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mercoledì 6 febbraio 2008 - ore 00:00


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Quando Dio insegue una donna che corre"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 6 febbraio 2008, pag. 6

La testa a custodia di un pugno di cenere. I piedi come spazio di miseria su cui far scorrere l’acqua il giovedì santo. Tra la testa e i piedi… l’avventura di una Quaresima che oggi, esatta nei suoi ritorni, chiama l’uomo ad abitare il silenzio per uscire il giorno di Pasqua con parole nuove. E dentro la bisaccia, oltre che un pezzo di pane, ci mettiamo un segnale stradale come pro-memoria: sotto il calvario anche quest’anno troverai “direzione obbligatoria”.


Il deserto: novità e rischio, rotte tracciate e sentieri da ridisegnare, sabbia, sogni e stelle. Maestra inimitabile la Scrittura Sacra! Il deserto sta nel mezzo: da una parte l’Egitto – con la sicurezza della sua schiavitù e le pentole piene di cipolle – dall’altra la Terra Promessa – con il rischio della libertà e l’affidamento alla manna promessa per bocca di un anziano condottiero -. E l’uomo, duplicato eterno di quel popolo eletto, divorato da un affanno: la sicurezza della schiavitù o il rischio della libertà? A tuffarci nei papiri della Scrittura emerge l’imprevedibile: il popolo ebreo nasce nel deserto. Entra vestito da straccione e, complice un’atroce purificazione, esce annodato in un’umanità nuova.
Guardi Roma dall’alto: è una donna che corre e inciampa, litiga e si riappacifica, s’alza, combatte e progetta. Clacson, cimeli di storia, liturgie gregoriane. Si nutre d’orgoglio e disperazione.
E un Dio dietro che, cenere alla mano, le sussurra: “Ricordati che sei polvere. Convertiti e credi al Vangelo”!


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lunedì 4 febbraio 2008 - ore 07:51


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


IV^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Che rabbia! Altro che "lode a te o Cristo"

In quel tempo: vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

"Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli"
.

(Vangelo di Matteo, cap. 5 vv. 1-12a)

*Oggi si celebra in tutta Italia la XXX^ Giornata per la Vita! Prova ad ascoltare!

di don Marco Pozza

Una sera accendi la TV. Scoppia una bomba a Baghdad: 4 morti, tredici feriti, disordini tra la popolazione. Un disastro: ma ormai ci siamo abituati, tranquillo! La mamma minaccia che non uscirai di casa per tre settimane: tranquillo, sai già come va a finire: un mazzo di fiori e la mamma si commuoverà! A scuola la professoressa, in I^ superiore inizia a dire: “Ragazzi tra cinque anni c’è la maturità. Mi raccomando: non prendete sottogamba la scuola”. Tranquillo, è la prima frase che tutti i docenti hanno l’obbligo di ripetere. Papà va dal professore e tu sai già cosa gli dirà: “il ragazzo è intelligente: potrebbe fare di più”. Per cui non ti spaventi più di tanto. A ottobre sai già chi deve vincere il campionato, a chi va la coppa Uefa, chi vincerà il mondiale di Formula Uno, chi sarà a condurre il Grande Fratello.
Se dico che questo mondo è un po’ scontato, ti arrabbi?


Una gobba messa proprio davanti al mare di Tiberiade. Una gobba di terra che oggi si trasforma in una montagna: uomini, donne, bambini. Grappoli verso il cielo che sembrano api incapaci di sistemarsi, un torrente che si riversa sulla schiena di quel monte per chissà che cosa. Forse ci sarà un tumore da guarire, un miracolo da chiedere, una sete da dissetare. Tutti che cercano di vederlo, di toccarlo, d’incunearsi tra la folla per incrociare quello sguardo, quella bellezza, quella disumana attrazione. Sai che bello sarebbe scoprire che neppure loro magari sanno perché lo cercano. O forse lo cercano per chiederGli la cosa più bella, più buffa, più scontata che cuore d’uomo racchiuda: “Maestro, come si fa ad essere felici? Il sorriso: Maestro, dacci la ricetta magica”. Tutti lassù, tra la terra e il cielo, a scuola di vita da un maestro-falegname diventato appena pochi giorni fa predicatore – provocatore – agitatore.
“Tutti ti cercano” – Gli dissero un giorno i discepoli. E lui diede la risposta più scontata, la risposta qualsiasi uomo darebbe: “Andiamocene altrove!”. Occasione persa, diremmo noi. Occasione azzeccata, ribatterebbe Lui. Oggi invece no: stranamente si siede, guarda le labbra ammalate, le gambe ciondolanti, la lebbra fuoriuscire…ma non fa nulla. Meglio: apre la bocca ma non per dire: “alzati”, “siediti”, “corri”, “va’”, “torna”, “salta”, “zampetta”, “guarisci”. Assolutamente: apre bocca per insegnare l’arte d’essere felici!
Inizia dicendo: “Beati…!”. Ma, scusa: beati chi?
E parte una filastrocca inaspettata. Sconvolgente, d’altri tempi, fuori moda. O, per lo meno, assai discutibile! Beati i poveri in spirito, coloro che lacrimano, i miti, gli affamati di giustizia, i disidratati di onestà, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, gli insultati. Ma dico io: beati i poveri in spirito? Ma se apprendi sin da bambino che ad essere additati come beati sono i furbi, coloro che urlano, gli spacconi, i tunonsaichisonoio? Questo addita come beato colui che guarda il cielo, fissa l’azzurro, non tocca nulla! Beati quelli che piangono: ma da quando le lacrime sono potenti, affascinanti, avvenenti? Beati i puri di cuore? Gli operatori di pace, gli insultati? E poi il finale mozzafiato: “Beati voi quando v’insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. M’insultano, mi perseguitano, mentono, sparlano, mormorano, di dileggiano, m’ammazzano – per colpa sua, tra l’altro – e devo sentirmi beato! Sai, cosa? Una domanda mi sorge spontanea: “Ma, il Maestro di lassù, ha presente la vita di quaggiù?"


Rodolfo (nome in codice di un papà vero) ha quarantatre anni. Metalmeccanico precario, tre bambini, una moglie discretamente bella ma enormemente umana, la fatica negli occhi. Al ventitre del mese il convento di casa sua inizia a passare pane, latte, pochissima carne e qualche pugno di pasta. Uomo concreto: più terra che cielo, alla filosofia preferisce i proverbi, alle elucubrazioni mentali i pensieri dalle doppie sbagliate. Una domenica sera, a messa conclusa, entra in sacrestia, mi punta negli occhi e con un po’ di bava sulla bocca – tanto era il nervoso accumulato -, mi rinfaccia un attestato di stima per Cristo: “Prete: beati cosa? (e c’aggiunge un’espressione tipicamente veneta) Fate la fame come me e poi questi vangeli li cancellerete. Non mi sono alzato per rispetto, ma avrei urlato e me ne sarei uscito prima. Smettetela (e ripete quell’espressione tipicamente veneta)!” Lo guardo un po’ intimorito (quasi due metri per 100 kg), certamente spiazzato e come sottofondo gracchiante avvertivo la risposta che tutti gli altri avevano dato a Vangelo chiuso: “Lode a te, o Cristo”. Beati i poveri: “Lode a te, o Cristo”. Beati i disperati: “Lode a te, o Cristo”. Beati i perseguitati, gli insultati, i derelitti. “Lode a te, o Cristo”. Beati i misericordiosi, i timidi, gli uomini col cuore puro. “Lode a te, o Cristo”. Anche loro il latte a casa: ma usato per fare il sorbetto. Anche loro la pasta: ma per il pasticcio con il radicchio. Anche loro la carne: ma quella della costata fiorentina. Anche loro il pane: con le olive, il pecorino, croccante e a filoni. “Lode a te, o Cristo”. Non vi voglio scandalizzare, ma l’ho abbracciato e gli ho detto: “tu si che l’hai capito questo Vangelo”. Si: molto meglio uno che passa di sorpresa in sorpresa, di protesta in protesta, che davanti al Vangelo urla: “non è possibile”, “questo è pazzo”, “non si può vivere così”, “cosa sta dicendo” piuttosto che sentir dire a caso: “Lode a te, o Cristo”. Un Vangelo che spacca, disintegra e provoca. Che t’innalza, t’abbassa, ti strapazza. Che taglia, provoca, lacera. Che ti fa sentire gigante, nano, incapace di camminare. Che ti fa innamorare, imbestialire, stupire e roderti. Che ti propone tutto, il contrario di tutto, la somma di tutto e del suo contrario. Che ti sbatte contro Cristo. Contro la sua bellezza. Contro la sua esigenza. Ecco perché Rodolfo è stato il mio predicatore quella domenica: perché s’è reso conto che queste cose sono di un altro mondo. Che il mondo di Cristo è un mondo alla rovescia. Che il Vangelo è opposto al Giornale, fa impazzire i nostri occhi, disintegra le nostre visuali. Che è ridicolo, di fronte alla sublimità di un messaggio eterno, fare i filosofi, trovarci il cavillo, anestetizzare il Vangelo, smussarne gli angoli, farlo diventare un lassativo: “Beati i puri di cuore”. E il parroco, guardando la cesta delle offerte da riempire, lo scoloriva ben bene: “Si,ok. Ma ai tempi di Gesù il cuore era…, la purezza significava…, dire beato equivaleva a …, per cui Cristo voleva dire…, tenendo conto che…”. No, gente! Meglio uno che scappa di uno che non sente il pericolo, meglio passare per ignoranti che per scontati, meglio la ribellione alla pigrizia.
Meglio un dito contro che un cliccare Play e sentirsi dire: “Lode a te, o Cristo”.


Ci son giorni in cui mi fa piangere: per rabbia, per emozione, per incanto. Ci son notti in cui lo guardo: per baciarlo, per accarezzarlo, per dirgli vai via! Per stringermelo tra le braccia, per addormentarmi con il suo volto sulle labbra. Ci son sere in cui mi tormenta, non mi lascia in pace, mi provoca, m’indispettisce, rischia di farmi scappare. Ci son settimane in cui lo invoco, lo ringrazio, vorrei dimenticarlo. Con Cristo ho un normale rapporto Padre – Figlio!
Ma non saprei più fare a meno di Lui. Perché in un mondo di persone scontate, di idee riciclate, di pensieri svuotati è rimasto la mia Eccezione.
Tradotto in lingua corrente: un figo!

"O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco!" (Sal 62,2)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana



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domenica 3 febbraio 2008 - ore 09:03


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
"Pensare che un po’ mi vergognavo..."

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 3 febbraio 2008, pag. 15

Notavo che lei prendeva sempre il bucato, lo metteva in un catino e poi, scortata dalle amiche di contrada, s’approssimava alla fontana che lungo l’Astico dispensava spruzzi d’acqua. Sul bucato poneva della cenere, come nella pasta soleva metter il lievito. La cenere: quella strana polvere che il nonno carpiva dalla stufa per sparpagliarla sulla terra appena arata. Cenere sul bucato! Poi scaldava dell’acqua sul fuoco e la versava sopra.
E io vedevo il bucato sporcarsi.
Da bambino non capivo come mai i miei vestiti si lavavano così, mentre tutte le altre mamme comperavano il Dash. Non capivo: forse un po’ mi vergognavo. Però… che splendore quei pantaloni che indossavo sotto il grembiulino della scuola! Quel segreto mi rapiva. Così un giorno mi sedetti sulle gambe ossute del mio nonno – maestro credibile di saggezza eterne - e mi feci spiegare il meccanismo di quel fare bucato di cui la nonna era orgogliosa paladina. E così, subendo aneddoti intercalati da gocce di grappa, riuscii a scoprire cos’era il rito della lissia, che lassù nelle mie contrade ancor oggi si perpetua come una liturgia per le mani di qualche vereconda massaia.



Cenere! Quella che da bambino il vecchio prete mi metteva sul capo e che io non volevo perché rovinava il gel. Ricordo l’eco di una frase che diceva: “Convertiti e credi al vangelo”. E io, con l’occhio vispo e l’orecchio teso, sentivo che a qualcun altro diceva: “Ricordati, uomo, che sei polvere. E polvere ritornerai”. E a me, sinceramente, quelle parole facevano un po’ paura. Mi ricordava la polvere che la nonna strappava alla bellezza del legno antico, che papà soffiava via dagli ingranaggi dei motori. La polvere di Babele, la polvere scossa dai calzari, la polvere della casa creata sulla sabbia. E poi io soffro per una forte allergia alla polvere…
Acqua! Quella che il parroco versava sui piedi di noi bambini il giovedì santo per rivivere il gesto firmato da Gesù in quella cena famosa.
Cenere e acqua per fare bucato. Cenere e acqua per il viaggio della Quaresima. Lo capii più tardi, a sacerdozio compiuto: ma la scoperta fu commovente! La mia nonna, saggia nella sua ignoranza, usava il vangelo per ripulire gli indumenti. Lo stesso miscuglio con il quale lavare la mia anima: cenere in testa mercoledì prossimo, acqua sui piedi fra quaranta giorni! E’ il viaggio della Quaresima che la liturgia ogni anno pubblicizza e finanzia per tentare la scalata alla santità!
Diventare santi? Perché no? Dicono che nel calendario ne manchi sempre uno. Forse sono io? Forse sei tu? Non importa: proviamoci assieme!
Con un goccio d’acqua e un pugno di cenere.


LA GENERAZIONE DEI PATRIARCHI
"Perchè una mamma è sempre una mamma..."



"L’eterno riposo, donale o Signore, e splenda a lei la luce perpetua. Riposi in pace. Amen"
Una preghiera per tutte le mamme che se ne vanno: dietro ogni grande uomo ci sta sempre una grande donna...
Signore, ricompensale con le tue benedizioni!


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sabato 2 febbraio 2008 - ore 06:30


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
"Papà, cambia biglietto aereo: al posto della Thailandia va ad Auschwitz"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 2 febbraio 2008, pag. 6

“Me l’ha regalato papà per la bella pagella” – risponde orgoglioso e composto il ragazzo seduto in treno per Vicenza. Lui colpito dal mio interesse, io colpito per la sua concentrazione. Immaginavo fosse un regalo per commemorare la Giornata della Memoria di qualche giorno fa. Invece mi fece ricredere: “Questo è stato un grande”. Il titolo era: Adolf Hitler, Mein Kampf (La mia battaglia). Peccato che Erasmo da Rotterdam c’avesse già messo il copyright, altrimenti lo si sarebbe potuto intitolare L’elogio della follia. Che, a confronto, rimase una satira bonaria sulla demenza del mondo. Appuntava pure dei passaggi: alunno modello, lettore appassionato, fans convinto. Speriamo solo non li abbia schematizzati per poi illustrarli nelle giornate di autogestione!


Non ho osato chiedere un parere sull’Olocausto: quali emozioni risvegliasse la memoria di quello sterminio, l’obbrobrio di quei giorni. Non volevo rischiare di ideare la continuazione versione 2008 di quel libro tanto accattivante quanto letale. O forse solo per non disturbare la sua attenta vivisezione. Non sapevo cosa fare: biasimare, compatire o ignorare? Ho preferito dedicare dei minuti per ripensare a quel popolo - ebreo per sangue, fede e cultura – così tanto martoriato lungo i secoli. Bollato come deicida, dall’anno 70 vive disperso per il mondo scambiandosi ogni anno il sogno di rivedersi a Gerusalemme. Contro di lui spesero parole pesanti pure eminenti Padri della Chiesa: per Sant’Efrem erano “cani circoncisi”, San Girolamo li definiva “serpenti ebraici”, per San Gregorio erano “gli uccisori del Signore, gli assassini dei profeti”. Un papa, profondo conoscitore dell’uomo per non riconoscerne il potenziale di demenza racchiuso, umilmente si scusò se una certa interpretazione della Bibbia può aver contribuito ad accendere pericolose scintille in forni crematori già surriscaldati a puntino. Guardavo quella svastica in copertina e ci vedevo in filigrana una storia di uomini, di idee, di lotte e di sconfitte, di sfide intellettuali ed esistenziali. Una storia tutta vera! Pensai: la prima edizione uscì nel 1925 e fino al 1933 vendette 230.000 copie. Deduco che i tedeschi conoscessero le intenzioni del loro Adolf ben prima delle azioni.
Eppure gli diedero appoggio! E oggi qualche papà fa doni funesti a figli dalle pagelle irreprensibili!
Genio e squilibrio: che miscuglio…


Raciti 2007 - 2008
Cambiato nulla: un sacrificio inutile





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mercoledì 30 gennaio 2008 - ore 00:00


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Quando sostituiremo quella scritta?"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 30 gennaio 2008, pag. 6

Venne tratteggiato come gesto profetico quel biglietto lasciato da Giovanni Paolo II nel Muro del Pianto in occasione del Giubileo 2000. Un gesto di scusa, di consapevolezza, di purificazione della memoria. Una mano tesa su un popolo che, al pari di pochi altri, raccoglie il peso della storia. Scrisse Emile Zola: “Quando la verità viene rinchiusa sotto terra, vi si ammassa, acquista una forza d’esplosione tale che, quando scoppia, tutto salta in aria”. Domenica s’è celebrata la Giornata della Memoria, data simbolo per ricordare la liberazione di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio 1945. Ogni anno si ripete: segno che la lezione non è ancora stata appresa. Infatti, cos’è cambiato?




Ieri erano gli ebrei, prima ancora gli armeni, oggi sono gli zingari, il popolo rom: vicissitudini meno mass-mediatiche ma luttuose fotocopie del destino di chi, colpevole d’essere minoranza, convive con l’incubo dello sterminio. Un torrente di ebrei sono stati sterminati, ma un monito pesante son riusciti a gettarcelo addosso, quasi un’eredità da sciogliere con urgenza. Loro – emblema tragico del popolo inquieto che vaga errante sulla terra – c’hanno svelato che oggi l’inquietudine è diventata Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Con una necessità scesa direttamente da lei: la responsabilità!
Ad Auschwitz oggi campeggia un’ironica scritta: “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”). Un Uomo, di sangue ebreo tra l’altro, un giorno ebbe a dire: “La Verità vi renderà liberi”.
Quando sostituiremo quella scritta?


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martedì 29 gennaio 2008 - ore 14:02


Piccoli alunni crescono...
(categoria: " Riflessioni ")


TESTIMONIANZA
“Le cose più comuni diventano straordinarie se appena si sappia nasconderle”

Questa è la testimonianza che domenica scorsa è risuonata in una chiesa del padovano. Un ragazzo ha tradotto il Vangelo facendolo passare attraverso le righe e i vocaboli della sua giovane vita. Giovane: per Dio non è sinonimo di inesperienza. Tutt’altro!
Complimenti, Enrico!

di Enrico Calvanese

“Vola solo chi osa farlo”. È con questa fantastica frase di Luis Sepulveda che ho intitolato la mia scelta di entrare in seminario. Una scelta che ha scombussolato la mia vita, mi ha cambiato i ritmi, mi ha preso e riportato nell’irrealtà reale della vita con Dio. Un sogno che si avvera dopo mesi e mesi di riflessioni e pensieri, intervallati soltanto dalla pausa preghiera. La chiamata io la definisco strana. Strana: non comune, straordinaria! Strano deriva dal latino mirus che in lingua corrente si traduce con strano E, bada, E con straordinario. Guarda caso…


“Com’è straordinaria la vita”.
È con questa fantastica frase di Dolcenera che ho intitolato la mia vita di seminario. Ogni giorno un’esperienza nuova. Ogni giorno trovo tra le sue strade monete e perle con cui un giorno costruirò il mio tesoro. Un tesoro enorme e incalcolabile, fatto di fatiche, gioie, sorrisi, amicizie, parole, riflessioni, lacrime, pensieri, giochi, preghiere. Preghiere! La vita cambia con la preghiera! La preghiera sposta le montagne! Basta saper pregare. Pregare non vuol dire recitare le 3 ave Maria della sera e i 3 padre nostri per tenersi buono “il capo”. Pregare vuol dire saper applicare gli impegni della vita. Le Ave Maria sono solo la parte teorica, la chiacchierata con Dio. Poi, con il segno della croce che, guarda caso, inizia la preghiera, si passa dallo studio della vita alla vita vissuta. La vita è straordinaria solo se la si sa vivere, e per farlo ci vuole lo studio, sennò finisce che a fine anno ti ritrovi la bocciatura fuori di casa. E questa volta non si viene rimandati…
“Buon viaggio della vita”
È con questa fantastica frase di Claudio Baglioni che mi aspetto il mio futuro in seminario. E con la stessa frase vi auguro il vostro. Perché se osiamo a vivere, se intuiamo la sua strana straordinarietà, non ci resta che prendere il treno e partire. E un treno in corsa non lo ferma nessuno.

Io non me ne vado dicendovi che il seminario è fantastico e lo dovete provare. Io non vi auguro di entrare in seminario. Ma non perché è brutto! Bensì perché la chiamata è una cosa personale. Ognuno ha la sua e ognuno deve sentirsela. Io non vengo a raccontarvi la mia storia. Oscar Wilde diceva: “Le cose più comuni diventano straordinarie se appena si sappia nasconderle”. In altre parole anche la cosa più piccola se la tengo per me diventa enorme. Figurarsi una vocazione che enorme lo è già, cosa può diventare. La mia testimonianza sta nel fatto che io oggi sono venuto qua a parlarvi di Dio per farvi capire che il Cristianesimo di oggi non è più il Cristianesimo dell’abitudine ma il Cristianesimo dell’innamoramento! Il Cristianesimo di un Dio che è un tale figo che io ho lasciato tutto, ho preso la mia croce e l’ho seguito! Nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi discepoli vi farò pescatori di uomini. Io da bambino avevo un sogno: diventare medico. Dio mi ha detto “Sì, tu resti medico ma facciamo meglio: tu sarai medico di anime”. E con un Dio così grande c’è ancora chi dice che oggi Dio è morto... E’ risorto se noi oggi, e domani e dopodomani e il giorno dopo ancora sappiamo passare al meglio e applicare la parte pratica. Dio è risorto se noi oggi usciamo dalla chiesa e ci accorgiamo di essere Cristiani, e lo dimostriamo.
Perchè se finiamo la “chiacchierata” indifferenti, che senso ha ascoltare e non cambiare?


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lunedì 28 gennaio 2008 - ore 08:26


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Oggi interroghiamo Di Nazareth Gesù. Impreparato!"

(Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: "Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata".
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»)
Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.
E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.
Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

(Vangelo di Matteo, cap. 4 vv. 12-23)

di don Marco Pozza

Sarebbe come se… la triade Berlusconi-Veltroni-Cumano iniziasse la loro campagna elettorale in una striminzita isoletta d’origine vulcanica, abitata da tre pescatori novantenni, raggiungibile a nuoto, priva di elettricità. Si può fare di meglio! Sarebbe come se… la coppia Bertone-Ruini facesse scendere appositamente dalle montagne Marco Pozza per metterlo responsabile del vestiario dei cardinali in Vaticano. Si può fare meglio! Sarebbe come se… alla Sapienza di Roma scegliessero il nonno di Teobaldo, che non è mai andato a scuola, per un corso sul rapporto tra l’archetipo prototipo e l’antropomorfismo universale. Si può fare di meglio! Sarebbe come se… Laura Pausini ed Eros Ramazzotti iniziassero la loro tournee mondiale fissando la prima data nello sgabuzzino di un monolocale sotto il Monte Rosa…
Ma cosa c’entra?


Cosa c’entra? Ma dimmi tu se un Uomo, che si professa Cristo, può permettersi un’impreparazione così la prima volta che si presenta al mondo! Direbbe la mia maestra dopo un’interrogazione ai limiti dell’analfabetismo: “le faccio l’ultima domanda: ma ha studiato ieri?”. Scusa: apri il Vangelo e dammi torto! Inizia nel momento meno opportuno: il Battista, per colpa sua, c’ha rimesso collo, testa e pensieri. Tutti chiusi in casa dalla paura, Lui esce e ri-prende il discorso. Ma allora te le vai proprio a cercare? Inizia nel posto sbagliato: a Zabulon e Neftali. Fissa il quartier generale a Cafarnao. Cioè, dico io: uno normale parte da Gerusalemme, dal centro, dall’ufficialità! No: in un posto di frontiera, in una zona di periferia, in un quartiere sospetto. Inizia con le persone sbagliate:drammatico. Scegli quattro analfabeti. In mezzo al mare, tra l’altro! Ma benedetto questo Maestro: i cuori li saprà anche leggere, ma bisogna saper parlare a questo mondo. Anni dopo vedrai Pietro, per le vie di Roma, se ne va con un interprete… “Lei è un incompetente: se ne vada”, direbbe la maestra al Maestro per eccellenza. Convinta dell’onestà professionale del suo giudizio.

"Lei, signora maestra, non mi capisce.
Ma se n’accorgerà...!"

Eppure il discorso sembrava avere una logica: dodici erano le tribù nate dalle viscere di Giacobbe e dodici dovevano essere i discepoli chiamati dal Maestro per il suo equipaggio a bordo della nave. Doveva essere una ciurma mista con specializzazioni diverse: pescatori, cambiavalute, scribi, mercanti e semplici donne accalappiati dalla voce decisa del Nazareno.
Le rive bagnate del mare d’Israele, il grande lago di Genezareth – che tocca Tiberiade e accarezza i confini della terra di Cafarnao regalando pesce da trasformare in “vitto e alloggio”- furono spettatrici attive di una vicenda che, senza saperlo immediatamente, ha cambiato il mondo. Reti da riassettare, ceste da ri-ordinare, pesci da barattare. Uomini in cerca di nuove scie, pronti a fiutare l’aria per scansare le burrasche, abili nel battere remi, spostare le onde giocando d’anticipo, veleggiare in mare aperto… vennero travolti da un’onda giunta inaspettata: sconosciuta, che prometteva altra merce, altre sponde.
Altri mercati!


“Seguimi, ti farò pescatore”. Io me li immagino questi uomini di Galilea, mezzi bruciati dal sole, mani scavate dalla vecchiaia delle reti, occhi custodi di mille albe e altrettanti tramonti. Me li immagino di fronte a questo gigante uscito dal Mare dell’Eternità. Me l’immagino che gli rinfacciano l’esperienza della loro vita: “sarai pure un gran Maestro, ma questo mestiere è arte che si tramanda di generazione in generazione a casa nostra. Non ti preoccupare, s(S)ignore. Lascia fare a noi: la pesca frutterà”. Effettivamente, ci sappiamo fare!
E quest’uomo, impassibile e deciso, guascone e improvvisatore, fantasioso e geniale che si tuffa dentro quegli occhi vertiginosi e dice loro: “Sto parlando di un’altra pesca. Voglio pescare uomini. Ma con le vostre reti!”. Pescare uomini! Pescare: cioè arte che conoscevano sin troppo bene. Uomini: già più difficile, perché il pesce sapevano come aggirarlo, l’uomo un po’ meno. Fatto sta che di pesca parlava quell’Uomo: cioè rispettava la loro storia, il loro mestiere, la loro passione. Cambiava il prodotto! Altro mestiere, insomma, in altri mari, con altri venti da fronteggiare. Venti contrari di chi usa Dio per i propri interessi, di chi non sa sfruttare la bonaccia della misericordia, l’alba della risurrezione. Seguilo tu un Maestro così: significa rischiare, lasciare casa, moglie, figli, affetti e sospiri, abbandonare lavori conosciuti per firmare cantieri s-conosciuti. “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Scusa, sarà pur stato lecito chieder spiegazioni, ottenere delucidazioni, invocare chiarezza. E poi guarda gente sul lago: qui in alto mare doveva venire? Ovvio che son pronti, ma una spiegazione chiedono: la chiedono perché uomini si nascondono sotto le reti, dietro gli ami, dentro la barca. “Signore, cos’avremo in cambio?”. Non l’avessero mai detto! Quest’Uomo, geniale nell’agganciare le richieste ai sogni nascosti del cuore, propone loro fatturati giganteschi: lasceranno ogni cosa per seguire il sogno di chi trasforma il dolore in gioia. Ascolteranno il grido di chi dona la vista ai ciechi, vedranno gli occhi di prigionieri liberati, sentiranno la speranza dei disperati. Da quel mare se ne torneranno stra-volti: sgrideranno il vento, cammineranno sulle acque, cacceranno i demoni, sutureranno piaghe, asciugheranno lacrime. Centuplo quaggiù e vita eterna lassù. E se qualcuno fosse stato ancora titubante poteva sempre giocare l’asso nella manica dicendo: “se tutto questo non vi basta, solo essere miei amici vale più di tutto il resto!” Lascio alla vostra immaginazione lo stupore nei loro volti.

"Veramente: un Genio incompreso"

Matteo, fotografo ufficiale di quell’incontro, ti da un piccolo aiutino: “Subito, lasciate le reti, lo seguirono”. Vecchie reti, pochi pesci, tanta follia. Certo che la proposta era affascinante se pure uno zelota, Giuda Iscariota, s’agganciò a quella ciurma di marinai improvvisati…


E tutti gli altri? Si, vabbè: hanno registrato Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni. Ma, gli altri? Non penserai mica che il seguire Cristo sia solo questione di chiese da aprire, celibati da firmare, tabernacoli da ornare, candele da ri-caricare, fotocopie da fare. Nessuno è esente: rimani dove ti trovi, ma cambia prospettiva. Dove ti trovi: in barca, nell’ufficio, all’angolo cottura, davanti alla lavatrice, in fabbrica, al computer, al volante, in Parlamento, al beauty-center, al centro fitness-dimagrimento. Rimani li! Ma cambia prospettiva: tuffati dentro di te, saluta Cristo che passa, studia quel sorriso, innamorati della fatica, raccogli il sudore, traduci le bestemmie in poesie, gira la direzione, imbroglia l’abitudine. Cogli un fiore, annuncia la bellezza, pittura il mondo!


“Davanti ad una lavatrice, benedetto pretino” – mi rinfaccerai -…
Signora: hanno cominciato tre analfabeti in alto mare! Capisce che consolazione?!

"Voi farete cose più grandi di me. Voi sarete Me"
GOD BLESS YOU!
Buona settimana



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domenica 27 gennaio 2008 - ore 07:35


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
"Oscar Pistorius, Marion Jones, Peter Brugemann"

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 26 gennaio 2008, pag. 15

Tra allenamenti, sacrifici, cadute e ripartenze, sogni, pane e poesia… può anche darsi che Oscar Pistorius non abbia letto una delle massime di Mikhail Bakunin: “E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile non hanno mai avanzato di un solo passo”. Era la favola da portare alle Olimpiadi di Pechino: la vittoria della volontà su una storia frastagliata d’avversità. Storia che, per qualche giorno, aveva oscurato le nubi minacciose di boicottaggio che pesano sulla prossima competizione a cinque cerchi. C’era tutto: sofferenza e determinazione, poesia e sudore, tenacia, caparbietà, forza di volontà. Ma soprattutto c’era lui, l’atleta sudafricano che rincorreva un sogno: competere accanto ai mostri sacri dell’atletica mondiale. Quando nasci bambino non puoi giurare che un giorno ti cingeranno il capo d’alloro, ma puoi provare d’averlo almeno sognato. Iniziano così le grandi storie: d’amore, di sport, di vita. Quasi per caso, all’inizio.


Ma c’è sempre un Gert Peter Brugemann (direttore dell’Istituto di Biomeccanica di Colonia) di mezzo. Ovvero: la razionalità che uccide la poesia, il calcolo che sterilizza la passione, l’ignoranza che decide il destino dell’uomo. Proiezioni, calcoli e approssimazioni. Grafici, disegni e interpretazioni. Esce la sentenza: le protesi lo avvantaggiano! Quasi a dire: fortunato lui ad essere così: corre più veloce! Alex Zanardi, pure lui emblema di uno spirito che sa ri-partire, disse: “Se una tua decisione può cambiare la vita di un’altra persona, allora devi essere all’altezza”. Ovvero: devi essere uomo onesto! La pelle che si stacca, il sangue che cola nella muscolatura, l’eleganza che viene meno, la fatica di far pace con una nuova fisionomia: la sentenza ha ascoltato la storia? Ma forse questo è il prezzo da pagare oggi: l’uomo vero non può brillare! Brugemann dirà che lo sport dev’essere uguale per tutti, che l’uguaglianza non guarda in faccia la storia, che la razionalità litiga con la compassione. Ha tutte le ragioni: fino a quando scopriremo che sui cinque cerchi “versione 2008” s’adagerà – puntuale come sempre – l’ombra di una siringa di steroidi.
Signor Brugemann, cosa falsifica un risultato: due protesi necessarie per vivere da protagonista l’avventura della vita o una sostanza che compromette in partenza la dignità di una sfida? Gliela traduco sportivamente: tra Marion Jones e Oscar Pistorius sarebbe proprio convinto di scegliere la prima?
Alla sua scientifica intelligenza l’attesa risposta.


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sabato 26 gennaio 2008 - ore 06:26


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"Scusa, ma ti chiamo... uomo"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 26 gennaio 2008, pag. 6
da Il Giornale di Vicenza, martedì 29 gennaio 2008


E’ nelle sale “Scusa ma ti chiamo amore”, l’ultimo film tratto dal romanzo di Federico Moccia, lo scrittore che lanciò l’idea di vivere “tre metri sopra il cielo”. E’ dell’altro giorno la notizia che i leader di Hamas, il partito estremista palestinese, vivono sotto terra. A Roma, da tre giorni, un manipolo di aspiranti show-man vive schedato nella baraccopoli del Grande Fratello.
Sopra il cielo. Sotto terra. Fuori dalla terra!
Mi potete dire se c’è ancora qualcuno sulla terra, per favore?



Domenica scorsa l’arrugginita campana del Covolo di Lusiana ha suonato per tre volte una nenia malinconica. E’ la campana del transito, segno che qualcuno ha terminato la sua vita. Sull’uscio delle porte di quell’antica contrada il bisbiglio delle donne lasciava poco spazio alla fantasia: lassù tutti si conoscono e tutti si senton parte di un’unica famiglia. All’udir quel suono grave, anche gli uomini stentavano nel trovar parole. Un clima di mestizia avvolgeva la familiarità di quel borgo di montagna. La notte avea raccolto e portato nel suo grembo il loro prete, don Antonio Pasin. Un vecchio curato di montagna che il Manzoni avrebbe certamente riverito e non avrebbe esitato a incastonare in qualche bozzetto dei suoi Promessi Sposi. Settant’otto primavere ben sistemate sulle spalle, classe 1929, occhi stanchi ma che a guardarli t’impietrivano, quattro ossa che, per un miracolo della Natura, riuscivano a rimanere composte, capelli ben nascosti sotto il suo berretto di grossa lana, mente appuntita e affilata durante le lunghe veglie notturne, un viso scavato da mille rughe e…un cuore immenso come il suo mondo selvaggio. Vita anonima: 27 anni di sacerdozio spesi in due contrade di montagna: un pugno di case, dialoghi, sorrisi e tenerezze. Un bicchiere di vino rosso come firma di un’amicizia. E nel sorriso più credibilità di tutti i trattati di teologia impolverati nelle biblioteche.
Lo diceva don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana: “La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui s’è vissuti, ma da ben altre cose”.
Mi piacerebbe sistemare sulla nuda terra che custodisce le sue spoglie mortali una piccola pietra con scolpito: “Antonio, sacerdote 1929 – 2007. Cantore della vita”. E accanto alla lapide un ulivo.
Perché, seppur vacillante nei movimenti, s’intestardiva a piantare ulivi con la speranza di vederli un mattino fiorire.
Scusami, ma lo chiamo uomo!


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venerdì 25 gennaio 2008 - ore 10:53


Polvere, bidelli, calzari
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Avviso per i bidelli della Sapienza: c’è della polvere da togliere"

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 26 gennaio 2008, pag. 2

Così da vittime divennero carnefici. Chi per urlare la rabbia s’arroccava sull’atteggiamento inquisitorio della Chiesa, oggi firma la censura alla presenza di un Papa. Il clamore della notizia nasconde il fetore dell’immondizia di Napoli per qualche giorno: il Santo Padre non è persona gradita presso l’Università “La Sapienza” di Roma. A leggerla come la battono le agenzie parrebbe che l’intera università voglia sbattere le porte in faccia a Benedetto XVI. Indagando si scopre che la lettera porta la firma di 67 docenti: tanti! Su 4500: pochissimi! 300 studenti: un fiume. Su 150.000: uno spizzico di goccia. Una lettera alla quale il Rettore replica con un accorato invito - rivolto ai docenti firmatari - di leggere i testi del Papa prima di attribuirne paternità indebite e accomodanti.
Tutti indaffarati nei preparativi: la “via frocis” da celebrare, la cappella universitaria da s-battezzare, la statua di Minerva da travestire. Le uova da ri-caricare. Ma nemmeno il Papa sta a guardare. Umilissimo nella sua altezza, il giorno dell’Epifania nella Cappella Sistina fornisce con eleganza la sua dotta risposta: tutti (sacerdote compreso) con gli occhi puntati verso Cristo. Macchè “passo indietro”! Molto di più: incoraggiamento urgente a recuperare il senso primordiale del Mistero. Dell’arcano e del segreto. Di Dio!


Per credere che ci sia un’intelligenza critica ad abitare quest’anticlericalismo così accentuato, occorrerebbe esigerne perlomeno la dimostrazione. Molte volte è sciatteria cultural - popolare che fa leva sulla genuina bontà della gente semplice. Ma siccome il Vangelo è “Buona Novella” e non “Novella 2000” riesce a giocarti scherzetti imprevedibili. Dimostrazione lampante qualche mese fa! Lo smagliante editorialista di Vanity Fair, Christopher Hitchens – tutt’intento a propagandare una salvezza attaccata al fitness da inseguire, ai grassi da bruciare e ai carboidrati da pesare – perse l’occasione bella per tacere e non insozzare l’aria rimettendocene la preparazione. Era appena uscito un libro testimonianza sulla fede “faticosa” di Teresa di Calcutta. Un libro che rivela il prezzo che i santi pagano per attraversare la “notte oscura” della lotta con Dio. Concetti soprannaturali, eleganti nella loro finezza, debitori di calate vertiginose nell’anima. Ebbene: Hitchens, addossato al ciglio di questa sublimità, ebbe a scrivere: “E’ la riprova che la religione è un’invenzione umana”. Come se al cristiano non fosse chiesta la fatica della ricerca, la sorpresa del dubbio, l’incontro con un Dio lontano nella sua vicinanza!
Emmanuel Schmith, un romanziere francese, ebbe a scrivere: “Dubitare e credere sono la stessa cosa. Solo l’indifferenza è atea”. L’indifferenza nervosa come ai tempi di Gesù: quello che rompe va spostato!
Il prossimo carnevale nell’ateneo romano (ribattezzato a colori da Roberto Calderoli: “L’Ignoranza”), si festeggerà la scoperta (per caso ve ne sono anche altre?) di quel manipolo di scienziati oscurantisti: hanno fatto i conti pseudo - scientificamente con la dignità di un Papa che non ha accettato di sporcare la Bellezza della perla che ha trovato nel suo campo. Nello spirito del Vangelo: “Se qualcuno non vi accoglierà, uscite da quella casa e scuotete la polvere dai vostri piedi” (Mt 10,14).
Alla Sapienza di Roma l’ateismo esistenziale ha conseguito il dottorato.
La discussione avverrà prossimamente: appena la speranza di un vecchio Papa cesserà di impaurire le scienze empiriche!



COMUNIONE E LIBERAZIONE
"Sapienza: altra vergogna per l’Italia"

La gravità dei fatti di questi giorni che limitano la libertà nel nostro Paese, ci spinge a unirci allo sdegno per la mancata visita del Papa all’Università La Sapienza a Roma.A questo proposito pubblichiamo e facciamo nostro il volantino di giudizio espresso da Comunione e Liberazione. Invitiamo tutti i nostri associati a diffonderlo. Nel frattempo vi proponiamo il resoconto di un’interessante iniziativa proposta da alcuni studenti universitari padovani. (Compagnia delle Opere)

I Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba,Nicaragua, Turchia, etc.). L’unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un’università fondata, tra l’altro, proprio da un pontefice. Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:

1) l’incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autorevoli nell’impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;

2) la fatiscenza culturale dell’università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una “discarica” ideologica.

Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore – in forza della sua fede – della ragione e della libertà.

15 gennaio 2008


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