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lunedì 7 aprile 2008 - ore 07:50


La Parola di Dio della Domenica
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA DI PASQUA
Ma dove vai con quella faccia li?!

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

(Dal Vangelo di Luca cap. 24 vv 13-35)

di don Marco Pozza

Tre anni a lottare contro un carcinoma allo stomaco. Sembrava fatta. Poi la morte. “Noi speravamo…”. Quattro anni a preparare la maratona olimpica: sudore, passione, attenzione. Concentrazione. A Pechino sarà medaglia d’argento per un millesimo di secondo. “Noi speravamo…”. Un’educazione impartita con maniacale attenzione: discrezione, puntualità, severità e tenerezza. Poi, improvvisa, la droga. “Noi speravamo…” Anni di sacerdozio giovane: lavoro, preghiera, sofferenza e riflessioni. Guerra e pace. Pane e cenere. Poi le spalle voltate. “Noi speravamo…”. Fiducia. Responsabilità. Scommessa. A quel ragazzo la vita sorrideva. Poi salutò il mondo dal cemento di un cavalcavia. “Noi speravamo…”.
“Speravamo”: voce del verbo “sperare”, modo indicativo, tempo imperfetto, 1^ persona plurale. “Noi speravamo…”


Mai come quella sera i due viandanti sconosciuti incrociati nella statale che gira verso Emmaus avrebbero voluto che la luna non s’arrampicasse sui tetti. Per celesti strategie e umani destini, quella sera per la prima volta in vita loro, s’accorsero che in nessun altro posto della Galilea la sera ti regala dolcezza e paura nello stesso scatto di lancetta. Sembra che ad Emmaus l’orologio si sia bloccato in quell’ora, in quell’ora in cui le locande s’accendono sulla strada, in cui gli uccelli s’addormentano tra le foglie, in cui i cuori si rivestono di malinconia bellezza.
Cleopa e l’altro compagno viaggiano “in cammino col volto triste”. Tristezza disegnata sul loro volto perché nei loro animi alberga la delusione, perché i fili della loro fede si stanno sciogliendo, perché quel Volto che un tempo era riuscito a farli innamorare ora sembra esser stato dichiarato fallito. E la loro discussione è vana, stolta, raccapricciante: alle spalle la città che uccide i profeti, di fronte il paese che nasconde il sole. A chi di noi quella locanda addormentata sul sentiero di Emmaus non è familiare? Chi non ha mai camminato su quella strada verso sera, quando nella nostra vita il sole sembrava ormai tramontato, quando tutto appariva perduto? Uomini in cammino che parlano “a vanvera”: che con Dio anticipa il disastro. Lui, di fronte all’idiozia e al vuoto assordante, tace (cfr Lc 22,4-12). Tace per non gridare. Per non rinfacciare una storia di pesci moltiplicati, di tempeste sedate, di zoppi camminatori. Prima di Lui, già il complicato Plauto rammentava che “chi vuol mangiare la mandorla rompa il guscio”. Ma la pancia piena sembra controindicata nel partorire pensieri tratteggiati d’eterno sapore.


Tace ma li accosta. Cammina loro “spalla a spalla”. Cambia, si adegua, abbandona l’eterno per il provvisorio, si sporca le mani, si mette in viaggio. Un viaggio massacrante: dall’eternità all’umanità. Biglietto di andata e ritorno. Con prenotazione provvisoria sul Calvario. Raccoglie la loro idiozia sofferente e li schiaffeggia con una domanda: “Ma dove andate con questa faccia, ragazzi?” Ma è fulminato, Costui? Non vede la sofferenza. Il dolore. Il dramma. “No, non so nulla. Cos’è successo?” Disastroso nella sua apparente ignoranza Dio: è la sua storia, la conosce, fa finta di ignorarla. Vestito di risurrezione ha già dimenticato il dolore. Ma li interroga perché vuol sentire tutta la loro amarezza, vuol ascoltare quell’urlo ribelle partito nelle gole dei profeti, vuol far capire che la fede chiede ricerca, coinvolgimento, sete. Che non è un gioco.
Parte Cleopa, uno dei due viandanti. Dalla rabia capisci subito che è stato discepolo della prima ora. Al pari di Tommaso, nel Rabbì aveva gettato cuore e fegato, sogni, paure e titubanze. Giovinezza, vecchiaia e derisione. Storia, sospiri, balbettii. Altro che cristianesimo bigotto! Se l’era giocata fino allo stremo. E difatti piazza al Viandante una “fucilata”: “noi speravamo…”. Tradotto: “che idiota sono stato, ci avevo anche creduto. Ma quanto imbecille, mi prenderei a sberle in faccia, sbatterei la testa contro il muro. Che fregatura!” Qui non c’è dolore, non c’e rabbia, non c’è sofferenza. C’è molto di più: c’è la delusione! Speravamo che la scuola. Speravamo che l’amicizia. Speravamo che la giustizia. Speravamo che l’onestà. Speravamo che quella classe politica. Speravamo che la Chiesa. Speravamo che nostro/a figlio/a. Speravamo che quel parroco. Speravamo che si salvasse. Speravamo d’essere ascoltati. Speravamo che dopo Giovanni Paolo II. Speravamo che il Consiglio Pastorale. Ad Emmaus parlavano di tre giorni di delusione. Noi parliamo di tre mesi, tre anni, trent’anni. Tutto uguale a prima. Anzi: “tutto bene, come sempre”. Non oso immaginare se Lui aprisse il suo libro e iniziasse: “Io speravo che tu. Che Lui. Che voi… Con tutto ciò son passate occasioni favorevoli, profeti inascoltati, anni di grazia. Di giovinezza. Di vita”.


Ma Lui non apre il registro. Preferisce l’insulto. Insulto divino, inatteso, dirompente. Fino a quel momento era parso disinformato, ma educato e dabbene, se non altro. Loro zitti: si voltano e lo guardano. Li massacra: “Sciocchi e tardi di cuore”. Alla fonte greca leggi: “senza testa e con il cuore lento”. La tensione è palpabile: potrebbe nascere una rissa tra quei compagni che non si ri-conoscono. Invece, una volta insultati, ascoltano. Fiato sospeso. Cuore che inizia a scaldarsi. Mai sentita una lezione così affascinante: da Mosè all’altro ieri con una capacità di sintesi impressionante. E convincente. Averne oggi di professori così! Il tempo di un racconto. La pausa. La cena. L’incontro. I due sono sconcertati (non l’hanno ancora riconosciuto!). Gesù, formidabile, sorride, ringrazia e saluta. Se ne va’. No! Il vangelo dice: “fece come se…”. Cioè fece finta. Tenta di fare, a malincuore, il prezioso. Incurva appena il corpo: due centimetri, un leggero fruscio, l’accenno di un passo. Forse solo un’occhiata. Un nonnulla. Risultato? Panico generale: “Come, te ne vai già? Resta, è buio, fermati con noi”. Quanto falsi, porca miseria! Gli chiedono di fermarsi dicendoGli una bugia: “Perché si fa sera”, invece di dire “Abbiamo desiderio della tua compagnia. Ti vogliamo già bene, nonostante la correzione, anzi, proprio per quella”. Lo arrestano con l’amore. Era stato Lui ad avvicinarsi. Ora sono essi a trattenerlo. Entra e, nell’atto delicato di spezzare il pane, lo riconoscono. Il cuore ebbe battiti più accelerati e una grande emozione invase i due giovani. “E’ lui” si dissero. Ma non fecero in tempo a comunicarsi la meravigliosa e commovente scoperta, che già era scomparso ai loro occhi.



Scrisse il filosofo italiano Norberto Bobbio alla tenerissima età di 90 anni: “Per me la differenza non è tra il credente e il non credente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio”.
Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana.

"Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele..."
GOD BLESS YOU!
Buona settimana


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domenica 6 aprile 2008 - ore 07:01


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Reverendo, basta farfalle morte!

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 6 aprile 2008

Il bambino calciò forte il pallone contro la porta della Chiesa. L’atrio dove la notte di Pasqua si benedisse il fuoco era l’area di rigore,nella porta bronzea tanto cara al parroco immaginava Buffon, le due statue che s’ergevano a destra e a sinistra dello stipite erano i due pali. Mancava solo la traversa: ma era problema di relativa importanza. Qualche ciuffo d’erba al posto dei chicchi di riso ricordava al passante solitario che da parecchio quella porta non s’apriva. Anche l’austero gregoriano aveva ceduto il posto agli schiamazzi di tifosi improvvisati. Solo il bambino, forse inconsciamente, cercava a forza di cannonate degne del miglior Cassano di non addormentare del tutto quella chiesa. Non poteva saperlo, ma essendo bambino con un gesto ha dipinto alla perfezione la situazione attuale della nostra chiesa. Sarebbe l’epigrafe più bella, se una cosa però non ci fosse d’intralcio nel mettere la parola “chiuso per fallimento”.


Un suo coetaneo, mercoledì mattina, aveva usato pure lui il pallone davanti alla Basilica di San Pietro, ma per appoggiare il mento e nascondere le lacrime mentre s’alzava un applauso commosso per Giovanni Paolo II a tre anni dalla sua morte.
Sono chiese uguali, si prega lo stesso Dio, si canta la medesima speranza…eppure il trattamento profuma di diversità. Te lo raccontano i bambini. E se lo capiscono loro, allora è proprio lo stile che trasforma una porta bronzea in porta da calcio o in finestra che t’affaccia sull’eterna bellezza. Come dar torto? Tra le navate ci son parole che – direbbe il mio teologo preferito – sono come “farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari”. Parole distrutte, logorate dall’uso, incapaci di scaldare il cuore, d’emozionare il respiro. Parole che suonano come un invito ad uscire dalla chiesa e farti conquistare da quattro calci al pallone. E ci son parole che, quasi per miracolo, rinascono continuamente. Parole simili a delle conchiglie dentro le quali risuona la voce del mare. T’appoggi al loro eco e ti sembra d’entrare nell’Eterno. Chi le pronuncia – dopo averle declinate in ore di appassionato deserto – è come se accompagnasse il tuo mento a poggiarsi sul davanzale della storia. Uno su tutti: Giovanni Paolo II, vecchio poeta che fece del Vangelo la conchiglia più strana per ascoltare l’anima, allargare l’immaginazione, scrutare l’infinito.
Per me prete questa è un’indagine sociologica incredibile: è oggi il momento favorevole per vedere quali parole partorisco quando parlo di Dio dal pulpito.
Verificare è semplice: a messa si gonfia il pallone o l’anima?


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sabato 5 aprile 2008 - ore 07:38


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
Nemmeno il porno li affascina più

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 5 aprile 2008, pag. 6

Noi che la penitenza era “dire fare baciare lettera testamento”; noi che dopo la prima partita c’era la rivincita, poi la bella, e poi la bella della bella; noi che ci divertivamo anche facendo “Strega comanda colori”; noi che giocavamo a “merda” con le carte; noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercuro cromo, e più era rosso più eri figo; noi che nelle foto delle gite facevamo le corna e eravamo sempre sorridenti; noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli; noi che abbiamo avuto tutti il bomber blu/verde con l’interno arancione e i miniciccioli nel taschino; noi che le All Star le compravi al mercato a 10 mila lire… noi abbiamo avuto una giovinezza spensierata tra palloni da rincorrere su prati sempre troppo grandi, figurine da “barattare” finchè la maestra spiegava l’algebra, sogni che ci hanno lanciato verso l’orizzonte.
E, allora, perché oggi se lo racconti sembri essere la vecchia nonna quando sussurrava l’eco di giorni lontani in cui per primo c’era il pane, per contorno l’acqua e come dessert un pugno di fichi procurati all’ultimo?


Accecante nel suo realismo l’inchiesta condotta da Panorama sul mondo degli adolescenti. Il titolo è emblematico: “Mamma, ho perso l’infanzia”. In principio il bambino perdette l’aereo, adesso s’è tutto complicato: s’è persa la giovinezza. Festini a luci rosse alle medie, sigarette e webcam, telefonino e Ipod, pigiama party e qualche notte dagli amici… hanno soppiantato i Lego Technic, i puzzle da 10.000 tessere, i Sapientino che giocando ti costringevano a ripassare la geografia, la matematica e l’italiano. Tutti a raccontare - tra un brufolo da schiacciare e un po’ di ciccia sporgente da imprigionare nei tanga ultima generazione - di notti esagerate, di feste allucinanti, di canne girate impugnate meglio delle Bic. Ma a volte si parla solo per esaltarsi, per sentirsi grandi, per trasgredire. Poi magari non succede nulla. Qualcuno la dipinge come la “Generazione Harmony” che si divide tra gli sms spediti ad MTV e le sapienti puntate della Dott. De Filippi Maria. Ma se li guardi ti fanno rimbalzare una domanda: "perché volete invecchiare così in fretta, ragazzi?"
Rimane una consolazione ad imperitura speranza. Appassionati dei terribili film ggg (l’ultima frontiera del porno) con protagoniste solo ragazzine, sanno però tracciare drastiche conclusioni: “Tutti uguali: visti uno, visti tutti”.
A dodici anni neppure il porno riesce più ad avvincerli!
Tempo dieci anni: da cosa si lasceranno sorprendere?


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venerdì 4 aprile 2008 - ore 08:02


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


MORTISA 2008
Radunati via web, rivivono il mistero della prima Pasqua Cristiana

di don Marco Pozza
da L’Altopiano, sabato 5 aprile 2008


Non posso che essere onorato dell’attenzione inaspettata e " a colori" che L’Altopiano, rivista quindicinale dell’Altopiano di Asiago, nella persona del suo Direttore Stefania Longhini dedica nell’edizione di domani alla nostra esperienza di fede.
Un ulteriore segno a dimostrazione che è questo il "momento favorevole" per annunciare Cristo in Verità e Bellezza.
Un grazie anticipato a Gigi e Rita Abriani, miei amici fedeli, per l’emozione racchiusa nelle foto da loro scattate. Certi sguardi solo il cuore semplice della mia gente di montagna può permettersi di coglierli!



Una terra “incontaminata”
Mortisa: terra di castagne e di vino buono, di antiche tradizioni e millenarie confidenze tramandate nei secoli. Terra di semplici costumi, di gelose appartenenze, di emigranti, partigiani e soldati. Un lembo di terra, un pugno di gente, un campanile e una piccola chiesa sempre vestita a festa.
E poi il tempo! Tic – tac che risuonano al crescer dei rami, minuti regolati dall’ululato del cane, giorni scanditi da pascoli, mungiture e silenzi. Annate: somma di primavere, estati, autunni e inverni.
Naturali. Corporei. Mentali.



Mistero della vita
Quassù – a metà strada tra l’Astico e il Monte Corno – s’è consumato un viaggio. Il viaggio di 21 ragazzi/e e un giovane sacerdote, don Marco Pozza, che, conquistati da Dio, si son dati appuntamento via web alla "Beppe Grillo" per celebrare assieme la Settimana Santa. S’avvertiva nell’aria un’esigenza: “fame di Dio”. Per me prete, l’occasione ghiotta per spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia. Nulla di speciale, se non la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare nella giovinezza. Giovani protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice e quotidiana esperienza di Dio. Eppure il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma sono i suoi giovani. E se sei prete onesto, t’accorgi, puntando il volto della tua Chiesa, che mancano troppi volti. I volti figli della notte perché “di notte le ragazze sembrano tutte belle” (Jovanotti). Occhi che sfidano al ritmo di musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi tremano. Sguardi che ti spingono nella strada per indagare i loro luoghi, per assistere alle loro liturgie, per abitare le loro “cattedrali” per farli sentire importanti. Strano osservare come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, oltre sms, mail, emoticon e blog, dietro Msn, iPod e indagini Istat - la vita, che dovrebbe essere tutto un party, sia scortata dalla paura di non farcela! Sulle strade delle nostre città, dipinte di Ralph Laurent, Gucci e Prada, di Woolrich, Museum e All Star di Aperol, Campari e Tequila.. ci son ragazzi che lottano alla ricerca di un Volto nuovo. Osservano: ma se non trovano, se ne vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo aggiunta.
La nostalgia di Cristo! Cioè la voglia di voler imbattersi almeno una volta in vita con quest’Uomo che ha fatto dell’uomo il suo investimento più azzardato.
Per me era un sogno che annaffiavo sin dall’alba del mio giovane sacerdozio: radunare un gruppo di ragazzi per rivivere le ultime giornate del mio Maestro, Gesù di Nazareth. Non voleva essere un copione, bensì un memoriale. Uno scendere alle radici della nostra storia di uomini e di credenti per riscoprire la Verità della nostra fede. Riscoprire le radici in una terra che le radici le custodisce con devota e religiosa osservanza.
La sfida era raccogliere dodici ragazzi/e: il numero per antonomasia della comunità radunatasi attorno a Gesù. Ci siamo trovati più di venti in una piccola canonica trasformata in una “casa-famiglia”.
Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto troppo piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante: la Parola di Dio e l’Eucaristia.





Mistero della quotidianità
Li vedevi partire - Francesca, Federica, Elisabetta, Emanuela, Alice, Sofia, Vanessa, Elena, Giulia, Marta, Silvia, Enrico, Giovanni, Andrea, Elena, Elisa, Carolina, Maria Luisa - all’alba sorridenti per prendere il pullman dopo aver pregato al suono di arpa e violino. Li vedevi ritornare sorridenti alle due, avvisati dalle campane suonate a festa, salire nella canonica. Mangiare, raccontarsi la vita, aiutarsi nelle lezioni: il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee colorate dell’artistico convivevano con i versi di Shakespeare del linguistico. Tra uno squillo di telefono, un’occhiata alla dolcezza delle colline, un sorso di the per merenda. Una famiglia “strana”: ma il mondo chiede cose strane. E davanti alla chiesa i loro amici, quelli che li avevano derisi, quelli che “la fede è da sfigati”, quelli che “all’oratorio cosa ci fai?” erano lì: piano piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e giovinezza. Vedi: i giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza, come dice Pino Barillà.
E quando il tramonto s’affacciava sulla torre campanaria, il loro appuntamento clou: Vangelo tra le mani, storie da condividere, pagine di Buona Novella da attualizzare. Davanti alla Parola di Dio li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e avvertirsi giganti, stupirsi, abbracciarsi e provare nostalgia. M’è tornato alla mente B. Brecht quando nella Scrittura Sacra scorgeva l’alfabeto per leggere il mondo: un capolavoro che dice brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’ incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere. Mentre li ascoltavo mi rendevo proprio conto che quando l’inutile diventa indispensabile, l’Uomo della Croce è ancora una carta da giocare per non apparire scontati ai loro occhi!
Eppure se li vedi in “versione normale” ti sembra d’essere in un concessionario d’auto: venti auto, tutte grigie metallizzate, tutte con i cerchi in lega, tutte con autoradio in serie, tutte 1600 turbo diesel, tutte versione “sporting”. E loro a volte sono così: tutti uguali, tutti scontati, ciocche di capelli in serie, vestiti identici. Uno rutta: tutti ruttano. Uno bestemmia: tutti bestemmiano. Uno ride, tutti ridono. Ma non sono loro: mettili di fronte all’esigenza della Scrittura e ti stupiranno per l’originalità che tengono accuratamente nascosta nell’intimo.
Sono complicati da decifrare i nostri ragazzi. Ma la forza della loro fragilità li fa molto vicini al vetro di Swarovski: la bellezza sta nella delicatezza da lavorare. In caso contrario, non sarebbero così preziosi nel mercato della vita.




Mistero della fede
E si sono superati dal Giovedì al Sabato Santo. Chiuso lo zaino, hanno spalancato l’anima e si son lasciati condurre. Ho “rubato” la commozione nell’eucaristia del giovedì: una tavola imbandita a festa, musiche e riflessioni, pagine di Vangelo e d’attualità. E loro parevano i discepoli immortalati da Leonardo da Vinci nel convento di San Marco a Milano: attorno ad un tavolo, attoniti e stupiti, a lasciarsi lavare i piedi, accendere l’anima, accompagnare nel cenacolo della loro vita. Il Venerdì Santo stretti sotto il legno della croce, impauriti dal realismo de “La Passione” di Mel Gibson risuonata nella chiesa muta e buia, raccolti attorno alla reliquia della Croce portata tra le vie della contrada. Lo sparo dei cacciatori – la cui fede serba gesti da tradurre – i canti dei ragazzi, il rosario degli anziani s’è intrecciato nei passi devoti vicino agli usci delle case. E la notte un gesto che ha intenerito il cuore: per tutta la notte, a turno, se ne son stati dentro al sepolcro dove giaceva Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Li sentivi svegliarsi nell’oscurità della ore notturne per dirsi: “Il Maestro ti aspetta”. E, tra il sonno cupo, avvertivi le ciabatte spostarsi, la tuta prendere il posto del pigiama e, con la delicatezza di chi non vuol svegliare tutta la casa, scendere per le scale e inginocchiarsi. Loro stanno intuendo che chi sa stare in ginocchio di fronte a Dio saprà stare in piedi davanti agli uomini!
E il sabato mattina pronti a entrare nelle case della gente. Bellissima gente quassù. Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi perché il loro vivere è rifugio di ricordi. Senza cattiveria, solo con un pizzico di riserbo! Entrano per portare un pane benedetto e una speranza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Per arrivare al Sabato Santo: il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana e trasportati in chiesa con il bigolo, strumento simbolo della vita. Il Gloria, le campane che suonano, la chiesa che si veste di luce, colore ed emozione. Per tutta la notte, fino all’alba: una chiesa troppo piccola per un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da giovani che, per una settimana, hanno parlato di Dio, con Dio, assieme a Dio.



Ci siamo lasciati con una promessa: saremo disposti ad abbandonare il cristianesimo se qualcuno saprà presentaci una proposta più affascinante di quella scritta con la vita dall’Uomo venuto da Nazareth.
In caso contrario, sarà il Rifugio Cima Bianca di Colere (2090 m.) in pieno agosto a sentir risuonare una voce: “O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”.
Impreziosito, magari, da una lacrima di stupore.
Perché ancora una volta sarà l’eleganza di Cristo a creare tendenza.


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giovedì 3 aprile 2008 - ore 06:07


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Agente assicurativo di morte

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, giovedì 3 aprile 2008

La reazione di quell’uomo “alquanto bizzarro” – come definì Adriano Solinas lo showman Pif – fu giudicata all’unanimità spropositata. Esagerata. Folle. Fu il gesto di un uomo terrorizzato d’essere colto per l’ennesima volta a vendere rate di morte al bancone di quel bar dal quale ama proporsi come paladino di notti giovani e affascinanti. Strana storia quella dello spritz a Padova: attorno ad un bicchiere ruota il ritmo di una vita che sempre più tende a smarrire i suoi colori di vivace fantasia. Dalle piazze del centro storico al Naviglio, dai bar del ghetto ai chioschi del Piovego, dal Campari all’Aperol abitano i sogni di chi decide che la tradizione non va mai in vacanza.
Costi quel che costi.
Ho ripensato a quell’uomo “alquanto bizzarro” mentre leggevo la Passione il Venerdì Santo: “E’ necessario che qualcuno muoia per il popolo”. Forse anche lì s’aspetta che qualche ragazzo ci rimetta la vita. Intristisce avvertire all’approssimarsi di ogni estate la solita toto - scommessa su chi gestirà un incasso di soldi troppo attraente per essere vagliato con occhi appassionati e appassionanti. Provo tristezza e rabbia ogni qual volta la mia città addormenta gli occhi delle sentinelle, anestetizza i sogni degli educatori, strozza gli sforzi di troppa gente onesta. Rimane avvolto nel mistero il buonismo di genitori sin troppo sbadati da accettare di perdere in una notte “brava” il sudore di mesi di logorante e motivato sudore. L’ignoranza non ha mai salvato nessuno, ma l’ignoranza di troppi genitori a proposito della droga e dell’alcool è pari alla sua diffusione. Forse non è questione di decentrare il fiume di alcool o lo spaccio di droga: è semplicemente questione di educazione.
Di dire: “se non vuoi rovinarti, non andare!”



Di certo non cambierà nulla nei mesi prossimi: quando mai s’usa la fantasia? Dentro le siepi se ne staranno ancora nascosti “talebani” inzuppati di stupefacenti e armati di catenacci da sganciare su coloro che disturbano il suicidio di massa. Forse quell’uomo “alquanto bizzarro” se ne starà ancora col cappello da cow-boy tra le mani ad intrattenere i pesci nel canale. Osservando le telecamere. E troppi preti staranno a commentare i lutti del lunedì mattina con la punta del naso bianca per la schiuma del cappuccino.
Ma per onestà intellettuale dovremmo avvertire almeno l’esigenza d’affiggere all’ingresso di quell’argine un cartello che rechi tale scritta: “Terra di nessuno”. Almeno ci laveremmo le mani completamente.
Nella speranza che almeno la droga sia tagliata bene.
Altrimenti son cavoli. Non canne!


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mercoledì 2 aprile 2008 - ore 06:11


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
“Totus tuus ego sum”

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 2 aprile, pag. 6

2 aprile 2005: un milione di chilometri percorsi, 1400 incontri con personalità politiche, 222 udienze a primi ministri, 1100 udienze generali, 104 viaggi internazionali, quasi 27 anni come successore di Pietro, ribelle pescatore di Galilea. E come sintesi provocatoria, milioni di volti giovani che, stregati dalla semplicità divina di quel vecchio prete polacco, han fatto rimbombare nei loro cuori la domanda che i discepoli di Emmaus hanno scandito al silenzio della luna: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?” (Lc 24) Un uomo che ha vinto la scommessa che sembrava essere la più assurda: ri-accendere nel cuore dei giovani il sorriso parlando loro non delle conigliette di Play-Boy, dei gossip mondani o di un’insulsa sessualità, ma raccontando Gesù di Nazareth.



E quella preferenza mai nascosta - che troppi infastidì - per una giovane donna, straniera eppure assai familiare, per quella ragazza così dolce e sensuale che si è servita dei lunghi silenzi di Efeso per rileggere la sua storia attraverso le vetrate della Risurrezione. Per lei, Maria di Nazareth, la dichiarazione d’amore più trasparente ed elegante: “Totus tuus ego sum”.
Storia di un uomo che nella vita è andato controcorrente, non contromano. Storia di un profeta che i suoi giovani celebrano già santo. Storia di un testimone che c’ha insegnato la cosa più illogica: per diventare grandi, mettetevi in ginocchio!
Grazie Giovanni Paolo II!


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martedì 1 aprile 2008 - ore 21:45


Troppi sms, gli studenti non sanno più l’italiano
(categoria: " Vita Quotidiana ")





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lunedì 31 marzo 2008 - ore 21:51


Un’orgia a sfondo nazista
(categoria: " Vita Quotidiana ")


MAX MOSLEY
Un autodromo di...ignoranza: dimettiti!




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domenica 30 marzo 2008 - ore 09:44


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Una torcia, Magdi Allam e l’abbacchio in canonica

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 30 marzo 2008

Quando la lancetta si fermerà sulle 8.08 locali del giorno 08.08.2008, a Pechino s’accenderà – o potrebbe accendersi - quel braciere che sancirà l’inizio delle Olimpiadi, dei sogni degli atleti, della passione degli sportivi. In qualche modo l’Olimpiade è già partita: il sacro fuoco di Olimpia ha acceso la torcia che – proteste, boicottaggi e ideologie permettendo – aggancerà il presente al passato dello sport e della cultura. Facile immaginare che sarà un percorso arduo, faticoso, geograficamente impervio e umanamente logorante. Rappresenterà il percorso della vita dell’uomo sulla terra: tra contraddizioni e aneliti, speranze e minacce trova sempre ispirazione per nuovi capitoli.



M’è naturale sposare l’immagine della torcia passata di mano in mano, per augurare un “in bocca al lupo” alla torcia dei cristiani: la Buona Novella. Dopo l’annuncio scandaloso e molesto della Risurrezione di domenica scorsa, lo Spirito Santo li costringerà ad abbandonare la sicurezza del cenacolo, l’anestetico della tranquillità, la sicurezza della tradizione perpetrata all’esaurimento per accompagnare la fiaccola su sentieri tutt’altro che pianeggianti. Ci saranno folate di vento a tentarne lo spegnimento, vallate pericolose perché inumidite di abitudinaria religiosità, chiese che si rifiuteranno di ospitarne il passaggio. Pur applaudendone l’iniziativa. D’altronde il mondo stesso s’interroga su come proteggere i diritti civili a Pechino e, contemporaneamente, come guadagnare il massimo dai giochi olimpici! Consola sapere che al Creatore della Scrittura Sacra importa la fatica dell’imperfezione che trascina il carico in salita, fallisce, riprova, si affanna nell’impossibile obbedienza e, senza raggiungerla, intanto si migliora. All’uomo di fede nessuno impone di colmare il compito, ma di non sottrarsi all’accanimento del tentare. Ce lo spiega G. Bernanos, scrittore francese, il perché di tale fatica: “Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ma il sale”.
Il “sale” bruciante di Magdi Allam: forse la provocazione più bella per chi vorrebbe già spenta la torcia olimpica della Risurrezione. Afferrato e turbato da quel messaggio di salvezza che a noi sembra insignificante. Ignorando che se il Vangelo non ci turba più, qualcosa non va nel nostro modo di divorarlo!
Prova ne sono le parole di un giovane prete di Padova che, interrogato circa la conversione di Allam, con erodiana sicurezza si sistemò il colletto dicendo: “Questione di marketing”.
Forse annusava già il profumo dell’abbacchio con le patate al forno…


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