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lunedì 17 marzo 2008 - ore 00:50


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


DOMENICA DELLE PALME
In Dodici che gridano: adesso ammazzateci tutti!?

di don Marco Pozza

Pensa come si sarebbe colorata quella notte buia!
Immagina: in molti sulla strada alla caccia di Giuda. Dodici contro uno: una vittoria facile. L’amore di Dodici contro l’astio di uno? Dodici abbracci contro un bacio. Giuda sarebbe caduto in quella rete d’amore, avrebbe smarrito il gelo dell’odio, avrebbe vinto la paura, la vergogna.
E se proprio non fossero riusciti a sciogliere il cuore di Giuda, la pattuglia sarebbe proceduta. Sapeva dove andare: alla case del sommo sacerdote. E bussare perché dentro le fiaccole attendevano l’arrivo di Giuda. E così, precedendo Giuda, sarebbero stati gli apostoli a consegnare Gesù. Ma l’indomani si sarebbero fatti crocifiggere con Lui.
T’immagini: dodici croci sul Calvario! Con magari scritto sotto: “Fedeli fino alla morte: ammazzateci tutti!”
Giuda in croce con gli amici: altro che solo su una corda appesa ad un fico…!
Eppure il Tradito chiamò il traditore Amico.


(Dedicata agli apostoli paurosi come me...)

Un urlo nella sera, un urlo nella testa,
cinque colpi che tu senti in questa stanza;
hanno sporcato di sangue la tua festa
ma quando finirà questa mattanza…

L’hai sentito alla radio, ti han descritto la scena,
“Fujitivìndi … dassàtici ‘sta terra ai farabutti”
ma tu stavolta gridi a voce piena:
“E adesso ammazzateci tutti!”

Piangono i giovani, ma non sono piegati,
loro son stanchi di chi ruba la speranza.
Monta lo sdegno, ormai si son stancati:
hanno capito di questa lotta l’importanza.
Non c’è silenzio a Locri sulla sabbia,
la voce corre come in tutti i lutti,
ma non è un pianto, è un grande urlo di rabbia:
“E adesso, ammazzateci tutti!”

Vengono i giovani, a pulire il sangue,
vengono da Polistena, da Reggio,
col volto bello, pallido ed esangue,
hanno capito che la paura è il peggio.

Si abbracciano, conoscendosi per strada,
si abbracciano, fratelli in mezzo ai flutti,
sanno che solo il coraggio sarà rada:
“E adesso, ammazzateci tutti!”.

Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!
Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!

Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!
Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!

Brilla la pioggia della terra di Montalto,
piange anche il cielo su quel luogo profanato,
scivola come pianto di madre, sull’asfalto,
innocente del sangue lì versato.

Per pochi maledetti siamo sputtanati,
per pochi infami siamo sporchi e brutti,
noi invece siamo in tanti, e siam rinati:
“E adesso, ammazzateci tutti!”

Nessuno parli di odio, nessuno invochi morte,
Nessuno parli di sangue, nessuno invochi lutti,
chi tanto ha sofferto, non augura stessa sorte.
E se ci riuscite “Adesso, ammazzateci tutti!”

La guerra la vinciamo se rinunciamo ad odiare,
la guerra la vinciamo col lavoro uniti tutti.
‘Sta guerra la si vince con il coraggio di amare:
e voi mafiosi oggi avete perso: ammazzateci tutti!

Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!
Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!

Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!
Siam dieci, cento, mille, e non siam tutti,
se avete tanto piombo, ammazzateci tutti!

(Pino Barillà, E adesso ammazzateci tutti"

"All’improvviso un gallo cantò. E uscito fuori, pianse amaramente"
GOD BLESS YOU!
Buona settimana


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domenica 16 marzo 2008 - ore 07:42


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Zona di rispetto venatorio. Divieto di caccia

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 16 marzo 2008

Parte da Gerusalemme il rush finale della strana campagna elettorale del Profeta di Nazareth. Al comizio festoso sulla piazza del mercato non si presenta a bordo di un pullman o sulla cabina di un elicottero: preferisce la groppa di un puledro a ricordo delle promesse fatte ai suoi pescatori-elettori. Scelse l’ulivo come immagine sintesi. Chi tentò bambinescamente di copiarne la scelta avvertì subito la differenza: era l’Uomo e la sua idea a rendere forte quel ramo. Da allora si disse: “Un ulivo non fa primavera”.
Il ritrovo è alle porte della città santa: poi il Messia proseguirà verso l’altura del Calvario (venerdì santo) facendo sosta con i suoi collaboratori presso il Cenacolo (giovedì santo), attraversando il giardino degli Ulivi per arrivare oltre il sepolcro domenica mattina. Un tour di tutto rispetto per serbare una promessa rimasta celebre: “Dopo tre giorni risusciterò”. Lo seguono in tanti. Tutti, verrebbe da dire. Ma a giudicare dalla platea del Venerdì, meglio ridimensionare le cifre “da manifestazione”: lo segue chi lo ama. A vederli sfilare ci son parecchi volti noti alle cronache locali. Di uomini: Simone, Giacomo di Zebedeo, Giovanni, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota. Ma anche Caifa, Ponzio Pilato, il sacerdote Anna, Lazzaro. Volti di donne: Salome, Maria di Magdala, Mamma Maria, Maddalena, le donne di Gerusalemme.


E poi, saltellante tra i piedi di questa ciurma festante, un animale – evidente nella sua cresta - a fare compagnia al puledro affaticato: un gallo. Non è fanta-Scrittura: è Vangelo. E dentro le stradine del Vangelo abita ancora questo gallo. Una delle figure più fastidiose che la Scrittura ospiti al suo interno. Il puledro cammina al posto di Gesù, il gallo sussurrerà al Pietro impaurito lontane promesse fatte all’Amico. Come la fata turchina nel Pinocchio di Collodi - o come la volpe al principe di Saint-Exupèry - il gallo che fece lacrimare Pietro oggi è oggetto di continue intimidazioni. Necessita di un sistema di scorta! Soprattutto quando attraverserà luoghi pericolosi: casa mia, Palazzo Madama, Piazza San Pietro, Montecitorio, il fiume Po, Padova. I fucili sono già caricati. Basta premere.
Almeno Pietro un’anima la serbava: cantato il gallo, pianse amaramente.
A noi oggi il chicchirichì del gallo rimanda all’osteria del paese dove sulla griglia s’arrostisce il galletto. O, se canta all’alba, i galletti del Mulino Bianco.
Lui canta. Noi rispondiamo: “Buon pranzo”.
Pietro piangeva: aveva un’anima lui…!


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sabato 15 marzo 2008 - ore 08:58


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
Affetti da pitagoramania

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 15 marzo 2008, pag. 6

Li hanno etichettati come i “giamburrasca” di Thiene: sono bambini e ragazzi iperattivi che - non essendo in grado di controllare il loro comportamento – han costretto il corpo docenti a tornare sui banchi di scuola per frequentare un “corso di formazione”. Ci si consola pensando che la maggioranza sono stranieri: come se cambiasse qualcosa. Non ci consola, invece, pensare che le tabelline e il teorema di Pitagora a scuola separano ancora i dotti dagli ignoranti, mentre un corso di “alfabeto emotivo” se ne sta tuttora al vaglio di qualche ministero della pseudo - istruzione. Eppure il sommario sarebbe di spontanea ideazione: creatività, emozioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori. Dopo 22 anni di studio una domanda non ha trovato una risposta: serve più il teorema di Pitagora o declinare un corretto alfabeto emotivo? Conobbi un ragazzo, geniale nelle matematiche costruzioni ed estimatore del genio di Pitagora di Samo che, dovendo scegliere una canzone come immagine della sua vita, non esitò ad additare quel verso di Battisti: “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. Però, sulla cattedra, sapeva dimostrare che “la somma delle aree dei due quadrati costruiti sui cateti è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa”.



D’altronde il nostro vocabolario annota più termini per esporre il corretto funzionamento della sessualità umana che la capacità di cogliere al volo i moti silenziosi dell’anima. E, passo dopo passo, abbiamo imparato a scandire a ritmo di musica stereotipi ai quali attribuire la paternità della giovanile malinconia: la “tempesta ormonale” verso il sorgere della primavera è sempre una cartina da estrarre in mancanza di riflessione! Nascosti dietro la teoria degli ormoni, a noi pare ovvio che i poeti sprechino tempo nel dire con tredici parole ciò che il chimico annota in una formula sintetica! Ma i poeti lo sanno: da che mondo e mondo le parole sussurrate sono ritenute indegne d’ascolto. Motivo? Rischiano di risvegliare il pensiero! Etty Hillesum, anima ingabbiata nella follia di Auschwitz, nutriva il sogno di essere “il cuore pensante della baracca”. Quando penso a Roger Rabbit, mi chiedo spesso chi abbia incastrato madonna tenerezza!
Un giorno una mamma esclamò: “Com’è intelligente il mio bambino. Io alla sua età ero più insulsa”. Detto a lui, dirimpetto a lui!
Che da quel giorno confuse l’intelligenza con la buona impressione della mamma!


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giovedì 13 marzo 2008 - ore 09:15



(categoria: " Vita Quotidiana ")


PARTENZA DOMENICA PROSSIMA!
"Dalla piazza di Gerusalemme ad un sepolcro vuoto: storia di un viaggio"

a cura di 15 ragazzi/e e un sacerdote
Mortisa di Lugo di Vicenza, 16-23 marzo 2008

Questa è la geografia di un viaggio. Il viaggio di 15 ragazzi/e e di un giovane prete che, stregati da Dio, si danno appuntamento nella piccola comunità di Mortisa* - sulle prime propaggini dell’Altopiano di Asiago - per vivere assieme la Settimana Santa. Come successe in quel Cenacolo di Gerusalemme!
Dalla confusione triste della piazza di Gerusalemme al silenzio festoso del Mattino di Pasqua. Attraversando il cenacolo del Giovedì Santo, la Croce del Venerdì Santo, la tristezza "provvisoria" del Sabato Santo. Con una donna intrigante a farci da guida e da mamma: Maria di Nazareth, il teorema semplicemente complicato elaborato da Dio.
Sulla porta della nostra chiesa nessuno troverà scritto:"Riservato": vi mettiamo tutti gli appuntamenti per farvi sentire i benvenuti!

Perchè chi ha "fame di Dio" possa trovare mani disposte a spezzargli il Pane della Parola e dell’Eucaristia.
Buon viaggio, carissimi ragazzi!

don Marco Pozza


* Uscita della A31 - Valdastico al casello di Thiene - Schio , proseguire per Zugliano - Lugo di Vicenza - Calvene.
Giunti nella piazza di Calvene, proseguire per 2 km in direzione Monte Corno. Sulla destra della strada campeggia una chiesa e la sua canonica.


Domenica delle Palme (ore 10.00)
Santa Messa d’inizio della Settimana Santa e della Fraternità.

Nel pomeriggio organizzazione della Fraternità:

Mercoledì Santo (ore 21.00) in Chiesa
Lectio divina guidata da don Marco e dai ragazzi/e della Fraternità dal titolo: "La donna peccatrice: scandalo e stupore" (Lc 7,36-50)

Sacra Scrittura e silenzio, arpa e violino, chitarre e pianole...un viaggio nel Mistero affascinante e tremendo di un messaggio sceso dall’Eternità.



Giovedì Santo (ore 20.00)
Santa Messa in coena Domini con la lavanda dei piedi: attorno ad un tavolo imbandito a festa, entreremo nel clima di quell’Ultima Cena, nell’animo di quei discepoli, nel memoriale di quella sera.



Venerdì Santo (ore 09.00 - 14.00)
I/le ragazzi/e della fraternità vivranno un momento di Ritiro Spirituale in compagnia di Maria di Betania (Gv 12,1-11), la "donna del profumo".

ore 15.00
Via Crucis animata dai ragazzi/e della Fraternità accompagnati dai commenti scritti da don Giovanni d’Ercole.

ore 20.00
Celebrazione della Parola, Adorazione alla Croce e Processione lungo le strade del paese.
Al termine della Celebrazione, la chiesa rimarrà aperta fino a mezzanotte per dare la possibilità di confessarsi, di rimanere in silenzio, di immergersi con intensità nel dramma del Venerdì Santo.


Sabato Santo (ore 20.30)
Grande Veglia della Notte di Pasqua e Prima Messa di Pasqua.
Al termine… scambio degli auguri: “Cristo è Risorto”!



Domenica di Pasqua (ore 10.30)
Santa Messa di Pasqua animata dai canti del Coro dei Bambini e degli adulti.

ore 12.30
Pranzo pasquale per tutti coloro che vorranno celebrare la Pasqua assieme a noi!

Buon Viaggio verso Gerusalemme, carissimi/e ragazzi/e
GOD BLESS YOU
Vostro don Marco


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mercoledì 12 marzo 2008 - ore 06:13


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Politici contro Tezenis: 0-1"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 12 marzo 2008, pag. 6

Un dubbio esistenziale abita i miei vivaci pensieri in questi giorni. Perchè la pubblicità di Tezenis campeggia nella strada immutata da due mesi, mentre nello spazio pubblicitario “affittato” dalla politica in tre ore vengono appesi – uno sopra l’altro – tre poster diversi di tre candidati sindaci diversi? In quello di Tezenis non ci stanno parole, in quello di Alemanno-Rutelli-Cicchito un barile di scritte a spiegazione del volto. La prima è abitata da uno sguardo, l’altra da una cascata di sillabe accavallate sterili una sull’altra.



Appresi alla scuola d’Ungaretti che più uno ha le idee chiare nella testa meno parole sarà costretto ad usare per illuminare d’immenso l’umano pensiero. Lo scrittore statunitense Raymond Carter disse: “nei miei racconti volevo mettere in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella storia, e non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli andasse a fuoco la casa”. Trascinare lo spettatore e coinvolgerlo nell’idea: perché una donna senza parole parla più di tre poster di dotta enciclopedia?
Forse chi ha ideato la campagna di Tezenis ha intuito che l’uomo non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere. Un fuoco che s’accende se gli dilati l’immaginazione.
Ciò che potenzia la parola del poeta è la capacità di coinvolgere.
Non l’infecondità di parole vuote perché abusate!


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martedì 11 marzo 2008 - ore 13:36



(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL CORRIERE DEL VENETO
Espose un Cristo «osé» Indagato per vilipendio

di Andrea Priante
da Il Corriere del Veneto, martedì 11 marzo 2008, pag. 5

Ora sono guai seri. Perché un conto è attirarsi le ire della Chiesa, con l’Abate di Bassano del Grappa che grida allo scandalo e il parroco che organizza perfino una Via Crucis di «riparazione», ma quando ci si mette di mezzo la magistratura la questione si fa rischiosa.
Marco Chiurato, l’artista di Marostica finito nell’occhio del ciclone per aver esposto la statua di un Cristo rappresentato con il seno di donna e il pene in erezione, è stato iscritto nel registro degli indagati. L’ipotesi di reato formulata dal sostituto procuratore Giovanni Parolin è di vilipendio alla religione. La procura di Bassano del Grappa vuole capire se la contestata esposizione allestita nell’ottobre scorso a Marostica dal giovane artista violi il comma 1 dell’articolo 404, che sanziona chiunque «offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto».


La mostra, intitolata «Sexhibitionist », aveva scatenato un polverone per via delle opere esposte, costituite sostanzialmente da centinaia di calchi in ceramica che rappresentavano genitali maschili e femminili. A “prestare” le parti intime per realizzare i calchi da trasformare in opere, erano state decine di donne. Con questa tecnica, Chiurato aveva immortalato nella terra cotta busti, sederi e perfino amplessi. E tra spermatozoi lunghi un metro e feti di ceramica, spiccava un’opera definita al limite del blasfemo: un Cristo a grandezza naturale. In testa la corona di spine, e su mani e piedi le ferite della crocifissione. Ma il Gesù del-l’artista di Marostica aveva il seno di donna e il pene in erezione, con tanto di preservativo. Opere che non erano piaciute all’arciprete di Bassano del Grappa, monsignore Renato Tomasi, abate di Santa Maria in Colle. «Il sesso viene rappresentato senza ricorrere a dei simboli – aveva spiegato Tomasi – ma così lo si snatura, privandolo della dignità. Credo vada rifiutato questo tentativo di entrare a gamba tesa nella fede. L’artista dovrebbe interessarsi al suo mondo, perché quello della religione gli è completamente estraneo».
A spingersi oltre, invocando l’intervento della magistratura, era stato il parroco di Marostica, don Franco Reghelin: «A volte per arte si può far passare della pornografia. Se si offendono pubblicamente i segni religiosi di una comunità o di singole persone dovrebbe vigilare l’autorità competente ».
Alle polemiche era seguita una Via Crucis per chiedere clemenza per «l’oltraggio compiuto nei confronti dell’immagine di Gesù», alla quale avevano partecipato oltre duecento fedeli. Ora si scopre che Chiurato, difeso dagli avvocati Ubaldo Franceschetti e Maria di Pino, è finito nel mirino della procura. L’artista accusato di vilipendio della religione ha già presentato una memoria difensiva. «Non volevo offendere nessuno – ha ribadito ieri – il mio Cristo rappresentava l’allegoria di un Dio che vorrebbe non generare altri figli perché non soffrano come è capitato a lui».


MEMENTO VIVERE
"Un Cristo con tette di donna e pene eretto"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 17 novembre 2007, pag. 6

Porta un mese di storia ma la vergogna non ha storia. Un Cristo con tette di donna e pene eretto vicino ad un accostamento di maria con Maria. E per una putrida par condicio, un burqa che ghermisce vagine volanti. Sarà anche arte quella frustratamene “vangata” da Marco Chiurato, ma aveva proprio ragione il poeta inglese G. Chersterton quando evidenziava che ogni bastone sembra buono per bastonare il cristianesimo.
Cronaca di quotidiani attacchi: dai dubbi insinuati sull’autenticità delle stigmate al frate di Pietralcina alle canzonette che musicano la malvagità di Dio. Dai video sull’impero del Male ai manualetti per piccoli atei di Piergiorgio Odifreddi. E poi, oramai sedotti da una cultura last-minute, un Papa maniaco sessuale datato 2046.
Sotto la polvere ventun secoli colorati di fedeltà e odorosi di tradimenti, profumati di passione ed errori, firmati da un messaggio ineguagliabile per estensione, altezza e vertigine. Le strade sembrano tappezzate dal cartello “Divieto di sosta e fermata per Cristo”. Salvo poi scorgerci buche deleterie per il viaggiatore, escrementi umano-animaleschi, dossi sfasciati e cunette ubriache di satellitari persi. L’amarezza è tutta nella bisaccia del “piccolo gregge”: derubato di un senso per la vita - i cui effetti collaterali le farmacie odierne non pubblicizzano quanto il prodotto messo in vendita – annuserà profumo di petali appassiti in stagioni ormai prossime. Continuiamo pure ad annoverare Satana tra le vecchie credenze. Preti compresi. Lui, nel frattempo, ringrazia per la preferenza accordatagli e si complimenta per l’ignoranza incrociata.
“Fuggita da Satana” (Piemme pp.168) è un libro-choc firmato da Michela, nome fittizio di una ragazza concretamente reale. E giovanissima. Racconto inquietante e agghiacciante consigliato a chi non capisce il messaggio annunciato nei moderni areopaghi culturalmente vuoti. E’ in gioco Cristo, ma non è in gioco Cristo: è in gioco l’uomo stesso! Una testimonianza che t’accompagna con il vomito tra le labbra tra ostie consacrate intinte in vagine abitate da serpenti, orge spietate e crudeli, sacrifici di bambini privati del cuore strappato, fiumi di droga, di sfrenatezza e di successo. Struttura perfettamente rovesciata di un cristianesimo conosciuto alla perfezione nella sua drammatica e splendida simbologia.
La formula “soddisfatto o rimborsato” è rimpiazzata da “fregato senza rimborso”.


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lunedì 10 marzo 2008 - ore 07:57


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")



* A dir la verità un pò di nervoso l’ho avvertito appena letta l’email lunedì scorso: sopratutto per la provenienza. Poi c’ho riflettuto celebrando l’eucaristia con le mie vecchiette e mi son detto: meglio tardi che mai!


V^ DOMENICA DI QUARESIMA
Dai: vuoi che che proviamo la cassa da morto?

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

(Dal Vangelo di Giovanni cap. 11 vv. 1-45

di don Marco Pozza

C’è una storiella ebraica che spiega così l’onnipotenza di Dio. Si racconta di un rabbino che chiede ad un altro rabbino: “Ma tu pensi che Dio possa creare una montagna così alta da poterla nemmeno lui scalare?” “Se è davvero onnipotente – rispose l’altro – può”. “Hai ragione – riprese il primo rabbino – quella montagna l’ha creata: si chiama uomo. Una volta creato, non può assolutamente dominarlo al pari di un burattino. L’uomo può anche dirgli di no. Ecco la nostra libertà”.


Pensare che in quella casa, complice la confidenza instauratasi, Gesù entrava senza nemmeno bussare. Lì dentro non lo chiamavano Maestro, Rabbì o Signore. Lo chiamano semplicemente Gesù! E lui, l’amico scovato tra le viuzze di Nazareth al calar delle giornate, non fa una piega, quasi a dire: “chiamatemi semplicemente Gesù”. Una sera si e una no, più o meno, si nascondeva là dentro, appena dopo il segnale che indicava Betania, poco sopra il torrente Cedron. Un giorno passò e incontrò Lazzaro che tornava dai campi: gli toccò una spalla e gli chiese dell’aratura, degli agnellini e delle olive. Entrato in casa accarezzava i capelli di Marta, donna energica e stakanovista che ogni tanto, trapassando dalla cucina al salotto, strapazzava la sorella come a dire: “Smettila di essere imbambolata, miseria”. Poi si girava verso Gesù, con mezzo sorriso, quasi a dirle: “Cosa vuoi farle? Così è fatta”. Ed era proprio fatta così Maria: quando vedeva quell’Uomo perdeva senno e ragione. S’accartocciava sui suoi piedi e si lasciava incantare dalle parole di quell’Amico. Non tenevano mamma e papà: orfani li avea resi la vita. Non c’erano genitori. Quindi: non c’era divario d’età, di prospettive, di vedute. C’era confidenza.
Sai quanto m’intriga questo Gesù “versione familiare”? E’ come se lasciasse la divinità fuori dalla porta: troppo ingombrante in quel minuscolo rifugio. La lascia fuori ed entra solo l’uomo. Strani questi fratelli! Un po’ scemi, diremo noi. Hanno un Uomo famoso, potente, riconosciuto…e non Gli hanno mai chiesto un piccolo favore. Un’assunzione al Tempio, un cenno per un aumento di stipendio, per uno scatto d’anzianità. Per un nonnulla. Mai! Forse per questo torna sempre da loro e, il più delle volte, senza bussare, chiede: “Marta, c’hai un piatto anche stasera?” E poi, come contributo per le spese vive della casa, se la cava sempre dicendo:“Pace a voi, fratelli!"
Il Vangelo non dice da quanto si conoscevano: da bambini, da adolescenti. Forse alla soglia della maturità. Non è dato sapere tempi, luoghi e occasioni d’incrocio tra loro. Giovanni, fotoreporter autorizzato di quella premiata ditta, dice una solo una particolarità. Ma forse basta e avanza: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”.


Un giorno Cristo sta facendo un “sopralluogo” in Transgiordania. Improvvisamente gli giunge una notizia commissionata da Marta e Maria, le sue “sorelline” adottive: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. Stanno parlando di Lazzaro, non di uno qualsiasi. Dell’amico, del suo fratello, del padrone della casa di Betania. E, molto umanamente, t’immagini Cristo fare un cenno ai suoi Dodici, lasciare tutti, correre, ansimare, faticare. Pensi tu: ma il Vangelo ti delude. Dice: “Quando sentì che era malato rimase due giorni nel luogo dove si trovava”. Per fortuna lo amava…! Si trattiene due giorni. E due giorni, per chi ha un appuntamento con la morte, sono tanti. Troppi. Fatali. Non basta: fa discorsi strani. Non basta ancora: parte quando Lazzaro è già morto. Sempre così succede: quando serve è sempre lontano da casa! Era lontano ad Auswicthz, Hiroshima e Baghdad, lontano quando papà scoprì d’avere un cancro e mamma disperava. Lontano quest’estate a Garlasco, quest’autunno a Perugia, quest’inverno a Gravina di Puglia. L’avevano avvisato: “Maestro: ci sono sei milioni di ebrei in quel campo, c’è Ciccio e Torre in quella buca”. E lui… fermo due giorni. Cioè ritardo completo.


E l’uomo s’arrabbia, esplode, impazzisce, incolpa Dio per “omissione di soccorso”… perché se Dio esistesse non può esserci tutto questo! Lazzaro è morto. Marta Gli dice: “Signore, se Tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. E’ anche troppo gentile Marta: forse, per familiarità, non osa oltre. Lui non si sfoga, non cerca giustificazioni: Dio non s’offende per le grida dell’uomo. Dice solamente: “Se credi, vedrai la gloria di Dio”. Son due verbi, ma sono la disgrazia dell’uomo. credere è al presente: oggi. Vedere al futuro: domani. Forse, chissà, probabilmente! Tra il credere e il vedere abita la speranza. Ma anche un’attesa interminabile, un’assenza inspiegabile, una lontananza straziante. Conti che non tornano, delusioni a non finire, perdite, ferite, urla strazianti. Purtroppo noi invertiamo i verbi: grammaticalmente possibile, divinamente sfasato. Vogliamo vedere, poi crederemo. Forse! E così Dio è sempre sotto esame, nel migliore dei casi. Sotto accusa, nel maggiore dei casi. Marta Gli dice: “Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”. Marta crede, Lazzaro risuscita. Non s’avvera il contrario: Lazzaro risuscita, Marta crede. No! “Se credi, vedrai…”. Ed è di parola, effettivamente. Se credi, non importano i quattro giorni che provocano odore, i due giorni di ritardo che causano fastidio, le urla della gente che ti rinfaccia l’assenza. Se credi, il profumo della vita vince l’odore della morte.
Appena fuori dal sepolcro l’Uomo di Nazareth guarda Marta e le dice: “Io sono la risurrezione e la vita.” E, poco dopo, scoppia a piangere. Come me, come te, come Marta, Maria, la vedova di Nain, come gli amici suoi. Piange pure lui! E piangendo rianima l’amico: “Vieni fuori!” Lo grida a Lazzaro, ma lo grida al cancello di casa mia: “Vieni fuori!”. Svegliati, muoviti, reagisci, insorgi scrolla la menzogna, datti da fare. Smettila di morire, di rassegnarti, di piangere. Di soffocarti, di strapazzarti, di deriderti. Di frustrarti, di umiliarti, di stare a terra. “Vieni fuori!” E’ ora di vivere!
Ma nonostante questo grido c’è ancora qualcuno che si restringe, si rattrappisce, si aggomitola ancora prima di morire. Quasi per adattarsi in anticipo alle misure della bara…


Alla fine del 2004 è morta a Filadelfia una bambina di otto anni, Alexandra. Quattro anni prima, quando le era stato diagnosticato un cancro, le balenò in testa un sogno: allestire un baracchino per vendere limonate e raccogliere fondi alla ricerca per i bambini colpiti dalla sua stessa malattia. La mamma, col sorriso triste, le disse che sarebbe stato difficile raccogliere anche 50 centesimi per volta. Lei rispose: “Non m’interessa, io ci provo”. Il 12 giugno 2004 era riuscita a mobilitare per la causa il suo paese e, a catena, l’intera America, il Canada e la Francia. Oggi i chioschi delle limonate di Alex si sono moltiplicati in tutto il mondo e sono divenuti un punto d’incontro e di solidarietà.
C’è chi si adatta in anticipo alle misure della bara.
Ma anche chi si rifiuta...!

"Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto" (Gv 11,21)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana



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domenica 9 marzo 2008 - ore 07:01


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Dicono sempre di imparare dai più bravi...

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 9 marzo 2008

Un prete ricambia sempre l’affetto a modo suo! Questa riflessione vuole essere un segno di riconoscenza affettuosa verso chi - nel mezzo della tempesta dei miei primi tre anni di sacerdozio - m’ha aperto le porte di casa sua. Sotto il crepitare delle cannonate, anche Cristo correva a casa di Marta, Maria e Lazzaro. E lì si sentiva protetto, amato e coccolato.
Gli offrivano la possibilità di rasserenarsi.
Facendolo sentire uno di loro.
Tanto da scegliere come canonica una famiglia di Betania! Orgoglioso d’aver scelto anch’io affetto altrove...

Mi sembrava quasi di vedere l’incredulità della cugina di Marta e di Maria. Una sera le invita a cena assieme al fratello Lazzaro – datteri secchi, pane azzimo e qualche verdura bollita, nulla di più – e si sente rispondere: “Ci dispiace dirti di no, ma abbiamo ospite Gesù”. E la cugina, stupefatta, osa chiedere con un pizzico di sorriso sulle labbra: “Chi?” E le sorelle in coro: “Sai, Gesù, l’amico di Nazareth”.


Effettivamente Betania fece storia per la loro casetta. Non tanto per quel piccolo portico sulle sponde del torrente Cedron, per la tavola di legno un po’ esagerata per tre, per quella porta sempre scrutata. Divenne celebre perché era “luogo di villeggiatura” di un Uomo discusso: il Nazareno Gesù. Giovanni, fotoreporter autorizzato del Maestro, dice: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (Gv 11,5). E’ intrigante la vita nascosta di Gesù. Me lo figuro che, stanco della popolarità indesiderata e delle chiacchiere, scappa a casa di questi tre amici. Non suona, ma entra in picchiata tanta è la confidenza. Per loro è un fratello. E, appena sbarrata la porta alle spalle, si lascia vincere dalla stanchezza. Va lì perché gli piace la discrezione di Maria quando gli accarezza i piedi. Va matto per le urla di Marta, la casalinga tutta indaffarata, che non perde occasione di rinfacciare alla sorella di farsi imbambolare da quell’ospite bellissimo. Ma poi gli strizza l’occhio come per dirgli: “E’ fatta così”. E’ sorprendente guardare Gesù appena Lazzaro torna dai campi: subito a chiedergli del raccolto, dell’olio d’oliva, degli agnellini che stanno per nascere. Un Gesù domestico che s’interessa degli affari, della vita di tutti i giorni. Lì dentro si trova così a suo agio che, di tanto in tanto, prova a sgranchire le gambe, schiaccia un pisolino sul tavolo d’ingresso, sposta la tenda per vedere che tempo fa sul Garizim. E magari accende la radio per sentire come vanno gli affari nel Tempio di Gerusalemme. Insomma: quando si sente triste, suona il campanello di Lazzaro.
Chiede una carezza a Maria.
Abbraccia Marta.
Quanto sono importanti quegli amici!
Fuori ne aveva dodici, scelti “perché stessero con lui” (Mc 3,14). Prima vive assieme, poi li manda nel mondo. Non terranno nè borsa, né bisaccia, né sandali. Ma un amico sì! Senza cose: ma non senza amici. A due a due busseranno alle porte del mondo.
Nella canonica del paese abita il prete. Ma può anche starci che, tra le vie abitate, ci stia una famiglia alla quale l’uomo - che di giorno fa il prete - bussa per sentirsi meno solo!
Dicono sempre di imparare dai più bravi. Io provo ad imitare Gesù!


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sabato 8 marzo 2008 - ore 00:01


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
Perchè mummificarsi con eye-liner, kajal e khol?

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 8 marzo 2008, pag. 6
(pubblic. su www.donboscoland.it)

Perché affaticarsi? Oggi le mimose le troverai ovunque: ai semafori e dalle parrucchiere, nella bottega del fornaio e del carpentiere, fuori dalla chiesa, davanti alla discoteca, ai bordi delle strade. Per ricordarti che oggi è la festa della donna! I Rotoli Sacri – custodi gelosi di mille volti tratteggiati di femminilità – non coltivano mimose. E nemmeno regalano l’appalto a qualche fioraio di passaggio: pennellano quadri solenni. Dal giardino della Genesi alla città dell’Apocalisse è un continuo viaggio tra donne innocenti e seduttrici, ispirate e audaci, fidanzate e mogli, concubine, vedove, seduttrici, prostitute, bellissime, terribili, guerriere, ribelli, ispirate, profetesse, misteriose, introvabili. Invidiabili nella loro bellezza! Sono le donne di Dio: quasi altrettanto numerose degli uccelli tra le fronde degli alberi. Le incroci all’inizio e alla fine. Porgono la luce a Dio, lo guardano crescere, giocare e morire, poi lo risuscitano coi gesti semplici dell’amore, gli stessi gesti dall’inizio del mondo: nelle caverne della preistoria o nelle camere surriscaldate delle maternità poco cambia!


Ci son donne artificiali: sono bellissime e accattivanti, attraenti e misteriose, appassionate e tentatrici. Muse ispiratrici! Peccato siano prodigi della tecnica che quando i giornali di gossip smascherano appaiono nuvole tristi di un cielo solo all’apparenza azzurro. Cementata con eye-liner, kajal e khol, matita, mascara e ombretto (opaco, madreperlato, satinato), cipria, fald e polveri, fissatori, correttori e fondotinta… anche la mia nonna sarebbe potuta scendere in lingerie dalla scalinata di Trinità dei Monti. Ma non sarebbe stata così intrigante come pareva ai miei occhi di bambino.
Ci son donne “acqua e sapone”: le guardo e m’incantano. La loro dolcezza ti conquista, il loro sguardo t’avvolge, la loro delicatezza ti fa desiderare di proteggerle. La loro intelligenza femminile t’affascina e ti commuove. La loro attenzione, la loro premura semplice e sincera, la loro castità ti prende. Non le toccheresti neanche con un dito. Ti basta guardarle e lasciarle libere d’essere così come sono! Sono troppo belle: i loro occhi ti guardano, ma ti lasciano libero. La loro mano stringe la tua, ma non la trattiene. Il loro amore t’avvolge, ma non ti chiude.
Come una Madonna di Raffaello!
Sto scoprendo che Dio per umanizzare la terra si serve di don Marco: senza molto riuscirci. Per umanizzare don Marco vuol servirsi della donna.
Nella certezza che stavolta non fallirà!


LIBERO NEWS
Donne, non datela!

di Daniela Santanchè


«Non l’ho mai data via per far carriera» ha dichiarato Daniela Santanchè. «Mai ceduto a compromessi per avere vantaggi professionali», dice. E a quanto pare, stando alle cronache, questa è ormai una virtù da esibire, non la normalità dei rapporti di lavoro. E ci va giù pesante, la Santanchè, che nel corso dell’ultimo anno s’è vista soffiare il compagno Canio Mazzaro da Rita Rusic.
«Le donne che si prostituiscono per avanzare nel lavoro mi fanno pena - dice ancora - e vanno incontro a una carriera decisamente breve. Io - insiste - non l’ho mai data e ne faccio un motivo di vanto».
Non contenta, ha fatto anche outing: «Nella mia carriera, sono stata corteggiata più dalle donne e ne sono lusingata. Il motivo? Piaccio alle donne perché sono un uomo». Non si direbbe, a guardarla.


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