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lunedì 22 ottobre 2007 - ore 00:01


S-misurata Misura
(categoria: " Riflessioni ")


XXIX^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Solita attenuante: problemi di sponsor.
Ma vaff..!"


Sponsor: parola divenutami familiare dopo ordinazione sacerdotale. Cittadino onoraria di troppe attività umane. Nella parrocchia è invitato di tutto rispetto: posto riservato in prima fila. Anche nel cuore! Chiedere finanziamenti: per un campetto sintetico, per una palestra da rinnovare, per affresco da ri-abbruttire, per concerto da eseguire. Lo si chiede a banca amica (magari anticipatamente benedetta), a geometra fidato, ad anonimi benestanti. Si sorvola sui principi: non si fa caso alla fedina non sempre immacolata del protettore di turno.
E così, per automatismo dimostrabile, diventi tu sponsor dello sponsor:gli devi il piacere, la promozione, il rispetto. Gli devi una fede sterilizzata. Pena il mancato finanziamento.
Ma vaff…!
Le mani alzate di Mosè, l’insistenza molesta di una vedova: questo è l’unico viaggio sponsorizzato direttamente da Dio.
Tutto il resto è schiavitù monetaria. Mercenaria. Subdola prostituzione.

di don Marco Pozza

All’inizio di ogni impresa umana che si rispetti, s’annida un quesito recondito: Ma chi ci finanzierà? Interrogativo semplice, preoccupazione concreta, ansia plausibile. Così per iniziare una sagra si bussa a porte “pesanti” per tradurre pubblicità in quattrini. Per costruire una squadra s’invoca la discesa in campo di grossi sponsor prima ancora dei giocatori. Per tentare un’impresa si cerca qualcuno disposto a farle da padrino. Dietro ogni manifestazione se ne sta, più o meno celata, una misteriosa mano. Più o meno convinta. Gli sponsor. Una parola che, purtroppo, sembra essere condizione necessaria anche in tante proposte di fede. Di speranza. Anche di carità.
E se non ci sono sponsor …si ritenterà un’altra volta. Quasi che la storia sia una somma di sponsor da addizionare assieme.


E anche nella Scrittura Sacra – storia che è somma e incrocio di mille storie tra loro sconosciute - per aver successo occorre rimboccarsi le maniche e cercare il placet di uno sponsor che ne garantisca visibilità, credibilità, benessere. E’ il problema che oggi assilla il Mosè condottiero-pastore, guerriero infaticabile per conto di un Dio esigente, quando dovette condurre il suo popolo a combattere contro l’esercito di Amalek, il Nemico per antonomasia del popolo messo sotto patrocinio di Dio. E Mosè, stratega navigato nel traghettare il pensiero verso l’azione, cala sul tavolo uno sponsor insolito: le sue mani!
All’orizzonte è in atto uno scontro difficile: da poco gli ebrei abitano il deserto. Non lo conoscono. Non possiedono esperienza di guerrieri. Popolo che da generazioni non prende in mano arma alcuna. E’ esordio in tutti i sensi: per di più, Mosè si fa da parte, segue da una collina le mossa di Giosuè, suo successore per comandamento sceso diretto da collina più alta. Sulla collina: perché il suo popolo lo veda e non perda il coraggio. Ma, seppur distante, il vecchio condottiero d’Israele mette in gioco le sue mani. Mani rigorosamente vuote. Mani rivolte verso l’alto. Mani in preghiera. Le mani le mette lui in persona: sa di essere il capo. Sopporta lui tutto il peso della battaglia. Prima volta che Dio non interviene come nelle acque del Mar Rosso. Mosè scatena gli elementi, ma non basta. Serve l’uomo. Così quando la stanchezza sembra prendere il sopravvento e le mani appesantirsi, recluta altre mani. Quelle di Aronne e Cur. Non per combattere, ma per sollevare le sue fino al tramonto del sole. “Presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani”. Geniale Mosè: la vittoria è nascosta nella presenza di Dio. Scomoda Dio perché lui sa che Dio si lascia scomodare quando c’è in gioco il bene dell’uomo, quando l’impresa è trasparente, quando la qualità è evangelica. Insomma, Dio non accetta di farsi sponsor di chiunque: si mostra rigoroso. Sui mezzi e sui fini.


E’ fantastica la potenza della preghiera di Mosè. Mosè è un uomo lacerato tra cielo e terra, tra un Dio tutto santo e un popolo dalla dura cervìce. E’ un uomo a metà strada tra il sogno e la paura. Tra la follia e la vanità. E’ un uomo orante! Solleva le mani non per paura di sporcarsele, non perché la terra gli procuri prurito e schifezza, non per nascondersi all’ombra delle sue responsabilità. No! Mosè alza le mani per impegnarsi, per mettere in gioco la sua manualità, per non essere assente dai suoi impegni concreti. Quel popolo che sotto la collina sfida i nemici non è solo il suo popolo. E’ molto di più! E’ il gregge che un Dio Pastore gli ha affidato per spargergli profumi di libertà. Mosè prega per faticare; Mosè fatica per pregare. Insomma: Mosè nasconde una “doppia vita” fatta di orazione e di azione.
Prega nel deserto! E’ meraviglioso ciò che si scopre nella Scrittura: Dio non porta l’uomo nel deserto per isolarlo, per farne un superuomo, ma per immergerlo nell’umanità sofferente.


E’ proprio così! E’ incredibile quanto le cose e le idee cambino pregando. Chi ha deciso di pregare ha deciso di camminare, ha deciso di avanzare, ha deciso di superare. La preghiera è la forza dell’uomo perché se Dio ci manca noi cadiamo. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5) – disse un giorno il Maestro a un pugno di discepoli innamorati di Lui ma confusi alla sua sequela. Voler far qualcosa, voler essere bravo e uomo senza pregare, è come decidere di sollevarti da terra tirandoti su per i capelli. E’ come tirare un seme perché nasca prima. E’ come spingere un ventre per far uscire un bambino. Insomma, è una stronzata! Oggi la lezione porta la firma di una vedova, povera ma cocciuta, disperata ma non rassegnata. Lei non solo prega. E’ molesta nella preghiera: “pregate, non stancatevi di pregare, pregate sempre, finchè Cristo crollerà” (A. Gasparino). Pregare insistentemente non per la poca fiducia in Dio, ma per essere certi della nostra convinzione in ciò che chiediamo. Quante volte la gente prega e ha la sensazione che la preghiera non cambi le cose. Perché l’animo è prigioniero del rammarico, soffocato dalla collera, impantanato nello sdegno. E così nascono preghiere col fiato corto, messe da mal di pancia, invocazioni morte prima di vedere la luce, voli abbreviati nelle loro partenze. Per questo serve insistere: non per Dio, ma per noi! Pregare per imprestare la voce al mondo. Le cose non hanno niente, ma tu puoi farle cantare, farle pregare! Alberi, montagne, pesci, coccinelle, neve, brina… tutto può passare nella tua mente e nel tuo cuore e farsi preghiera. Esattamente: tu puoi essere il cantore innamorato dell’universo. Guai se la preghiera sparisse dal mondo! Saremmo tutti più poveri, più freddi, più duri perché l’uomo non vive di sola produzione: vive anche di orazione, di contemplazione!
Mi commuove sempre la domanda accorata di Cristo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Un gesto che fa tenerezza perché, seppur Dio, sembra essere sfiorato dal sospetto del fallimento della propria missione. Un tratto umanissimo nella sua sconcertante drammaticità.
Riusciremo a tenere le mani alzate fino al tramonto del sole?


Mi son sempre chiesto: sarà mai possibile leggere un libro senza voltare le pagine e con gli occhi chiusi? Si, è possibile, per un libro solo: quello della preghiera. Hai capito benissimo: si impara a pregare mettendosi in ginocchio, congiungendo le mani e tenendo gli occhi chiusi.
In breve: s’impara a pregare pregando. Ma quando? Quando hai troppo da fare. Quando hai il cervello grippato. Quando hai paura di amare. Quando hai smarrito il sorriso. Tu prega! Perché è pregando che si può tentare di migliorare il mondo.
Perché con le mani giunte puoi agire molto di più che non agitando le mani!
Questione di sponsor? Ma vaff…!


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domenica 21 ottobre 2007 - ore 09:09


Collaborazione con L’altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Notti senza lune e lune senza notti"

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 20 ottobre 2007, pag. 2

Storie di faticosa bellezza, piedi che custodiscono paesaggi lontani, mani che trattengono respiri di terre inospitali, occhi che raccontano di incontri fatti al largo di una via, sotto il chiaror della luna, tra le braccia di una bellezza inattesa. Ti raccontano di notti senza lune, ma anche di lune senza notti. Sono loro, i miei vecchi, custodi gelosi di una storia che hanno scritto, tramandato, fatto camminare. Ignorarli significa semplicemente voler rimanere bambini, perché “nescire quid antea quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum” – diceva il latino Marco Tullio Cicerone -. Fidandoti unicamente dei loro passi è bello sentire che l’uomo non è faber ipsius fortunae. Bensì come un bambino che sa stupirsi di fronte al mondo.


Di loro m’incanta tutto: le gambe intervallate dalle vene, il sorriso intagliato tra le rughe, le mani rugose di mille strette, il profumo della vecchiaia, la tenera stanchezza di uno sguardo. Fossi poeta, però, passerei la vita a celebrare la bellezza dei loro piedi: nudi di fronte al mondo. Ci son cose troppo complicate da interpretare che mi fanno sentire l’esigenza di camminare con un vecchio vicino: tropo giovani i miei piedi per intenderle da solo. Perché le piramidi – direbbe Hazlitt“sono troppo grandiose perché si possa contemplarle da soli”. Piedi vecchi che hanno attraversato paesaggi, parole, emozioni e lontananze. Non piedi arroganti come quelli che accelerano. Piedi umili perché custodi di emozione e di terrore.
I piedi di Nin dea Sima ho imparato ad ascoltarli sin da bambino seduto sulle gambe del mio nonno: erano piedi che mi facevano arrabbiare perché arrivavano sempre improvvisi, non c’erano rumori ad anticiparne la venuta. Viandante come tanti – forse troppi nella sua famiglia – s’era allenato a spolverare il pensiero nelle lunghe marce. Per guerra, per emigrazione, per semplici amori da tessere. Sempre a piedi: modellandoli al suolo da calpestare. Anche così sembra potersi scrivere la storia: con le mani ma pure con i piedi. Quassù, oserei dire, la storia è scritta più con i piedi che con le mani, perché la storia di questo terra profuma di tanti percorsi, incontri, scontri. E’ storia di vita!


Ogni tanto m’imbatto in qualche anziano che deve immergersi nella confusione della città: ancora innaffiato di silenzio sembra violentato dal frastuono della civiltà. Lui, abituato ad assaporare la voce che procura il crescere del grano, il leggero vociare dei fili d’erba, il lento nascondersi della rugiada al luccichio dell’alba …scopre che nella città il silenzio non è sinonimo di interiorità, ma mancanza di tecnica. Si fa silenzio quando la macchina non s’accende, quando la tv salta, quando c’è un black-out: ma non è silenzio, bensì semplice mancanza di rumore. Ma che basta per farci prendere paura!
Quando nelle sere d’estate m’appoggio sulla soglia del mio casolare, dodici campanili mi musicano la buona notte. La loro voce, spinta dal muto silenzio della valle, giunge fin lassù: oltre i faggi, sotto quei pini che raccontano storie di uomini che hanno camminato.
Camminato in silenzio: impresa doppiamente estimabile.
Perché – dicono loro – è necessario saper tacere per diventare uomini dalle parole pesanti.


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sabato 20 ottobre 2007 - ore 08:46


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
"Sguardi che s’incrociano per evitarsi"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 20 ottobre 2007, pag. 6

Per i ciclisti è semplicemente un “muro” su cui firmare gesti atletici. Per gli artisti è una piazza nella quale esibire capacità canore. Per gli amanti dell’arte è una chiesa da contemplare nella sua armonica dolcezza. Per me rimane il segno visibile di quella fede appresa dalla sapienza degli anziani. Il santuario di Monte Berico è questo. E’ molto di più: è lo sguardo di una donna che nasconde sotto il suo mantello la frenesia di una Vicenza spietatamente di corsa. Cittadini di una cultura che predica la morte di Dio, la fede semplice della nostra gente rimane baluardo di una civiltà passata alla quale dovremmo più spesso rinfrescare le nostre radici. Ma perchè inginocchiarci quando un’aria anonima vuol far apparire ridicola la nostra fede? J. Evola scrive: “ Ad un’unica cosa si badi: a rimanere in piedi in un mondo di rovine”.
Se è vero che non ci fidiamo più dell’anima per i troppi tentativi falliti, la preghiera rimane un’arma potentissima per non smarrire la vicinanza con noi stessi nell’ammasso del mondo. Pensare d’essere operativi senza pregare è come decidere di sollevarsi da terra tirandoci per i capelli. Ma oggi la preghiera sembra fuori luogo: il sospetto che Dio nasconda qualcosa in vista della nostra felicità ha sponsorizzato il peccato originale. Ma è anche l’origine di ogni nostro distacco dalla spiritualità.


Con il prezzo – parafrasando una considerazione di U. Galimberti – che i nostri sguardi si incontrano ma molto spesso solo per evitarsi. Il santuario custodisce la storia di una donna meravigliosa, Maria di Nazareth. Una ragazza i cui pensieri non erano campati in aria, i cui gesti erano nascosti dentro il perimetro delle cose concrete. Anche se andava in estasi, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra. Maria pregava ma non ha mai vissuto il dramma di non sapere chi era o di tremare per non riuscire a diventare ciò che sognava.
Nel 1951 Giorgio La Pira fu eletto per la prima volta sindaco di Firenze. Subito domandò a 21 monasteri di clausura di pregare ogni giorno per il suo comune. Nel discorso d’insediamento disse: “Abbiamo ventun comunità puntate verso il cielo”. Ogni mattina sostava a lungo a pregare prima di andare in municipio. Ripeteva: “Come potrei stare con questo popolo nel nome di Dio, se non stessi in preghiera con Dio?”.
In ginocchio. Per innalzarci!


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venerdì 19 ottobre 2007 - ore 09:36


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Scioperanti tra i profeti del grido"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 19 ottobre 2007, pag. 6

Padova: domani sciopero. Perché? Perché sciopero. Ma il motivo? Ce lo inventeremo urla facendo. Sembra che oggi l’importante sia scioperare. Non ha peso il come e il perché, l’importante è farlo. Lo attuano i tassisti e i giornalisti, le prostitute e i fornai, gli insegnanti e gli operai. Qualche prete s’azzarda pure. E ci sono loro: gli studenti. Voci bianche nell’universo maturo degli adulti-scioperanti. Dipendenti assunti dalla multinazionale “bamboccioni snc” del Dott. Padoa Schioppa, scoprono in Harry Potter il loro inno di battaglia: siamo una squadra di “balbettanti bamboccioni babbuini”. Scioperano, forse ignorando il motivo ultimo. Ma scioperano: cioè incrociano le braccia, s’astengono dal lavoro. S’arrestano per tapparelle sudice, per WC non areati, per aule bunker. Scioperano contro il Min. Fioroni, contro la Chiesa, contro le eco-mafie. Cioè dimostrano che i grandi temi stanno così a cuore da urlarli nelle piazze. Urlare: non sussurrare, dialogare, proporre. Siamo profeti del grido dalle prime luci della nostra alba.


In realtà sanno perché scioperare: le tapparelle saranno anche bucate, le istituzioni saranno inadatte, la scuola avrà lacune largamente provate su Youtube. Ma non ti diranno mai a voce alta perché lo fanno: frenano perché stanno male. Crisi esistenziali a parte, la tristezza s’aggira come leone ruggente nelle loro giovani vite. Nelle nostre giovani vite. S’accorgono d’essere burattini di un divertimento sfrenato che vendono loro sotto forma d’attenzione rispettosa: ma la vita va esaurendosi. Il silenzio s’è ridotto ad assenza di rumori: non può ri-mutare in fabbrica di progettazione. Scrive Umberto Galimberti nel suo ultimo saggio: “non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome”. Non sono solo loro i bamboccioni: viviamo in una Repubblica dove i bamboccioni hanno incentivi. Tappa successiva sarà la cittadinanza onoraria.
Ma le scatole sono piene, perché siamo tutti artigiani alla ricerca di un senso da partorire. E abbiamo il dovere di scioperare, di protestare, di sparare contro tutti quei tentativi di “parcheggio obbligatorio” in cui tendono ad addormentare la giovinezza.
Perché scioperi? Per essere libero di scoprire me stesso.
Illusione?


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mercoledì 17 ottobre 2007 - ore 12:08



(categoria: " Riflessioni ")


C’E’ POSTA PER TE
"Don Marco, da sabato hai un amico in più "

di don Marco Pozza

Caro Don Marco,
non so perché – e d’altronde le gioie più grandi vengono sempre da fatti inaspettati – la mia ragazza ha deciso di cambiar canale venerdì sera. Seduti sul divano con davanti la tv, vicini e felici di esserlo, tra un canale e l’altro ho visto un viso noto e ho chiesto alla mia ragazza di farmi vedere di che programma si trattasse.
Il canale, come potrai capire, è Mtv, e il volto noto è il mitico Pif delle Iene. Poi c’eri tu, Don Marco (perdonami il mancato uso della forma di cortesia) che con tre parole hai subito rapito la mia attenzione. I miei occhi sullo schermo, le tue parole che scorrevano come risposte a domande che ho dentro da sempre. In pochi minuti ho capito. Ho capito che sei una persona straordinaria, capace di entrarti dentro e cambiarti anche la vita. Ho capito che esistono ancora persone eccezionali al mondo, a cui guardare come esempio. Ho capito che avevo trovato una persona simile a me, capace di potermi dare qualcosa di grande.


Scusa Don Marco, non mi sono ancora presentato. Sono C., vivo in provincia di Como. Una quasi laurea in Giornalismo. Fidanzato con F., un regalo che la vita mi ha donato. Una bella famiglia, che mi ha dato forti radici cristiane e dei valori di cui vado fiero. Una fede in Dio che a volte ha vacillato, così come quella nella Chiesa, ma che a 24 anni mi porto ancora dentro tenacemente.
Don Marco, penso che al mondo non esistano grandi ideali, associazioni, movimenti, ma solo grandi uomini. Tu per me appartieni a questa categoria. Sei un grande uomo e mi sono bastate due parole per capirlo.
Sabato mattina mi sono svegliato con una cosa sola in testa: le tue parole, le tue idee, il bisogno di saperne di più su di te. Ho trovato il tuo blog, e per tutto il pomeriggio non ho staccato gli occhi da lì. Volevo capire, volevo sapere, chi eri, da dove venivi, la tua storia....insomma, più informazioni avevo di te e più aumentava la mia voglia di conoscerti da una vita. E invece sapevo della tua esistenza da meno di ventiquattro ore. Possibile che ti sentissi più vicino di buona parte del mondo che mi sta intorno? Possibile si, Don Marco.
Leggevo e sentivo concretizzati tanti miei pensieri. Don Marco, io ti sento vicino e condivido ogni tua parola, ogni tua frase.
Sono giovane, ma una delle cose di cui ho sempre sentito il bisogno era qualcuno che spiegasse la Parola di Dio come riesci a fare tu. Uno che ti invogliasse a capire la bellezza di Dio e del Vangelo. Non l’avevo ancora trovato finora, pur conoscendo alcuni sacerdoti poco più grandi di me. La mia generazione scappa dalla Chiesa perché nelle Chiese mancano persone come te. Non deve essere superbia la tua, solo il riconoscimento di qualità speciali di cui sei in possesso. Gente come te può ancora recuperare parte della mia generazione. La mia ragazza dice di credere, ma non frequenta una Chiesa da tanto tempo. Io non la forzerò mai a farlo. Però dopo averti sentito parlare, anche lei ha detto “questo è il genere di sacerdote che potrebbe convincermi a tornare in Chiesa”.
Leggo il tuo blog, e trovo grandezza in ogni parola. La grandezza di un sacerdote che ha capito qualcosa in più sulla mia generazione. Qualcosa che è sfuggito alla Chiesa attuale, lo stesso qualcosa che di qui a cento anni svuoterà tutte le chiese, fatta eccezione per gruppi particolari di persone che proprio nel gruppo trovano la forza di una fede individuale che a volte vacilla.
Don Marco, io non mi sento di appartenere a nulla, in un mondo che fa dell’associazione la forza per imporre le idee. Mi piace pensare con la mia testa. E secondo me anche tu fai altrettanto.
Don Marco, vedo che senti forti le radici alla sua terra, ami un calcio che non c’è più e il suo simbolo Roberto Baggio, hai un interesse verso il giornalismo. Hai passione per una vita vera, fatta di terra, valori e fatica, quella che oggi il mondo ti invita a lasciar da parte. Sono tutte cose che condividiamo in pieno.
Il blog è pieno di persone che vengono appositamente per insultarti. Io rido di tutto quello che ti dicono. E già il solo fatto che loro sono lì, anche per urlarti contro le solite cazzate, è la tua vittoria. E’ il segno della tua potenza, Don Marco. E’ il segno che tu riesci a muovere qualcosa, ad agitare le coscienze. Nella Chiesa attuale, è un passo avanti enorme. A volte la tua semplicità di pensiero è tanto bella quanto efficace. Mancano i giovani nelle Chiese? Andiamo a prenderli, ovunque essi siano, per spiegargli cosa si perdono! E’ questo lo spirito giusto.
La generalizzazione è un brutto male, Don Marco. Esiste un prete pedofilo? Allora avremo il sospetto su tutti! La Chiesa possiede grandi quantità di denaro? Allora anche il più misero prete merita il mio disprezzo! La Chiesa ha uomini di potere in Parlamento? Allora tutti i sacerdoti nascondono qualcosa!....io ti ripeto che la Chiesa, come una qualsiasi altra associazione, è fatta di uomini. L’uomo è fatto di carne e può sbagliare, un sacerdote ha gli stessi desideri del resto del mondo. La Chiesa non è perfetta! Quando vedo che le rimproverano tutte queste cose sul blog rido, perché contro l’ignoranza neanche Dio può nulla. E’ già una cortesia il fatto di dare attenzione a persone così.


Oggi ho visto che ti hanno dato del “pezzo di merda”, paragonandoti ad una persona che pretende di “cambiare la Chiesa”. E poi è ospite a Buona Domenica, a quanto leggo dal tuo blog. Detto questo, detto tutto, se qualcuno pretende di paragonare voi due ha della cattiveria dentro che vuole esprimere in qualche modo.
Ho visto che adesso sei a Roma, Don Marco. Fossi stato ancora a Padova, magari domenica sarei venuto fin lì per sentire la Messa.
Le immagini che hai sul blog mi piacciono molto. Il tuo paese vicentino sembra avvolto da una luce magica, che sembra dare pace anche solo a guardarla. Le foto delle mani che lavorano il latte sono simbolo di un mondo che sta scomparendo e che io voglio difendere finché potrò.
Don Marco, da sabato ha un amico in più. Vedo che ora sei a Roma, spero un giorno di poterti incontrare, anche solo scambiare due parole. Per ora continuerò a seguire il tuo blog perché so di poterne ricavare molto.
Scusa per le troppe parole. Per ora grazie...e continua così.

Lettera firmata


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martedì 16 ottobre 2007 - ore 09:12



(categoria: " Pensieri ")


C’E’ POSTA PER TE
"Lei, don Pozza, è un pezzo di merda "

di don Marco Pozza

Gentile don Pozza,
ho appena visto per caso il servizio mandato in onda su MTV che racconta la sua storia di prete. Da tempo volevo scriverle che lei è semplicemente un pezzo di merda che ama solo mettersi in mostra senza dare contenuto alcuno al suo apostolato. Lei dovrebbe solo imparare da don Sante Sgotti, un prete fantastico, che si mette contro la Chiesa per denunciarne gli abusi anche a costo di pagare di persona. Lei, invece, la Chiesa la difende sempre e non capisco perché tutti questi ragazzi che la circondano non s’accorgano che il prete vero oggi è chi si comporta come il parroco di Monterosso.
In televisione lui ci va spesso e fa anche audience. Lei non ci andrà più. E s’è pure trovato un procuratore. Segno che la gente lo ascolta, lo apprezza, lo incoraggia.
Lei si deve solo vergognare di dimostrarsi ribelle quando non muove nessun cenno per distruggere questa chiesa che puzza di vecchio.
Si svegli. Mi fa semplicemente schifo!

Lettera anonima


Mi piacerebbe molto poterLe indirizzare la mia risposta, ma il suo anonimato me lo impedisce. Tuttavia perdo dei minuti (per me sempre assai preziosi) per rispondere alla sua veemenza corredata da fotografia.
- Io ho un sogno che le ripeto: diventare santo nella vita. E per raggiungere questo obiettivo investirò tutte le mie energie fino all’ultimo giorno della mia vita. Non ricerco il successo immediato, cerco quello eterno. E, per raggiungerlo, son disposto a tutto: anche a tentare strade nuove, di fantasia, di coraggio. Ma questo non mi esime dal rispettare la Chiesa che ho scelto, nella quale vivo, che mi aiuta ad inseguire questo sogno. E’ già la mia una chiesa di peccatori: devo fondarne un’altra? Dimostrerei di non conoscere quella in cui vivo, fatico e sogno! E anche ai ragazzi cerco di far nascere la nostalgia di Cristo!

- Il sign. da lei citato va in televisione e fa audience? Bene per lui: significa che la tivù - poiché lo scandalo è merce che ha gran mercato - lo paga bene. Tanto da procurarsi un agente. Anch’io ne ho uno, molto navigato e saggio, che alla mia fretta risponde con la sua esperienza. Ma io ubbidisco ciecamente perché so che il giorno in cui ci entrerò lo farò camminando a testa alta e non rotolando gettato da accidentali e pruriginosi avvenimenti. Il cammino assicura percorsi, la spinta produce intoppi.

- Il mio sacerdozio è la cosa più preziosa che tengo tra le mie mani giovani. Non accetto di darci un prezzo e di quotarlo in base all’audience. Io lo valuto non studiando Affari tuoi ma in ginocchio di fronte al Santissimo. E’ immenso per sua natura. E il mio Dio non accetta di essere relativo a nessuno, pena il mio tradimento. Ma nemmeno Lui mi fa sentire relativo a qualcuno. C’incontriamo nella preghiera: sapendo che quando Dio chiama qualcuno nel deserto non è per costruire un superuomo ma per farne un suo profeta.

Le lascio una domanda: perché nessun agente è in grado di trovarGli un sorriso da indossare al momento opportuno?
La ringrazio e le chiedo una preghiera per il mio cammino di santità.

Con cordialità
Don Marco Pozza


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lunedì 15 ottobre 2007 - ore 12:04



(categoria: " Riflessioni ")


XXVIII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Vietato farsi infinocchiare"

Roma - Vedi, Stefano. Gesù di Nazareth è un figo! C’è poco da sbuffare. E ieri, piano piano, con sottile discrezione e puntualità strepitosa, t’ha fatto capire che il suo Regno, nonostante tutto, riesce ancora ad affascinare.
Ieri, a Buona Domenica, l’avrai notato pure tu: c’era nebbia, la luce artificiale ha dato cenno di cedimento. Lo spettacolo ha cominciato ad annoiare la platea e i battimani si sono via via tramutati in un imbarazzato silenzio. Complice la presenza di Emanuela Falcetti, Alessandra Mussolini e Massimo Maffei. Diciamolo economicamente, così lo capiscono anche i grandi: da 10.000 euro ti spegni a 5.000 euro. Che poi diventeranno 2.500. 1250... e così via. Peccato che non stiamo guardando i pacchi di Affari tuoi, bensì un uomo (se vuoi chiamalo pure "don") che da bambino aveva inseguito un Amore.
Non ti preoccupare. La televisione ti chiede solo d’attendere. Pure lei ha lanciato segnali di fumo: il cachet scende, Milingo è bloccato alla frontiera ma, soprattutto, la fantasia scricchiola.
Peccato per il sacerdozio: stregato dal "Saranno famosi" di Maria de Filippi gli è sfuggito il "Saranno beati" di Gesù di Nazareth.
Tu prega per me: perchè se un prete è santo fa nascere la nostalgia della santità. Se un prete, invece,... (finisci tu)!

di don Marco Pozza

Che la vita sia una “fantastica storia”, nessuno ne può dubitare. Ma ci son situazioni che quando sopraggiungono t’innervosiscono e basta. Ci sono occasioni nelle quali vorresti semplicemente non esserci: ci sei ma senti di voler sparire. Se sei maestra…quando un bambino t’azzera con un quesito. Se sei apprendista manager… quando l’ultimo arrivato, rimboccandosi le maniche, t’ha superato. Se sei donna in carriera… quando quell’altra collega in due mosse t’ha strappato la scena. Se sei prete...quando Emanuela Falcetti e Alessandra Mussolini ti supplicano di andartene per non disturbare l’aria con fumi inquinanti. Oppure quando un gesto d’affetto disarma la tua rabbia. Quando la tua invidia viene messa a tacere da un gesto spontaneo. Son momenti tremendi, perché ti fanno sentire inadatto. Ti trovi buttato per terra. Senti d’essere un pover’uomo.
Capita! Capita così spesso nel variopinto universo dell’umanità che l’uomo non s’accorge nemmeno più. C’ha fatto l’abitudine!


Naaman è straniero. Cioè non è figlio di terra israelita. Non appartiene al popolo scelto da Dio. Straniero, cioè fuori dai confini. Di un altro paese: quindi immigrato, forestiero, clandestino! Nell’animo alimenta un’esigenza: redimersi dalla lebbra! Che è il capolavoro di Satana. Lui, come un antico mago, nella sua spelonca smontò il corpo dell’uomo nei suoi tessuti e nelle sue fibre, ne spiò ogni nervo, ne scrutò le ossa e le midolla perché in quella vittima il dolore potesse volteggiare a piacimento. Un corpo vivo a lottare contro un dolore straziante: la morte è una festa di fronte a ciò che Satana brevettò quel giorno. La demenza, riflettendosi, si scopre saggezza. Naaman è un lebbroso dal volto guercio e bucherellato: erra come vagabondo destando ribrezzo e fuga come sentenza al suo passaggio. Lì, nella terra che gli ha dato natali, sopravvivenza e giorni da colorare, nessuno lo guarisce. E’ allora che diventa forestiero. S’allontana dai confini della terra di Siria e batte sentieri estranei. Un giorno s’imbatte in Eliseo, profeta parlante su commissione di Dio, che gli ordina di lavarsi nel Giordano. Una presa in giro? Forse. Ma Naaman posticipa questo dubbio e si fida. S’immerge e ne esce rinnovato: “la sua carne – si legge nella prima lettura - ridivenne come la carne di un giovinetto”. Scompare la lebbra, nasce spontanea la gratitudine ma Eliseo non nutre esigenza alcuna: è solo strumento nelle mani dell’ Artista di misericordia. Creda solo a quel Dio di cui gli ha parlato. Luminoso il gesto di questo siro forestiero in Israele: chiede di caricare due muli con sacchi della terra d’Israele per poggiare in aeternum i piedi su quella terra benedetta una volta tornato nella patria natìa. In un gesto semplicissimo…la ricchezza di una fede che sa ringraziare. Cioè che celebra la vera Eucaristia.


Storie di stranieri e profumo di forestieri risuonano pure tra le righe di papiro del Vangelo. Storia di dieci lebbrosi marcianti verso Gerusalemme. Nessuno li avvicina: la pietà muore a un raggio di qualche metro dalle loro piaghe. Lo riconoscono e, tenutisi a distanza, Gl’innalzano una preghiera bellissima: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi”! La nullità implora la potenza. Cristo s’approssima nel fisico, nell’animo. Nel cuore. Cristo s’avvicina e li guarisce. Non uno. Non tre. Non tutti tranne uno. No! Ne guarisce dieci su dieci: perché il miracolo sappia di completezza. Ne guarisce dieci, ma uno solo si salva. Perché? Cristo stesso se lo chiede: “Ne sono stati guariti dieci: e dove sono i nove?”. Una frase terribile: non si muove foglia. Bestie e uomini s’arrestano. Quando Cristo, all’unico tra i lebbrosi guariti presentatosi all’appuntamento del grazie scaricò questa domanda, l’uomo non mosse ciglio. Confuso, tremava aggrappato ai suoi piedi. Forse imbarazzato: ma chissà perché. “Dove sono i nove?”. Cristo attende, e la sua attesa stavolta sembra impregnata d’ostinazione. Si vede che li sta proprio aspettando! E questa, forse, è una delle pause più lunghe di cui il Vangelo conservi ricordo. Anche gli altri devono arrivare: impossibile che manchino all’appuntamento del grazie. E nel silenzio sembra viaggiare la voce di Cristo che, uno ad uno, l’interpella con l’interrogativo che denudò Adamo all’aurora della creazione: “Adamo, dove sei?”.


Semplice, Signore: ognuno è tornato ai suoi affari. Chi faceva il ladro ha continuato a fare il ladro. Chi beveva è ritornato nelle taverne. Chi peccava di lussuria è tornato a rintanarsi nelle alcove, muovendosi meglio di prima. Chi mercanteggiava s’è ributtato nei mercati di città. Così come l’innamorato sarà ri-tornato dalla sua amata, l’orgoglioso a specchiarsi nel suo specchio. Dove sono? Sono là, dove lebbra li aveva colpiti. Sono in giro per il mondo: perché la vita, istantaneamente, ha ripreso proprio laddove era stata bruscamente interrotta.
Uno solo, riconosciutosi ri-nato, torna indietro e rende grazie. E lo fa in maniera delicata, traboccante di tenerezza. Quasi umiliandosi: “cadde sulla faccia presso i suoi piedi rendendo grazie a lui”. Abbraccia i piedi di Cristo, come Naaman strappò al suolo quel cumulo di terra intrisa di divinità. Sempre da terra si ri-parte, perché dalla terra siamo nati. Come le donne che il mattino di Pasqua Gli cingeranno i piedi con le loro mani. Non solo lo ringrazia. Fa di più: lo adora. I piedi di Cristo: l’incrocio in cui splende la salvezza dello straniero. L’evangelista aggiunge una precisazione imprudente nella sua tristezza: “e questi era samaritano”. Cioè era come Naaman: forestiero, clandestino, sbeffeggiato perché doppiamente deplorevole: lebbroso e straniero. Eppure solo lì splende la salvezza: tutti guariti, uno solo salvato! “Alzati e và, la tua fede ti ha salvato”. Che peccato l’assenza degli altri, di quelli di casa, del popolo di Cristo! Non s’accorgono che la lebbra è sparita, ma la pelle è rimasta vecchia. Solo uno straniero è rinato dentro! Per la potenza di un grazie.
Che peccato! Ma questa è la percentuale: uno su dieci. Non che guarisce, ma che sa ringraziare. Che sa, quindi, sorridere. Gioire. Seminare speranza. Perché dire grazie è sentirsi liberi, nella pace interiore, con un animo sereno. Ma quand’è così? Quante facce funeree invece, quanti problemi miseri che appaiono mastodontici, quanti sensi di colpa e caterve di rimproveri che caratterizzano continuamente invece la nostra vita di giovani cristiani, incapaci di dire nei modi e nei tempi giusti che – semplicemente – incontrare Dio, avvertire la sua presenza, cercarlo pure quando non si fa trovare, importunarlo pure quando il suo silenzio suscita rabbia o forse solo delusione, non è una sfortuna, ma la cosa più bella che ti possa capitare. Ma se manchiamo di grazie manca la gioia. E se manca la gioia viene meno la credibilità. E se manca la credibilità rimane una semplice domanda: perché dovrebbero crederci?


Siamo tutti lebbrosi avvicinati e guariti da Cristo, ma quanti di noi si salveranno?
Il Vangelo parla chiaro: solo chi saprà ringraziare! Perché nessuno è così ricco da poterne fare a meno e nessuno è così povero da non poterlo dare.
Persino il Signore non vuol farsi infinocchiare

GOD BLESS YOU!


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domenica 14 ottobre 2007 - ore 00:04


La provocazione della domenica
(categoria: " Pensieri ")


S-MISURATA MISURA
"Vietato farsi infinocchiare"

di don Marco Pozza
XXVIII^ Domenica per annum

Fai un lavoro, t’ingegni un favore, t’inventi tenerezza. Quasi pretendi che ti si risponda con quella parolina magica che serve per gratificarti e convincere te stesso che nulla è stato vano.
Il grazie è una forma di retribuzione diversa dal danaro: per lavoro svolto non paga. Ma ap-paga. E questo è molto più. Perché siamo tutti parole vuote che cercano suoni da poter albergare. Ogni tanto davvero ci vuole, altrimenti ci si sente sfruttati. Si rimane delusi.


Fino a quando il grazie inizia ad odorare di superficiale inutilità. Ti si dice grazie con l’unico obiettivo di prenderti per il didietro. Ti viene chiesta la luna, ma te lo si chiede per favore. E’ un pleonasmo formale che va a farsi friggere per l’assurdità che ha voluto trasmettere. Per la presa in giro messa al fresco dentro.
Per favore: appena lo senti, quasi ti butti dall’altra parte della barricata. Ti senti obbligato a fare quello che ti è stato chiesto. Ma se ci rifletti, cambi idea: non è così che devono andare le cose.
C’è, quindi, chi lo usa come escamotage per accalappiare l’ingenuità e la troppa facilità di convincimento di chi è più debole di carattere e non fa sentire la sua voce.
Sta a noi non farci infinocchiare e saper scindere il dovere dal favore…
L’Uomo di Nazareth questa domenica vieta di lasciarsi infinocchiare!


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sabato 13 ottobre 2007 - ore 08:46


A volte basta così poco...
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
"Feriti da quattro sassi e uno sguardo"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 13 ottobre 2007, pag. 6

In una vecchia mulattiera costruita in tempo di guerra, una scolaresca di bambini piccoli attende con trepidante stupore il passaggio della transumanza. Campanacci e vecchi costumi, vacche e cavalli, muli e cani fedeli ai loro padroni. Sui volti dei malgari profumo di latte, odore di fieno, un’estate di viaggi nei loro passi. Osservo da distante questa ciurma di bambini festanti e penso a quanto poco basti per creare un clima di festa. Dalla piana di Marchesina verso la pianura padana in cerca di climi più favorevoli per traghettare l’inverno.


Dita puntate, flash nelle loro macchinette, urla scomposte: lo stupore si fa strada nel vedere quest’antica liturgia che si snoda ancor oggi nelle nostre strade di montagna. T’inquieta quella sorpresa dipinta nei volti dei bambini. “Solo se riusciremo a farci veramente piccoli, si risveglierà in noi il fiuto per le cose grandi, e solo acquisendo questo fiuto saremo capaci di meravigliarci. Ma la meraviglia è il superamento dell’ovvietà” (M. Heidegger). Le cose grandi: che poi sono le più piccole. Liberate dall’abitudine di cui le abbiamo rivestite!
Forse solo i bambini hanno libero accesso nel mercato della bellezza e della meraviglia. Aveva ragione il Piccolo Principe: ai grandi non puoi dire che una cosa è bella, devi dire loro quanto vale. Altrimenti non intendono.
Smarrire la passione per lo stupore - affermando che questa passione è solo perdita di tempo perché non monetizzabile - è una scelta rischiosa perché significa abbandonare l’uomo da solo in balia dell’abitudine. E sposare l’abitudine – prendendo a prestito parole di Peguy – significa pagare una morte a rate! Quando invece l’uomo avrebbe l’occasione di risorgere tutti i giorni, di far ardere la storia e di lasciarsi ardere dalla storia.
Un pugno di bambini si stupiscono di campanacci che risuonano nella vallata: l’uomo fatica a lasciarsi conquistare dalla bellezza intera. Forse che la modernità non possiede più un suo entusiasmo?
Converrebbe pure a noi, al pari degli animali, intraprendere una transumanza, cioè trasferire la nostra residenza. Spostarci: da una terra che ci vorrebbe vagabondi - perché annusiamo il suo profumo inospitale - verso una terra promessa che sappia darci la possibilità di attendere e di sperare. Cioè di saperci incantare di fronte alla vita.
Come quella ciurma di bambini sulla mulattiera di Marcesina.


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venerdì 12 ottobre 2007 - ore 08:42


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Bloccati nella tangenziale di Neanderthal"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 12 ottobre 2007, pag. 6

Anche a Padova si rivela impresa sempre più ardita entrare in città al mattino rilassati e spensierati. Clacson infuocati, polveri di smog ai record storici, traffico in tilt all’approssimarsi di una rotatoria, dita che disegnano strani segni nell’aria. Ma, nonostante tutto, l’automobile rimane la regina incontrastata degli spostamenti. Una regina così potente da aver ridotto il corpo dell’uomo di poco superiore ad un optional. Un accessorio del quale, rivelate scomparse ad un certo punto le minime caratteristiche richieste per essere funzionale, se ne invoca la rottamazione. La macchina ha ridimensionato l’uomo perché sta eliminando la funzione dei piedi.


Se ci pensi, ridi: a cosa servono oggi i piedi? Ad accelerare, a sostenere il pedone da lanciare nel tram…e poi a soffrire per il gonfiore, la pesantezza, l’odore. Se cammini oggi sembri un nostalgico dei tempi passati: è inopportuno nella società dell’impazienza, della furia, del nervosismo. Li abbiamo così ridimensionati i piedi che - come evidenzia bene David Le Breton ne Il mondo a piedi“dal Neolitico in poi il corpo, le potenzialità fisiche, la capacità di resistenza dell’uomo di fronte ai dati mutevoli dell’ambiente sono rimasti gli stessi”. Nonostante tutti i nostri proclami, nonostante la blasonata superiorità dell’uomo del terzo millennio, possiamo contare sulle stesse facoltà dell’uomo di Neanderthal.
Peccato smarrire un’occasione come il camminare, l’adattare il nostro piede alle modulazioni del suolo, l’avvertire suoni, vibrazioni e voci da decantare lungo le vie misteriose del corpo umano. Peccato… perché ti basta aver provato una volta la sensazione per accorgerti che a volte è proprio piacevole essere viandanti: lontano da occhi indiscreti di gente conosciuta, non avverti il rischio di sporcarti la faccia o attirarti reputazioni ardite. Quando ti senti sconosciuto percepisci l’agilità di chi è svincolato dall’obbligo di dare di sè sempre e solo un’immagine rispettabile. E’ proprio benefico quand’avverti che abitare l’anonimato è cosa assai gratificante qualche istante nella vita. Così magico che, tornato in città, ti stupisci della sopportazione della gente che si incarcera tutti i giorni nei negozi, negli uffici, nel quotidiano vivere dimentichi dei loro piedi..
Ma è l’uomo che ghermisce il tempo o è il tempo a ghermire l’uomo?


MTV - stasera ore 22.30
"Seconda puntata de Il testimone: la vocazione"

a cura dell’Uff. Stampa de La carovana dei giovani



MTV: il villaggio mediatico che collega tra loro milioni di giovani. La rete televisiva nata per comunicare con il popolo che tenta la traversata della giovinezza. Dire MTV significa dire 24 ore su 24 di sottofondo musicale - culturale nella vita dei ragazzi.
Lui era una iena, ora filma il mondo. Dopo un viaggio in pullman da Milano a Casablanca, Pierfrancesco Diliberto è diventato Pif. Palermitano, 35 anni, con l’aiuto di una telecamera compatta racconterà storie di persone comuni e incredibili allo stesso tempo, che rivelano la realtà nascosta dell’Italia e del mondo.
Inaugurata nella serata dell’8 ottobre (22.30), la seconda puntata de Il Testimone in onda venerdì 12 ottobre 2007 raccoglierà due storie di fede nate all’ombra di strani campanili. Un ragazzo e una ragazza sedotti dalla bellezza di Dio, dipingeranno germi giovani di un cristianesimo ancora attuale. Due testimoni di una fede che sa ancora conquistare i cuori delle persone.
(…)
Parte da Padova, all’ombra di uno spritz culminato in un’aggressione dai contorni misteriosi, il viaggio di Pif in compagnia di don Spritz (don Marco Pozza), giovane prete vicentino che entra nelle strade all’ora dell’aperitivo per coinvolgere e lasciarsi coinvolgere da storie di quotidiana e drammatica bellezza. Una novella crociata di un prete “fuori le righe”, tante volte lasciato solo, che è riuscito a radunare centinaia di ragazzi per pregare attorno a Gesù Cristo. Una storia affascinante, provocatoria e coinvolgente di un ragazzo che, nell’ultima sua messa celebrata di fronte a più di un migliaio di persone, ha svelato il suo vero sogno: “Voglio diventare santo” !

Il testimone – MTV, questa sera ore 22.30


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