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giovedì 11 ottobre 2007 - ore 22:09


Che tristezza...
(categoria: " Riflessioni ")


STORIA A LUCI...BRUCIATE
"Semplicemente falso anche in questo caso"

di Paola Malagoli
da Il Mattino di Padova, giovedì 11 ottobre 2007, pag. 1

"All’inizio della sua trionfante rivelazione d’amore - già odorosa di voluta mediaticità scandalistica - era già stato messo in allerta da Omar Monestier, direttore de Il Mattino di Padova quando gli fece presente, con la dovuta delicatezza, che il giornalista fa presto ad innamorarsi di un evento così come fa presto a dis-inammorarsi.
Pubblico il testo di un articolo apparso oggi in prima pagina proprio de Il Mattino dove il sig. Sguotti viene "scaricato" proprio da chi lo ha sostenuto per mesi interi.



È sornione e accattivante, don Sante. Simpaticamente e platealmente falso. Gioca a fare il divo, circondato dai suoi boys di Monterosso. Gioca a prendere in giro chi accorre ad ascoltarlo.
Gioca un po’ meno ad attaccare ripetutamente il suo Vescovo e a trascinare sulla sua strada un’intera comunità parrocchiale. Una fiction ancora in corso la sua, che gli sta dando notorietà e guadagni, e alla quale non ha alcuna intenzione di porre la parola fine. Pare certo che entro sabato porti via dalla canonica gli ultimi scatoloni con la sua roba, ma rilancia subito affermando: «Non lascerò Monterosso, non so ancora come, ma resterò come parroco morale della gente che giustamente non accetta queste imposizioni autoritarie». E apre così nuovi argomenti di dibattito e polemiche, nuove situazioni al limite della legalità con le quali la Diocesi dovrà confrontarsi e nuove difficoltà per don Giovanni Brusegan, che è già a Monterosso alla ricerca di un dialogo con i fedeli.
Una strada faticosamente in salita, la sua, visto che alla sua prima celebrazioni c’erano solo quattro persone contro le oltre duecento che poche ore più tardi si sono ritrovate davanti a don Sante. Diventato in queste settimane un vero e proprio trascinatore di popoli. Con la sua disinvolta presenza davanti alle telecamere e la sua ancora più disinvolta gestione della comunità parrocchiale, alla quale paradossalmente ha promesso di presentare presto l’amata e il bambino. Amata e bambino che ieri mattina, a Lovertino, ha giustamente difeso dai flash e dalle sue bugie. Simpatiche e plateali, appunto. Costruite attorno a un angusto e pericolante ricovero di attrezzi, annesso al cascinale dove vivono Tamara e il piccolo, dove il «don» ha mostrato di andare ad abitare nel patetico tentativo di separare la sua vita da quella della donna che definisce «la sua compagna» e del bimbo che in un’occasione ha rivelato essere suo figlio.
Per questo, prima ha fatto scaricare dai suoi boys tre scatoloni ben imballati (ha detto che contenevano libri) in uno dei due piccoli vani, dove non esiste pavimento, le finestre hanno i vetri rotti e tutt’intorno ci sono solo macerie. Poi si è fatto fotografare nell’altro vano, seduto sul suo futuro giaciglio. Una tavola di legno e un materasso che stanno su per miracolo, in quanto appoggiati sopra due casse per le bottiglie di vino. Sopra, a completare il quadretto, c’erano un sacco a pelo lilla e un paio di ciabattine appena comprate al mercato (o rimaste da qualche pesca di beneficenza). Attorno cacciaviti appesi alle pareti, pezzi di ferro arrugginiti, vernici e polverosi sacchi di cemento.
Una comica? Una presa in giro? O un’ingenuità? Chi potrà mai credere che il suo futuro sia lì, quando dietro la porta accanto ci sono agi, bagno, coperte e lenzuola e, soprattutto, ci sono mamma e bambino a riempire la sua vita? Lui ci ha provato, fondando su questa grottesca immagine mezza conferenza stampa. Un’ offesa ai presenti e, soprattutto, al suo Vescovo al quale pensa evidentemente di poter propinare questa messinscena. La stessa costruita con il bauletto strapieno di monete, offerto pure ai flash e alle telecamere, presentato come «tesoro» dei suoi parrocchiani, da lui sottratto all’«avidità» della Curia. Quella Curia, a suo dire proprietaria del 20 per cento del patrimonio immobiliare della provincia, che ora accusa di lasciarlo in mezzo alla strada, negandogli tetto e sostentamento. «Dovrei arrangiarmi - tuona - solo perché ho quattro case con mutui e prestiti...» .
Poverino! Nel sito della sua Chiesa cattolica dei peccatori, dove pure affronta argomenti molto seri e di grande attualità (dai sacramenti negati ai divorziati alla pedofilia e, perché no, al celibato dei sacerdoti), ha già provveduto a mettere i numeri di conto corrente per chi vuole dare il suo contributo. Si fa poi pagare 10 mila euro a partecipazione televisiva e presto pubblicherà un libro. E, come non bastasse, ora si mette sul mercato come camionista. Del resto la casa di Lovertino ha bisogno di ampi restauri, e quando è andato in giro con Tamara per l’ignaro paesino dei Berici alla ricerca di materiale per l’edilizia, si è sempre presentato come un ingegnere vicentino esperto in ristrutturazioni.
Simpaticamente falso anche in questo caso".


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mercoledì 10 ottobre 2007 - ore 18:21


La provocazione di Oliviero Toscani
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CAMPAGNA PUBBLICITARIA
"Toscani shock contro l’anoressia"

da www.lastampa.it

C’è la mano di Oliviero Toscani e la presa di coscienza, da parte di una modella anoressica, della propria condizione di malata, dietro la foto, già definita da «pugno nello stomaco», della magrissima giovane francese Isabelle Caro, che da oggi appare sui giornali e sui manifesti affissi nelle maggiori città. Il suo corpo, di soli 31 chili, è stato scelto come testimonial per la campagna pubblicitaria, accompagnata dallo slogan «No anoressia», della casa di moda Nolita, del gruppo Flash&Partners. La donna, completamente nuda, ha deciso di accettare di mostrarsi «perchè la gente sappia e veda davvero, a che cosa può portare l’anoressia». Una campagna che ha già suscitato diverse reazioni e che ha ricevuto l’approvazione del ministro della Salute Livia Turco, che ha dichiarato di apprezzarne sia i contenuti che le modalità di realizzazione.


Isabelle Caro ha raccontato a Vanity Fair (in edicola il 26 settembre) le vicende familiari che l’hanno condotta sulla strada della malattia che oggi, dopo 15 anni, l’ha ridotta 31 chili di ossa e pelle affetta da psoriasi, ricoperta di una lanugine bionda e completamente nera sotto gli zigomi. «Mi sono nascosta e coperta per troppo tempo: adesso voglio mostrarmi senza paura, anche se so che il mio corpo ripugna - spiega al settimanale - Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere d’aiuto a chi è caduto nella trappola da cui io sto cercando di uscire».
La campagna pubblicitaria si rivolge in particolare alle giovani donne attente alle indicazioni delle mode e intende richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla malattia che, insieme alla bulimia, colpisce in Italia due milioni di persone ed è spesso causata dagli stereotipi imposti dal mondo della moda.


«L’anoressia è un tema tabù per la moda - osserva Oliviero Toscani - Come l’Aids ai tempi: nessuno nel giro della moda aveva l’Aids. Adesso invece l’argomento tabù è l’anoressia». Ma Toscani afferma di non ritenere che «la moda abbia grandi responsabilità nel problema dell’anoressia, è una cosa molto più ampia - sostiene - che riguarda tutti i media e in particolare la televisione, che propone alle ragazze modelli di successo assurdi». «La tv - aggiunge - ha creato una società che non si ama e non si accetta. E il sistema è degenerato. La mostruosità piace. Siamo in preda a una malattia culturale: ci piacciono i mostri perchè non ci vogliamo bene». Sulle eventuali critiche che la campagna, per la sua crudezza, potrebbe sollevare, Toscani replica che «C’è una bellezza nella tragedia. Il paradosso è che ci si sconvolge davanti all’immagine e non di fronte alla realtà. Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo».
Anche Luisa Bertoncello, amministratore delegato di Flash&Partners, afferma di essere rimasta scioccata quando ha visto la foto «per la crudezza e la verità che comunica. Oggi però l’intento aziendale è proprio quello di usare i mezzi pubblicitari come strumento di sensibilizzazione ai mali sociali». Anche per il ministro della Sanità Livia Turco un’iniziativa come questa può essere in grado di «aprire efficacemente un canale comunicativo originale e privilegiato con il pubblico giovane attraverso un messaggio di grande impatto idoneo a favorire un’assunzione di responsabilità verso il dramma dell’anoressia».


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martedì 9 ottobre 2007 - ore 10:01


Una "iena" filma il mondo
(categoria: " Fotografia e arte.. ")


MTV - 12 ottobre 2007, 22.30
"Seconda puntata de Il testimone: la vocazione"

a cura dell’Uff. Stampa de La carovana dei giovani



MTV: il villaggio mediatico che collega tra loro milioni di giovani. La rete televisiva nata per comunicare con il popolo che tenta la traversata della giovinezza. Dire MTV significa dire 24 ore su 24 di sottofondo musicale - culturale nella vita dei ragazzi.
Lui era una iena, ora filma il mondo. Dopo un viaggio in pullman da Milano a Casablanca, Pierfrancesco Diliberto è diventato Pif. Palermitano, 35 anni, con l’aiuto di una telecamera compatta racconterà storie di persone comuni e incredibili allo stesso tempo, che rivelano la realtà nascosta dell’Italia e del mondo.
Inaugurata nella serata dell’8 ottobre (22.30), la seconda puntata de Il Testimone in onda venerdì 12 ottobre 2007 raccoglierà due storie di fede nate all’ombra di strani campanili. Un ragazzo e una ragazza – giovani, belli e caparbi - sedotti dalla bellezza di Dio, dipingeranno germi giovani di un cristianesimo ancora attuale. Due testimoni di una fede che sa ancora conquistare i cuori delle persone.
(…)
Parte da Padova, all’ombra di uno spritz culminato in un’aggressione dai contorni misteriosi, il viaggio di Pif in compagnia di don Spritz (don Marco Pozza), giovane prete vicentino che entra nelle strade all’ora dell’aperitivo per coinvolgere e lasciarsi coinvolgere da storie di quotidiana e drammatica bellezza. Una novella crociata di un prete “fuori le righe”, tante volte lasciato solo, che è riuscito a radunare centinaia di ragazzi per pregare attorno a Gesù Cristo. Una storia affascinante, provocatoria e coinvolgente di un ragazzo che, nell’ultima sua messa celebrata di fronte a più di un migliaio di persone, ha svelato il suo vero sogno: “Voglio diventare santo” !

Il testimone – MTV, venerdì 12 ottobre 2007 ore 22.30



(Ora don Marco Pozza - ultimo arrivato con il numero 73 nella Seleçao Internazionale Sacerdoti Calcio - sta a Roma per perfezionare gli studi alla Pontificia Università Gregoriana. Dopo due giorni di assestamento tra libri e banchi di scuola è già stato avvistato in Piazza Navona con i ragazzi di Nuovi Orizzonti a parlare di Dio al popolo della notte.
Come a dire: la storia continua… perché per tutti ci sono orizzonti di cielo da pitturare assieme!


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lunedì 8 ottobre 2007 - ore 09:24


A prospettive rovesciate
(categoria: " Pensieri ")


XXVII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Il genio di Tommaso Padoa Schiopppa"

di don Marco Pozza

Ci sono storie che fanno ridere – come quelle che c’inventavamo da bambini sui gradini della scuola - perché contengono cose impossibili da realizzarsi; ci son storie che fanno tremare perché semplicemente vere. Ci son sguardi che fanno morire dalle risate come quelli di Luciana Litizzetto; ci son sguardi che ti mettono al muro e ti terrorizzano, come quelli della mia mamma quand’è arrabbiata. Ci son donne così truccate che non sai più riconoscerle; ci son uomini così mal vestiti che fai finta di non aver mai conosciuto. Vivere è troppo bello, perché vivere a volte è ridere: di se stessi, degli altri, di tutto. Ci son storie, ci son sguardi, ci son donne…ma ci sono anche nomi strani: Virginia Spaccamela, Strano Concetto, Massimo Ingegno, Abete Pino, Calzone Lana, Pizza Margherita, Camisa Bianca. Nomi che ti mettono nell’anima una domanda eterna: “Ma dove l’hanno pescato questo nome?” .


Abacuc è uno di questi. La vecchietta, arrivata sull’altare tutta ansimante nel suo foulard in testa, al mio paese lo chiamò Abacùc. Il finto sapiente dal pulpito della mia chiesa di città lo ri-battezzò Abàcuc. Sua mamma, in quel lontano mattino in cui vide la luce, lo chiamò (forse unica) con l’accento giusto: A’bacuc. Sillabe che racchiudono un mistero. Un progetto. “Chi era costui” - sarà lecito a qualcuno chiedersi imitando il vecchio curato di manzoniana memoria. Abacuc era un uomo come mille altri uomini: un pugno di fango reso vivente da un soffio divino. Nome un po’ strano, forse un po’ bizzarro: le poche volte che lo incontriamo sorridiamo. Un uomo smarrito, impotente, incazzato col mondo. Sulla scia di tutti i profeti dell’Antica Alleanza. Di più: incazzato con il suo Dio! Perché lo spettacolo quotidiano era disgustoso. E perché di questo disgusto Dio sembrava fregarsene. Ai suoi tempi gli uomini si scannano con ferocia, l’ingiustizia raggiunge livelli atroci, si rapina il mondo, il debole è interrato (altro che innalzato come disse Maria), Caino sembra impazzire con suo fratello. Il creato, splendido giardino appoggiato nelle mani creative dell’uomo, sembra diventato una landa di ululati solitari. Storie di “balbettanti bamboccioni babbuini” – come direbbe Harry Potter. E Lui? Lui semplicemente lascia fare. Sembra distratto, indifferente. Sembra un Dio menefreghista. E Abacuc non ci sta! Lui, profeta costretto ad urlare parole di fuoco che nessuno voleva sentir dire, guarda in faccia Dio, il suo Dio, colui che l’ha mandato allo sbaraglio di fronte al palcoscenico della storia e sembra dirGli: “Dio, come la mettiamo? Io, Abacuc, protesto…”. Lo guardi esterefatto, t’innamori di questo piccolissimo uomo che osa puntare il dito contro Dio, prendi paura perché non scherza…


E scopri che Abacuc sono io, don Marco. Sei tu. Abacuc siamo noi. Siamo noi quando sgraniamo gli occhi stupiti e sbalorditi, frastornati e increduli, indignati e scandalizzati per la sporcizia del mondo. Ma pensa te: son passati 2700 anni e scopri che l’uomo è rimasto lo stesso: una vecchia anticaglia arrugginita che fatica a camminare. Aveva ragione Fabrizio De Andrè quando, a proposito di un vecchio professore alla ricerca del piacere, annotava: “Diecimila lire per sentirti dire: micio bello e bamboccione”. L’ha confermato anche Tommaso Padoa Schioppa (eletto nei blog il nonno più simpatico d’Italia questa settimana), modificando la Costituzione: l’Italia è una Repubblica che deve salvaguardare i bamboccioni.
Dio e il suo profeta: uno splendore di attesa, di strategia morosa, di follia incantevole. Dio ascolta lo sfogo di quell’uomo. Lo ascolta, lo interpreta, ne fa tesoro…perché Dio s’innamora dell’uomo quand’è libero. Libero di sfogarsi e ringraziare, di stupirsi e vergognarsi, di camminare e cadere, di credere o bestemmiare. Dio aspetta. Poi fa prendere ad Abacuc carta, penna e calamaio: ”Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente” . Ah! Allora Dio c’aveva in testa qualcosa, non se ne stava indifferente, sentiva l’urlo montare nella gola di quell’uomo. Ed è anche preciso Dio: parla di un termine, di una scadenza. Si, perché su questo palcoscenico che noi chiamiamo vita un giorno calerà il sipario, il regista riguarderà le scene, sarà emesso un verdetto. Il quando non è dato sapere: basta aver appreso che succederà. E’ Parola di Dio: cioè Dio mette se stesso come garanzia, come assicurazione alla sua parola. Dio mette in gioco se stesso per costringere l’uomo a mettersi in gioco!


E quando l’uomo accetta di giocare con Dio…succedono cose incredibili. Ma che sei costretto a credere: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” . Vuoi far ridere Dio? ParlaGli dei tuoi sogni. Vuoi vederlo nervoso? DiGli che non c’è niente da fare. FaGli capire che la realtà è quella che è, la realtà non cambia. Non è mai cambiata. “Se aveste fede…”. Cioè la realtà è quello che è perché la nostra fede è quello che è, cioè non è fede. Se oggi ti tuffi nel Vangelo, rischi di spararti. Perché fai una scoperta amara: se hai fede c’è tutto da fare. Tutto resta sempre da fare. Tutto è possibile. Tutto: anche sradicare un gelso dalle radici impantanate nelle profondità del suolo. Anche spostare una montagna gigantesca. Anche cambiare te stesso. Il gelso sta lì in mezzo non per sederci attorno con vestaglia e pantofole, sonniferi e telecomando, diuretici e dimagranti. Il gelso sta lì perché non siamo riusciti a toglierlo. Sta li perché protestiamo ma non cambiamo. Giochiamo con le parole ma sono senza potenza, ne abbiam rapito la tenerezza. Ci sentiamo dei giganti ma la nostra povera storia di uomini ci dipinge come dei nani.
E’ la stessa esortazione che fa Paolo di Tarso scrivendo all’amico Timoteo e ricordandogli che Dio ci ha dato uno spirito da guerrieri, da avventurieri. Gli ricorda che noi siamo gente creata per lanciarsi all’avventura del mondo. Sporcarsi le mani è comandamento diretto di Dio sceso dalle righe prime del Vecchio Patto: nessuna dispensa autorizzata. Perché il gelso va sradicato, il male va smascherato. Il mondo va aiutato a risorgere quotidianamente. Non basta custodire: è necessario costruire, elevare, innalzare. E’ necessario sconvolgere il mondo!


Robe da matti, don Marco! – direbbe la mia cuginetta sorridente. Sono proprio robe da matti: aspetto i miracoli dal Signore. Ne sono ghiotto: amo collezionarli come un appassionato di filatelica i francobolli. Ma mi dimentico che i miracoli li compiva quando vedeva la fede. Io, invece, aspetto il miracolo per aver fede. E il mio cammino non s’incrocia mai. Le spalle si guardano, gli occhi si ignorano. E pensare che tutto il Vangelo è dimostrazione della debolezza di Dio di fronte alla fede. Ma io nego al Signore questa gioia. Perché non ho fede. Sono colpevole di aver rifiutato un po’ di gioia al Signore a motivo della mia poca fede.
Insomma: è bastato un gelso sul mio cammino per incassare una pesante bocciatura.
L’ennesima, tra l’altro!

GOD BLESS YOU!


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sabato 6 ottobre 2007 - ore 10:16



(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"Ha semplicemente tolto il disturbo. O l’ha tragicamente smascherato"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 6 ottobre 2007, pag. 6

19 anni: pochi. O forse tanti. Agli occhi di Dio sono un mistero tutto da decifrare. In primis per l’uomo che, forte di sè, da sempre cerca di scovare un senso alla vita senza Dio. Daniele Zen aveva 19 anni. E in quelle due cifre c’era una storia: i sogni di bambino cresciuto all’ombra del campanile, la giovinezza e la tristezza, la spensieratezza e la voglia di diventare grande, il rombo dei motori e il silenzio dei monti. C’era tutto. O forse mancava qualcosa: nell’anima un urlo non riusciva a farsi spazio e trovare voce nella confusione del mondo. Un urlo troppo forte in una storia troppo giovane per reggerne l’urto quando è rimbalzato addosso. Se n’è andato com’era arrivato: in punta di piedi. Ha semplicemente tolto il disturbo. Ma l’impronta lasciata ci mette al muro.


La giovinezza è fascino e paura. Paura perché non capiamo più a chi apparteniamo. Forse la mia generazione s’incolla alla notte perché - insegna Jovanotti - “di notte le ragazze sono tutte belle”.
Apparteniamo a noi stessi, senza la fatica di crescere. C’affascina di più la sicurezza della schiavitù che il rischio della libertà. E’ vero che sfidiamo gli adulti, ma poi abbiamo paura. Paura di non essere competitivi. Paura del futuro, di non essere accettati dagli altri, del nostro charme, della nostra capacità d’impatto nel mondo. E poi i problemi di crescita, di cuore… Ogni giorno, in media, dieci di noi decidono di farla finita. Si tolgono la vita, tolgono il disturbo. Dove sta lo sbaglio?
Adulti, non sentitevi in colpa: semplicemente tornate a fare gli adulti! Trasmetteteci la passione per la vita: il coltivare le amicizie, l’incontrare la gente. Aiutateci a cambiare questo mondo, questa logica schifosa che è logica di violenza, di guerra, di guadagno, di sopraffazione. Il mondo ha bisogno di giovani critici, non di campioni dell’economia. Insegnateci ad essere anche perdenti nella vita, a risalire le scarpate, a faticare: non delegate il tutto alle pubblicità progresso.
La storia di Daniele ci fa tremare.
I piedi di Mosè erano stanchi, il volto di Abramo impaurito, Geremia aveva labbra tremanti, Giona camminava barcollando, il cuore di Pietro è crollato, le amatissime donne sotto la croce erano disperate. Ma al tramonto della vita li accomuna un sorriso.
Non ci rimane che una richiesta, Signore.
Se questo è il tuo linguaggio, insegnaci a parlare


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Un calcio in culo per ri-nascere nella polvere"

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 6 ottobre 2007, pag. 2

Da bambino rimanevo affascinato, all’inizio di giugno e alla fine di settembre, dalla transumanza, quest’antichissima liturgia agricola che nelle mie terre ancor oggi incanta fotografi e poeti, viandanti e guerrieri, vecchi e bambini. Assistere, magari appostato dietro qualche malga, a questo “cerimoniale” procura nostalgia dei tempi passati quando si scambiava erba da pascolare e paglia per improvvisati giacigli con quello che si aveva a disposizione, cioè formaggio, ricotta, latte. Insomma, nostalgia della transumanza vera e propria, di questo presepio vivente che, spostandosi, coinvolgeva contrade e villaggi, sapori e tradizioni, sguardi e affari. Questa parola a me piace moltissimo perché fotografa un “passaggio”: deriva, infatti, dal latino trans – humus che significa “spostarsi da una terra all’altra” .






Transumanza per il bestiame, transumanza per l’uomo. Perché anche l’uomo - troppo figlio della terra per pretendere di tradirne le liturgie – tante volte sente il bisogno di spostarsi. Da un modo di vivere ad un altro. L’uomo necessita di transumanza se non altro per riappropriarsi del tempo.
Il tempo! Tic – tac che risuonano al crescer dei rami, minuti regolati dall’ululato del cane, giorni scanditi da pascoli, mungiture e silenzi. Annate: somma di primavere, estati, autunni e inverni. Naturali… corporei… mentali. Ma è ancora così? Oggi vedi gente correre e sbandare, innervosirsi e farsi ricoverare, urlare e tremare. Sembra sentir risuonare quella provocatoria domanda che K. Valentin rivolgeva alle persone che incrociava: “Ah, per favore, forse potrebbe dirmi dove voglio andare?” . Vien da ridere, eppure oggi viviamo così: in stato di stordimento confusionale. Questo ritmo martellante c’impedisce di gustare le cose belle, gratuite: il volo dell’aquila, il guizzo di un salmone lungo il torrente, la bellezza di un cervo, l’astuzia della volpe, la cantilena quieta del cuculo, il volo della rondine. Come mai nessuno riesce a mettere una rondine in gabbia?
Viviamo nel tempo senz’accorgerci che ci lasciamo vivere dal tempo! “Memento mori” – scrivevano i latini un po’ ovunque -. Quasi un invito a non dimenticare questo momento per non smarrire il senso dell’esserci. Ma è una scritta che io volterei: “Memento vivere”, un’impresa che giorno dopo giorno si mostra sempre più ardita. Perché vivere non costa nulla, esistere è un imperativo per declinare il quale non basta una vita intera.
La transumanza vera era una briciola di grazia remota che si snodava lungo le vie sterrate della montagna. Ci si spostava annusando temperature che aiutassero la vita. Ci si spostava per poter vivere! Anche l’uomo deve spostarsi. E compiere il viaggio più lungo, faticoso, estenuante che memoria umana rammenti: scendere dentro di sé. Per imparare a parlare! Altrimenti – come scrive V. Andreoli nel romanzo Dialoghi nel cimitero di Durness – è “meglio star zitti (…) poiché l’uomo ha soltanto dubbi ed è inutile rivolgersi a chi ne ha altrettanti, e sono gli stessi di sempre” .
Se l’animale non si sposta ecco il bastone. Se l’uomo non si sposta? Ci pensa Dio: un gran calcione nel culo che ti manda con il muso nella polvere. Per riemergere con una mentalità nuova!


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venerdì 5 ottobre 2007 - ore 12:12



(categoria: " Pensieri ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Sfiga o sfida? Non è un gioco linguistico! "

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 5 ottobre 2007, pag. 6

E se negli zaini, pitturati come fiori d’autunno e incisi di improvvisi e teneri graffiti d’amore, se ne stesse nascosta pure la Bibbia? Tra l’Etica di Aristotele e un trattato di economia, tra il Codice di Diritto Civile e quello Tributario, tra manuali di medicina e strumenti di laboratorio… qualcuno potrebbe averci inserito pure quel libro fatto d’aria, d’eterno e di stupore giunto a noi con il nome di Scrittura Sacra. Infilato nello zaino per imparare a calarsi nell’anima.


C’ho pensato mentre fissavo una ragazza che, salita sul treno che porta il viandante da Ferrara verso la città del Santo, mi scippava con lo sguardo qualche riga di questo misterioso e avvincente racconto di salvezza. Una Bibbia oggi?! Sembra un non senso, un sospirare antiche usanze, un’assenza di razionalità. Poco più che una credenza già dichiarata inattiva di fronte alla storia. Ricordo che a scuola pesava come un macigno l’affermazione di Feuerbach: “L’uomo potrà affermarsi pienamente in tutte le sue dimensioni solo quando avrà veramente soppiantato Dio (…) per sbarazzarsi di una funzione mutilante e paralizzante”. Se questo è il respiro della modernità, chi s’aspetterebbe mai un ritorno alla religiosità, una sete di divino nei sentieri della storia, un desiderio di rituffarsi dentro l’anima prima di mettersi a correre? Non è mera fantasia: è una sfida che interpella nel profondo l’uomo, che lo costringe (per fortuna) a camminare, che gli impone sentieri esigenti ma prolifici di spaziosi orizzonti. Se è vero che non basta una Bibbia per essere cristiani lo è altrettanto il fatto che grazie a quella Parola e su quella Parola nasce la bellezza della nostra fede. Una Parola abitata da un Dio che, molto spesso, ci sbatte nella polvere per scarcerare l’altra faccia della medaglia. Un Dio che c’allena a scrutare i segni dei tempi facendo tesoro della drammaticità della storia quotidiana – sempre paurosa di essere sull’orlo del fallimento – e del dialogo con l’uomo che, da millenni, tenta di dipingere una nuova forma di vita. “L’unica cosa di cui sono sicuro è che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede” (N. Bobbio).
Questi sussulti messianici sono da intercettare, interpretare, elevare per costruire una storia che non sia sempre e solo storia di nebbie autunnali.


MEMENTO VIVERE
"Ha semplicemente tolto il disturbo. O l’ha tragicamente smascherato"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 6 ottobre 2007, pag. 6

SAPOR D’ACQUA NATIA
"Un calcio in culo per ri-nascere nella polvere"

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 6 ottobre 2007, pag. 2

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mercoledì 26 settembre 2007 - ore 16:58



(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Parola tasse a parte. Parola di Sua Santità!"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 28 settembre 2007, pag. 6

Adesso sono in tanti che tremano, forse perché si può nascondere e giustificare tutto – voli politico-sportivi-familiari di Mastella & company compresi – ma la vox populi torna a farsi sentire. Dica pure D’Alema che nella piazza non si costruisce la politica, confermi pure il sen. Ciampi che “la politica si deve fare soprattutto nelle istituzioni”, s’arrabbi il longevo di Ceppalonica definendo “codardo” il comico Grillo… Facciano pure! Sta di fatto che sulla denuncia rabbiosa, veemente, straripante del Beppe genovese sta salendo un’onda di malcontento generale, diffuso e preoccupante. Accusa e raccoglie consensi nella Padova del Nord-Est e nella Bologna di Prodi e Cofferati. A Schio e a Codropio. Al Nord e al Sud. Adesso cercano di calmare le acque, di ridimensionare il fenomeno, di non mostrarsi preoccupati. Eccede Mauro Mazza, direttore del Tg2, nel suo editoriale: “E se un pazzo premesse il grilletto?”. Addirittura il buon Fini, presidente del suo partito di riferimento, cerca di dimostrargli che ha esagerato.


Ma poco importa: in tv non lo volevano più, ora il Beppe nazionale compare in tutte le reti. Santoro ne dedica la prima puntata del suo Anno Zero. A Ballarò Floris parla del “parlamento di Grillo”. Certamente qualcosa di troppo esce da quel fiume in piena (l’Alzaihmer va oltre una prodi-berlusconi mania, ndr) ma un merito gli spetta: con le armi della democrazia del web ha raccolto, organizzato e mostrato il malessere di una società che non si sente più rappresentata da chi, costretta, ha votato. O, per lo meno, si sente presa in giro da un linguaggio “per addetti ai lavori” il cui alfabeto inizia a sembrare volutamente indecifrabile. Parola “tasse” a parte: “dan fastidio da quasi duemila anni” (Benedetto XVI).
Mastella cerca di attaccarlo nel suo blog (“Continua ad offendermi” – si sfoga come una bambino di fronte alla maestra), Gentiloni tenta di imitarlo in un blog autobiografico che fa sussultare di risa la piazza di Bologna, Berlusconi promette di aprirne uno pure lui. Ma allora hanno capito che il web nasconde una potenza inaudita: prima vittoria! Solo che Grillo puntualizza la condizione per sopravvivere nella rete: “In rete se fai un articolo e racconti delle balle, dopo 24 ore ti arrivano 2000 commenti e ti dicono che sei un cialtrone”.
Se correggi un pelo il tiro, Beppe…


MEMENTO VIVERE
"Dimostratemi che essere donna è una sfida che non annoia mai!"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 29 settembre 2007, pag. 6

Diventare la più bella d’Italia! Sembra strano. Ma attorno a questo sogno ogni anno s’aggomitolano migliaia di ragazze. Per scommessa o per convinzione, per stizza o per bontà…tantissime inseguono questo tesoro chiamato bellezza. Anche da Vicenza!
Pure quest’anno Miss Italia ha fatto goal (conduttori a parte!): la bellezza ha ammaliato gli italiani dalle Alpi all’Adriatico, da Ponente a Levante, da Settentrione a Mezzogiorno. Ha vinto una veronese: Silvia Battisti,18 anni di fascino, di passione, di sana giovinezza. Speriamo!


Le guardavo e mi son chiesto: “Cos’è bello?” Un ciliegio vestito di bianco, un capriolo che sbuca dal sentiero, il volo di un’aquila nel cielo, il nitrito di un cavallo d’estate, un tramonto sulla schiena dell’Ortigara, una messa di risurrezione. Bello? Il viso di una donna – di un uomo, un orologio Breil, le reliquie dei Maya sulla costa messicana. Bello? Un sogno, una storia, un ideale capace di coinvolgerti. Poi un gesto, una lettera, un sms. Un incontro, la stretta di mano, un abbraccio…
Di più! Bello è vederti allo specchio con le orecchie a punta ma sentirti capace di ascoltare, vederti con le mani gonfie ma saperti capace di modellare il ferro, scoprirti brutto ma contento di saper dipingere, conoscerti orso ma sentirti un agnellino. Bellezza è magnificenza. Incanto. Fascino. Avvenenza. Grazia. Bello è ciò che toglie il fiato, è provare l’ebbrezza d’essere davanti un capolavoro e sentire le vertigini, il respiro che manca, la povertà delle parole. E allora la bellezza diventa splendore. Splendido è essere prete, innamorarsi di Cristo, prendere in braccio una persona e farle provare la sensazione di essere dentro il Vangelo, di sentire i passi sul sentiero di Emmaus, il grido di Cristo a Betania, il sospiro di Maria a Pasqua. Splendido è essere mamma, papà, fratello!
Splendido è essere in pace con se stessi!
Splendido è sentirsi dire “Sei bellissimo” senza che ti vedano. Solo dalle parole!
Quanto pagherei che queste ragazze mi dimostrassero che essere donna è affascinante: una sfida che non annoia mai – come direbbe Oriana Fallaci -. A scuola t’insegnano che la bellezza non fa le rivoluzioni. Ma verrà un giorno in cui le rivoluzioni avranno bisogno della bellezza. Capisci perché aveva ragione Victor Hugo quando disse che “se Dio non avesse fatto la donna, non avrebbe fatto il fiore”?


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sabato 22 settembre 2007 - ore 10:48


La voce dell’Altopiano di Asiago
(categoria: " Pensieri ")


SAPOR D’ACQUA NATìA
"Camminare. Il verbo della montagna!"

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 22 settembre 2007

Allacciarsi i sandali e ri-partire! Hanno camminato i miei antenati, i miei nonni, i miei padri. Un’arte che ho appreso dalla mia gente di montagna: gente dalla scorza dura, dal cuore tenero, dall’intuito vivace. Camminare! Nella Scrittura Sacra è un ordine, una promessa, un comando dettato da legge divina. Camminare per avanzare. Per scendere dentro. Per innalzarsi.
Forzàti a marciare per non incappare nella palude dell’inefficienza, per non vivere di amarcord, per annusare profumi di terre inesplorate. “Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. / Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare” (G. D’ANNUNZIO, Alcyone).


Camminare: un verbo che sull’Altopiano tutti intendono. Verbo di pesanti nostalgie! Camminano i pastori, i mercanti, le seduttrici, le prostitute, i soldati, le spose. La Chiesa cammina: magari zampetta, inciampa, tentenna. Ma almeno ci prova.
Camminare: il verbo che ben s’addice al sacerdote! Perché per il “don” settembre è tempo di valigie. Una comunità lo saluta, un’altra lo accoglie. Passi che cozzano contro un cuore che s’affeziona, che senti piangere, che ti rammenta la tua umanità. Si parte (almeno io parto) con un pugno di cose, quelle essenziali: la mia Bibbia, 24 anni di storia, un carattere caparbio, esigentissimo e appassionato. M’accorgo di partire come sono arrivato: solo con 1000 giorni di sacerdozio in più sulle spalle! Non mi fa paura camminare, perché solo così s’apre il cammino. Lo farò perché in tanti hanno camminato prima di me. Ma, soprattutto, perché non posso frenare la Bellezza. Dentro di me! Io sono un buono a nulla. Un buono a nulla, ma capace di tutto, perché conscio che, quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci circonda.
E dentro la Chiesa. Non nutro l’esigenza di “sparare” contro la mia Chiesa: non lo farò mai perché essa rimane pur sempre un viottolo segnato per gustare la bellezza di un Dio che sin da piccolo m’ha preso il cuore. Una chiesa che, però, come battezzato voglio aiutare a crescere: nella fantasia dettata dallo Spirito, nel coraggio di tentare strade nuove, nella sapienza di chi non insabbia ma denuncia le nefandezze, smaschera le ipocrisie. Una Chiesa che spero non abbia mai bisogno di un “V-day” alla Beppe Grillo per scegliere la trasparenza, per innamorarsi della luce, per odiare i compromessi. In questa chiesa, santa e peccatrice, ho scelto di abitare. A volte mi scopro dubbioso, perplesso, titubante. Allora vado oltre. A cercare gli occhi di quel Dio che, nascosto, tesse i fili della sua ragnatela. In questi giorni, in cui son costretto a sorbirmi lo show mediatico di un signore che vuol esser papà-fidanzato-sacerdote-sposo, sento mie le parole eccelse di un mister del calcio italiano di provincia: “Non voglio insegnare la vita a nessuno e non pretendo di cambiare il mondo, ma di sicuro un certo mondo non cambierà me” (F. GUIDOLIN).
Buon cammino, mia Chiesa! “Che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli a conforto” (G. D’ANNUNZIO)


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venerdì 21 settembre 2007 - ore 14:55


Il Padova - Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Lei se lo chiede degli spermatozoi, io me lo chiedo del sacerdozio: questione di obiettivi!"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 21 settembre 2007, pag. 6
da Il Vicenza, venerdì 21 settembre 2007, pag. 6


“A Radio Italia Uno sono le sette e due minuti”. Una voce che da 17 anni m’accende il risveglio. Un segno di croce e la mia giornata si colora. Ma sono parecchi giorni che mi alzo nervoso. Forse un po’ triste. Certamente incazzato perchè cosciente che ogni primo mattino il mio sacerdozio è costretto a sorbirsi lo show mediatico di un signore che a Padova vorrebbe esser papà-fidanzato-sacerdote-sposo. Annotava Lucio Anneo Seneca :“non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.


Qualcuno dei suoi adepti ha trovato il coraggio (o meglio la viltà) di scrivere: “Sante subito”, appropriandosi meschinamente di quel grido di santità firmato da cuori giovani e indirizzato a quel vecchio guerriero polacco, al secolo Karol Woitjla, che tutt’altri paesaggi ha dipinto agli occhi dei giovani. Un uomo, Giovanni Paolo II, che aveva condotto la ricca vita sociale dei suoi tempi, con amicizie profonde sia con i ragazzi che con le ragazze. Ma che della fedeltà, dell’integrità, dell’autenticità, della solidarietà aveva fatto il baluardo per dimostrare che i giovani non desiderano vivere in modo superficiale. A noi disse: “numerose e allettanti sono le proposte che vi sollecitano da ogni parte: (…) Soprattutto vi dicono di una gioia che coincide con il piacere superficiale ed effimero dei sensi”. Parole per ieri? Parole per oggi? Parole di un santo? Il suo obiettivo dichiarato era di portare i giovani ad innamorarsi della santità.
Apro un link e leggo come obiettivo di un prete: “Gli spermatozoi prodotti giornalmente dai testicoli, se non escono attraverso i naturali condotti, che fine fanno?”. Vista la profondità, controllo la firma: mi consola il fatto d’essere in un sito che non rappresenta per l’anima (almeno la mia) una via di salvezza. Ma…una constatazione: se nella A4 MI-VE uno viaggia in contromano a velocità folle, come si comporta la Polstrada?
Rimane la certezza che la libertà è la possibilità data da Dio all’uomo di agire o di non agire e di inventarsi azioni libere. Comunque sia la conseguenza è netta: la libertà rende l’uomo responsabile delle proprie azioni. In terra e in cielo: perché Dio chiede conto delle anime che c’affida!
Chiudo il sito e mi riformulo la domanda: il sacerdozio affidato da Cristo all’uomo, se non si nutre giornalmente della preghiera, che fine fa?


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martedì 18 settembre 2007 - ore 15:28



(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATìA
"Che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli a conforto"

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 22 settembre 2007

“Han bevuto profondamente ai fonti alpestri, che sapor d’acqua natìa rimanga ne’ cuori esuli a conforto, che lungo illuda la lor sete in via” (G. D’ANNUNZIO, L’Alcione). Forse uno dei versi di D’Annunzio che racchiuda nella poesia il segreto millenario e i profumi nascosti nella mia terra di montagna. E’ impensabile lasciarli morire!
“Sapor d’acqua natìa” vuole essere una rubrica giovane, una goccia d’acqua fresca nel pensiero moderno, una scintilla di provocazione per camminare e non infognarsi nella stanchezza. Nasce così, da un incontro in-formale (perché sui monti la formalità è quasi bestemmia) con Stefania Longhini, la mia collaborazione con il quindicinale L’Altopiano. Ci entro in punta di piedi, con una penna in mano e un pensiero da accendere. Ci entro da prete, seppur giovane e necessitante d’esperienza da maturare. Ci entro cosciente che quassù puoi essere anche prete… ma non puoi scrollarti di dosso l’odore del pastore. Tu rimani pastore. Perché il presente è piantato nel passato e il domani è sogno d’invenzioni riallacciate. A specchiarti nell’eternità sei nano. Ma le tue orme balbettano appassionanti storie di giganti. Per questo “siamo nani sulle spalle dei giganti” (J.P.SARTRE).


“Sapor d’acqua natìa”: una sorgente d’acqua lungo la salita!


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