Un missionario in Nuova Guinea si accorse che uno dei nuovi cristiani, un fiero capo della tribù Kanaka, alla fine di ogni messa andava davanti al tabernacolo e vi rimaneva a lungo, dritto come una palma, a dorso nudo. Il missionario, incuriosito, un giorno gli chiese cosa facesse, così fermo e silenzioso davanti al tabernacolo. A torso nudo. Il kanako, ridendo, rispose: “Tengo la mia anima al sole”.
Pazzo, squilibrato o innamorato?
Ti dirò che
Filippo di Betasida, l’apostolo che torna alla ribalta della cronaca nel Vangelo di oggi, m’affascina ogni volta che l’incontro. M’affascina perché è uno che, con quel fare un po’ sornione, sembra far finta di accontentarsi di poco, di quello che “passa il convento”, delle cose di tutti i giorni. Hai presente quando un bambino piccolo chiede a papà:
“papà, mi faresti un regalo?”. E il papà, grattandosi i capelli per decidersi tra il si e il no, pensa a cosa potrebbe chiedergli. S’aspetta di tutto: da un bacio sulla guancia, ad un viaggio oltre oceano passando per l’ultima versione della Play. Ma il bambino lo sorprende:
“Mi porti sulla luna. Poi non ti chiedo più nulla. Te lo prometto”. Come per dire: se mi fai questo regalo non ti disturberò più. E il bambino ti getta addosso tenerezza, dolcezza, simpatia. Perché pensa di chiederti una cosa piccola, insignificante, semplice da realizzare. Quando invece ti chiede l’impossibile. Bene: Filippo oggi compie la stessa richiesta. Guarda Gesù e gli dice:
“Signore, mostraci il Padre e questo ci basta”. Grazie tante, Filippo! Se buttasse indietro lo sguardo s’accorgerebbe di quanta gente nutriva nel cuore la medesima esigenza. I patriarchi lo avevano spiato. I profeti ne avevano disegnato il volto. I poveri s’accontentarono d’inseguirlo nei sogni. I pastori s’allenavano a tener aperti gli occhi per non lasciarselo scappare. I padri additavano ai figli il corso delle stelle, per rompere gli indugi: ma pure loro s’addormentarono nell’attesa. Le fanciulle ebree sognarono senza essere esaudite. Occhi di vegliardi, di bambini. Di esuli e di oppressi. Di sofferenti e di sognatori. Tanti occhi. Troppi occhi. Delusi per ritardi imprevisti. Stanchi per lunghe vigilie. Fiammeggianti per speranze subitanee. Ma nulla di più. E Filippo - ingenuo al pari di quel compagno che alle elementari pareva sempre con la testa campata in aria - chiede una cosa piccola. Dice:
“Mostraci il Padre. Ci basta!”. T’immagini Gesù? Non sembra difficile rubargli l’espressione. Avrà allargato le braccia e, tra lo sconsolato e il comprensivo, battuto la mano sulla spalla di Filippo dicendogli:
“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” Cioè gli racconta la sua storia. Nato a Betsaida, cittadina che diede i natali pure all’amico Pietro, fece la valigia, salutò quegli ulivi tremanti sul crostone della collina e s’incamminò sulle tracce dell’uomo di Nazareth. Miracoli e guarigioni; discorsi, aneddoti e profezie; rimproveri, carezze e similitudini; passione, morte e risurrezione. Stupore e meraviglia, nervosismo, inquietudine e serenità. Discorsi di terra, di cielo, d’eterno.
“Come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre?”. Come dire: tutti sognavano di vedere il Padre e non lo videro. Tu ci sei vissuto assieme e non te ne sei accorto. Strani giochi sotto il cielo di Giudea. Anche altrove successe lo stesso: ad Emmaus, sulla spianata del sepolcro, negli occhi di Tommaso al cenacolo. Fatica identificare Cristo! A conforto rimane il fatto che il mondo non poteva udirlo. Perché sente solo quando c’è un po’ di rumore o di potenza. Non sente le parole.
A proposito:
Tommaso, il Didimo! Questa domenica pure lui sembra aggrapparsi con fatica alle parole del Maestro. Uomo realista, di una concretezza quasi sfacciata, assetato di trasparenza. Che importa se all’anagrafe del mondo è deriso? Io lo ammiro perché era un insoddisfatto, un precario nell’anima, uno a cui il mondo gli andava stretto, un incontentabile, un insofferente delle mezze misure, uno che trovò il coraggio di perdere tutto pur di non vivere da mediocre. Voleva vederci chiaro, Tommaso:
“Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” E Gesù, per nulla infastidito da tanto fraintendimento, ripaga questo discepolo critico e appassionato con una delle più celebri espressioni messe in musica dall’estro di Dio:
“Io sono la Via, la Verità e la Vita”. D’altronde Tommaso non aveva mai sentito indicazioni di percorso, svolte a destra o rettilinei sul lungomare di Tiberiade, rotatorie per il cielo, per la terra, per le spiagge. Pertanto chiede. Chiede perché sa che, una volta partito, il Maestro è partito. Era fatto così Tommaso. Non era scettico. E tanto meno incredulo. Voleva solo vederci chiaro. Tanto chiaro che gli occhi non gli bastarono quel giorno: volle usare persino le mani per vedere. Supplicava trasparenza perché lui aveva capito che ad uccidere il suo Maestro non erano stati i santi. E nemmeno i peccatori. L’aveva ammazzato la gente mediocre!
Pagine di vangelo come queste, che viaggiano quasi ai bordi dell’incredibile, alla fine ti lasciano con l’acquolina in bocca. Oltre che con le cicatrici negli occhi. Quasi a dire:
“Troppo bello per essere vero”. Cioè: uno passa una vita con Dio e alla fine chiede di vedere Dio perché non s’era accorto d’aver vissuto con Dio. Ma capisci che bisognerebbe rigirare tutto? Sarebbe meglio dire:
“Troppo bello per non essere vero”. E, allora, porca la miseria (nel senso di “maledetta pigrizia”), scopri che il vangelo di oggi ti costringe a sognare: di vedere Cristo e di far vedere Cristo all’uomo. Ma sognare non significa vivere con la testa per aria, tra le nuvole. Sognare significa vedere con il cuore. Prova ad accendere la voce del mondo. Non senti quanta gente sta gridando:
“Mostraci il Padre e ci basta”. Cioè: parlateci di Dio. Dateci notizia del suo volto. Dipingeteci il suo sorriso. Poi basta, non chiediamo più nulla! Ma per fare questo c’è bisogno di gente folle, esagerata, bizzarra, squilibrata dalla parte dell’amore. Gente che non si vergogna d’essere originale, di stare fuori: con la testa, con i pensieri, con le azioni. Gente bizzarra, irrequieta, turbolenta, monella, incorreggibile, che procura un fracco di fastidi ai grandi, ai prelati, alla gente tutta composta. La differenza tra chi diventa santo e chi rimane uomo è piccolissima: è questione di fantasia. Il santo mancato è chi è povero di fantasia! Tutti i santi sono un po’ matti, anche se non è vero che tutti i matti sono santi. Del resto si narra che in un colloquio Cristo, comparendo a Frate Francesco, gli disse:
“Ma tu sei matto, Francesco!”. Francesco rispose:
“Non quante Te, Signore”.
Ricordo una madre che diceva:
“Guarda, qui c’è Dio” e la sua voce tremava quando lo diceva. E il bambino cercava il Dio sconosciuto sugli altari, sulle vetrate sulle quali il sole giocava a essere fuoco e cristallo. Ma non lo vedeva. E la madre aggiungeva:
“Non cercarlo fuori, chiudi gli occhi, senti il suo battito. Sei tu la Cattedrale più bella”.
Non accorgersi, significa perdere tempo e farsi ridere dietro.
Perchè stai cercando quello che tutti vedono accanto a te.
"Signore, mostraci il Padre e ci basta"
Buona settimana
GOD BLESS YOU!