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venerdì 29 febbraio 2008 - ore 00:08



(categoria: " Poesia ")


"..Ma né i miei cinque spiriti, né i miei cinque sensi
possono dissuadere questo mio sciocco cuore dal tuo servizio,
avendo ormai perso ogni sembianza umana,
ridotto a schiavo e misero vassallo del tuo superbo cuore" (W.Shakespeare)..


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mercoledì 27 febbraio 2008 - ore 00:40


Monselice ed Arquà Petrarca
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Monselice
Villa Duodo e la Chiesa di San Giorgio - che ospita le spoglie di San Valentino




Villa Duodo - Residenza di villeggiatura voluta dai fratelli Francesco e Domenico Duodo. La sua costruzione fu avviata tra il 1589 e il 1591 e venne affidata all’abile architetto Vincenzo Scamozzi. Egli, però, non fu il solo a seguire i lavori. La villa venne costruita in due momenti: il corpo laterale sulla destra, opera prebarocca, fu eseguito nel 1593 dallo Scamozzi, mentre la parte frontale sarà aggiunta al prospetto iniziale nel 1740 su progetto dell’architetto Andrea Tirali







Sette Chiesette - Attraversata la Porta Romana si accede al Santuario delle Sette Chiesette: sei cappelline intitolate ad altrettante basiliche romane alle quali il Papa Paolo V, nel 1605, concesse il privilegio dell’ "Indulgenza Plenaria", come testimonia l’iscrizione in latino "Romanis Basilicis Pares" sulla Porta Romana. All’interno delle sei cappelle si trovano grandi pale d’altare, dipinte da Jacopo Palma il Giovane, pittore preferito della Repubblica Serenissima Veneta.



La Rotonda - La Porta dei Leoni immette sulla Rotonda, una terrazza panoramica semicircolare, realizzata nel 1712 per volere di Nicolò Duodo dalla quale si può ammirare tutto il lato sud-est della città.

Il Duomo Vecchio - In stile romanico-gotico, edificato nel 1256 dall’arciprete Simone Paltanieri in sostituzione della Pieve di Santa Giustina rasa al suolo per esigenze militari. La facciata presenta snelle lesene, due bifore e un severo rosone; il protiro è un’aggiunta del Quattrocento. Sul retro (abside e torre campanaria merlata), è piacevole l’effetto del rincorrersi degli archetti ciechi su diversi piani prospettici. All’interno: vasta navata; tele di buona fattura (purtroppo non ben conservate); polittico di Scuola Veneziana sull’altare maggiore; quattro bassorilievi in marmo della Bottega dei Bonazza; resti di affreschi Trecenteschi; ossario cilindrico romano del I secolo d.C. sotto il pulpito.


Il castello - Il castello di Monselice è un complesso di edifici che si compone di quattro nuclei principali, edificati e ristrutturati tra l’undicesimo e il sedicesimo secolo. La parte più antica, sulla destra entrando dal portone nella Corte Grande, è il Castelletto, con l’annessa Casa Romanica, edificati tra l’11° e il 12° secolo.Sulla sinistra sorge la massiccia sagoma della Torre di Ezzelino, del 13° secolo. Al centro, come nucleo di collegamento fra i due edifici esistenti, viene realizzato nel 15° secolo il palazzo Marcello.
Infine la Biblioteca del Castello, che sorge sull’ampia spianata antistante la Torre di Ezzelino, ricavata in un edificio preesistente alla fine del 16° secolo. La torre è costruita dal già citato Ezzelino da Romano nel 13° secolo, nell’ambito di un potenziamento militare-difensivo della seconda cerchia di mura della città. All’inizio del 14° secolo, quando la città viene conquistata dai Carraresi, i grandi stanzoni del palazzo di Ezzelino vengono suddivisi in sale di minori dimensioni, parzialmente adibite ad abitazione civile.
Nel corso del 14° secolo i Carraresi riutilizzano anche la parte più antica del complesso, realizzando nella Casa Romanica una grande Sala del Consiglio e costruiscono all’interno del castello tre caratteristici e monumentali camini veneti, che possiamo ammirare a tutt’oggi.
Dopo la conquista di Monselice da parte della Repubblica Veneta, nel 15° secolo, il Castello passa in proprietà alla nobile famiglia dei Marcello che ne completa la trasformazione in residenza civile, edificando il palazzetto di collegamento fra la torre di Ezzelino e la parte Romanica. In questo edificio di bello stile gotico, allargato al piano intermedio della torre, i Marcello ricavano la loro residenza privata. La configurazione definitiva del Castello, così come la vediamo oggi, è già quasi completa alla fine del 1400: mancano solo la biblioteca, del tardo ’500, la sistemazione del cortile veneziano interno e la cappella privata della famiglia edificata nel ’700.
Nei primi anni dell’800 la proprietà del Castello passa dai Marcello ad altre famiglie dell’aristocrazia locale e incomincia un lento e inarrestabile degrado di tutto il complesso, con la spogliazione di mobili ed oggetti dell’arredo interno. Alla fine del secolo la proprietà passa ai conti Girardi, da cui perviene per asse ereditario alla famiglia Cini. Nel corso della prima guerra mondiale il Castello viene requisito per scopi militari dal Regio Esercito Italiano, che lo lascerà, completamente devastato nel 1919.





Arquà Petrarca
Casa del Petrarca - L’edificio, fatto costruire dai Carraresi, per ospitare il poeta Francesco Petrarca, dal 1370 al 1374, mantiene ancora oggi gran parte delle sue originarie strutture trecentesche, nonostante i numerosi restauri e rimaneggiamenti e la cinquecentesca aggiunta della loggia. Sempre nel XVI secolo furono affrescate le stanze con un ciclo ispirato alle opere più famose del Petrarca, il Canzoniere e l’Africa.
Nel 1369 Francesco Petrarca (Arezzo 1304-Arquà 1374), stanco del continuo peregrinare e ormai anziano e malato, si fece riadattare una casa nel villaggio euganeo di Arquà e la elesse a rifugio degli ultimi giorni.
Qui trascorse in pace gli ultimi anni di vita, circondato da nuovi e vecchi amici e dai familiari. Qui morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374, reclinando il capo sui suoi amati libri. La casa fu forse donata al Petrarca da Francesco I da Carrara, signore di Padova.
Il Petrarca decise di restaurare la costruzione preesistente adeguandola alle sue esigenze e seguendo personalmente i lavori. Adibì ad abitazione per sé e la sua famiglia la parte dell’edificio a livello inferiore, riservando la parte rustica, sita più in alto, alla servitù. Sul davanti c’era il giardino, sul retro il brolo: alla cura delle piante il Petrarca dedicava molta attenzione, anche se con scarso successo.
All’interno della casa il poeta fece modificare la distribuzione degli ambienti: la stanza a ovest fu divisa in due per ricavarne uno studiolo, la stanza centrale divenne salone di rappresentanza e di collegamento, illuminata da una pentafora dalla parte del giardino e chiusa da un camino dalla parte del brolo. Furono rifatte in stile gotico le finestre, furono aggiunti due balconi e tre camini.
Alla morte del poeta si succedettero diversi proprietari, ma la casa non subì sostanziali modifiche:cominciava già a prendere corpo il mito della casa del poeta.
Alla metà del ’500 l’allora proprietario Paolo Valdezocco fece dipingere gli affreschi che ancora si possono ammirare, ispirati alle poesie del Petrarca e fece aggiungere la loggetta esterna da cui a tutt’oggi si accede al primo piano. Dopo numerosi altri passaggi di proprietà, che rispettarono però sempre la memoria del poeta, la casa pervenne al cardinale Pietro Silvestri, che nel 1875 la lasciò in eredità al Comune di Padova.
I restauri, iniziati nel 1906 e conclusisi dopo le varie fasi nel 1985, hanno eliminato dall’edificio le inutili aggiunte, senza però ripristinare l’antico ingresso. All’interno sono esposte alcune edizioni degli scritti del poeta e alcune testimonianze dell’ammirazione tributatagli nei secoli. In questa piccola casa-museo si susseguono lo studiolo, la libreria e, tra i rari oggetti familiari al poeta, la sua sedia e la leggendaria gatta imbalsamata.





Monumento ai caduti



Arquà by night

ps:...grazie

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lunedì 18 febbraio 2008 - ore 23:35


Ieri
(categoria: " Vita Quotidiana ")


giornata all’insegna della cultura... con le amiche di modena e Bologna...



quanto prima le foto...


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martedì 12 febbraio 2008 - ore 00:28


Finalmente Tu Lyrics by Fiorello
(categoria: " Musica e Canzoni ")



Cadono dall’orologio i battiti
E non finiscono
Mi dividono
Da quegli immensi attimi
Rinchiusi nelle braccia tue

Corrono manovre incomprensibili
Che poi si perdono
Nel telefono
Quegli occhi tuoi invisibili
Ancora più distante tu

Ma tu dove sei
Ogni giorno più difficile
Il tempo senza te
Ma tu tornerai
Io posso già distinguere
Più vicini ormai io sento i passi tuoi

E poi finalmente tu
Tirar tardi sotto casa
E di corsa sulle scale insieme a te
Un minuto ancora e poi
Uno sguardo tra di noi
Voglio guardare addormentarsi gli occhi tuoi

Corrono dell’orologio i battiti
Che mi riportano
Per un attimo
A ricordare i fremiti
Irraggiungibile realtà

Ma tu dove sei
Ogni giorno più difficile
Il tempo senza te
Ma tu tornerai
Io posso già distinguere
Più vicini ormai io sento i passi tuoi

E poi finalmente tu
Tirar tardi sotto casa
E di corsa sulle scale insieme a te
Un minuto ancora e poi
Uno sguardo tra di noi
Voglio guardare addormentarsi gli occhi tuoi
Più vicini ormai io sento i passi tuoi

E poi finalmente tu
Tirar tardi sotto casa
E di corsa sulle scale insieme a te
Un minuto ancora e poi
Uno sguardo tra di noi
Voglio guardare addormentarsi gli occhi tuoi
Gli occhi tuoi, gli occhi tuoi


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lunedì 11 febbraio 2008 - ore 23:55



(categoria: " Vita Quotidiana ")






...dillo con un Bacio

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martedì 5 febbraio 2008 - ore 00:10


Tra i sapori del carnevale regna incontrastato il galano
(categoria: " Ricette ")



Grostoli, sfrappole, lattughe, lasagne, galani...stessi nomi per questi deliziosi dolci di carnevale che non sono altro che le antiche frictilia dei Romani, fatti con la stessa pasta delle lasagne e che venivano fritte nel grasso di maiale durante le feste di primavera.

Di quelle ricorrenze abbiamo solo testimonianza visiva, giunta sino a noi grazie a numerose raffigurazioni pittoriche e organolettiche tradotte in prelibate ricette culinarie tramandate nei secoli. Anche in questo caso, comunque, si possono intravedere i legami che uniscono l’antica cucina romana con quella attuale, che, seppur più elaborata, non ha mai perso le tradizionali ricette.

Nel calendario cattolico le feste primaverili vennero poi inserite tra l’Epifania e la Quaresima, periodo in cui ci si asteneva dal consumo di carne; da qui ha origine probabilmente la stessa parola carnevale, dal latino "carnem levare", ovvero togliere la carne dalla dieta. Ovvio il conseguente obbligo di scatenarsi in grandi mangiate di ogni sorta di golosità dolciarie durante i divertimenti con balli e maschere.
Nel Medioevo si cominciò a denominare "grasso" il giovedì ed il martedì prima delle Ceneri, in relazione ai sontuosi ed allegri banchetti che venivano organizzati ovunque per l’occasione. Grassi in abbondanza e grande varietà di dolci, prevalentemente fritti: uno sfogo di golosi piaceri prima delle costrizioni quaresimali. Nati nelle antiche cucine popolari, a base di ingredienti semplici come uova, farina, e zucchero, i dolci di carnevale si sono tramandati nei secoli, assumendo nomi diversi per ogni regione, arricchiti spesso e volentieri con miele e cioccolata ed altro ancora".

Tornando al friabile e leggerissimo dolcetto di carnevale, il motivo per il quale esso abbia due nomi, crostoli o galani, è dovuto dalle forme con il quale viene confezionato. I crostoli, infatti, presenti soprattutto nella terraferma veneziana, sono quasi rettangolari, semplicissimi, segno forse della loro antica tradizione, spesso resi meno "grezzi" con l’arricciamento del bordo ottenuto tagliando la pasta con la rotella dentata. Pur se confezionati con la medesima ricetta, i galani, tipici invece della città di Venezia, sono delle strisce di pasta tagliata in forma di nastro, lungo o corta, detto appunto galan, prima di essere immerso nel grasso bollente.


Galani di Carnevale: la ricetta

INGREDIENTI
500g di farina;
2 rossi d’uovo;
1 uovo intero;
30g di burro;
un pizzico di sale;
una cucchiaiata di zucchero vanigliato;
un bicchiere di rosoli (o vino bianco);
olio (o strutto) per friggere q.b.;
zucchero a velo q.b.

PROCEDIMENTO Mescolate tutti gli ingredienti e lasciate riposare la pasta un’ora. Tiratela molto sottile e ritagliate con la rotellina scanellata di nastri, lunghi o corti, a piacere. Friggeteli in abbondante olio bollente (o strutto), appena avranno preso una colorazione dorata sgocciolateli su una carta che assorba l’unto e spolverizzateli di zucchero a velo. Serviteli freddi





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lunedì 4 febbraio 2008 - ore 23:59



(categoria: " Poesia ")


"In Arabia si narra che, un tempo, tutte le rose fossero bianche..
una sera, sotto la luna calante, un usignolo si posò accanto a una rosa bianca..se ne innamorò a prima vista.
Prima di allora nessuno aveva mai sentito cantare un usignolo..ma il suo amore era talmente coraggioso che un canto di straordinaria bellezza gli uscì dealla gola..gettò le ali intorno a quella splendida rosa bianca, stringendola in un abbraccio di passione, ma lo fece con tale impeto che le spine gli trafissero il cuore, e lui morì tenendola tra le ali..
il suo sangue macchiò i petali bianchi, e da allora alcune rose nascono rosse"
(Religion)...


grazie x la gentile dedica

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giovedì 31 gennaio 2008 - ore 22:09


VISO NEGATO Latife
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Latifa è nata a Kabul nel 1980. La sua è una famiglia della media borghesia afgana, colta e benestante. La sua più grande aspirazione di adolescente è quella di diventare giornalista e, come molte coetanee, dopo la scuola ama frequentare gli amici, leggere un libro, fare un po’ di sport, andare al cinema. Poi, il 27 settembre 1996, la fine di tutto. La setta fondamentalista islamica dei talebani con un colpo di stato prende il potere. Improvvisamente, anche le cose più normali diventano proibite: cancellato il suo diritto a studiare, a lavorare, a uscire da sola. Umiliata e obbligata a vivere reclusa, Latifa inizia la sua piccola, disperata battaglia organizzando una scuola clandestina tra le mura di casa.



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sabato 26 gennaio 2008 - ore 00:39



(categoria: " Vita Quotidiana ")




Vivere col terrore, in bilico tra due mondi.

L’atroce testimonianza di una giovane musulmana a Parigi in lotta per sfuggire a un malinteso senso dell’onore e della tradizione.
“Tacere, obbedire, sottomettersi. Questa era la mia vita.” Questa era la vita di Leila, una ragazza nata in Francia da una famiglia di immigrati marocchini tradizionalisti. E questo è lo sconvolgente documento in cui lei stessa racconta ciò che ha dovuto patire prima di conquistare la libertà. Come persona, come donna, come madre. Fin da bambina Leila vive una vita sdoppiata: libera come le sue coetanee francesi fuori casa e, prigioniera in famiglia dove non c’è spazio per la sua volontà o i suoi desideri, anche i più innocenti. A decidere sono sempre e solo gli uomini: suo padre e i suoi fratelli. E col passare degli anni le imposizioni diventano più severe, le punizioni più violente. Ma al peggio non c’è limite: Leila se ne accorge quando è costretta a sposare Mussa, un uomo brutale e possessivo da cui riceve solo percosse e umiliazioni. Nell’impossibilità psicologica e materiale di sfuggire al suo destino, Leila tenta e ritenta il suicidio, scivolando nell’anoressia finché un medico musulmano, alcune amiche francesi e, soprattutto, l’amore del suo bambino non l’aiutano ad aprire una breccia nel muro della prevaricazione e del pregiudizio. Ora dal luogo segreto in cui vive con suo figlio spera che la sua storia aiuti altre donne “murate vive” a liberarsi per sempre da qualunque carceriere.

“L’integrazione è la possibilità di dire no. La tradizione è l’impossibilità”.



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sabato 26 gennaio 2008 - ore 00:32



(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Quando ridi, quando lo aspetti,
quando lo cerchi, quando lo pensi.
Ho voglia di te.
Quando guardi le cose, quando mangi e sbuffi,
quando dormi, quando sogni...
Ho voglia di te.
Quando hai paura, quando ti abbracci,
quando ti arrabbi e te ne vai.
Ho voglia di te.
Di mattina, di sera, di notte.
Quando fai altro.
Ho voglia di te.
Anche se ti fa male,
anche se a volte non andrà come doveva.
Ho voglia di te.
Forse questa è la risposta.
Perché le risposte, a volte,
arrivano quando meno te lo aspetti.
O forse proprio quando non le aspetti più"
(F.Moccia)


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