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giovedì 4 gennaio 2007 - ore 15:36


La sacralità del tempo
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"A -17° il tempo si è fermato"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 5 gennaio 2007, pag. 6

Ore 0.00, 1 gennaio 2007, Rifugio Cima Bianca (BG), 2250 m., - 17 gradi. Cinquanta ragazzi di Sacra Famiglia (una parrocchia di Padova), il loro prete e un sogno: dare il benvenuto al 2007 celebrando l’eucaristia assieme. Per smetterla di giocare con il tempo!





Un anno non serve a nulla! Chiedilo a uno studente che e’ stato bocciato all’esame finale. Un mese non serve a nulla! Chiedilo a una madre che ha messo al mondo un bambino prematuro. Una settimana non serve a nulla! Chiedilo all’editore di una rivista settimanale. Un’ora non serve a nulla! Chiedilo agli innamorati che stanno aspettando d’incrociare il loro sguardo. Un minuto non serve a nulla! Chiedilo a qualcuno che ha appena perso il treno, il bus o l’aereo. Un secondo non serve a nulla! Chiedilo a qualcuno che ha appena evitato un incidente. Un millisecondo non serve a nulla! Chiedilo ad un atleta che alle Olimpiadi ha vinto la medaglia d’argento.
Il tempo non aspetta nessuno. Tanto meno Dio.
Carl G. Jung, uno dei padri della psicanalisi, fece scrivere nella sua residenza di Kussnacht: “Vocatus atque non vocatus Deus aderit” (“chiamato o non chiamato, Dio sarà presente”). La sua presenza non dipende da te! Guardati allo specchio: hai due occhi per ammansire tutto ciò che ti naviga attorno, per dilatare lo sguardo; due orecchi per ascoltare le voci del mondo e farne tesoro; due mani per costruire una storia che profumi di sacralità; due piedi per non rischiare di addormentarti lungo la vita! Una sola bocca: perché il rischio di parlare per niente è sempre di moda.
“A peste , fame et bello, libera nos Domine” – si pregava un tempo. Oggi dovremmo aggiungere. Dal bombardamento della pubblicità, dalle notizie – bomba, dai mostri in prima pagina… Dal flagello dei maghi, astrologi, indovini e cartomanti… Dal tifo sportivo, dalla peste razziale, dalla guerra tra club… Dallo zapping, dallo share, dall’Auditel… Dai Quiz milionari, dal Totip, dall’Enalotto, dal Gratta e Vinci… Dai varietà nazionali, dai films comici di Natale, dai tuttologi da palcoscenico… Dalle Miss di ogni genere, dalle Veline, alle Velone ai divi idolatrati… Dalle suonerie dei telefonini, dagli Umts e dai messaggini futili…
Libera nos Domine… e facci re-innamorare del nostro tempo! Perché se questo fosse il tempo del Messia…?





Buon anno!
Ma che sia un anno di parole, non di chiacchiere!

don Marco Pozza


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giovedì 4 gennaio 2007 - ore 10:31


Lettera a Gesù Bambino
(categoria: " Riflessioni ")


LIMITI DI VELOCITA’

"Non potevi evitare di nascere, caro Gesù?"
di don Marco Pozza

Ore 7.05, Prato della Valle, Padova. Apri gli occhi e prendi paura! Gente che suona il clacson nervosa, uno studente che corre assonnato, una vecchietta che impreca sulle strisce pedonali, un barboncino con il piumino firmato Prada, una mamma con il bambino in braccio, un signore ossuto sbraita contro il cielo, la barista che cela una noia immotivata, il panettiere stanco di vegliare, la strada intasata che sta scoppiando, la puzza di smog che uccide i petali dei fiori, la gente che s’arrabbia…
Dove siamo? E’ la tua città, il tuo quartiere, la tua vita di tutti i giorni. Se chiedi dove stanno correndo, si fanno largo con uno spintone. Devono correre. Ma dove? Che importa? Basta correre. Fra poco sarà Natale. Concretamente: prezzi che s’aggrappano alle stelle, carciofi che costano più dello Swaroski, radicchio di Treviso a rimpiazzare il muschio di Betlemme, diamanti che battono per moda la stella cometa, champagne che nasconde l’acqua alla fontana del villaggio.
Che vita! Ma bisogna correre.


Così mi son seduto su un crocicchio della mia città – che in questi giorni sta stabilendo il record mondiale di corsa veloce - e ho deciso di tirati un po’ le orecchie, carissimo Gesù. Quest’anno voglio scrivere proprio a te. Scusa per l’irriverenza… Ma ti scrivo per tanti motivi. Prima di tutto perché so che tu mi leggerai di sicuro e la mia lettera non rischierà di finire come le tue. Ce ne hai scritte tante (l’ultima stanotte), e sono tutte lettere d’amore, ma noi non le abbiamo neppure aperte. Nel migliori dei casi abbiamo strappato il francobollo per riutilizzarlo. Stanotte penso a te, alla tua voglia matta di abbracciare il mondo, di riscaldare queste membra stanche e sfiduciate, di riaccendere braci di speranza, di regalare fantasia alla nostra stanchezza. Ti dico la verità: provo tristezza perché forse ti attendi qualche attenzione. Proprio per questo voglio scriverti, per non farti star male quando arrivi.


Vedi, voglio insegnarti (scusa se mi permetto) dove stai sbagliando. Nel Vangelo c’è scritto: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”. In quattordici parole, due errori gravissimi, forse per troppo ottimismo, che la mia maestra sottolineerebbe due volte.
“Grande gioia”. Grande? Gioia? Ma ci hai visti… Forse la gioia la possiede Gucci, Dolce e Gabbana, la Douglas, Mr Diesel, l’onorevole Montezemolo, la Wainer Pelliccerie: quelli vedi sorridenti – li capisco - le casse sono piene! Ma tu ci vedi felici? Dove? Hai ragione: oggi in chiesa siamo stipati, ma perché? Te lo speghiamo noi uomini, che siamo intelligenti e intraprendenti. Dunque: la pelliccia è nuova, le scarpe hanno il talloncino, il pullover è in cashmire, la linea intima è griffata, la parrucchiera ha chiesto 112 euro (senza fattura, dimenticavo) …non vorrai mica togliermi la soddisfazione di sentirmi guardato, vero? Un solo inconveniente: mi son spruzzato del profumo Calvin Klein, ma non riesco a togliere la puzza di marcio che esce dall’anima. Non è che tu abbia una ricetta magica? Sai, l’anima… cosa serve? Una signora, in confessione, tutta arrabbiata (c’aveva un po’ di fondo tinta perché non voleva mostrare le settanta primavere) mi ha detto con arroganza: “Padre io non ho peccato, è il Signore che deve confessarsi da me”. E io le ho detto che le confessioni a rovescio non me le hanno insegnate. Mi ha liquidato con una parolaccia, così domani ha una mancanza in più da farsi perdonare…Ti vedo perplesso, Gesù. Non sarai mica scandalizzato, vero? Così va il mondo: abbiamo deciso che quest’anno non ti facciamo il regalo di compleanno. Porta pazienza, ma questi sono suoni, profumi, colori e odori di un mondo che anche quest’anno vivrà lo scandalo misterioso e scomodo del Natale. Misterioso perché non si potrà mai capire, con l’arnese limitato della ragione, come mai Tu, dopo ventidue secoli di sogni, strategie e fallimenti continui a scommettere ancora su branco di ribelli. Scomodo perché il rumore dei tuoi passi disturba i nostri sogni: noi viviamo “tre metri sopra il cielo” tu ri-torni a farti uomo per costringerci a rimanere con i piedi per terra, ad annusare il sapore della nostra umanità, ad innamorarsi della nostra fragilità.


Poi Luca, quel medico di Antiochia che ha scritto un libro su di te, dice che questa gioia “sarà di tutto il popolo”. E qui, Gesù, son cambiati i tempi. Tu chiedevi ai tuoi amici di predicare nei tetti, di scendere nella strada, di sbattere polvere dai calzari, di gridare la Verità. Qualche tuo profeta raccomandava di non aver paura, di spalancare le porte a Cristo, di prendere il largo. Ma siamo pazzi? Perché creare confusione. A scuola si son staccati i crocifissi, non cantiamo più Astro del Ciel, se costruiamo il presepio ci denunciano per aver violentato la sensibilità altrui…capisci! Siamo in tanti quaggiù, e pestando i piedi rischiamo di prenderci le botte. Allora abbiamo deciso che non possiamo più parlare di te: non è che ci vergogniamo, ci mancherebbe. E’ solo che per rispetto altrui non vogliamo parlare di Te. Ma, tranquillo…, al momento opportuno ti chiameremo. E tu ci ascolterai, vero? Se vieni ci fai paura perché ci ricordi che anche quest’anno è Natale: un “Anno Zero” per ripartire: un Bambino, una stalla, una speranza. Natale a Padova: in via Anelli, nei quartieri e nelle piazze. Natale a Bassora, a Betlemme e a Gaza. A Dallas, a Thaiti e a New Delhi. Sapore di Natale in ogni angolo del mondo.
Basta, Gesù. Apro la porta per andarmene, Gesù. La notte sta per scomparire. Betlemme è ancora addormentata. Ma laggiù, il Tempio di Betlemme. Nelle sue cento colonne di marmo, scintilla ai primissimi chiarori dell’alba. L’Oriente si tinge di santità. E nel cielo, di un bianco battesimale, sotto le Pleiadi è spuntata la stella del mattino. Maria ti sta sistemando, fra poco ti presenterà all’umanità. “Nel nome del Padre” inizia il segno della croce. “Nel nome della madre” inizia la vita.


“Troverete un bambino avvolto in fasce!” (Lc 2,12)
E chi se ne importa? Uno in più che alla mattina occupa l’autobus per il centro. C’è una tabella da rispettare: 8.00 cappuccino e brioche da Biasetto, alle 9.00 da Jean Louis David, alle 10.45 caffè con le comari, alle 12.00 la filippina ha pronto il pranzo prima del riposino. Poi, che fatica! Bisogna ri-partire. All’apertura della Wainer la pelliccia è pronta. Agili perché alle cinque al Pedrocchi il the è versato, alle 6.15 di corsa a casa della zia a prendere l’ultimo regalo e alle 8.00 è già prenotato da mesi in Prato da Zairo.
“Troverete un bambino avvolto in fasce!”
E chi se ne importa? Colpa sua se i prezzi salgono, se la gente corre, se il traffico va in tilt. Ogni anno combina sempre pasticci. Non potrebbe fare a meno di disturbare stavolta? Forse non sa che noi uomini dobbiamo correre: oggi, domani, dopodomani…Non ha idea di cosa significhi vivere qui sulla terra!
E tu guardi questo mondo impazzito e, come al Piccolo Principe, ti sorge una domanda: “Dove corrono?”. Tutti corrono, ma qualcuno sa dove sta correndo? Verrebbe da fermare quella signora sulla cinquantina, tutta tirata, nervosetta e seccata per la lunga fila e chiederle: “Signora, mi scusi. Si ricorda che ha un’anima?”.
Forse ti chiuderebbe la bocca perché non puoi ricordarle che ha un’anima.
Lei…deve correre!

Buona settimana
don Marco Pozza


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lunedì 25 dicembre 2006 - ore 00:02



(categoria: " Riflessioni ")


BUON NATALE 2006
"Perchè credere non è sempre facile...!"

di don Marco Pozza

Lassù nella contrada la neve ha accarezzato con i primi fiocchi il gelo silenzioso della terra di montagna. Il chiarore della luna avvolge nel suo mantello la mulattiera costruita in tempo di guerra che separa il silenzio composto della contrada dalla confusione disordinata della città. Prestando l’orecchio al fruscìo della notte, il vecchio pecoraio disegna stancamente gli ultimi passi, mentre la luce fioca della lanterna arrugginita lascia intravedere in lontananza la figura del casolare. Il suo piccolo monastero dove da una vita s’ammanta di silenzio e di stelle…
Sulla porta d’entrata una scritta è stata scolpita con gran maestria: “Preferisco essere un sognatore tra i più umili, con sogni da realizzare, piuttosto che essere il principe di un popolo senza sogni né desideri”(K. GIBRAN).
Con il mento appoggiato sull’inferriata, dall’immensità silenziosa di quel piccolo “monastero”, lascio che lo sguardo s’addormenti sull’orizzonte lontano per aggomitolare nel pensiero la mia umanità. Laggiù, oltre il mare burrascoso delle idee, intravedo le fronde copiose dei primi ulivi carichi di millenni, le mura antichissime della vecchia città di Gerusalemme, odo in lontananza l’eco malinconico delle cornamuse dei pastori che, custodi gelosi dei loro armenti, s’addentrano tra le colline che avvolgono Betlemme come un grembo di mamma.




Betlemme! Un nome, una storia, un dolce ricordo…
Ma occorre partire…!“Una nave è più sicura quando si trova nel porto; tuttavia non è per questo che le barche sono state costruite…” (P. COELHO)
In compagnia della mia gente, abbandono i sentieri silenziosi delle mie contrade m’incammino verso Betlemme. Parto serbando nella bisaccia frammenti preziosi di una storia quotidiana. La nostra storia. Volti stanchi e affannati alla vana ricerca di un perché, volti giovani grondanti entusiasmo e infuocati dalla grinta, volti delusi e stanchi di chi non ha capito che la vita è la fonte della meraviglia, volti splendidamente ispirati di vecchi instancabili che continuano a ingegnarsi sogni, volti di papà e mamme interrotti dalle lacrime, volti sfiorati dalla dolce compagnia di una fede semplice e frammenti di quell’umanità ostinatamente alla ricerca di una breccia di luce…
Perché credere non è sempre facile!




Tra il letame e la paglia, gli animali e il silenzio, la maledizione e la poesia… per tutti sarà Natale! In quell’umana fragilità di un Bambino avvolto in fasce ci sta la sorgente dell’immortalità. Ancora una volta Dio, come un nomade, scenderà dalle altezze vertiginose del cielo per entrare nei sentieri dell’umano. E’ l’incomprensibile seduzione di Dio… Mentre l’uomo si ostina a maledirlo, Lui si ostina a ri-cominciare. Sempre, ad ogni istante. Nelle praterie silenziose e arroventate dell’Antico Testamento, nessun profeta aveva osato immaginare simile meraviglia! Lo stupore ha superato ogni umana attesa…
“Le cattedrali, i dipinti, i bronzi, le sculture, la musica, i vasi cesellati… nulla aggiungono alla verità e alla bellezza incarnata apparsa nella povertà di una stalla…”(P. MAZZOLARI).
Appoggiato alla fede semplice della mia gente, tolgo i sandali dai piedi stanchi, appoggio la bisaccia della mia vita vicino a quella sconvolgente Povertà e, perdendomi nei volti ubriachi di fantasia di chi m’ha accompagnato fin qui, m’addormento nella dolcezza di quello sguardo che ha turbato il mondo.
E sul legno di quella culla, sorgente dell’eternità, scarabocchio una preghiera: “Si’, nella vita ci sono uomini fiacchi, incapaci di superarsi. Di una felicità mediocre fanno la loro felicità, dopo aver soffocato la parte migliore di se’. Essi si fermano in una locanda per tutta la vita. Si coprono d’infamia. Essi chiamano felicità il marcire sulle loro misere provviste. Rifiutano di avere dei nemici al di fuori e dentro di se’. Rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità, ricerca e sete indicibile. Ma io ti prego per me: svegliami, Signore. Alla vita viva”(A. DE SAINT-EXUPÈRY)




Andiamo fino a Betlemme! Non è mai troppo tardi per scoprire che quel Bambino è lì che attende il nostro volto. Da sempre!
Lasciamoci guidare dalla nostra fede fragile, dubbiosa e ricca di mille povertà perché quel Bambino nasce negli incroci della vita per attendere che l’uomo ritorni alle sorgenti dell’eternità.
Addormentato nei suoi pensieri, il dubbio di Abramo venne distrutto dalla potenza dell’Eterno: “Poi lo fece uscir fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza”(Gn 15,5).
Splendida ironia: “Se riesci a contarle”!
Andiamo fino a Betlemme e, ingarbugliati dalla povertà di quella grotta, alziamo gli occhi verso il cielo.
Perché la fantasia di Dio non si capisce calcolando!

Un sincero e affettuoso augurio di Buon Natale e di un Sereno e Benedetto Anno Nuovo!

Don Marco Pozza


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domenica 24 dicembre 2006 - ore 09:58



(categoria: " Vita Quotidiana ")


"L’ARENA" di DOMENICA IN
"Si può dire Natale senza fede?"

domenica 24 dicembre 2006
ore 16.55 su RaiUno


Dagli studi della Dear di Roma, Massimo Giletti conduce L’Arena, spazio di attualità, dibattito e confronto su temi di portata nazionale. Nella puntata di domenica 24 dicembre proporrà un viaggio sul mistero della nascita di Gesù provocati dall’attualità del nostro mondo. Un mondo che, ascoltandone la voce, sembra non voler più accettare il mistero del Natale cristiano fino a cancellarne i simboli che ne hanno fatto la storia.


Ospiti in studio:

Don Marco Pozza (Sacerdote di Padova)
Alessandra Borghese (Giornalista e scrittrice)
Barbara Alberti (scrittrice)
Alessandro Meluzzi (psichiatra)
Sandro Mayer (Direttore di DiPiù)
Dounia El Moutij (Finalista di Miss Italia, di origine marocchina)


Un approfondimento di 30 minuti sul mistero del Natale sarà trasmesso oggi anche su Rete Veneta alle 13, alle 19, alle 20.30 e alle 23.00.
Ospite in studio con il direttore Domenico Basso il sacerdote don Marco Pozza e il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan.


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venerdì 22 dicembre 2006 - ore 10:22


Rischiare! Perchè?
(categoria: " Pensieri ")



“Ridere è rischiare
di sembrare idioti.
Piangere è rischiare
di sembrare sentimentali.
Soccorrere qualcuno
è rischiare d’impegnarsi.
Manifestare i propri sentimenti
è rischiare d’essere incompresi.
Amare è rischiare
di non essere corrisposti.
Sperare è rischiare d’illudersi.
Provare è rischiare di falire.

Chi non rischia niente
non fa niente, non ha niente.
Non è niente!”

(don Tonino Bello)


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lunedì 18 dicembre 2006 - ore 16:47


"Domenica in"
(categoria: " Riflessioni ")


"L’ARENA" di DOMENICA IN
"Si può dire Natale senza fede?"

domenica 24 dicembre 2006
ore 16.55 su RaiUno


Dagli studi della Dear di Roma, Massimo Giletti conduce L’Arena, spazio di attualità, dibattito e confronto su temi di portata nazionale. Nella puntata di domenica 24 dicembre proporrà un viaggio sul mistero della nascita di Gesù provocati dall’attualità del nostro mondo. Un mondo che, ascoltandone la voce, sembra non voler più accettare il mistero del Natale cristiano fino a cancellarne i simboli che ne hanno fatto la storia.


Ospiti in studio:

Don Marco Pozza (Sacerdote di Padova)
Alessandra Borghese (Giornalista e scrittrice)
Barbara Alberti (scrittrice)
Alessandro Meluzzi (psichiatra)
Sandro Mayer (Direttore di DiPiù)
Dounia El Moutij (Finalista di Miss Italia, di origine marocchina)


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sabato 16 dicembre 2006 - ore 09:55


III^ Domenica d’Avvento
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA D’AVVENTO

"Solo il formaggio Asiago nasce buono..."
di don Marco Pozza

Kurt Cobain, la rockstar dei Nirvana, era un genio. Con la musica interpretava il popolo, lo lanciava, suscitava la speranza. Un genio! Sono arrivati soldi a palate, era corteggiato dalle donne che cadevano tutte ai suoi piedi come delle oche, case in abbondanza. Tanta fama e gloria. Kurt si dimenticò di essere uomo: si staccò dalle sue radici, non riusciva più ad essere creativo. Nell’ultima lettera scritta alla moglie Courtney Love, si sfogò: “Siamo diventati ripetitivi; non ce la faccio più”. Abbandonando le sue origini era diventato arido, aveva smarrito il genio. Nella stessa lettera diceva a Francis Bean, la sua piccola di due anni e nove mesi: “Non ricordare tuo papà solo per questo gesto”. E prima della firma scrisse: “Eppure lassù qualcuno ci ama”.



L’uomo: un pugno di polvere, uno sputo di fango, un nulla. Ma per Dio era tutto. All’inizio della creazione era la compagnia voluta di Dio. Poi l’uomo divenne geloso, dubitò di Dio. E in quell’istante nel mondo tutto divenne attesa. Scollegati da Dio, tutto si è trasformato in attesa. Ma anche quando tutto quello che attendi dovesse arrivarti nel migliore dei modi, nasce immediatamente l’attesa che tutto questo, così bello, finisca. E’ ancora un’attesa. E’ sempre tutto in attesa, un’attesa che non termina, che non ha termini, che non si smarrisce nemmeno nelle ore notturne sui guanciali dei letti. E l’uomo, per accorciare l’attesa, pone una scadenza. Ma la scadenza crea un’altra attesa e così il gioco non finisce mai. Però l’uomo è intelligente, sembra intelligente: è capace di riposarsi finchè si trastulla in questo gioco d’attese. Con una passeggiata a Villa Borghese, con una vacanza ai Carabi, con un’ovazione allo stadio Olimpico, con un concerto al Teatro Verdi… Magari!


L’uomo ha deciso di riposarsi con la schiavitù. Non gliene importa più nulla del grido appassionato del profeta Sofonia: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore potente” (Sof 3,16-17). Hai ragione: si può vivere anche di pubblicità, di vestiti firmati, di canzonette, di pallone… il somaro di zio Checco è grande e grosso e non conosce Gesù. Ma prima o poi – tra la collezione di Warhammer, la raccolta della Panini e le schede telefoniche – anche in te nasce il desiderio di capire te stesso. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita, quello che ti circonda, la storia. Non credi sia così? Guarda: appena si sposterà il Battista, entrerà in scena Cesare Augusto. Sai per cosa divenne famoso quella schifezza di uomo? Per un censimento! Perché si pensava Dio. Come tanti oggi: voleva mettere un numero agli abitanti di quella regione, voleva schedarli, voleva averli sotto controllo. Quanti sono, vuol saper Cesare. E si dispone a contarli, e promulga un editto, e mobilita con un severo bando turbe e turbe su quell’impero tanto sconfinato da far paura. Vuol sapere quanti sono, vuol sapere da quanti è adorato! Dai tempi di Adamo, l’uomo sogna la schiavitù. Capisci che imbecille. E per non sentirsi schiavo, schiavizza gli altri. E tutto il mondo diventa un mondo di schiavi che sognano di essere Dio e s’accorgono di essere schiavi. Schiavi dei loro schiavi.


Queste sono le attese dell’uomo. Ma non è finita!
Oggi spalanchi le orecchie all’urlo dei Vangeli e scopri che a tutto questo gioco di attese il Battista, spigoloso e forte, ti sbatte contro anche le attese di Dio, ciò che Dio s’aspetta dall’uomo per poterlo salvare. Pensa: per tre volte il popolo grida a Giovanni questa domanda così tormentata: “Ma allora, che cosa dobbiamo fare?” . E viene fatta dalle folle, dai pubblicani, dai soldati. Cioè da tutte le categorie di persone che stanno sotto il potere. Non dal potere: non sia mai! Perché chi comanda non può mai permettersi di dimostrarsi dubbioso. Ma il popolo sogna Dio, perché il popolo non è una massa di imbecilli. Il popolo è una somma di uomini. E l’uomo è un’immagine di Dio. Quindi, per la proprietà transitiva, il popolo è la somma di immagini di Dio! Attenzione: nel popolo abita Dio! Infatti la risposta del Battista, questa voce drammatica che sbraita nel deserto della storia, è sorprendente. Non costringe nessuno a cambiare radicalmente la vita. La sua risposta disegna i primi timidi passi, sono i primissimi vagiti di una conversione che diventerà storia. Ma non chiede poco. Non chiede nemmeno molto. Chiede quasi tutto: questo è il problema. Dice di imparare a condividere, di imparare ad essere solidali, di non aver paura di chi cammina accanto. Ai pubblicani – ladri per amore, per professione e forse per necessità – non propone di cambiare il mestiere appreso in anni di sudditanza: dice semplicemente di attenersi alle regole, di rispettare quello che è stato richiesto, senza approfittare, senza rubare. Sarebbe già tanto: ieri, come oggi. Anche ai soldati stranamente non chiede di cambiare il loro compito sociale, ma pone un comando che il Vangelo conosce solo qui: non minacciate!


Oggi, sulle sponde di quel Giordano mai così al centro dell’attenzione, Giovanni insegna l’arte di diventare uomini. Fra qualche giorno il suo migliore amico - quello che lo fece “sussultare” ancor prima di nascere nel vecchio grembo di mamma Elisabetta - si farà uomo. Capisci: altro che Beppe Grillo e Luciana Littizzetto. Questi sono provocatori! Con le parole ci denudano… perché noi pensiamo che si nasca uomini. E, invece, uomini si diventa. Sbaglio? Lo dici anche tu quando t’imbatti in una persona nebbiosa: “Quello non è uomo”. Hai ragione: quello è un essere che potrebbe diventare uomo. Potrebbe, ma non necessariamente sarà Uomo. Perché uomini si diventa. Solo il formaggio Asiago nasce buono. Tutto il resto migliora o peggiora nello scorrere del tempo. Pagando il prezzo di lunghe fatiche. Dopo trafile di studi. Sottoponendosi ad estenuanti sacrifici. Affrontando la tribolazione di esami che non finiscono mai.


Diceva Martin Luther King agli yankees che si ritenevano onnipotenti: “Noi non vogliamo le vostre ricchezze, le vostre donne, le vostre terre. Vogliamo solo essere riconosciuti come figli di Dio, come voi”. Venne messo diciassette volte in galera e per due volte la sua casa venne fatta saltare in aria. Ma la lotta per la Verità era diventata un fiume in piena, anche se sapeva che l’avrebbero ammazzato. Non importa! “I have a dream” – disse – “Vedo sulle rosse colline della Georgia i figli delgli antichi padroni camminare tenendo la mano dei figli degli antichi schiavi. Io non o vedrò realizzato il sogno ma so che si realizzerà”.
Più o meno come Giovanni, detto il Battezzatore. Certamente come Gesù, Re dei Giudei: è venuto a fare nuove tutte le cose!
Vieni! Ci stai?

Buona domenica e buona settimana
don Marco Pozza


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giovedì 14 dicembre 2006 - ore 09:03


A pochi giorni dal Natale...
(categoria: " Riflessioni ")


PIEDI PER TERRA
"Rinascente o ri-cadente?"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 15 dicembre 2006, pag. 6

“C’è una finalità nella natura. E va cercata al livello più elevato, nell’attività mentale dell’uomo, il quale si crea i propri fini ed è in grado di proiettarli nel futuro. L’uomo è l’unico essere vivente ad avere progetti”. Flavio Keller, docente di Fisiologia all’Università Campus Biomedico di Roma, nella capacità di progettare vede la caratteristica dell’uomo e la prova principale della finalità che percorre il reale.
Progettare ma anche s-progettare. Persino il piano dell’Eterno.



Scattate le lancette d’Avvento: tempo d’attesa sui binari assonnati dell’esistenza. Può suonare strano, ma anche in cielo è Avvento, proprio come qui in terra. Si attende! Sulla terra è l’uomo che attende il ritorno di Dio. Lassù è il Signore che attende il ritorno dell’uomo. Prospettive rovesciate emozionanti, provocatorie, contrastanti. Dio sogna il ritorno dell’uomo ma l’uomo invia segnali di non gradire quella Voce nel suo affannarsi. Basta presepi nei negozi! Attenzione: non è che non si voglia più vendere pastori e greggi, zampognari e cornamuse, pecore e buoi, stelle cadenti e riflessi d’acqua. Magari: sarebbe la fine della commercializzazione di immagini sacre! Qui si vogliono offuscare le tracce d’eternità. La vigilanza del pastore, il mistero di una stella, la trepidazione di una madre, la scommessa di un padre, la dolcezza di suoni intonati all’alba, l’idiozia di lasciare l’Oriente per incontrare la Novità, il sapore di una terra vergine, la divinità debole di un Bambino…screditano il commercio, non lo promuovono. Meglio toglierle, son pericolose!
“Non c’era posto per loro nell’albergo” – annotò l’evangelista Luca. Ieri. E oggi? Non c’è posto per loro alla Rinascente (“ri – nascere”) dove si vuol proporre una rinascita senza di Lui. Nemmeno all’Ikea dove Babbo Natale, le slitte, le renne e il salmone sono più quotati di un Dio che torna per addomesticare nella libertà.
E noi? Silenziosi di fronte alla colonizzazione! Motivo? La pluralità! Io mi dissocio – anche a costo di passare per retrogrado e regionale - e firmo la petizione di Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera: “Questo è il risultato di una vergognosa colonizzazione per sradicare l’identità cristiana”. Benvenuto tempo d’attesa: che tu ci costringa a capire che la feconda pluralità non può sposarsi con il servile servilismo.
La servilità non è mai stata una virtù!

Don Marco Pozza
www.spritz.it/blog/don marco



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domenica 10 dicembre 2006 - ore 09:28


II^ Domenica d’Avvento
(categoria: " Riflessioni ")


II^ DOMENICA D’AVVENTO

"Nell’anno in cui era premier Prodi Romano da Scandiano..."
di don Marco Pozza

Pensa che bufala! Un giorno uno va a messa – sai, a messa si va o perché costretti o per ascoltare la Parola di Dio - e sente leggere dal prete tra le righe del Vangelo il nome di George Bush, di Tony Blair e di Wladimir Putin, sente parlare della potenza di Ahmadinejad, dell’impero di Callisto Tanzi, Bill Gates e Silvio Berlusconi e per dirti l’anno preciso in cui è avvenuta una rivolta di massa ti indica che in quel momento è premier Prodi Romano da Scandiano spalleggiato dai sign. Fassino Piero e Rutelli Francesco. A dir il vero potrebbe esserci anche l’aiuto del pubblico per dirti che autorità massima in quel periodo è Joseph Ratzinger e – per rispetto della pluralità – seguirebbero tutti i rappresentanti delle varie religioni. O pseudo tali. A te sembra d’aver sbagliato chiesa, o che il prete sia un po’ troppo creativo!
Invece alla fine senti la firma: Parola del Signore!


Cosa c’entrano oggi Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo e Lisania? C’entrano eccome. L’evangelista è stato costretto a elencare sacerdoti, governatori, tetrarchi e tutto l’ambaradam perché tu la smetta di pensare che il cristianesimo sia qualcosa di astratto. C’entrano per costringerti a credere che la Parola di Dio scende sempre su uomo che abita con coraggio la storia e il luogo in cui vive. E se non ti basterà…fra qualche giorno Dio stesso diventerà storia. Uomo! Carne, passi, sudore, paura, cibo, carezze, urla, pani moltiplicati, profumo di pesci arrostiti.
Ma chi è questo primo fra gli uomini che ha incontrato Gesù e se n’è accorto? Un uomo dal destino spinoso, un profeta in ritardo, un personaggio che sembra sbagliato – messo com’è a far da cerniera a due testamenti contrapposti ma uniti. Un personaggio che sembra senza un perché. La vecchia Elisabetta, parente troppo prossima di quella ragazza di Nazareth per non esser coinvolta in una storia dagli intrecci misteriosi, al crepuscolo della vita regala luce, respiro e passi ad un figlio grave e ossuto che veste pelle di capra, nutre il corpo di insetti figli del deserto e di erba ma si asterrà sempre da bevande inebrianti. Se lo guardi tra i suoi simili – uomini scavati nella gola da ultraterrene profezie – appare sfortunato: è arrivato troppo tardi per far carriera come profeta. Ma è arrivato troppo presto per far carriera tra gli apostoli. Vita sbagliata, insomma. Vita imprevista, vita sformata… perché le vie del Signore che lui vorrà spianate non saranno mai pronte, la sua testa cadrà nel bacile scura e macabra com’è sempre vissuta. Ma lui non molla! Non accetterebbe mai di vendere per un piatto di lenticchie la propria personalità.



Ma tu capisci… Per comportarsi così nel mondo degli uomini ci vuole fegato, altro che storie. “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. Parole sfasate in questi giorni che disegnano acidità nel pensiero, nebbia nei passi, confusione nella vita. Perché se in questi giorni rallenti il passo e ti lasci disturbare nello sguardo…rischi di farti ricoverare per le risate. Penso manchi molto meno di poco che la nostra città sembra un bastimento assurdo che può slacciare le àncore di momento in momento. In questi giorni uomini e donne si trasformano in formiche a trascinare nel loro buco quanta più roba sono capaci, e la sera della vigilia si faranno murare vivi nel formicaio e stuccheranno ogni fessura perché la felicità non scappi! Capisci perché Giovanni, l’uomo dell’acqua e dei tuoni, non poteva avere vita facile? Giovanni, figlio di vecchiaia per Elisabetta e Zaccaria, respira profumi femminili alla scuola di Maria di Nazareth. Non sogna lo sgabello di Tiberio Cesare, la poltrona di Erode, la platea e l’acqua di Pilato… sogna di essere servo del Signore. Non degli uomini e dei loro sogni. E in questo mondo di schiavi è l’unico modo per essere liberi veramente, essere servi del Signore. Se l’uomo non capisce che c’è un solo Dio a cui chinare il capo e piegare le ginocchia… cambieranno i nomi, i volti, le fisionomie ma rimarranno sempre schiavi di padroni.



“Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati”(Lc 3,5). Ce n’è per tutti, a sentire il Battist. Provaci! Tanti per non provare, per non tentare, decidono che le cose sono impossibili. Bel modo di ragionare! Altri, per non faticare, abbassano le vette. E così finiscono per vivere nella palude: molli come budini, segatura invece che sangue nelle vene, grinta da pesce bollito. Che pietà… Quando il primo concerto di Brahms fu accolto male, il compositore scrisse alla sua donna amata: “Penso onestamente che sia la cosa migliore che poteva capitarmi. Mi costringe a darmi da fare e rafforzare il mio coraggio”.
Il volto di Tiberio Cesare, il potere di Ponzio Pilato, la storia di Erode, Filippo e Lisania non sono citati a caso in un vangelo solitamente così parco di accenni storici. C’è un mondo che attende. L’alunno attende il voto, il paziente l’esito dell’esame, la mamma il figlio da scuola, il bambino l’acqua calda dalla doccia, l’innamorato il bacio dell’amata. L’albero attende le stagioni, il mare i fiumi, il fuoco l’ossigeno, l’affamato il cameriere, lo stomaco il cibo, la moglie il marito. Nella Scrittura c’è attesa: per entrare nella terra promessa, per ricevere il perdono dopo l’infedeltà, per una vittoria, per un urlo disperato… Tutto vive di attese: il mondo, la politica, lo sport. La vita, praticamente, è un’enorme, confusa, disorganizzata, pericolosa, splendida e chiassosissima sala d’aspetto. E’ sempre in attesa. E l’uomo, per accorciare l’attesa, pone una scadenza. Ma la scadenza crea un’altra attesa e così il gioco non finisce mai. Non è un problema: siamo nati per attendere…Attendendo, ci addormentiamo. E’ anche bello dormire pensando…che è sempre stato così!
Ma quando l’attesa si fa storia? Quando ti senti costretto a cercare l’uomo nella sua nudità, cercare l’anima, la storia, il nostro essere bambini? Quando ciò che attendi si piazza davanti a te? Quando l’Atteso diventa Uomo? Quando intuisci che Dio non è uno scherzo della Befana?



Ci fosse nel vangelo una segnaletica stradale oggi troveresti un cartello appostato sul tuo vagabondare: Attenzione, strada sconnessa!
Perché se lo sottovaluti troppo…Gesù si rivela un imprevisto terribile.
Chiedilo ad Erode. Tetrarca della Galilea!


don Marco Pozza


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giovedì 7 dicembre 2006 - ore 13:06


Monsignore? No grazie...
(categoria: " Riflessioni ")


PIEDI PER TERRA
"Monsignor Milingo e 19 oppositori"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 8 dicembre 2006, pag. 6

Interpretavo con attenzione la confusione triste nel volto di Emmanuele Milingo a Matrix. Non celava – penso volutamente – una visibile ironia sulla sua castità vissuta fino all’età di settant’anni. Preti e celibato: basta un trafiletto di giornale vuoto per riaccendere l’ironia, la confusione e la superficialità su uno dei segni più forti di una scelta d’amore che mai come oggi appare una sorprendente stonatura. Spente le luci di Matrix, oggi si accendono quelle del Seminario Maggiore di Padova: 19 ragazzi firmano un capitolo di storia sacra. Dal Vescovo accoglieranno la Parola di Dio da proclamare e l’Eucaristia da distribuire per raffinare la vita della gente.

Punzecchiati da Maria di Nazareth, che oggi la Chiesa festeggia, intuiscono che in un mondo di schiavi c’è un solo modo per essere liberi veramente: essere servi del Signore. Se l’uomo s’intestardisce nel non voler capire che c’è un solo Dio a cui chinare il capo, piegare le ginocchia, far splendere il cuore… cambieranno i nomi, i volti, le fisionomie ma rimarranno sempre schiavi di padroni. Scegliere: la sicurezza della schiavitù o il rischio della libertà? Sottomessi a Dio: il più bell’atto d’amore e di sapienza. Se t’imbatti in qualcuno di loro, profumato di giovinezza e curato di divinità, non assapori la mesta sofferenza raccontata da Milingo, l’ironia di chi gioca su scelte fatte con libertà, la voglia di “urtare” una Chiesa che t’assicura un respiro che s’aggancia alle origini. E’ fatica, tanta fatica ma per Qualcuno di eccezionale. Per una Bellezza che non tutti scorgono ma che abita le venature della storia, i meandri del vissuto. La verginità: la pazzia che nessuno conosceva ai tempi di Maria, l’eresia non concepita con logica da uomo alcuno sulla faccia della terra. Follia: avere un corpo e non darlo a nessuno, una vigna di carne e chiuderla alle carezze. Scelta ingarbugliata razionalmente… ma “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non riesce a conoscere” (B. Pascal). E se non intendi perché, non ironizzare… accetta che ci sia qualcuno destinato a qualcos’altro. Che non sia per il matrimonio. Che i suoi occhi ti guardino ma ti lascino libero. Che la sua mano stringa la tua ma non la trattenga. Che il suo amore ti avvolga ma non t’imprigioni. Ragazzi da decifrare, storie da svelare, sogni da scoprire… perché, forse, i loro occhi vedono ciò che non si riesce ad identificare con gli occhi della carne.
Nelle vigne è il sole che matura l’uva. Senza toccarla!

don Marco Pozza


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