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lunedì 26 novembre 2007 - ore 00:11


Strategie di cielo
(categoria: " Riflessioni ")


PUBBLICITA’ PROGRESSO
"Nostalgia di Dio.
Maria,parlaci di tuo Figlio!"


ai 2105 m. del Rifugio Cima Bianca (BG), 6-16 agosto 2008

Le parole vanno e vengono. Si chiamano e ri-chiamano. S’abbelliscono, s’abbruttiscono, cambiano direzione nei vocabolari. La Parola non è parola: rimane suono eterno. Ogni traduzione è tentativo di rispondere alla vertigine procurata negli originali scritti consegnati nel tempo. E’ tradimento.
Nella Parola abita un Uomo: Gesù di Nazareth! Un grande figo! E ci sta una donna meravigliosa: Maria. Di Nazareth pure Lei: figlia del suo Figlio.
Non è un gioco di parole! E’ semplice strategia del cielo.

Nella magia del Rifugio Cima Bianca di Colere (Bergamo), un viaggio affascinante dentro la Parola di Dio tenuti per mano da Maria, donna sorprendente. Perché, dentro la confusione del mondo, ci parli di suo Figlio e ci faccia nascere la nostalgia per Lui!
Un’occasione rivolta a ragazzi/e dai 18 ai 30 anni che hanno voglia di lasciarsi provocare - emozionare - incantare dalla potenza della Scrittura Sacra. Condividendo per dieci giorni la fede e la vita. Assieme a Lui!





Lassù, a due passi dal cielo, la terra si nutre dell’essenziale! E tutto è misurato: i posti disponibili sono 40! Se sei interessato/a scrivi a luperino@hotmail.com.


FESTA DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO
"Troppa burocrazia per diventare santi.
Cristo fa da solo!"


di don Marco Pozza

Se per caso tu volessi diventare santo…oggi è dura! Guarda! Occorrono cinque anni dalla morte (perché le emozioni non giochino scherzi), tra la gente dev’essere chiara la fama di santità e l’intercessione presso il Signore. Poi si muovono i "pezzi da novanta": il vescovo, con il nulla Osta della Santa sede, istituisce un tribunale di fronte al quale sfilano i testimoni. E qui uno diventa servo/a di Dio. Se compi un miracolo, la strada è spianata. Poi tutto passa alla Congregazione delle Cause dei Santi. Il Postulatore segue il lavoro di sintesi che ne prova l’eroicità delle virtù e che sarà sottoposta al vaglio di nove teologi. Se la maggioranza di loro sarà favorevole, si passerà al vaglio di Cardinale e Vescovi. Se fila tutto liscio, il Prefetto della Congregazione espone il lavoro al Santo Padre che concede la sua approvazione. E qui uno diventa beato/a. Per la santità, aspetta! Occorre un altro miracolo avvenuto dopo la beatificazione. Solo ora diventi santo/a.
Mi è sorta una domanda: ma se ci fosse un’urgenza come la mettiamo?


Ho sfogliato il calendario zeppo di santi. Ma non c’è posto per lui. C’è un posto, c’è una festa, c’è un ricordo per tutti coloro che erano presenti quel giorno sul Calvario. Per la Madonna, naturalmente. Per Giovanni, per Maria Maddalena. C’è posto persino per gli assenti. Per il primo Papa, scappato chissà dove dopo che il canto del gallo l’ha disteso a terra. C’è posto per tutti gli altri apostoli tappati come talpe nelle tane della loro paura. Ma per lui, il Buon Ladrone, primo santo cristiano, non c’è posto nel calendario. Non viene nemmeno presentato dagli evangelisti. Così non conosciamo il nome e a nessun bambino, al momento del battesimo, può essere imposto quel nome. Oggi sarebbe la sua festa. T’immagini. Scorri sul calendario con il dito, ti fermi al Venerdì Prima di Pasqua e, sotto il numero del giorno, sta scritto: “Santo Buon Ladrone”. Proprio come Santa Rita da Cascia, San Giovanni Battista de la Salle, San Leone, San Giovanni Maria Vianney, San Giuseppe, Santa Felicita. T’immagini il disagio? Santo Buon Ladrone. Accetterebbero i “buoni parrocchiani” come modello un tipo così poco raccomandabile, entrato a far parte dei “nostri” negli ultimi cinque minuti della sua esistenza burrascosa?
Insomma, un personaggio un po’ scomodo, non troppo raccomandabile, neppure dopo la morte. Quindi: niente festa! Intendiamoci bene: non è che a lui importi granchè di questo sgarbo liturgico. Nel suo curriculum vanta pur sempre d’esser stato l’unico santo canonizzato direttamente da Cristo: “In verità ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso”. Maria Valtorta, registrando le sue visioni, scrive: “Gesù si volge e lo guarda con profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata. Dice: Io te lo dico: oggi tu sarai con me in Paradiso”.


Immagina quel vecchio malfattore. Assuefatto ai tempi lunghi dell’attesa: cinque anni al remo, dieci anni di lavoro in miniera. Invece basta con i tempi lunghi. Gesù non si contenta di cancellare con un colpo di spugna tutte le macchie di quest’uomo brigantello. Gli preme confidargli che entrerà subito nel Paradiso. Poco prima Gesù aveva detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Costui, invece, lo si può assolvere più facilmente: sa quello che fa.
Ciò gli basta. E, probabilmente, gli avanza. Bella compagnia quella di Cristo nelle ultime ore. Lui che, nelle mille peripezie sulle strade della Galilea non s’è mai imbattuto nei briganti… in poche ore ha a che fare con tre facce di quella stirpe. Prima Barabba, il bandito che ha preso il suo posto nella libertà. E, sulla croce, con due malfattori.
Lo chiamano il “Buon Ladrone”… ma lui non ha rubato nulla. Se Gesù l’ha scaraventato nel Paradiso senza aprire il processo diocesano di beatificazione, significa che era fatto per il Paradiso. La sua nascita, la sua vita, i suoi brigantaggi dovevano portarlo là. Oltre Maria di Nazareth, più in là della Veronica, superato Simone di Cirene. Doveva essere il compagno di Cristo nel momento finale. Fianco a fianco con Cristo perchè è l’unico convinto di morire vicino ad un re. Anche se non sa leggere, quel cartello beffardo che hanno inchiodato in cima alla croce – Gesù Nazareno Re dei Giudei – è una vera insegna regale. Forse immagina questo regno come un grande giardino con torri, vini profumati e fontane. Un paradiso di scrigni, di strade dove lui volentieri dormirebbe, dorate di tiepido sole e senza inverno la notte.


Ma una domanda lo lacera: quando sarà arrivato lassù, il Re si ricorderà di lui? L’altro ladrone bestemmia come quelli sotto. E’ una bestemmia furibonda (“Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi”). Una bestemmia che fa ritrovare la violenza all’altro ladrone che, in croce, dedica al vecchio complice la sua ultima aggressione: “Neppure tu temi Dio, tu che ti trovi a subire lo stesso supplizio?”. Riconosce che quel crocifisso in mezzo a loro è Cristo. Ma non chiede il miracolo, non avverte nessun miracolo per essere salvato. E’ disinteressato questa volta. Lui, vissuto mangiando pane, cupidigia e rapina. Lui vuole solo un cantuccio nella memoria di Cristo: “ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Se avesse un tasca un ritrattino, un biglietto da visita… glielo infilerebbe tra i chiodi, come fanno le persone semplici lungo il sentiero di un viaggio.
Un gesto incredibile: in pochi minuti trasforma la sciagura di un’esistenza. Una vita intera giocata in pochi secondi. Troppo comodo? Eppure il Buon Ladrone ha riempito quel pochissimo tempo di cose grandissime. E il calendario di Dio…non concorda col nostro. Probabilmente Cristo s’è commosso: perché sulla croce ha ricevuto una splendida adorazione non dal primo Papa, non dai primi vescovi, ma da un brigante incallito. Questo ladrone è un profeta: afferma la regalità di Cristo nel momento dell’abominio, della sconfitta, della derisione dei notabili che stanno sotto la croce. Prima di giudicarlo indegno, dovremmo conoscerlo! Ha confessato le proprie colpe. Ha proclamato innocente Gesù. Ha zittito il compagno burbanzoso. Riconosce Gesù come un re (non durante un miracolo, ma nell’umiliazione e nell’abbandono). Riconosce nella morte l’ingresso per l’Eterno. Merita di accompagnare Cristo nel suo ingresso in Paradiso. Proprio lui. Il fuorilegge, l’escluso (anche dal calendario liturgico).


Un giorno una madre, discretamente ingenua come tante madri, s’avvicinò a Gesù e le formulò una richiesta azzardata: “Ordina che questi miei figli siedano uno a destra e uno a sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21).
La povera donna non sapeva che era una cosa impossibile: il posto di destra era già riservato.
Ad un brigante.


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sabato 24 novembre 2007 - ore 17:13


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Vita Quotidiana ")


MEMENTO VIVERE
"Arresti domicilari scontati negli outlet"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 24 novembre 2007, pag. 6

Vicenza: terra d’incontro, spazio di incroci, condivisione di vite radicate in paesi tra loro estranei. Ai piedi delle montagne annovera figli salpati per lidi lontani: la guerra li ha dispersi, la fame li ha costretti ad incamminarsi, l’amore ha fornito loro il biglietto di rientro. Città che conserva la fatica della partenza, la malinconia dell’incertezza, la nostalgia di casa una volta accasatisi in terre straniere. Ma la storia inebria ancora col suo profumo?
All’esterno di tante fabbriche oggi ti da’ il benvenuto una scritta tanto osannata quanto maledetta: “Outlet”: garanzia che con pochi soldi puoi comprare pezzi firmati rimasti invenduti o difettosi. Il nonno, l’altro ieri, riempiva un bisogno con un appagamento. Magari sudato, guadagnato, inseguito. Il nipotino, oggi, strangola il bisogno ancor prima d’avvistarne l’arrivo. Con conseguenza buffa sotto gli occhi: rastrelliamo firme perché i vagabondi stiano a casa loro e non c’accorgiamo che a casa nostra i vagabondi siamo noi. Ieri si ideavano esistenze intere: annate di lavori, riposi e amori. Oggi, al massimo, vagheggiamo sul prossimo week-end: sempre che lo stress non lo massacri ancora prima del suo nascere. Rabbia alle stelle quando non ci fanno sentire importanti: poi basta e avanza annoverarci tra i consumatori e gli utenti. Con l’aggravante di non accorgerci più della nostra insignificanza tra i sentieri dell’uomo.


L’outlet è la fotografia in digitale del “non luogo” formulato da Marc Augé: spazio senza identità, storia, legami: addio vecchie strette di mano, capitoli di storia intrecciati, fotografia di volti invecchiatisi nel tempo. L’uomo è solo: vagabondo dimentico di una storia da interpretare. Meglio: da inventare e scrivere. Da elaborare!
Siamo ancora capaci di ascoltarci? Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie! Ascoltare è sedersi vicino. Concentrare l’attenzione su di lui. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo. Con gli occhi. Con le mani. Noi al massimo sentiamo!
Salvo poi scandalizzarci se i bambini elaborano baby-prestazioni per saldare debiti da gioco. D’altronde stiamo insegnando loro che se domani l’outlet chiude…l’occasione è persa!
Loro sono coerenti. Loro!


CON I PIEDI PER TERRA
"Alza le gonne alla Parola"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 23 novembre 2007, pag. 6

Arriva in plurali termini quasi ad anticiparne l’eccitazione, strapazza l’umano pensiero e dall’umano pensiero viene strapazzata. Scontro tra pugili indomiti! Infagottata di plurale pur popolata di singolari che, sorte unica, si decantano al singolar-plurale. Folle Parola perché scesa per poi rincasare. Ritorno previsto dopo aver strappato pensieri carnali e celesti enigmi all’umano intelletto che in Lei osa imbattersi. Parola come fiume: non fiume di parole. E’ pensata nei rotoli sacri. Pesata dai sacri rotoli. Per essere pensabile nei meridiani umani.
Parola impossibile a leggersi dritti: troppo significato non regge su ginocchia che da Lei prendono forma. Energia e vita. Diffidente delle ginocchia diritte, l’uomo le piega. Così va impugnata: unico libro a leggersi senza ausilio di schienale. Parola creata nell’Eterno. Parola creante: dentro di Lei una creazione inarcata scalpitava per esplodere. Strumento primordiale di un Dio ambizioso: creare senza mani, solo con potenza di Parola.


Solo Lassù certi pensieri non recano in dono emicranie fastidiose.
E’ dogma appreso agli elementari studi che la parola rappresenti qualcosa. Pochi abitano ancora case dove le parole non solo rappresentano, ma interpellano. Cioè dimenano, ti s’agganciano ai capelli. Bussano! Bianche mosche coloro che s’arrischiano e s’azzardano di alzare la veste alla parola. Alla Parola che svela i lineamenti di chi la pronuncia. Intenti a guardarsi – svelarsi – chiamarsi… le parole vacillano: rimangono i gesti a eterna supplenza. Prova ne fu l’Uomo di Galilea: abitava parole forti perché era la Parola più forte. Parola strana da diventare minuti, giorni e anni. Carne, passione e desiderio. Paura, agonia e risvegli. Ma pur scuotendo e svelando rimase la croce: parole e Parola divennero tutt’Uno.
Le parole vanno e vengono. Si chiamano e ri-chiamano. S’abbelliscono, s’abbruttiscono, cambiano direzione nei vocabolari. La Parola non è parola: rimane suono eterno. Ogni traduzione è tentativo di rispondere alla vertigine procurata negli originali scritti consegnati nel tempo. E’ tradimento. Severa l’ermeneutica di Nazareth: o servi l’originale scritto, o ti schiavizzi al contemporaneo bisogno di capirla.
Non diremo più nemmeno a Padova Ave Maria! Si dirà Rallegrati Maria!
Se la pensi pura trastullazione teologica, svesti la Parola.
Sotto c’è una sfumatura più penetrante di Dio.


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giovedì 22 novembre 2007 - ore 13:50


Sembra uno scherzo...invece è l’Italia!
(categoria: " Riflessioni ")


AVVENIRE
" Don Fortunato Di Noto indagato?
Sì, per il reato di iperbole "


di Lucia Bellaspiga
da Avvenire, martedì 20 novembre 2007, pag. 2

Meno male, ora possiamo dirci tutti più tranquilli: don Fortunato Di Noto da sabato è iscritto nel registro degli indagati. La Sicilia, terra di sventure secolari e ancestrali problemi, vede finalmente aperto un procedimento della procura di Catania contro il pericoloso prete siracusano che da anni stana e denuncia i pedofili.


Chiaro il reato secondo le parole dell’accusa: ’pubblicazione di notizie esagerate’. In pratica, come ha spiegato ai giornalisti il procuratore aggiunto di Catania, Enzo Serpotta, don Di Noto aveva definito «raid vandalico» ciò che assomigliava di più a un semplice furto con scasso: lo ha fatto con un comunicato stampa diffuso il 6 novembre scorso, dopo che una delle sedi della sua associazione era stata visitata da ignoti che avevano divelto la porta, messo a soqquadro la stanza e rubato il poco denaro che era in cassa, 126 euro. Insomma, sempre per usare le parole dell’accusa, l’incauto sacerdote avrebbe «turbato l’ordine pubblico», e proprio questo non si può fare: la nostra imperturbabile società è turbata anche troppo – delitti di mafia, studentesse violentate e sgozzate, rapine in villa – senza che ci si metta pure don Di Noto a diffondere il panico. Tra l’altro con un fine ben preciso: «Il suo obiettivo era attirare solidarietà per la sua associazione», la quale – ricordiamolo – non è a delinquere, ma collabora da anni con le polizie postali e le magistrature di mezzo mondo (compresa quella sici¬liana) per fermare gli ’orchi’ della pedopornografia. Ammesso e non concesso che don Fortunato, uomo di passione, si sia lasciato un po’ trascinare e abbia trasfuso in quel comunicato tutta la sua amarezza, sconcerta la sproporzione tra il fatidico ’reato’ e la pronta reazione del pm: undici agenti della Guardia di Finanza inviati con tanto di mandato di perquisizione in quattro luoghi diversi (la parrocchia di Avola, l’abitazione del sacerdote, la sede dell’associazione Meter di Aci Castello teatro del furto, e la sede centrale di Avola) alla ricerca di quello che viene chiamato ’il corpo del reato’. Che cosa cercavano gli undici agenti? È sempre il pm Serpotta a spiegare alla stampa: «Confermo che abbiamo proceduto sulla base di quel volantino in cui si parlava di ’atto vandalico’, mentre in realtà si trattava di un piccolo furto». Tutto qui? Tutto qui. Undici agenti sulle tracce di un comunicato che, proprio perché rivolto alla stampa, era consultabile su tutti i giornali del 7 novembre. E che comunque è bastato chiedere alla volontaria di Meter presen¬te in quel momento in sede... Di morali dalla storia se ne traggono parecchie.
Prima: d’ora in poi se, tornati a casa, troveremo la porta divelta, le nostre cose a soqquadro e quel poco di spiccioli portati via, facciamo attenzione a parlare di «gesto vandalico», potremmo macchiarci di iperbole e finire sul registro degli indagati alla pari dei criminali.
Seconda: non è vero che in Italia le forze dell’ordine sono insufficienti e mancano gli agenti, anzi, ne abbiamo così tanti che possiamo permetterci azioni massicce e tempestive anche per questioni di tale rilievo.
Terza: può anche essere che don Di Noto sia «alla ricerca di attestati di solidarietà», ma non sarebbe male se ogni tanto gliene arrivassero, visto che in questi anni ha fatto arrestare centinaia di pedofili e oscurare migliaia di siti pedopornografici, ha subìto minacce di morte e per questo vive sotto protezione.
Infine, quella solidarietà che non sempre ha avuto in passato la sta ricevendo in queste ore, proprio grazie all’inchiesta che lo vede indagato: politici di destra e di sinistra, uomini di cultura, semplici cittadini, sono uniti per una volta dalla stessa incredulità. Seriamente ’turbati’, è vero, dall’iperbole, e non certo da quella del prete.


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mercoledì 21 novembre 2007 - ore 00:01



(categoria: " Riflessioni ")


LA REPUBBLICA
"Il dio degli ultrà"

di Gabriele Romagnoli
da La Repubblica, lunedì 19 novembre 2007, pag. 29

L´ecumenismo: ovvero seguaci di diversi credi, ciascuno sotto le proprie insegne, protestando contro l´offesa alla comune pratica. La liturgia: ovvero la celebrazione ritualistica officiata in indumenti dalle tinte particolari, attraverso la ripetizione di formule, con il ricorso a parole come "fede", "sacrificio", "martirio" e atti significanti, il più toccante dei quali è la deposizione sul sepolcro di una stoffa sacra perché simbolica. La trascendenza: ovvero non è a uomini che questo tributo di popolo si rivolge, ma alla loro incarnazione in entità contraddistinte da termini solo apparentemente concreti: "la maglia", "i colori", "la bandiera", in realtà allusivi a qualcosa che va oltre il tempo e non ammette altro all´infuori di sé.




Tre indizi fanno una prova: qui e ora il tifo calcistico ha abbandonato la dimensione tribale (cara a Desmond Morris) per quella confessionale, da mimesi della guerra è divenuto mimesi della religione. E che poi possa produrre guerre di religione, va da sé. Tutti i sintomi erano presenti fin dall´inizio. Come alla religione, al tifo si viene educati. Si nasce in ambiente predisposto e la fede (giacché è proprio a questo termine che si fa riferimento, che si parli di cattolicesimo o della Sampdoria) non è quasi mai una scelta, ma un´attribuzione, per derivazione geografica o familiare.
Nasci in Egitto: sei musulmano o, in casi limite, cristiano copto. Nasci a Bergamo: sei dell´Atalanta oppure, per eredità paterna o eresia di comodo, del Milan. L´affiliazione ha una connotazione islamica: non consente la conversione. Si può smettere di praticare il tifo, diventare agnostici e passare la domenica al cinema, ma non è lecito cambiare curva. Ogni fede alimenta una propria mitologia di riferimento che viene trasmessa ai nuovi adedpti come un nient´affatto laico catechismo: la leggenda del "Grande Torino" martire, onorata con pellegrinaggi a Superga, quella del Bologna "che tremare il mondo fa" e (guarda caso il riferimento) "gioca come solo in paradiso" (allegoria d´angeli terzini, il cherubino Furlanis e il serafino Pavinato), quella del Milan di Arrigo Sacchi, devoto alla Trinità composta da Gullit, Van Basten e Rijkard (segue dibattito per stabilire se a quel punto il destino fosse predeterminato o ancora restasse spazio per il libero arbitrio, ovvero la residua rilevanza di Colombo e Massaro).
Troppo spesso scambiati per dei, i calciatori sono soltanto temporanei profeti della fede d´appartenenza. Venerati quando vestono la "maglia", i "colori, la "bandiera" possono essere lapidati (neppure troppo figurativamente) appena l´abbandonano. Il popolo non adora idoli, ma vestigia. Lo spogliatoio della squadra è il tabernacolo: sacro è qualunque cosa ne esca. Un qualsiasi Tonetto che gioca nel Lecce passa indifferente sul prato dell´Olimpico, ma diventa oggetto d´amore se lo fa vestendo l´altra maglia giallorossa. Se ne deduce l´effetto di transustanziazione che quella stoffa ha agli occhi della curva. La quale, assisa o in piedi a seconda delle modalità prescritte, celebra il rito. Officia lo speaker: legge la formazione proclamando metà del nome del giocatore e aspettando la tonante risposta dei fedeli.
«Simoneeee....»
«Perrottaaa!!!!!!!!»
«Per i nostri fratelli che vivono nella pace eternaa....»
"Ascoltaci o Signore!».
Che di rito si tratti è evidente non solo ai sociologi più attenti, ma perfino al conduttore televisivo Marco Mazzocchi quando, commentando il fallimento dell´esperimento sincretico di Bonolis, che accostava sacro e profano in una messa cantata di due ore, chiosava: «Il cazzeggio va distinto dal momento liturgico della partita». E così sia.



Dalla religione il calcio desume anche la tendenza dogmatica: non solo il Papa è infallibile, anche Totti dice sempre la verità, a prescindere. Come la religione genera fondamentalismi, accompagnati da distinguo di circostanza («non bisogna confondere l´Islam con un pugno di fanatici», «il cristianesimo con un gruppo di razzisti che impugna la croce», «il tifo con pochi facinorosi armati di coltello»). Ordina sacerdoti che perdono credibilità, predicano male e peggio razzolano, si lasciano corrompere da fin troppo resistibili tentazioni. Eppure sopravvive a ogni scandalo o degenerazione (il calcio scommesse e Calciopoli, come, d´altro lato, i preti pedofili e le collaborazioni con i regimi autoritari).
Entrambi si derubricano da "sogno" a "bisogno". Perdono le ali. Non si crede in quanto sfiorati dal soffio del Sovrannaturale o ad esso anelanti, ma per la necessità di avere un´identità da opporre alla complessità del mondo. Lo stesso per cui ci si schiera con la Lazio e gli Irriducibili, la Juventus e i Drughi. Che poi sia tutto fittizio e, alla lunga, fallimentare, poco conta. In quale altro ambito si sarebbe potuta invocare la "mano di Dio" a legittimare una irregolarità, ottenendo il plauso adorante dei seguaci? Perfino l´appartenenza a uno stesso schieramento politico non avrebbe esentato dal pudore, se non dalla vergogna. Il calcio no. E´ convinzione assoluta, sottomissione anche a ciò che non si comprende, abbandono a un destino condiviso evocato nelle strofe di una canzone comune a tutte le tifoserie: «Che sarà sarà/dovunque ti seguirem/comunque ti sosterrem? Che sarà sarà». Ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen.


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lunedì 19 novembre 2007 - ore 06:13


Strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


XXXIII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Storia del Col. Giuliacci Mario e delle perturbazioni celesti"

di don Marco Pozza

Diventare grandi è possibilità di tutti, realtà per qualcuno. La fama del col. Mario Giuliacci sta nel prevedere in anticipo le perturbazioni, le alte e basse pressioni, le turbolenze nell’oceano. La grandezza di un Giorgio Armani sta nell’intuire le linee di tendenza della stagione a venire. La capacità di un genio sta nell’anticipare i tempi perché ne percepisce il loro arrivo. La bravura di Gianluigi Buffon sta nell’intuire in anticipo la direzione di un calcio di rigore. L’eccezionalità di una mamma sta nel leggere in anticipo avvenimenti che il figlio le racconterà solo tre ore dopo.
Difficile diventare grandi! Perché si tratta di leggere piccoli fatti, sfumature delicatissime, segni ancora nascosti: una nuvola strana, un vestito accattivante, un’intuizione inedita, uno sguardo sulla porta, una tristezza sul volto.
Da cosa s’intuisce la genialità di un credente?


Ieri non è tempo passato. Rimane eterno presente nel calendario in cui si contano i giorni dell’uomo. Ieri, come oggi, i discepoli erano orgogliosi dei loro templi: la grandezza, la maestosità, la superbia delle pietre! Ma cosa resterà? A Babele rimase un pugno di polvere, a ricordo del più grande licenziamento che storia umana rammenti nei suo archivi. Arrivò improvvisa, forse troppo inaspettata per essere prevedibile. Come improvviso irromperà il giorno ultimo del Signore. “Quando, quando Signore, succederà questo?”. Vedi il tempo dell’uomo? L’uomo attende, progetta e pianifica. Dio attende, irrompe e scombussola. L’uomo vive di minuti, di ore, di giorni. Forse di anni. Dio misura il tempo immergendolo nell’Eterno. Mille anni per l’uomo sono 365 giorni moltiplicati per mille volte. Mille anni, per il Signore, sono come il giorno di ieri che è calato. Meglio: come un turno di veglia nella notte. Il tempo per l’uomo è un castigo: corse sfrenate, minuti contati, nervosismo palpabile tra le mani. Il tempo è diventato una prigione: si lotta contro il tempo, si maledice il tempo, si spreca il tempo, si mangia il tempo. Si ha paura del tempo. Delle rughe. Della vecchiaia. Per Dio il tempo è fotografia della sua passione per l’uomo.
“Quando, quando Signore, succederà questo?”. Perché se il cielo è nuvoloso ci si prepara alla pioggia. Se c’è traffico sul Grande Raccordo Anulare si parte prima. Se la mèta è distante ci si mette in macchina pazienti. Se si sa cosa c’aspetta…tutto diventa meno terribile da vivere. Ma Lassù si ragione diversamente: l’Uomo di Nazareth non ci sta a fare l’indovino. Nato falegname sulla scia di un Padre Creatore, rifuggì sempre la tentazione di usare tarocchi, cartomanzie e pendolini per annunciare la bellezza di casa sua! Non stilò calendari sullo stile di Frate Indovino ma alla domanda sul tempo, replicò con un gesto di tenera attenzione: “Guardate, non siate ingannati. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Io sono. E: il tempo è vicino. Non andate dietro a loro”. Cioè: attenti alle fregature! Invito a tenere desto lo sguardo! Tempo incerto ma segni certi: popolo contro popolo, regno contro regno. Pestilenze, carestie e terremoti. Il fratello nella morte del fratello. Il padre del figlio. Il figlio dei genitori. Mani addosso, minaccia di tribolazione, prigioni che si aprono, tribunali schierati a battaglia. Flagelli nelle sinagoghe. Con un Maestro così in pochissimi hanno retto il suo passo.


Una manciata di uomini e alcune donne. Ma di fronte a questo tamburo di minacce pure loro, discepoli innamorati ma confusi nel seguire la follia di quel Maestro, sbottano: “Quando, quando tutto ciò, Signore?”. E Lui - che per tutta la vita, tra l’altro, ha sempre e solo parlato di vita - sorprende con pesantezza. Tempi e giorni sono conosciuti da nessuno. Neppure dal Figlio, nemmeno dagli angeli. Solo dal Padre. Che terribile questo Dio! O forse è rimasto l’ultimo atto di misericordia, la mano sulla testa che le nonne invocano per noi con le loro giaculatorie, un gesto di tenerezza azzardata? Un tempo volutamente nascosto, un tempo drammaticamente descritto. Malachia – parola di Dio sbraitata nel Testamento Primo – parla di una “fornace ardente in cui i malvagi saranno bruciati come paglia”. Bruciati in quel giorno, di essi non rimarrà nulla! La Parola di Lassù non è la parola di quaggiù. Le parole degli uomini vanno e vengono. Si chiamano e ri-chiamano. S’abbelliscono, s’abbruttiscono, cambiano direzione nei vocabolari. Cambiano pure significato! La Parola di Dio non è parola: rimane Voce che disturba. Lassù il giorno rovente non è un’accaldata giornata d’estate, con l’aria irrespirabile, con l’afa insopportabile. Quel forno non va confuso con una sauna benefica. E sull’orizzonte non si staglia quel Dio pacioccone e palestrato, con gli occhiolini azzurri e i capelli biondi, con la testina inclinata a sinistra e le manine giunte che ci hanno inculcato generazioni di catechismo più o meno eretico. Balle! All’orizzonte si staglia semplicemente Dio. “Per voi, invece, cultori del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole della giustizia”. E’ l’altra possibilità. Cultori del nome: per essere tali non basta il nome di Dio sulla bocca, i tatuaggi di Maria sui muscoli – sul seno – sulle cosce. Crocifissi sul naso, sulle orecchie, nelle sopracciglia! Cultori del nome sono coloro che prendono sul serio la portata di Cristo. Che si battono, che s’arrabattano, che si mettono in gioco. Che vivono, sognano, s’impegnano e denunciano. Che sudano, piangono, tremano. Sperano. Gente capace di giocarsi la vita a larghi orizzonti. Perché, capisci bene, che essere respinti da Cristo non significa essere un po’ trascurato. Significa: respinto! Cioè cacciato. Rigettato. Buttato fuori.
Tutta colpa degli occhi di Cristo: che vanno oltre le pietre! Che vanno oltre una comoda poltrona affittata in Parlamento da dieci legislature, oltre il milione di preferenze ottenute. Occhi che non s’arrestano ai trucchi, agli stracci colorati, alla bellezza profana di un corpo da esibire. Che si spingo più in la’ di un applauso, di un inchino, di un sorriso beffardo. Occhi che smascherano il prete sicuro: di se’, della sua storia, delle sue capacità. Che spettacolo desolante: “non resterà pietra su pietra”. Cioè: non resterà pagina su pagina. Finanziaria su finanziaria. Parola su parola. Opera su opera. Discorso su discorso. Articolo su articolo. Rimarrà pietra su pietra…


Potrebbe essere una domenica di ordinaria provocazione. Potremmo dormire ancora in pace: entrare in chiesa, sbadigliar, uscire come ci siamo entrati: per abitudine. Potremmo fregarcene delle minacce ascoltate, della speranza nascosta, della Parola ascoltata. Siamo liberi di farlo.
Ma attenzione: quest’Uomo diceva "Alzati" e il paralitico camminava, "Ascolta" e il sordo udiva, "Seguimi" e pescatori navigati abbandonavano mestieri conosciuti, "Butta la rete" e quella si spezzava per i troppi pesci, "Dopo tre giorni risusciterò" e trovarono un sepolcro spaccato, "Vattene, Satana" e il demonio s’allontanava, alza cinque pani e due pesci e ne tornano a migliaia. Insomma: ciò che diceva accadeva.

Mi sa che pure quelle di oggi non saranno parole a vuoto!
Purtroppo. O per fortuna.

GOD BLESS YOU


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domenica 18 novembre 2007 - ore 06:54


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Scaffali ricurvi, Libro frainteso"

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 17 novembre 2007, pag. 2

Scrisse A. Camus: “A questo mondo c’è chi testimonia e chi guasta. Appena un uomo testimonia e muore, si guasta la sua testimonianza con le parole”. Testimoniare: tuffo spedito nella greca lingua per risalire con risonanza feroce tra le mani: martirio. Sostantivo proprio di un gruppo di pavidi fuggiaschi cresciuti ai margini di un impero con esigenza avventata: rileggere la storia alla luce della Parola. Parola folle, ma l’alternativa era parola vana. Scelta seconda non li conquistò!
Storia infame per coloro che la storia annovera nel rango di profeti. Fraintesi in vita, adulati meschinamente in punto di morte: bestemmia più crudele non si respira sotto cieli paurosamente umani. Colpa troppo lucida s’annida ostile sul loro conto: anticipo forzato di tempi ancora lontani a venire. Minacciati dai lanzichenecchi, alla loro difesa si preferisce la morte di crepacuore. Dopo morti…gli epitaffi rammentano l’incapacità umana di leggere i segni dei tempi: in cambio ammissioni di colpa velate da ricercate parole.
Prurito nell’animo e meschinità nella lettura: parlare dopo la loro morte profuma di tradimento. Oggi tocca sorbirsi elogi a don Oreste Benzi e ad Enzo Biagi. Ieri è toccato per Pio da Pietralcina e Lorenzo Milani. L’altro ieri sorte non meno severa cadde su profeti anonimi straordinariamente audaci per essere abbracciati. E poi giù, giù in linea retta alle sorgenti della Novità: al Maestro venuto fuori dalla bottega di Nazareth. E così sempre sarà di chi s’aggancia follemente ad un Maestro strategicamente violento.
Le chiamate divine non prevedono addestramento: esigono lo sbaraglio! Magari senza sorriso sul volto. Ma è difficile essere latitanti quando a cercare è Dio stesso.
Troppi oggi s’appropriano di questa missione. Ma essa rimane pur sempre strategia di cielo. Restìa a s-velarsi nelle delucidazioni, indugia velata nel campo di battaglia.


La sera di Pasqua, a Resurrezione conquistata, Pietro di Galilea, er Pupone della squadra, dispiegò la profezia: allenamenti costanti 365 giorni all’anno (366 nei bisestili). Di giorno a giocare, di notte ad allenare lo spirito. Capacità di sopportare partite senza intervalli con buone azioni da firmare sostitutive a vuoti autografi. Pressing caparbio, difensivismi nulli, attacchi diretti ed esibizionismi vietati.
Così banale che troppi coach han provato a copiare questi forcing pericolosi. Risultato: cremati per sovra-allenamento. Ignoravano la dissonanza di carattere. Le panchine erano tutte di plexigas, ma il carisma di Chi sedeva era foriero di motivazione.
Non afferrava Pietro quando chiedevano di Controcampo: il lemma più vicino a lui era controcorrente. Udendo Domenica Sportiva raggelò perché la domenica per lui era shabbat tutto ebraico. E quando scorse il pendolino di Maurizio Mosca, sfoggiò un uncino, a memoria dell’umiltà di pescatore. Nel salotto di Simona Ventura non s’è mai seduto tanto che i giornali lo battezzarono “Quello che… snobba gli inviti”. Ritenne lotto-mania quando ragionavano di 4-4-2 / 4-5-1. Lo schema loro era mono-numerico: Io e voi contro tutto il resto.
Profeti: lettori scandalosi di un presente vissuto in libertà.
La loro vita per gli esperti è fallimento. Per la storia è vittoria!


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sabato 17 novembre 2007 - ore 00:00


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"Un Cristo con tette di donna e pene eretto"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 17 novembre 2007, pag. 6

Porta un mese di storia ma la vergogna non ha storia. Un Cristo con tette di donna e pene eretto vicino ad un accostamento di maria con Maria. E per una putrida par condicio, un burqa che ghermisce vagine volanti. Sarà anche arte quella frustratamene “vangata” da Marco Chiurato, ma aveva proprio ragione il poeta inglese G. Chersterton quando evidenziava che ogni bastone sembra buono per bastonare il cristianesimo.
Cronaca di quotidiani attacchi: dai dubbi insinuati sull’autenticità delle stigmate al frate di Pietralcina alle canzonette che musicano la malvagità di Dio. Dai video sull’impero del Male ai manualetti per piccoli atei di Piergiorgio Odifreddi. E poi, oramai sedotti da una cultura last-minute, un Papa maniaco sessuale datato 2046.


Sotto la polvere ventun secoli colorati di fedeltà e odorosi di tradimenti, profumati di passione ed errori, firmati da un messaggio ineguagliabile per estensione, altezza e vertigine. Le strade sembrano tappezzate dal cartello “Divieto di sosta e fermata per Cristo”. Salvo poi scorgerci buche deleterie per il viaggiatore, escrementi umano-animaleschi, dossi sfasciati e cunette ubriache di satellitari persi. L’amarezza è tutta nella bisaccia del “piccolo gregge”: derubato di un senso per la vita - i cui effetti collaterali le farmacie odierne non pubblicizzano quanto il prodotto messo in vendita – annuserà profumo di petali appassiti in stagioni ormai prossime. Continuiamo pure ad annoverare Satana tra le vecchie credenze. Preti compresi. Lui, nel frattempo, ringrazia per la preferenza accordatagli e si complimenta per l’ignoranza incrociata.
“Fuggita da Satana” (Piemme pp.168) è un libro-choc firmato da Michela, nome fittizio di una ragazza concretamente reale. E giovanissima. Racconto inquietante e agghiacciante consigliato a chi non capisce il messaggio annunciato nei moderni areopaghi culturalmente vuoti. E’ in gioco Cristo, ma non è in gioco Cristo: è in gioco l’uomo stesso! Una testimonianza che t’accompagna con il vomito tra le labbra tra ostie consacrate intinte in vagine abitate da serpenti, orge spietate e crudeli, sacrifici di bambini privati del cuore strappato, fiumi di droga, di sfrenatezza e di successo. Struttura perfettamente rovesciata di un cristianesimo conosciuto alla perfezione nella sua drammatica e splendida simbologia.
La formula “soddisfatto o rimborsato” è rimpiazzata da “fregato senza rimborso”.


LIBRO CONSIGLIATO
"Fuggita da Satana"

Al culmine di una carriera professionale coronata di successo e ricchezza, la ricerca di nuove esperienze porta Michela a incontrare un gruppo esoterico, che le promette emozioni e felicità.
Dall’esoterismo all’ingresso in una setta satanica il passo è breve.
È l’inizio di un’esperienza sconvolgente, che la porta – ammette lei – a fare di tutto, tranne l’omicidio: messe nere, riti di iniziazione, sacrifici a Satana si susseguono in un vortice di pratiche diaboliche in cui, costantemente sotto l’effetto di stupefacenti, il contatto con la realtà si perde a poco a poco. Saliti a uno a uno i gradini della gerarchia interna alla setta, si trova infine incaricata di eliminare la fondatrice dell’Associazione “Nuovi Orizzonti”. È a quel punto che capisce che non può andare oltre e, aggrappandosi alle ultime forze della volontà, decide di fuggire, trovando riparo proprio in una comunità di accoglienza di “Nuovi Orizzonti”. Sconvolgenti sono le testimonianze di questo periodo: dal parlare lingue sconosciute al trovarsi in possesso di una forza sovrumana, dal non sentire alcun dolore fisico fino al camminare su pareti e soffitti. Tutti segni della presenza diabolica che la possiede. Fino a quando, dopo un intenso periodo di accompagnamento psicologico-spirituale e di esorcismi viene finalmente liberata dal maligno.
A condizione di mantenere l’anonimato per non essere identificata – il nome fittizio di Michela è un omaggio a San Michele Arcangelo – ha accettato di raccontare tutta la sua storia. Affinché nessuno possa rivivere la sua terribile esperienza.
Perché Satana esiste e lei lo ha incontrato.


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venerdì 16 novembre 2007 - ore 00:31


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Pensieri ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Pene, testa e mani. Nudità condivise!"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 16 novembre 2007, pag. 6

Denunciato a Padova: girava in pieno centro esibendo i genitali! Per provocazione, per stupore, per sfrenatezza. Per incontrare pezzi di cielo. Pezzi di carne. O semplicemente uno sguardo! Li trovava piccoli. Insignificanti. Miseri. Forse aveva bisogno di una conferma, di un complimento, di un augurio. All’aurora della vita forse era così: nudità che incrociava nudità e partoriva bellezza. L’oscenità arrivò più tardi. Sopraggiunse quando l’uomo, adombrato all’ombra di una foglia di fico, iniziò a camminare imbacuccato. Per vergogna. Lui dice per pudore. Passò il tempo e si coprì anche l’animo. Celò la bellezza.


Un impermeabile che s’apre su orizzonti umani genera dibattito. Genitali alla luce del sole creano scompiglio. Atti osceni meravigliano e scocciano. Eppure ogni giorno parti del corpo viaggiano nude ma nessuno articola parole. Forse perché abituati. Nude le mani e le loro dita. Gli occhi e il loro sguardo. Le orecchie e l’incavo in cui abitano i suoni. La bocca con il suo pozzo di parole, d’accenti, di sensi. Nuda la testa con i suoi pensieri, sogni, sprazzi d’eterno. Viaggiano nude ma nessuno s’accorge. Eppure pro-creano pure loro: danno vita, fanno impazzire, regalano misteri. La vita passa attraverso loro, grazie a loro, con loro. Mano di donna che tesse ricami. Sguardo di pittore che s’aggancia al fiore bagnato. Orecchio d’anziano coglitore di melodie. Bocca di poeta che fa vivere le parole. Pensiero di genio che crea fantasia. Tutta nudità che supplica d’essere guardata, compresa, valutata!
Un giorno, magari, qualcuno s’arresterà senza l’ausilio della polizia. Lo farà perché pioniere di una certezza: il bene e il male, il peccato e la santità, il brivido e la vergogna non abitano mai zone centrali in corpo umano, ma tengono residenza in ciò che, forse non per caso, deve viaggiare sempre nudo per partorire novità: la testa!
Piacerebbe incappare in qualcuno che - fine cultore di nudità – m’aprisse i suoi pensieri per riferirmi storie di vita, capitoli di incontri, righe di innamorato arrampicarsi nella vita. Come faceva l’Uomo di Nazareth: cercava la porta nell’uomo e aspettava la sua apertura. E la porta dell’uomo è il volto. Visione faccia a faccia, uno riflesso nell’uno. “Il Tuo Volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il Tuo Volto” (Sal 26).
La nudità di un volto non attira più.
Un pene si. Che pena!


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martedì 13 novembre 2007 - ore 14:35


Riflettiamo!
(categoria: " Pensieri ")


LENTE D’INGRANDIMENTO
"Boom per ricostruzione della verginità.
Belgio: islamiche chiedono imene nuovo"


da www.tgcom.it, martedì 13 novembre 2007

In Belgio un numero crescente di donne chiede di poter riavere la verginità attraverso la ricostruzione chirurgica dell’imene. Si tratta soprattutto di magrhebine e turche, quasi sempre di fede musulmana, prese da una mania collettiva che le rivuole integre, intatte. Spesso le donne sono costrette a questa pratica per riuscire a "prendere marito". In Belgio solo nel 2004 sono stati recensiti 2.760 casi.


Come scrive il quotidiano Le Soir, sono spesso le costrizioni culturali dell’ambiente in cui queste donne vivono a costringerle a ricorrere a tale pratica. Sono sempre più numerosi i maschi delle comunità maghrebina e turca che pretendono di sposarsi con donne vergini, per osservare precetti religiosi o di appartenenza culturale. Ma è difficile trovare donne vergini superata la maggiore età nella società belga. Le molte ragazze di orginine nordafricana e turca che vivono in Belgio sono già da un pezzo integrate nella società, condividendo gli usi delle coetanee, nonostante spesso le loro famiglie non accettino la realtà.
Dal 1984, in Belgio la ricostruzione dell’imene fatta in ospedale o in ambulatorio è rimborsata dall’Inami, l’istituto nazionale assicurazione malattie, ma la protezione della vita privata obbliga a non indicare come tale questo tipo di intervento inserendolo sotto la generica dicitura di chirurgia plastica vaginale. In molti casi, le donne preferiscono conservare l’anonimato non richiedendo rimborsi. Spesso viene praticata una semplice sutura a tre-sette giorni dal matrimonio.
Il 22 ottobre scorso, ricorda il quotidiano Le Soir, Sadia, una ragazza pakistana, fu uccisa dal fratello a Lodelinsart (Charleroi) perché voleva "vivere all’occidentale", proprio come in Italia è accaduto a Hina, uccisa dal padre. Domani Sadia sarà ricordata dagli amici con una marcia silenziosa.


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lunedì 12 novembre 2007 - ore 07:41


Voci dalla domenica
(categoria: " Riflessioni ")






XXXII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Trattato sulla leccaculaggine post-moderna"

di don Marco Pozza

Ci sono questioni sciocche e questioni intelligenti. Chiedersi come mai le donne si trucchino è sciocco. Chiedersi perché la bellezza delle donne ammali l’intuito maschile è intelligente. Chiedersi perché il ferro caldo scotti è da rimbambiti. Chiedersi come fare per riscaldare una vecchia malga senza legna è ingegnoso. Chiedersi perché il calendario di Suor Gemma frutti meno di quello di Melita Toniolo è da idioti. Chiedersi perché l’uomo debba vedere donne nude per decifrare i mesi è brillante. Chiedersi perché Giulio dormendo non scali una montagna è insignificante. Chiedersi come mai l’uomo, risposando, rinfreschi il genio è motivante.
Ci sono questioni sciocche e questioni intelligenti. L’intuito dell’uomo è capace di entrambe!




Anche nella Scrittura Sacra - Parola strapazzata dall’uomo e Parola che strapazza la storia dell’uomo - abitano storie gigantesche e storie meschine, storie immensamente profonde e storie di quotidiana banalità. Storie da imparare e storie cui disubbidire. Storie diverse perché la Scrittura racconta l’avventura dell’uomo sulla terra. Nel giardino della liturgia di oggi splendono due storie. Una è profonda, l’altra è stravagante.
Sette fratelli lottano contro un tiranno atroce: Antioco Epifanie. Despota animato da un sogno: cancellare nella terra il nome di Dio! Una donna ne blocca la marcia immaginata inarrestabile. Donna che invita i figli alla fedeltà. Immagina: nulla di peggio può capitare ad una madre. Non c’è simile dolore. Nessuna lingua custodisce parola per descrivere occhi di madre che incrociano la morte di figli usciti dal grembo. Voce di madre che urla la fedeltà a Dio. Nessun tiranno può nulla di fronte alla follia di chi crede. I flagelli sembrano essere benedizioni, le nerbate sembro tingersi d’affetto, la cattiveria sembra essere dolcezza. Storia di follia e di santità umana. Nel cuore nascondono un tesoro, un segreto, un Volto: Dio. L’atteggiamento del terzo fratello la dice lunga sulla serenità che alberga nel loro animo: “mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani”. Lingua e mani: meschinità e potenza consegnate all’uomo. La lingua per parlare, le mani per lavorare. La lingua per scrivere poesie, le mani per dipingere sogni. La lingua e le mani per cantare la bellezza che c’investe, c’incanta, ci appassiona. Ci fa rabbrividire. Una Bellezza che chiede fedeltà. Si consegnano alla tortura ma si strappano al loro potere. Il corpo straziato dalle sferzate lo cedono, il segreto custodito nel cuore è inavvicinabile! Un segreto millenario eppure mai compreso in pienezza: “Il re del mondo, dopo che saremo morti, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. Potenza di un Dio che incide nel cuore dell’uomo spazi geniali di speranza, di vastità, di eternità.


E poi si fanno spazio a larghe mani loro, sadducei dalla mentalità nobile, ricca, delicata. A parer loro. Regalano al Maestro di Nazareth una storia stupidissima: vorrebbero farla passare per ingegnosa, ma se la vedono tornare com’è partita: ridicola. Sette fratelli, una moglie. Moglie del primo. Moglie del secondo. Moglie del terzo. Moglie del quarto. Moglie giù giù fino al settimo. Fors’era bella, avvenente, affascinante: ne aveva rigiocato la seduzione per sette volte! Ma nell’aldilà di chi sarà moglie? Eccolo qui l’uomo: di ieri, di oggi, di domani. Non chiedono se sarà salva la sua bellezza, se continuerà a lavorare di seduzione, se saprà ammaliare come nell’umano vivere. Magari! Lascerebbero trasparire aneliti di bellezza, spazi di poesia, frammenti di cielo. No! Chiedono di chi sarà! Essere è bellezza, potenza, fascino, stupore, incantesimo. Avere profuma di stanchezza, di possesso, di recinti marciti, di gelosie strette. Ma costui è l’uomo! Ammiriamone almeno l’ardire: pongono il quesito a Gesù di Nazareth, Maestro accreditato tra le viuzze della Galilea. L’avevano sentito parlare di vita. Il fatto è che Lui parlava sempre e solo di vita. Cogliendo pezzi di terra, usando le parole per aprire il cielo. Un cielo con alberi che danzano, con pesci che ardono. Un cielo popolato di prostitute e di festaioli, di bambini che scoppiano in risate e di donne che non ritornano più a casa. Parlava del mondo dimenticato dal mondo. Parlando.. un giorno grida e un giorno piange. E’ tenerissimo e duro. Spezza, brucia, conforta! Parla della terra ma ti mette nostalgia di cielo. Uno di quei Maestri che ti spandono profumo di cielo. “Di chi sarà moglie?”. Cioè chiedono come sarà il Paradiso. Come chiedere cos’è la bellezza. Sai che c’è, ma le parole non aiutano. Impoveriscono, ingrigiscono, spogliano, accartocciano. La Bellezza è bella perché rimane Bellezza inspiegabile. Perché non la impugni, non la possiedi, non la banalizzi. L’avverti. T’avvicini. Ne senti il profumo. Stai per toccarla e ti scappa. Ieri come oggi. La insegui incespicando e lei saltella. Danza. Non si fa prendere. Perché se la tocchi smarrisce i colori. Ti basta pensarla, vederla, incontrarla. Rimanerne stregato! L’immagino così il Paradiso: mi basta la fantasia di Dio. Se uno me lo spiega sento un prurito fastidioso. “Di chi sarà moglie?” Cioè muovono la lingua a caso: bestemmia assurda sotto il cielo di Galilea quel giorno!


Che mistero la lingua! Con la lingua ci si bacia e ci si sputa. Ci s’innamora e si tradisce. Si è teneri e buffoni. S’incanta e s’infastidisce. La lingua parla di fedeltà! E’ lo strumento dei bambini che leggono ancora sulla curvatura del cielo la bellezza di Dio che nasce ad oriente, s’addormenta ad occidente: “O Signore, nostro Dio, quant’è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,1). La leggono nei meriggi d’inverno, nelle notti d’estate, nei giorni di tempesta. Con la lingua parli di Dio, con la lingua bestemmi. Parola tremenda quella che esce oggi dalla Scrittura: Parola che ti strapazza, ti mette a nudo, ti spoglia. Parola che ti parla di fedeltà. La fedeltà dell’uomo: inchini pagati, applausi organizzati, leccaculaggini spaventose, formalità diaboliche. Quanto schifo la lingua che si muove a caso: per carrierismo, per servilismo, per piagnucoleria, per spudorata cortigianeria. Lingua buffa e avvilente. Meschina e ripugnante. Tutto si muove: la lingua, gli occhi, la mani, il corpo intero. Il Cuore! Ma lo specchio ti rimanda la tua tristezza. E poi c’è la fedeltà che intenerisce pure Dio, il Fedele per eccellenza. E’ la statura morale dell’uomo. Che è fermezza, avvenenza, meraviglia. Onestà e sudore faticoso, fermezza di principi e altezza faticosa, rarissimi inchini e nulle adulazioni. La coerenza che incute rispetto anche ai nemici! “Mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani”.
Io penso che certi attimi facciano presagire sprazzi di luce eterna!


Ci ho pensato più volte. Il grano non potrà mai diventare zafferano. La minestra non riuscirà a trasformarsi in pasticcio. La strada non diventerà mai Nutella. Così come la montagna non diventerà mai un telefonino e nemmeno la luce si trasformerà mai in un libro. Solo l’uomo forse tenta di trasformarsi in donna: ma non è poi così delicato da scrutare.
Se tutto questo è vero, allora nemmeno la gioia potrà mai trasformarsi in noia! Perché dunque vacillare di fronte alla Risurrezione?

GOD BLESS YOU!


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