanculo troia! Pensi di avere la fica d'oro, vero? Eh troia? Adesso ti faccio vedere io puttana!" e le prese i capelli. Poi la sollevò di peso. La ragazza cominciò a urlare e a divincolarsi, tentando di afferrare le mani dell'uomo.
"Zitta troia!" urlò l'uomo, e le mollò un calcio nello stomaco. La ragazza non riuscì a respirare per qualche secondo, poi prese fiato e urlò per il dolore allo stomaco.
"Ti ho detto di stare zitta! Cazzo! Puttana!" e le scrollò i capelli.
"Ma perché..." piagnucolò la ragazza.
"Perché sei una troia, e a me le troie non piacciono. Sta zitta!"
"Ti prego, ho capito, perdonami, perdonami... prendi i soldi e lasciami stare... ti prego..." disse la ragazza. Il sangue le si mescolavano con le lacrime che le sgorgavano dagli occhi. Gemette un poco, poi tornò ad implorarlo: "Mi fai male... ti prego..."
L'uomo sembrò fermarsi per un momento.
"Ti prego... ho una bambina a casa..." mormorò la ragazza. L'uomo rimase immobile.
"Ma stai zitta! Mi prendi per il culo? Dicono tutte la stessa cosa."
"Ti prego..." mugugnò ancora la ragazza. L'uomo cacciò un ringhio e le tirò un altro pugno nello stomaco. La ragazza scoppiò a piangere, singhiozzando. Il corpo scosso da sussulti. L'uomo le tirò ancora un calcio, nel fianco.
"Stronza, stronza, stronza," continuava a ripetere. Col piede prese a tirarle calci su tutto il corpo, mirando bene al fianco e alla testa. Poi si fermò, si abbassò e cominciò a strapparle i vestiti di dosso. La ragazza tentò di ribellarsi, e l'uomo le prese la testa tra le mani e gliela sbatté al suolo.
"Basta, ti prego, così mi ammazzi..." mugugnò la ragazza. Aveva sangue che le usciva dal labbro spaccato e dalla gola. Lo stomaco e il fianco erano percossi da fitte di dolore.
"E non rompermi i coglioni. Che troia... giuro che se non la pianti ti ammazzo davvero. Sono un bastardo, sai? Guardami!" e le prese la testa tra le mani. La costrinse a guardarlo negli occhi, anche se si vedeva poco nel buio che avvolgeva il bosco e gli alberi. L'uomo la fissò per lunghi secondi, gustò lo sguardo terrorizzato di lei. Poi, con la mano destra, cominciò a tempestarle il viso di pugni. La ragazza cercò di pararsi la faccia con le braccia, ma l'uomo continuava a colpire nei punti non protetti. Si alzò, e prese di nuovo a tirare calci sul fianco.
L'uomo si abbassò, prese in mano la testa della ragazza e tornò a fissarla dritta negli occhi. Poi, con un rapido movimento della braccia, le spezzò il collo. Il rumore del collo spezzato gli fece venire un'erezione improvvisa quanto dolorosa. Mollò la presa e si alzò in piedi. Tirò grandi respiri, poi si coprì la faccia con le mani. Continuava a respirare a fondo. Cominciò a camminare avanti e indietro, confuso sul da farsi. Non sapeva se le avesse rotto il collo intenzionalmente o per un raptus. Ma era morta. L'aveva uccisa.
Si tolse le mani dalla faccia e se le osservò. Alla fioca luce della luna poteva vedere il sangue scuro che copriva il palmo delle sue mani. Guardò il cadavere disteso a terra. Aveva i vestiti strappati, era quasi nuda. Poteva vederle i seni piccoli e le gambe nude e sode. L'erezione persisteva e non voleva saperne di calmarsi.
L'uomo sentì la sua mente spinta a qualcosa che non sapeva spiegarsi. Un istinto a cui non riusciva a sottrarsi. Si abbassò la cerniera dei pantaloni. Poi andò a frugare nella borsa della ragazza e tirò fuori un preservativo. Respirava ancora fondo, non riusciva a calmarsi. Le mani cominciarono a tremargli. A fatica riuscì a scartare il preservativo e a srotolarlo. Poi se lo infilò.
Si abbassò sulla ragazza morta e le toccò la testa. Provò a scostarla, a muoverla, e si sorprese di come ciondolasse. Il collo era molle, la testa piegata in un'angolazione innaturale.
L'uomo sfilò via le mutande dal cadavere e si inginocchiò tra le sue gambe. Allargò al massimo le cosce, poi le prese i fianchi martoriati e la sollevò. Dovette fare un po' di fatica per riuscire ad issarla sino all'altezza del suo bacino. Poi la penetrò. Si sorprese del calore che ancora emanava il corpo della ragazza. Avrebbe potuto scambiarla per viva.
Dette colpi deboli all'inizio, poi si fecero via via sempre più forti. L'uomo sentiva dentro di sè una rabbia esplosiva, e continuò a dare colpi sempre più forti, finché venne. Buttò indietro la testa e si lasciò cadere all'indietro. Rimase con la schiena a terra per alcuni minuti, elaborando quel che aveva appena fatto.
Capì che gli era piaciuto, e che lo avrebbe rifatto volentieri. La cosa lo spaventò. Anche per lui non era normale avere rapporti sessuali con un cadavere. Non aveva mai avuto rapporti di necrofilia prima d'ora. Ma la cosa lo aveva soddisfatto. E molto. Si sentiva bene, sfogato di tutto il suo odio. In più era contento di avere violato il corpo di quella prostituta. Si sentiva meglio. Non gli erano mai piaciute le prostitute. Quello, per lui, era anche un ultimo insulto alla vita di quelle donne. Di quelle donne che non lo avevano mai accettato se non per soldi. E anche in quell'occasione lo avevano fatto quasi di controvoglia.
Si alzò e si rimise a posto la cerniera dei pantaloni.
"Te la riporterò indietro tutta intera..." disse ridendo. Poi prese in mano la testa della ragazza e la sbatté violentemente contro un tronco. Sentì il naso che si rompeva. Sorrise. Questo era l'ultimo insulto. Poi pensò all'amica della ragazza. Una testimone. Lo avrebbe potuto riconoscere subito. Uno alto più di due metri non passa inosservato.
L'uomo si voltò e sorrise.
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PERMALINK
lunedì 16 maggio 2005 - ore 12:14
velocemente
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Corri ragazzo corri che l’uomo nero arriva.
Il ragazzo correva in mezzo ad un campo di fiori, con la speranza di andare lontano, di salvarsi.
Corri ragazzo corri che l’uomo nero si avvicina, mentre le gambe non ti reggono più e il fiato inizia a mancare. L’uomo nero se lo sarebbe preso in un campo di fiori, di giorno, ma voleva dargli ancora l’illusione di potercela fare.
Il ragazzo correva pensando che quello non era uno scherzo: si stava giocando la vita. Aveva voluto fare l’uomo duro, invece si ritrovava a scappare come un vigliacco. Lui non era un vigliacco, però aveva tanta paura, una cosa nuova per uno che era sempre stato il primo, il più coraggioso. Non si sarebbe aspettato una reazione alle sue parole e allo schiaffo che aveva dato, abituato com’era a dominare. Tutto era successo velocemente, troppo, troppo anche per uno “sveglio” come lui.
Correva il ragazzo, sudato e pieno di paura sotto un sole d’agosto che avrebbe dovuto farlo risplendere.
L’uomo nero avanzava, lentamente, mentre il ragazzo perdeva terreno in mezzo ad uno splendido campo di fiori, bello anche per un uomo nero.
Il ragazzo crede ancora di potercela fare, malgrado non sentisse più le gambe e il respiro si faceva pesante. Il mare era vicino e con un tuffo si sarebbe salvato.
Correva con tutte le sue forze, il ragazzo, correva senza voltarsi, per non guardare in faccia quella creatura venuta fuori all’improvviso e che si era preso la sua bella. La creatura, l’uomo nero, se lo sarebbe preso e gli avrebbe fatto scontare quelle parole e quello schiaffo che non aveva proprio sopportato.
Il ragazzo era scappato prendendo su quello che aveva vicino, i pantaloni e una camiciola bianca tipo picciotto. Nel fienile c’era poca luce e non aveva visto l’uomo nero entrare, però il suo grido lo aveva terrorizzato e aveva iniziato a correre per la campagna senza scarpe, tenendosi i pantaloni con la mano, senza voltarsi, per non morire di paura. Una mano sulla spalla, un grido. L’uomo nero era arrivato e lo aveva fermato.
Il ragazzo era caduto e tremava tutto, cercando il suo coltello nelle tasche, costretto a guardare quello che non avrebbe voluto. Aveva riconosciuto il viso ma la voce era diversa, completamente al di fuori di ogni suo pensiero. La paura era diventata terrore, che gli bloccava muscoli e parole, lasciando ancora un margine ai pensieri di una mente che andava sciogliendosi. Il coltello sarebbe stato inutile, come lo era ogni suo sforzo di reagire all’umiliazione che stava subendo.
L’uomo nero lo aveva fatto inginocchiare e gli aveva messo in bocca un membro enorme che cresceva, scendendo nella gola, fino allo stomaco e ancora più giù. - Allora ti piace, puttana!- diceva l’uomo nero.
Il ragazzo stava soffocando, sentiva che non ce l’avrebbe fatta, ma, purtroppo per lui, l’uomo nero non aveva ancora finito. La sua agonia sarebbe stata veloce per il tempo ma lunghissima per lui. L’uomo nero gli aveva tolto i pantaloni e l’aveva messo “a pecora”, carponi. - Che botta di culo, ragazzo! Vedrai che ti piacerà. – scherzando l’uomo nero, passandogli la mano tra le gambe.
Il ragazzo era teso, immobile, tutto sudato, con il suo membro dritto e turgido come non mai. - Allora già sei eccitato! Tranquillo, non ti farò male.- continuando a ridere. L’uomo nero aveva appoggiato il suo grandissimo membro sull’entrata inviolata del ragazzo che non voleva dargli la soddisfazione di gridare.
L’uomo nero lo aveva capito e si stava arrabbiando. - Urla puttana, urla! - Con un forte colpo l’uomo nero infilò tutto nel ragazzo che urlava disperato il suo dolore e la sua disperazione, non sapendo che pure il vento si era tappato le orecchie per non sentire. Quel membro enorme lo aveva sfondato e lo stava passando da parte a parte, arrivando ad uscire dalla bocca. Che morte! Quello non era morire da uomini: l’ultimo pensiero del ragazzo. L’uomo nero aveva finito. In mano aveva il coltello del ragazzo. Un colpo e via. Un grido, un po’ di sangue e una risata. Finalmente era tornata se stessa, aveva ripreso le sue sembianze di bellissima ragazza nordafricana. Rideva e ballava, avvolta dal caldo sole di Sicilia in mezzo a quel campo di fiori chiari in armonico contrasto con la sua carnagione scura. Ballava velocemente, al ritmo di una musica che sentiva solo lei. Tutto era passato: lo schiaffo e le parole del ragazzo erano andati, come lui del resto, ancora con gli occhi sbarrati dal terrore. Che sorpresa vedere che l’uomo nero era la sua bella! Arin aveva conquistato il suo bel ragazzo nella sua Tunisi, nella parte vecchia della città, quella ancora araba. Lo aveva fatto innamorare, lo aveva fatto godere e lo aveva seguito nella sua splendida isola. Lei era la sua conquista, il trofeo della puntata in Africa, un’altra ragazza che aveva subito il fascino, che lo aveva fatto sentire “masculo”. Lui credeva di dominarla ed era convinto di poterla trattare come aveva fatto con le sue conquiste paesane. Invece no! A lei piacevano certi modi, però non sopportava esser chiamata puttana e peggio ancora detestava gli schiaffi. Il ragazzo, dopo averla mostrata in giro se l’era portata nella casa di campagna. Tutte le sue donne erano passate per il fienile e a tutte aveva insegnato quella che considerava la cosa più bella, oltre che atto dovuto di sottomissione a lui. Nella penombra del fienile le faceva spogliare davanti a sè, a testa bassa, poi si slacciava i pantaloni, le faceva inginocchiare e glielo appoggiava sulle labbra appena aperte, infilandolo poco alla volta, poi avrebbero dovuto fare loro. Se non erano capaci allora voleva dire che lui era stato il primo cui si erano concesse fino a quel punto. Allora le faceva fermare e “le istruiva”. Arin invece era diversa, ci sapeva fare. Questo non gli piaceva. - Puttana!- E uno schiaffo che l’aveva fatta andare giù, dietro una balla. Poi il grido e la fuga nel campo, per finire morto inculato da una ragazza tunisina diventata improvvisamente uomo nero. Il sole ammirava Arin, avvolta solo dai suoi raggi, e anche il vento si era risvegliato per godere di lei, che continuava a ballare in mezzo al campo di fiori in orgasmo sfiorando il suo corpo.
Arin era padrona del suo destino e di quello altrui, libera di vivere solo per il suo piacere. Doveva ringraziare chi le aveva permesso di fare e diventare come il più terribile degli orchi, quell’uomo nero che minaccia i sonni dei bambini. Lei non aveva paura dell’uomo nero, ne era affascinata e avrebbe voluto sfidarlo, guardandolo negli occhi, proprio come non le permetteva suo padre e quello che avevano scelto per lei come marito. Invece no, le andò bene, perché la bella Arin conobbe l’uomo nero che le fece un bel regalo per ringraziarla della fantastica notte passata insieme. Una notte di luna piena, con un cielo splendente, ma nero e senza stelle. Lei stava tornando a casa, l’uomo nero vagava per le strade di una Tunisi fredda, che sembrava avesse previsto il suo arrivo. Vagava pensando alla prossima anima da prendere, comunque, senza grosse possibilità di scegliere. Invece la bella Arin gli comparve davanti all’improvviso e anche per lui fu quasi uno shock. Fermi, l’uno di fronte all’altra, incapaci di fare e di pensare. Lo aveva riconosciuto e lo guardava negli occhi, affascinata come quando era piccola. L’uomo nero era sorpreso, quasi intimorito da quella ragazza che reggeva il suo sguardo senza paura, spiazzato nel sentire la sua voce. - Ti aspetto da una vita. Voglio essere tua, adesso - Lei fece scivolare in terra il suo vestito e l’uomo nero se la prese, avvolgendola nel suo mantello. Era la prima volta che si concedeva ad un uomo ed era felice di farlo con quello dei suoi sogni.
L’uomo che veniva dalle tenebre si lasciava guidare dall’ardore di quella ragazzina che si era concessa a lui senza remore e senza chiedergli altro che possederla, in tutto e per tutto. Era sua e lo sarebbe stata per sempre, anche al di fuori del suo regno. A questo pensava una parte di sè, mentre l’altra era presa dal vortice con Arin, che sarebbe potuto continuare all’infinito. Alla fine l’uomo nero le diede una piccola parte di sè, per diventare come lui ogni volta che avrebbe voluto e che l’avrebbero fatta arrabbiare. Da quella notte l’inizio della nuova vita della ragazza, che sarebbe diventata padrona del suo destino ed avrebbe potuto disporre di quello altrui a suo piacimento, in tutto e per tutto. Lei non capì subito le sue parole ed il potere che avrebbe avuto. Iniziò a rendersene conto quando vide realizzato il suo primo desiderio: non avere più padroni.
Curiosa e leggera riuscì a vedere negli occhi del suo promesso sposo e di suo padre il piacere, il possesso, la sorpresa ed infine il terrore, provando una sensazione “privilegio” degli uomini che le era tanto piaciuta.
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PERMALINK
martedì 10 maggio 2005 - ore 13:30
il regista della paura
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Colto da improvvisa ispirazione, si fece portare un ragazzo sui sedici anni e una vecchia di settanta.
Li fece spogliare, quindi ordinò al ragazzo di accoppiarsi con l'anziana donna. Quest'ultima non fece storie, sapeva bene ciò che accadeva a chi si ribellava. Il ragazzo invece era nuovo, e non conosceva le regole della buona creanza. Non si era ancora reso conto di chi aveva davanti.
L'avevano rapito alla stazione dei Greyhound, due notti prima. Stava steso su una panchina con lo zaino sotto la testa, a sonnecchiare. Gilbert e Ned si erano avvicinati e gli avevano chiesto da fumare. Lui aveva educatamente risposto che non ne aveva. Ned allora si era allontanato con un cenno al compare, mentre questo si accendeva una sigaretta dando le spalle al ragazzo.
Era accaduto tutto nel giro di pochi secondi: il furgoncino era arrivato a fari spenti vicino alla panchina, mentre Gilbert agguantava il ragazzo, lo tramortiva con un pugno e lo caricava esanime sul mezzo. Nel giro di venticinque secondi dall'approccio la panchina era vuota.
Il ragazzo si ribellò, e allora Yoshi fece un cenno ai due gorilla. Poco dopo era legato al letto, mentre la donna cercava di farglielo venire duro.
Yoshi filmava.
Il ragazzo urlava, e così fu imbavagliato.
La donna si dava da fare.
Yoshi filmava.
Il ragazzo si ribellava, la donna gli si avvicinò all'orecchio e lo pregò di star buono e di fare quello che gli dicevano, e tutto sarebbe andato bene.
Il ragazzo continuava a strillare nel bavaglio.
Yoshi filmava.
La donna ce la stava mettendo davvero tutta, ma il ragazzo non rispondeva agli stimoli, era troppo orripilato dallo spettacolo offerto dalla vecchia.
Yoshi filmava.
Il ragazzo finalmente riuscì a tenere l'erezione, e la donna ne approfittò.
Yoshi filmava.
Il ragazzo suo malgrado continuava a essere usato dalla donna, e continuò per riflesso condizionato anche dopo che Ned gli ebbe tagliato la gola con un coltello da caccia.
La donna stava per urlare, ma si mise un braccio davanti alla bocca e lo morse, memore di quanto era accaduto la settimana precedente, quando la sua amica Ginger era stata giustiziata per aver rovinato la pellicola.
Yoshi filmava.
La donna si rivestì. Yoshi ripose la telecamera, mentre Gilbert riaccompagnava la magra figura alla sua cella.
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PERMALINK
venerdì 6 maggio 2005 - ore 09:32
Sangue bianco
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono una donna vampiro, ma di una specie particolare: non vivo di sangue che zampilla rosso da una carotide recisa, ma di sperma, il bianco succo della vita, che bevo alla calda fonte dei maschi della mia specie.
Sono sempre affamata e assetata.
A differenza dei vampiri classici io caccio sia di notte che di giorno scegliendo prede giovani e belle, che facilmente convinco a "salire un attimo da me", dato il mio aspetto: nessuno vede, dietro i denti bianchi e le labbra rosse e morbide, una lingua che si avvolge come un serpente su se stessa, preparandosi a lambire carne calda, per spremerla, fino all'ultima goccia, come farebbe una pianta carnivora.
Nessuno capisce che quello che fa fremere il mio seno generosamente esposto o che fa bagnare la mia fica, facilmente raggiungibile dallo spacco della gonna, non è il desiderio di essere penetrata, ma quello di mangiare e bere, succhiando anche l'anima della mia vittima; e la mia tecnica vi porta in paradiso, uomini miei, la prima volta; poi...
Anche con te è successo come con gli altri: ti ho incontrato in discoteca e ti ho scelto per la tua vitalità prodigiosa e per il tuo sguardo intrigante; per un attimo ho quasi desiderato di averti dentro di me, ma solo per un attimo, poi il mio appetito ha preso il sopravvento.
Così ti ho invitato a casa mia e in camera da letto mi sono spogliata velocemente; tu volevi fare altrettanto, ma ti ho fermato: non potevo aspettare; dopo averti aperto con dita febbrili i pantaloni, abbracciandoti i fianchi, ti ho preso in bocca: tu eri già eccitato, ma al contatto avvolgente della mia lingua ti sei gonfiato e teso ancor più; ho cominciato a leccarti lentamente e a mordicchiarti mentre gemevi.
Poi il mio movimento si è fatto più veloce, fino a spingere il tuo sesso in fondo alla gola, quasi a soffocarmi; quando ti ho fatto uscire per un attimo dalla bocca per colpire dolcemente con la lingua il tuo piccolo orifizio dischiuso, la porta della vita per me, mi sei rientrato dentro con forza, le mani a stringere convulse i lunghi capelli; ma io volevo ritardare il tuo orgasmo, per berti più a fondo e di più, così, scivolando con le labbra da un punto sensibile ad un altro, ti facevo trasalire, ansimare, fino a che non mi hai pregato:
- Fammi venire, non resisto più-.
E' bastato la pressione delle dita e delle labbra sul tuo sesso congestionato, mentre con l'altra mano ti carezzavo la tenera pelle dei testicoli, per farti esplodere in lunghe dense sorsate, che ho ingoiato fino all'ultima goccia; tanto era il mio piacere nel saziarmi di te che ho udito a stento il tuo grido di liberazione.
Lentamente mi sono rialzata, leccando dalle labbra anche l'ultima traccia di seme, mentre tu ti gettavi sul letto, dicendo:
- Nessuna mi ha mai fatto provare tanto piacere, sei brava davvero a succhiare-.
-Non sai quanto...- ho mormorato tra me.
Allora hai iniziato a carezzarmi con sapienza: quando hai toccato il mio sesso bagnato al pensiero di rinnovare il goloso pasto, nuovamente eccitato hai fatto per prendermi, ma io ti ho fermato; e la mia bocca ha ricominciato a lavorare su di te: ti ho ribevuto e gustato meglio, eri veramente buono, il seme migliore che avessi mai assaggiato.
Un tesoro, da conservare con cura.
Ma alla terza volta, quando il dolore si unì al piacere, perché il tuo liquido vitale iniziava a scarseggiare, mi chiedesti di smetterla:
- Per favore, ora basta...- dicesti con una smorfia; allora forse cominciasti a chiederti perché mi piacesse tanto l’amore orale, e prima di addormentarti sfinito, ti balenò certamente l'orrendo sospetto di essere, per me, solo una fonte di sostentamento.
Così, visto che avevi davvero un buon gusto, non potevo lasciarti andare: allora ti ho legato al letto, mani e piedi, mentre dormivi; e ti mantengo in vita per potermi nutrire della tua preziosa fonte di vita; ora a volte esce sangue, a colorare il liquido bianco, che non è più così denso.
Ma, sebbene le corde ti segnino profondamente le caviglie e i polsi (ti divincoli per liberarti, quando non ci sono), appena mi vedi guardi con desiderio le mie labbra, perchè nonostante il dolore mi vuoi, mi vuoi sempre e comunque; presto ti libererò, quando non potrò più nutrirmi di te, e tu andrai a raccontare un'incredibile storia che nessuno crederà, quella di una strana bella donna vampira assetata di sperma.
Poi comincerai a bussare alla mia porta, perché non potrai resistere senza la mia bocca e allora dovrò ucciderti: non lo sai che i farmaci di cui ti rimpinzeranno per farti dimenticare questa pazzesca esperienza rovinano il sapore del tuo bianco e cremoso sangue?
ok lo so questo è proprio da malati...quindi non iniziate a dirmelo..
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PERMALINK
giovedì 5 maggio 2005 - ore 09:53
io uccido
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Io uccido, non per follia omicida, ma semplicemente perché io sono morto e voglio che tutti gli altri muoiano con me, sperando di non rimanere l’unico “ritornato”.
La mia storia è molto semplice, due anni fa mi recai per lavoro con moglie e figli a Teresina, Brasile; l’Italia e le fondazioni umanitarie versavano sul mio conto molto denaro perché convertissi quei rozzi villici in civili lavoratori.
L’unica cosa che apprezzavo del Brasile erano i seni delle sue donne, in armonia con quei glutei ondeggianti.
Le brasiliane, col loro fisico sinuoso in grado di far resuscitare i morti...
La mia vita e conseguentemente la mia non vita subì uno scossone quando incontrai Argenta, bella come il Sole e disponibile come la peggiore delle prostitute. Lei passava le giornate ad imparare a ballare, non mi fu difficile corrompere la sua gioventù con pochi dollari.
E’ stata un’esperienza indimenticabile, lei ansimante sopra di me ed io impaziente di venire; quando raggiunsi il mio scopo mi accorsi che il nostro show interessava a qualcuno visto che notai un’ombra scappare all’esterno della tenda. Pensai che fosse solo un ragazzino e me ne infischiai. Feci sesso con Argenta svariate volte e spesso notavo quell’ombra.
Un giorno mi decisi a rincorrere quell’ombra, era una donna.
Le presi un braccio, lei si voltò, era cieca, allorché le chiesi perché sbirciava nella tenda pur essendo cieca, lei mi rispose che era stata attirata dall’odore della vita e del sesso visto che i villici l’avevano accecata perché non volevano essere guardati.
Senza dire niente mi abbassò i pantaloni ed iniziò a massaggiarmi, presto capii perché l’avevano accecata, i suoi occhi divennero di colore giallo fluorescente pronunciando un incomprensibile sermone, ma non m’importava, ero troppo impegnato a godere.
Morii un paio di giorni dopo tra atroci dolori febbrili.
Ora sono qui.
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PERMALINK
martedì 3 maggio 2005 - ore 18:43
sesso orale
(categoria: " Vita Quotidiana ")
< Deflettere >
dice la ragazza.
Lui sta leggendo il giornale.
La guarda da sopra le lenti.
< Deflettere… cosa? > dice.
< Voglio solo che lo dici. Dimmi deflettere. >
< Spiegami almeno per quale motivo. >
< Mi piace il suono di
questa parola.
E la lingua poi… fa cose strane quando la pronunci. >
L'uomo sbuffa, poi dice:
< Deflettere. >
< Non così! Più lentamente… più morbidamente. >
Pronuncia la parola come
lei gli ha chiesto.
Sente la propria lingua compiere
una piccola
acrobazia nella bocca.
Una piccola cosa piacevole.
< Siii! > dice lei.
< Lo sapevo: è bella anche da ascoltare. >
E sospira gettando un poco
la testa all'indietro.
L'uomo comincia a sentirsi
interessato da questa nuova
stramberia della sua ragazza.
< Ma cosa vuol dire deflettere? > chiede.
< Non è importante il significato >
dice lei.
< A te cosa fa venire in mente? >
Lui ci pensa un po' sopra, poi:
< Il tuo corpo… Sì, il tuo corpo
quando lo inarchi
prima di un orgasmo. >
< Allora da adesso il mio corpo non si inarca ma si deflette >
dice lei.
L'uomo ormai ha del tutto
dimenticato la pagina
sportiva che stava leggendo.
< Dove ti piace quando la pronuncio? > chiede.
La ragazza si mordicchia maliziosamente il labbro inferiore e sbatte le palpebre.
Lo guarda da dietro le
lunghe ciglia mentre la mano scende esitante lungo la
gonnellina ad indicare il punto preciso.
< Lì? > chiede lui, mantenendo un tono distaccato, quasi professionale.
< Ne sei proprio certa? Voglio dire:
non sarebbe il caso di… fare una verifica? >
< Certo! > risponde lei invitante:
< Non devi fare altro che aprire il cofano e dare una
controllatina al motore. >
Lui si alza, la raggiunge e
le infila la mano sotto la gonna.
Scansa con le dita
l'elastico delle mutandine e la insinua tra le cosce.
Ha l'impressione di
avere nel palmo della mano una piccola bestiolina pelosa.
Come quel criceto
che possedeva da piccolo.
< Deflettere > dice.
Nulla! E' come se la
bestiola fosse profondamente addormentata.
C'è bisogno di insistere.
< Deflettere > ripete.
E' stata una sua impressione
oppure l'animaletto ha avuto un fremito? Lieve, certo!
Impercettibile come il battito d'ali di una farfalla.
Ma c'è dell'altro:
ora sulla candita camicetta di lei si sono evidenziati due deliziosi soprarilievi.
" O cazzo! Gli si sono inturgiditi i capezzoli! " pensa.
C'è bisogno dell'ultima verifica,
quella definitiva.
Si concentra come se stesse
per recitare il monologo dell'Amleto.
< Deflettere > dice infine.
La ragazza si morde le
labbra e rovescia la testa all'indietro.
Emette un gemito rauco che sembra provenirle
direttamente dalla gola.
La mano dell'uomo viene
allagata da una sostanza calda e vischiosa.
< Oh Cristo, funziona! >
Adesso non c'è tempo da perdere.
Bisogna passare all'azione.
Cogliere l'attimo.
Se lo sente così duro
che quando abbassa la lampo il suo "trivellapassere" schizza
fuori dalla patta come una molla.
E' dritto e turgido.
Ha un aspetto così… preistorico.
< Continua a tenere le mutandine scostate > dice,
< e preparati che adesso ti impalo. >
La prende con ambo le mani per le natiche, la solleva,
la mette sulla giusta traiettoria e la lascia cadere di peso.
Sente il suo membro penetrarla con una violenza mai ottenuta prima.
Lacerante, devastante.
< Ti ho fatto male? > chiede un po' preoccupato.
< Oh sì! Mi hai fatto… malissssssssssssssssimo!!! >
sospira lei.
< Bene! Ora cerchiamo altre parole > dice lui:
< Vediamo… ecco, ho trovato: Carciofini! >
Lei lo guarda con occhi sgranati.
< Ma quali carciofini! > dice: < Dimmi piuttosto "Spinterogeno". >
Lui dice: < Spinterogeno >.
E' stato come se a parlare fosse stato il suo bacino.
Il colpo di reni è stato
così violento che li
ha catapultati entrambi contro la parete.
Il lampadario
ha oscillato come per una scossa di terremoto.
Un quadro si è staccato dalla parete.
I cani di tutto
il vicinato hanno cominciato
ad ululare.
Lei gli si tiene avvinghiata per i capelli.
< Dimmi qualcosa >
lo supplica.
<DeflettereSpinterogeno
DeflettereSpinterogeno
DeflettereSpinterogenoDeflettere
SpinterogenoDeflettere… > dice lui.
Non l'avevano mai fatto
in quella maniera.
La stanza sembra essere stata devastata da un ciclone.
Ora lei sta fumandosi
una sigaretta sdraiata sul divano.
Fa lunghe aspirate poi getta il fumo verso il soffitto.
Ha lo sguardo assente, appagato.
Nota lui che si sta rivestendo frettolosamente.
< Esci? > chiede.
< Certo >
< E dove vai ? >
Lui finisce di aggiustarsi
il nodo della cravatta.
< A comperare un dizionario > dice.
In un commissariato, tempo dopo.
Il commissario continua a fissarla: corporatura gracile,
faccino angelico.
Possibile che…
< Dunque ricapitoliamo:
voi confessate di avergli prima assicurato mani e piedi
alle sponde del letto con dei
legacci e di avergli poi…
reciso la gola. Anche questo,
presumo, faceva parte dei vostri innocenti giochini erotici? >
Lei lo guarda indignata.
< Signor commissario!
Non ho mai
asserito nulla di simile! >
< Ma se lo avete affermato ora!
E' stato anche messo a verbale. Appuntato, rilegga
la sua dichiarazione. >
< Cito da verbale:
"Il mio nome è…" >
< Non dall'inizio, idiota!
Solo l'ultima parte. >
< Cito da verbale: "
… e dopo avergli assicurato
mani e piedi alle sponde
del letto con dei legacci,
l'ho sgozzato." >
< Ecco signor commissario,
vedete? Sgozzato!
Ora va bene. >
< E cosa avevo detto io? >
< Avevate detto: 'reciso la gola'. >
< O Gesù! E che cosa cambia! >
< Praticamente tutto.
Ora vi spiego:
"recidere" e "sgozzare"
secondo voi suonano uguali?
Notate la tagliente
ma inoffensiva leggerezza di
"Recidere". Ed ora
confrontatela con "Sgozzare".
Avete notato che inaudita violenza fonica? Non ci credete?
Ditelo allora.
Dite la parola "sgozzare".>
Il commissario la guarda,
poi con un sospiro
di rassegnazione dice:
< Sgozzare >.
< Non così. Più duramente… più seccamente… più definitivamente. >
< Sgozzare >
dice allora il commissario
mettendoci dentro
tutta la cattiveria che ha in corpo.
La ragazza rimane
per un po' perplessa, poi scuote la testa.
< Non va ancora. >
dice.
< Forse deve provare a pensare a qualcosa di molto sgradevole,
a qualcosa che odia profondamente.>
< Pensi a sua moglie >
gli suggerisce l'appuntato
che poi, rendendosi conto della gaffe,
arrossisce violentemente
ed incassa la testa tra
le spalle come a volerla
fare sparire.
Ma una molla è scattata nella testa
del commissario: sua moglie! Quella maledetta vecchia megera!
< Sgozzare! > dice.
E' stato come se un colpo
di mortaio gli fosse partito
dalla bocca.
< Sì, così! Bravissimo!
Avete notato come la seconda
sillaba rafforzi la prima?
Ora forse potrete capirmi.
Noi ultimamente facevamo l'amore sfruttando
il potere evocativo delle parole.
Lui mi costringeva
ad adoperare il vocabolario
alla ricerca delle paroline
magiche…
Sì, quelle che
risvegliavano la mia passera.
Se sono incappata in quel
termine è stato solo per
una tragica fatalità.
Mi costringeva a sfogliare
le pagine a caso… >
Il commissario la guarda incredulo.
< Un momento, fatemi capire bene:
voi lo avete sgozzato
semplicemente perché avete detto sgozzare! >
< Precisamente >
risponde la ragazza canditamente.
< Agente, abbia la compiacenza di togliermi
questa deliziosa fanciulla da davanti
gli occhi. >
< Vado, vado, non preoccupatevi.
Posso darvi però un consiglio:
da oggi quando vostra moglie ha un orgasmo,
il suo corpo non si "inarca" ma si "deflette".
Ricordatevelo: si deflette. >
Il commissario rimane
a fissarla impassibile fino a
quando la porta si
chiude dietro lei.
Un solo pensiero gli
bolle nella testa:
sua moglie. "La bastarda" pensa, "quando si rade,
adopera le mie lamette!
E si fuma di nascosto i miei sigari!"
Il telefono squilla.
< Pronto? >
risponde duramente,
ma la sua voce si addolcisce all'istante:
< Oh, sei tu, cara… Come… ?
Vuoi sapere se torno per cena?
Motivo?
Ah, tuo padre
ha scannato il maiale!
Mi stai dicendo
che avremo cotolette alla brace?
E ci sono pure i tuoi!
Ma lo ha proprio… scannato?
Mi piace sai
il suono di questa parola.
Come? Cosa ho detto?
Ho detto:
mi piacciono le cotolette alla brace.
Ma certo che ci sarò, contaci.
Tuo padre ha scannato il maiale e
vuoi che manchi al banchetto? >
Mentre riattacca
la cornetta un lampo sulfureo
balena per un
istante nei suoi occhi.
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PERMALINK
lunedì 2 maggio 2005 - ore 10:27
LADY SHADOUT
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E' notte, come di consueto, nella penombra della mia abitazione, avvolta solo da veli, sto per dare inizio al mio gioco preferito: contemplare l'ombra della mia immagine sulle pareti prevalentemente ricoperte da specchi mentre, deambulando, assaporo bevande alcoliche appositamente preparate con spezie e aromi pregiati.
Start game!
Favorita dalla luna che risplende in cielo, passeggio in compagnia della mia ombra: ora mi muovo lentamente, ora eseguo movimenti bruschi come se volessi ingannarla; a tratti mi fermo, assumo pose plastiche, rimango immobile a contemplare le mie belle forme, poi riprendo scuotendo i lunghi capelli per simulare l'idea del vento; mi abbandono alla penombra in estasi, a tratti sorseggio qualcosa come premio al mio vagare, oppure mi soffermo ad accarezzarmi e mi osservo allo specchio.
Ammiro la mia silhouette sui muri, poi...
d'improvviso a quel senso di benessere subentra una strana sensazione: è come se la mia ombra si staccasse da me! Guardinga muovo lentamente un piede, l'ombra simmetricamente mi segue, poi di botto velocissima agito un braccio. Terrore! Il braccio dell'ombra sul muro non si muove, rimane lì come un'immagine rupestre, solo a tratti ubbidisce ai gesti; mi volto e inorridita scopro che nello specchio anche la mia immagine non è più riflessa, a riflettersi è ora l'ombra sul muro che sta movendo verso di me; altre ombre si animano, prendono consistenza, si avvicinano, mi avvolgono, provo una sorta di piacere saffico, mi mancano le forze, la vista mi si annebbia, sono sommersa da vapori che lentamente mi indeboliscono piacevolmente e mi sciolgono ma, anche se non so più dove ho gli occhi, conservo ancora la percezione del vedere: vedo l'immagine di me che si libera definitivamente e... mentre Ella esce verso il sentiero che conduce al bosco, io sono ormai colta da quella pace che induce l'eterno riposo.
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PERMALINK
giovedì 28 aprile 2005 - ore 13:06
prime volte
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono davvero molto fortunato.
Quanti come me posso avere la soddisfazione di poter esprimere se stessi in modo incondizionato?
Ora forse, solo io. Anche perché non ho più incontrato nessuno di vivo per poterglielo dire.
E per fortuna! Paradossalmente mi sento più felice ora che sono tutti morti che prima quando erano tutti vivi.
Oh… aspetta aspetta… morti? Vivi? Tu sei morta o sei viva? E stai ferma un attimo!
Devo legarti per bene le braccia, i polsi, le caviglie, il collo… Che lavoraccio… non credevo fosse così duro.
Guardati bene, sei bianca come la porcellana, quasi blu e hai il corpo ricoperto di morsi… sei bellissima.
Sicuramente più di prima, per me! Oh, finalmente sono riuscito a legarti a questo tavolo.
E smettila di grugnire! Ora devo andare a prendere un bavaglio per tapparti la bocca…
Non vorrei mai che quelle tue putride mascelle affondino nel mio collo mentre facciamo…
sì dai… facciamo quelle cose là…
Oh, finalmente… ce l'ho tra le mie mani… un corpo morto ma vivo…
Ti adoro, sei la mia vera prima volta. E' come se io fossi vergine.
Anche tu da un certo punto di vista!
Mi sento fremere da tutte le parti… con la mia ex ragazza non era la stessa cosa… lei era viva.
Non potevo ammazzarla solo per scopare. Ma ora le cose sono cambiate.
Per tutti questa si è rivelata la fine, per me è solo l'inizio. Ora sei a posto.
Aspetta, devo solo montarti sopra… e poi iniziamo… Oh, sì… finalmente…
Dai puttana, fammi venire…
La zombie si liberò un braccio e si levò il bavaglio.
Gli prese la testa e se l'avvicinò alla bocca proprio mentre lui veniva.
Il fiotto di sperma incontrò la sua carne marcia mentre lei si faceva il suo primo boccone di carne umana.
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PERMALINK
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