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giovedì 24 gennaio 2008 - ore 21:53


La storia biblica di Sansone e i filistei
(categoria: " Vita Quotidiana ")


GLI OCCHI DEL POETA
"Lentamente muore..."

"Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo
ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai
sentimenti.


Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un
sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice
fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicità"


(Pablo Neruda)


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mercoledì 23 gennaio 2008 - ore 07:44


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Prescrizione medica per chi soffre di vita"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 16 gennaio 2008, pag. 6

Ad annusare l’aria che s’annida in questi giorni tra er Cupolone e il Colosseo è tutto meno che il bel tempo quello che si staglia all’orizzonte! Un governo che sta cadendo (ma Prodi tranquillizza dicendo che se lo sentiva, come se ciò facesse da attenuante), una Chiesa “imbavagliata” (almeno la si vorrebbe tale), del nervosismo carpibile negli sguardi della gente. O elegantemente nascosto sotto un’apparente compostezza! Contemplo questo mio mondo triste ed echeggiano le parole di Blaise Pascal riguardo la morte: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, hanno deciso, per rendersi felici, di non pensarci”. Incapaci di vivere la storia, han deciso di non pensarci!


Con un antidoto: il Grande Fratello, prototipo del palliativo post-moderno prescritto come ricetta alla fatica del vivere. Il mondo chiede mani pronte a sporcarsi, menti disposte a tessere trame di speranza, cuori aperti alla trascendenza…l’uomo si nasconde ubriacandosi di mediocrità. Incredibile i non sense di cui è capace: paladino di una privacy portata agli estremi, accetta con un gesto masochistico d’essere “braccato” da una tempesta di microchip, telecamere, occhi indiscreti. Che nostalgia degli occhi di Dio: almeno quelli non molestano la libertà umana!
Alessia Marcuzzi, che ruba le frasi alla Nutella per scrollare le famiglie stile “Mulino Bianco”, esordisce: "Buonasera, ma come si fa a stare un anno senza Grande Fratello?"
Semplice: basterebbe appassionarsi alla storia.
Non tradirla occultandosi in una bidonville tecnologica!


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martedì 22 gennaio 2008 - ore 13:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")


LA SEMPLICITA’ DI UN MAESTRO
"Studiare x semplificare = passione accesa"

Nella strada incontri il volto dell’uomo. Incroci il musicista e il barbone, il cantautore e lo spazzino, il sognatore, il viandante e la lavandaia. Incontri gente semplice, ac-culturata, esistenzialmente valida. Incontri dei geni, cioè persone che sanno parlarti del Mistero con parole di bambino, gesti di tenerezza, pensieri vibranti.
Mi permetto oggi, ed è la prima volta (penso anche l’ultima), di condividere con i miei piccoli lettori una citazione fatta da Michael Paul Gallagher SJ, decano della Facoltà di Teologia all’Università Gregoriana di Roma.
Auguro a tutti di condividere dei passi nella strada della vita con persone umane fino a disarmare e colte fino a semplificare.
Che ti fanno innamorare della ricerca di Dio nei passi dell’uomo.


"Le credenze religiose non somigliano analogicamente a delle teorie scientifiche e non dovrebbero essere accetatte o rifiutate secondo gli stessi criteri evidenziali. Il cristianesimo non è una teoria su ciò che è successo (...), è invece una descrizione di ciò che capita realmente nella vita umana. Qui tu hai un racconto, però non assumere l’atteggiamento che hai di fronte ad altre narrative storiche. Per questa devi creare una zona assai diversa nella tua vita. E’ l’amore che crede nella Risurrezione.
Una credenza religiosa deve somigliare ad un impegno appassionato. Costituisce in realtà un modo di vivere. Quindi l’insegnamento di una fede religiosa dovrebbe presentarsi come una forma di testimonianza.
E’ come se qualcuno mi facesse prima vedere la disperazione della mia situazione, e poi mi mostrasse il mezzo per porvi rimedio, affinchè (non forzato dai miei formatori) decida di correre per afferrare quella risposta"
(Ludwig Wittgenstein)
***

Stupisce la firma: L. Wittgenstein, un pensatore che prova ad immaginare dal di fuori come sarebbe la fede!
Direbbe il mio professore-poeta: "Ragazzi, allargate il campo dell’immaginazione. Coltivate la poesia!" Per parlare di Dio!
Guarda te: un docente che invoca la fantasia immaginativa per tradurre una teologia sempre più "per addetti ai lavori"!


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lunedì 21 gennaio 2008 - ore 11:01


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


II^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Che furbo! Semplice: cambia prospettiva!"

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

(Vangelo di Giovanni, cap. 1 vv 29-34)

di don Marco Pozza

Certe cose le ho archiviate come misteri, oramai. Arrivo a casa: a me sembra tutto a posto. Poi sento le urla della mamma che minaccia vendetta perchè la casa è tutta in disordine. Ma perché se la prende?! A scuola tanti si lamentano delle troppe espressioni di matematica: io ne faccio una e, se mi riesce, le altre le lascio perdere. Ma perché se la prendono?! Papà mi rinfaccia che sono sempre in ritardo. In realtà sono puntualissimo: arrivo sempre dieci minuti (ma precisi!) dopo l’orario stabilito. Ma perché se la prende?! Il parroco dice che sono un peccatore: in realtà mi piace sperimentare la misericordia di Dio. Ma perché se la prende?! La fidanzata mi rimprovera perché guando altre ragazze. Ha ragione: ma lo faccio solo per apprezzare meglio la mia. Ma perché se la prende?! Il mio vescovo si lamenta di non vedermi mai: in realtà a me sembra di trovarlo ovunque vada. Ma perché se la prende?!
Vedi: a cosa serve arrabbiarsi? Basta guardare il mondo dall’altra parte!


Da una parte Battista Giovanni, figlio di Zaccaria ed Elisabetta. Dall’altra Gesù di Nazareth, figlio di Maria e Giuseppe. Una vicenda intricata nella fedeltà, nella passione, nella simpatia. Leggendo a ritroso la storia scopri che si son cercati, incrociati, aiutati. Amicizia, complicità, profezia. A casa, nel fiume Giordano, davanti alla prigione. Un appassionante viaggio. Oggi cala il sipario finale, come nelle migliori storie d’amore. Cosa succede? Capita che una ciurma di persone discutano, s’arrabattino, s’avvelenano all’incrocio di una strada. Mi sembra di vederli: avranno parlato di tasse e corruzioni, marachelle e infedeltà, stupori, miserie e processioni. Tra loro sta il Battista, all’apice della sua carriera di profeta. Stanco di respirare pessimismo, alza la voce, punta il dito e fiero d’averlo riconosciuto, urla: “Ecco l’Agnello di Dio”. Quasi a dire: “Miseria, eccolo lì l’Uomo di cui vi ho parlato finora”. Che eleganza! Ha speso una vita per spianargli la strada, ha dissecato la gola per cantarne la grandezza, ha raschiato in fondo al barile per non arrendersi. Anche se impaurita dalle sue parole, la gente lo cercava. Schiacciata dal suo sguardo, lo adorava. Terrorizzata dalle sue sferzate non sapeva più vivere senza le sue parole. Che già profumavano di pane ed eternità. Che occasione per Giovanni: avesse detto d’essere il Messia gli avrebbero creduto. Mamma mia! Sarebbe stata apoteosi, standing ovation, cori infuocati da stadio. Invece si dimostra folle fino alla fine. Dopo una vita da gregario, lo trovi tra la gente, ad un passo dal raccogliere la gloria degli uomini che chiude la mano, lascia fuori solo l’indice e dichiara: “Ecco l’Agnello di Dio”. Come dire: “Guardatelo, eccolo colui che il Padre ci ha mandato per regalarci l’ottimismo”. Che amicizia: gelosia nulla! Quel dito puntato, quel sorriso che esplode, quella meraviglia nel gesto. Quasi a dire: “Caro amico vai! Adesso tocca a te: c’ho messo l’anima”. Poi si sposta, annoda i passi dei suoi fans all’Amico di Nazareth ed entra nel nascondimento. Scompare perché è l’Amico che deve passare per primo il traguardo!


Proviamo a sederci – sul muretto di qualche piazzetta, sui gradini della chiesa o attorno al tavolo di un bar – e tradurre in italiano questo dito puntato. Forse ne uscirebbe uno scarabocchio. Forse una traduzione malforme o un dipinto sbiadito. Io c’ho provato e, contemplando la mia pittura, scorgo un gruppo di persone – italiane doc (e questo spiega tante cose) – alle prese con un giornale: una tempesta di notizie allarmanti. Corruzioni spaventose, illeciti amministrativi, scalate al potere, prestazioni sessuali trasformate in curriculum universitari, università sapienti vestite di ignoranza, preti che si sposano e sposi che ne sanno più dei preti, giunte che cadono, ministri-mogli-consuoceri travolti da bufere scandalistiche, istituzioni corrose dai sospetti. Uno sfascio che fa montare una rabbia cagnesca! E lì, in mezzo a loro, spunta un uomo che, quasi scusandosi per il disturbo arrecato, fa osservare:“Ecco l’Agnello di Dio”. Come dire: guardate il positivo,porca la miseria! Non la vedete una coscienza popolare che sta nascendo, criticamente bella, che controlla, che da fiducia ai politici e ai preti ma poi li esamina. Gente stanca di processi fasulli, di stipendi da capogiro, di balle diventate emendamenti, di processioni diventate frocissioni. Ma non vedete la voglia di cambiare dei giovani: stanchi delle prese in giro invocano giustizia, trasparenza, profumi e bellezza? E immagino che questi lettori, frastornati da quest’opposizione inaspettata, fra poco – come i primi due discepoli – si dimenticheranno del Battista, strapperanno quel giornale, correranno dietro a quell’Agnello e gli chiederanno:“Maestro, dove abiti?”. Perché sembrerà loro impossibile leggere così la storia!


Ma la risposta di Gesù non poteva essere altra che questa: “Venite e vedrete”. Certo, perché se si vuol conoscere la strada del Maestro bisogna stare alle sue calcagna, non perdere mai il percorso da lui tracciato. Al discepolo è chiesta attenzione: non potrà porre condizioni al passo del Maestro, non potrà costringere colui che segna il percorso a rallentare la sua corsa. Tradotto in lingua italiana? Non possiamo comandare allo Spirito Santo che ci mandi quel tal Papa o quella tale Chiesa all’inaugurazione di quel tale anno accademico! Chi vuol seguire il Signore ha una sola responsabilità: andare e vedere! Per scoprire il nuovo, bisogna avere il coraggio di lasciare il vecchio, per approdare a nuovi lidi è necessario lasciare la sicurezza del porto. Fra poco dirà a chi gli chiede indirizzo e coordinate bancarie: “Venite e vedrete” (Gv 1,39). Curiosissimo che nel testo ebraico venite si possa tradurre anche con partite! Cioè: svegliatevi, datevi una mossa, reagite. Ribellatevi, sollevatevi, opponetevi! Datevi una scossa, alzatevi, partite! Sorprendente che oggi il Battista, sotto sotto inviti tutti a rischiare qualcosa per quell’Agnello: ma chi l’ha detto che essere fedeli è rimanere immobili, bloccati, statici, soffocati dalla nostalgia, paurosi del rischio. Sospettosi dei cambiamenti, impauriti dalla fantasia dello Spirito, impigriti dal sonno!
Rincoglioniti spiritualmente…
E’ meraviglioso ciò che dice Paolo agli abitanti di Corinto nella seconda lettura: siete “chiamati ad essere santi assieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome di Gesù Cristo” (cfr 1Cor 1,1-3) Tu immagina la città di Corinto: città di mare, di pesce e di baratti. Brulicava di scaricatori di porto, di marinai, di commercianti, di artigiani, di puttane e di intellettuali! A costoro Paolo dice: “non potete vivere da isolati”!


In Africa un venditore di scarpe, disperato, telefonò alla propria ditta dicendo: “Voglio tornare a casa! In questa parte dell’Africa nessuno indossa le scarpe!”. Al posto suo arrivò un altro venditore che, invece, non faceva altro che inviare in continuazione un ordine dopo l’altro. Scriveva all’ufficio principale: “Mandate in fretta altre scarpe, perché qui tutti ne hanno bisogno!”
Vedi? E’ proprio vero: dipende dai punti di vista!


"Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano"(Is 49,16)
BUONA SETTIMANA!


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domenica 20 gennaio 2008 - ore 07:19


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Pensieri ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
"Un granello di sabbia e una goccia d’acqua"

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 20 gennaio 2008, pag. 15

Una goccia d’acqua che riflette il cielo e un granellino di sabbia che si distende sulla sabbia dell’oceano infinito: due immagini di quotidiano vivere alle quali Karl Rahner, teologo tedesco del ‘900, s’aggrappava per proporre una teologia della “ferialità della vita”. Applaudito e controbattuto per il suo “cristianesimo anonimo”, tentò in tutti i modi di allargare la storia della salvezza a tutta la storia umana.


In tutta la Chiesa si sta celebrando la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Una constatazione, uno scandalo, un’occasione. L’occasione – persa o afferrata – di realizzare il sogno di Dio: che tutti siano Uno. Forse a pregare perché si ritorni all’unità c’abbiamo preso l’abitudine. Cioè preghiamo magari senza sapere il perché. Oggi, a crederci veramente, la sfida s’innalza. S’ingigantisce: il credente dovrebbe mettersi in ginocchio per esplorare in profondità la sua scelta di fede. Tremendamente contemporanei i tre aneliti che servivano a Rahner come condizione necessaria per ammettere, seppur inconsciamente, una ricerca di Dio: l’amore del prossimo, l’esperienza della morte, la speranza nel futuro assoluto. Tre grida che, sopraggiungendo da altezze “a rischio dimenticanza”, interpellano l’uomo nella profondità del suo essere, ne risvegliano suoni infossati, ne inalberano speranze ultime. Ma le vie di Dio rimangono ostruite a chi non conosce le vie dell’uomo.
Una settimana, ideata per ricomporre un mosaico dalle tessere sgretolate, per meditare sulla bellezza drammatica e divina della nostra Chiesa. Per non aggiungere al suo peso millenario la debolezza della nostra testimonianza. La Chiesa, per l’uomo di fede, va abitata all’interno: se ci limitiamo a gettare qualche occhiata dall’esterno non riusciamo a capire che in essa noi non vediamo altro che rispecchiata la nostra debolezza. Magari un giorno ringrazieremo Dio per la fatica di sentirci divisi: oggi le sue strade, per noi neo-patentati, sembrano ovviamente sconnesse! Lo ringrazieremo per averci dato l’occasione di sperimentare le Verità ultime e la profondità delle nostre radici più chiaramente di quanto non succederebbe se fossimo tutti uguali.
Stranezze tutte verticali!
Un grande profeta, Henri de Lubac – prima allontanato dalla Chiesa poi creato cardinale alla tenerissima età di 90 anni – ammoniva: “Non è vero che l’uomo possa organizzare la terra senza Dio. È vero invece che, senza Dio, non si può che organizzarla contro l’uomo”.
Nella divisione…nostalgia di unità. Forse!


ANGELUS
"L’unica vera Sapienza è Cristo!"


"Io non sono d’accordo con nessuna delle idee che tu professi, ma sarei pronto a morire perchè tu possa affermarle"
(Francois-Marie Arouet , detto Voltaire )


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sabato 19 gennaio 2008 - ore 06:28


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"Il cristianesimo della mia nonna: questione di stile"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 19 gennaio 2008, pag. 6

Cresciuta tra l’austerità dell’Ortigara e lo sciacquio dell’Astico, è l’emblema della fede semplice fatta di giaculatorie, rosari e novene. Digiuni, messe feriali e pratiche di pietà intercalate da un misterioso latino dal sapore più maccheronico che ciceroniano. Donna di fede la nonna. Affezionata a quel Papa polacco – con il quale spartiva l’età – non cessò mai di tradurmi in gesti di umile ferialità la vertigine della sua anima. Fosse viva si sarebbe infuriata in questi giorni: con la legna tra le mani o la biancheria da lavare avrebbe difeso coi denti il suo Papa. Non sarà quello polacco, ma è Papa. E questo le sarebbe bastato. Perché era donna precisa: al prete, al sindaco e al farmacista… ossequi in paese. Le devo tutto a quella vecchia contadina: la fede, la vocazione, la dolcezza della mia vita. Serenità e spensieratezza.


Anche se in questi giorni mi piacerebbe spiegarle con riguardo che quel suo cristianesimo – invidiabile nella sanità – sta scemando. Storia bella, arricchente, profonda. A casa mia per anni abbiamo attinto a quella fede. Peccato che sui banchi delle teologie il cristianesimo della mia nonna sia deriso, umiliato, guardato con diffidenza. Studiato con la passione dell’antiquario: ma è stato pur sempre un capitolo (e che capitolo) di storia sacra. Di fede incarnata nella storia! Non le potevo chiedere: “Perché sei cristiana, nonna?” Era una domanda stupida per lei: era cristiana e basta.
Non conosceva l’ermeneutica biblica nè la teologia dogmatica. La transustanziazione era “arabismo” ma credeva nel pane che diventa Corpo e il vino Sangue: non li sapeva sinonimi! La nonna ritrae quel cristianesimo dell’abitudine, della consuetudine che vediamo zoppicare. Oggi sta germogliando il cristianesimo dell’innamoramento: stupore, scelta di campo, coerenza e sudore, caparbietà e sofferenza. Il cristianesimo della gioia. La lezione della Sapienza di Roma c’avverte ch’è finito il tempo degli scherzi, del sentimentalismo, di una vaga spiritualità pagana, del “sono cristiano ma in chiesa non vado”. Oggi il cristiano deve mostrarsi, battagliare, abitare l’arena moderna. Non farsi né intimidire né imbambolare! Rompere nella società!
Però la nonna una cosa l’avea anticipata. Umile nella sua ignoranza, aveva intuito che, prima di tutto, il cristianesimo è questione di stile!
Lo stile di chi ti parla di Dio senza parlare.


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giovedì 17 gennaio 2008 - ore 00:50


L’evangelico gesto di Papa Ratzinger
(categoria: " Riflessioni ")


IL DISCORSO DI BENEDETTO XVI
"Le parole delicate di un vecchio pensatore "

Il Papa non può imporre "ad altri in modo autoritario la fede ma mantenere desta la sensibilità per la verità". Nel discorso che avrebbe dovuto pronunciare domani alla ’Sapienza’, e che è stato inviato alla comunità universitaria insieme a una lettera del card. Tarcisio Bertone al rettore Renato Guarini, Benedetto XVI sottolinea la "laicità" e "l’autonomia" dell’ateneo romano, istituzione libera da "autorità politiche ed ecclesiastiche", ma chiede anche che la ragione non resti "sorda al grande messaggio della fede cristiana", cioé che non perda quello che chiama "il coraggio della verità". Il testo, diffuso dalla sala stampa vaticana e pubblicato sull’Osservatore Romano, non appare modificato nei riferimenti alla presenza del Pontefice nell’Aula Magna dell’ateneo romano.



Non ci sono accenni neanche al tema scelto dall’università per l’inaugurazione dell’anno accademico, cioé i diritti umani e la pena di morte. Ratzinger parla di tutt’altro: del ruolo dell’università, della missione del Papato, della verità che "ci rende buoni", della struttura dell’università medievale, e anche del rischio che l’Occidente si arrenda definitivamente "davanti alla questione della verità".
Cita filosofi come John Rawls e Juergen Habermas, padri della Chiesa come Sant’Agostino e San Tommaso. Ricorda persino la lezione di Ratisbona, dove - dice - "ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi e attualità". "La ’Sapienza’ era un tempo l’università del Papa - sottolinea in un passaggio particolarmente significativo in rapporto agli eventi -, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità". "Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche - osserva ancora Benedetto XVI - l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere". E in tale contesto, cioé nell’incontro con "l’università della sua città", il vescovo di Roma "parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica". Giungendo ai nodi cruciali dell’intervento, particolarmente complesso sul piano teologico-filosofico, Ratzinger sottolinea che "il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi". E anche se "varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono", tuttavia, ciò non deve provocare chiusure "davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione di cammino". I rischi del mondo occidentale, per Benedetto XVI, sono che l’uomo, "in considerazione della grandezza del suo sapere e potere", "si arrenda davanti alla questione della verita"; che la filosofia "si degradi in positivismo"; che la teologia "venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande". "Se però la ragione - avverte il Papa - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita". "Perde il coraggio per la verità", e così "diventa più piccola". "Cosa ha da fare o da dire il Papa nell’Università?", si chiede Benedetto XVI. "Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà". "E’ suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità - dice -; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio" e quindi "sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia cristiana" e "a percepire così Gesù Cristo come la luce che illumina la storia e aiuta a trovare la via verso il futuro".



Nella lettera al rettore, il card. Bertone spiega tra le altre cose che il Papa ha rinunciato ad andare alla Sapienza perché erano "purtroppo venuti meno, per iniziativa di un gruppo decisamente minoritario di professori e alunni, i presupposti per una accoglienza dignitosa e tranquilla", e che il Vaticano ha "giudicato opportuno soprassedere alla visita per togliere ogni pretesto a manifestazioni che si sarebbero rivelate incresciose per tutti".


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mercoledì 16 gennaio 2008 - ore 07:47


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Barile d’anguille o fontana del villaggio?"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 16 gennaio 2008, pag. 6
Il Padova, mercoledì 16 gennaio 2008, pag. 6


Una bordata contro Benedetto XVI e la sua ultima enciclica definita “un’enciclica di Paparazzi che è più divertente di un barile di anguille”. Iniziò così, qualche giorno fa, lo spettacolo di Daniele Luttazzi. Se la sua è arte, allora è una delle tante arti mal tradotte che invocano l’adozione – o meglio l’affido – a mamma TV. Pensiero che inalbera l’immagine dell’uomo moderno vittima e carnefice di un equivoco di genesiaca memoria: che Dio all’uomo occulti qualcosa che gli ostruisce la piena realizzazione. Una veduta inesatta che tende a mostrare un Dio volgare, senile e avverso che lascia in eredità una perdita di fiducia dinanzi alla bontà di Dio.


Eppure quell’enciclica campeggia ancora nelle vetrine delle librerie. Spe salvi è l’ultima “fatica letteraria” di Benedetto XVI. Il nostro Santo Padre è pastore e filosofo. Sgobba nel presente senza esserne asservito. Medito la lezione di Ratisbona, così osteggiata e svilita dagli esperti mediatori cultural - religiosi di quella che fu la Cristianità. Ripenso alla Deus caritas est, che rapporta la Verità eterna col rigorismo emotivo di un umanesimo avverso a Dio. Penso al Gesù di Nazaret che riga un cerchio perfetto e torna all’inizio, discorre col testo di un rabbi contemporaneo e cala al centro.
Dimostrazione che la parola, se vera, opera e trasforma. L’apprendere - che fortifica e allieta – costringe a quotidiana verifica, altrimenti è una gabbia per colti. Una prigione intelligente.
Intelligente: ma pur sempre prigione!


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lunedì 14 gennaio 2008 - ore 11:20


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


BATTESIMO DEL SIGNORE
"Esistenzialmente ed essenzialmente balle!"

"In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

(Vangelo di Matteo, cap. 3 vv 13-17)

di don Marco Pozza

Il giorno prima della fiducia al governo: “Entro 24 ore via le immondizie da Napoli. Cancelleremo le tasse ai poveri. Salari migliori ai lavoratori. Dopo il risanamento (ammesso ci sia stato) lo sviluppo”. Davanti al Santissimo (e al rettore) in seminario: “Da prete pregherò. Sarò fedele alla gente. Obbedirò al mio vescovo” . Davanti all’altare: “Prometto di esserti fedele sempre: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. La notte di Natale: “Mi impegnerò di più. Obbedirò alla mia mamma e aiuterò la nonna: farò il bravo”. Promesse di un innamorato per farsi perdonare un tradimento: “Non lo farò più. Giuro, amore”. Maurizio Gasparri le paragonerebbe ai buoni propositi di Lamberto Dini e le definirebbe “letterine di Babbo Natale”. Perché è esistenzialmente accertato che sono semplicemente balle.
Così gente s’incavola, il rettore s’intristisce, la moglie giura vendetta, la fidanzata s’ammoglia altrove e la mamma raschia le corde vocali.
Perché… le promesse non sono state mantenute!


Il deserto l’aveva preparato a tutto. Ma forse non s’attendeva che quel gran Genio del suo Amico Gli capitasse un giorno sotto gli occhi travestito e aggrovigliato in mezzo ai pezzenti di Galilea. “Battezzami, Giovanni, ora è il mio turno!”. Giovanni: l’uomo che addomesticava le antilopi, che reggeva l’urto del silenzio, che spianava l’aridità dei deserti, l’uomo pronto a tutto…ammutolì. Ai suoi occhi non poteva credere: l’Eterno, la Perfezione, la Sublimità che chiede pulizia. Che s’umilia, si nasconde, s’abbassa. “Coraggio, amico: battezzami!” Dove trovare il coraggio? La fila dei peccatori s’ingrandiva, mormorii sempre meno leggeri per l’inceppo del sacramento, stizza e nervosismo, paura e incomprensione. C’è un attimo di spaesamento. Perché da che mondo è mondo si sa che il maestro è più grande dell’alunno. La bellezza detta governa la bruttezza, la potenza la povertà, il genio l’ignoranza. Lo stupore la tristezza. Giovanni lo sapeva: “Non posso, Gesù!”. Puoi dar torto a Giovanni? Non poteva iniziare così la storia del Messia: suo compito, ardito ma troppe volte già annunciato, era di mettere ordine, spaccare il sonno, urlare la morte del peccato! Giovanni Gli aveva fatto “campagna elettorale” meglio che aveva potuto: attese e speranze, propositi e minacce, cambiamenti, spostamenti e futuro da guadagnarsi. E la gente gli aveva creduto, s’era fidata, l’aveva sorretto dalla platea. Ma ora Giovanni vorrebbe sotterrarsi: aveva assicurato un Re. Arriva un peccatore. “Sei tu che devi lavare me”. Tenta di salvarsi dagli occhi della gente! Sembra un tira e molla estenuante: pare d’osservare due uomini, che davanti ad una porta si dicono: “Prego”.“Si figuri: non sia mai”. “Entri, le dico!” “Non me lo perdonerei mai!” Sembra: ma nel discorrere di quei due uomini, anelli delicati messi come congiuntura lacerata tra i due testamenti, non s’avverte formalità. “Giovanni: fai ciò che ti dico. Dio deve iniziare stando vicino agli uomini”. Vicino agli uomini: non sopra di loro.
E la gente? Si direbbe che dai tempi di Gesù non si sia notato miglioramento. La gente attende. Sulle rive del Giordano, sui sagrati delle chiese, negli uffici di potere: attende! Che il Papa parli (per poi iniziare le “danze”), che il prete s’esponga, che la Chiesa additi. La gente vuol sapere cosa dire, cosa fare, se è giusto, sbagliato, onesto, disonesto. Vuol sapere: ma non vuole orientamenti. Da una parte la nostalgia di Luce, dall’altra il fascino delle tenebre. Vuole Dio: lo vuole bello e biondo, chiuso dentro in sacrestia, profumato e lampadato. Poi scopre che Dio non è così e allora: ciao! Giovanni risolve il problema: “Non sono io: eccolo qui l’Atteso”. Lì: nell’acqua, in fila, senza veste, pronto a farsi battezzare… Impossibile un Dio così! Chiaro: quello che rompe, lo spostiamo!



Pure loro, amici per nascita (così affiatati da toccarsi ancora nei grembi), vedevano il mondo in modo diverso. Il figlio di Elisabetta parlava di catastrofi, di scure sull’albero, castigo divino. Il figlio di Maria, sotto un cumulo d’immondizia avverte un impercettibile sussulto del cuore, una segreta aspirazione. Così segreta che magari pure l’uomo non avverte. Giovanni immaginava la fine, Gesù presenta l’inizio. Il Battista ragionava sull’inverno, sulla durezza, sul deserto. Gesù parla di primavere, di tenerezza, di abbracci. Muri che crollano per il Battista: palpito di vita sotto le rovine per Gesù.
Incredibile quest’Uomo: si fa attendere, arriva, ri-gira. La sua potenza è d’essere privo di potenza: nudo, debole, povero, indifeso. L’unico sovrano che abbia chiamato i propri sudditi uno ad uno, come una mamma chiama il suo bambino. Capisci perché il mondo non poteva sentirlo? Scusa: non può sentirlo? Il mondo sente solo il rumore, la potenza, le voci che vuole. O se ne inventa qualora mancassero Non divenne grande perché radunò milioni di fans attorno a lui, perché lo coprirono – a morte accaduta, però – di ori, incensi e mirre profane, perché tutt’ora lo venerano, lo adorano, lo bestemmiano. Non si può credere per quello che è successo dopo! Il fatto è che oggi, con la parola, disarma. Indebolisce. Smobilita.
La vallata? Silenziosa. Non era il silenzio del deserto: c’era luce in quel silenzio. Giovanni s’abbassa, raduna un pugno d’acqua, raccoglie mille apprensioni nella mente e obbedisce. La fila si smuove, la processione riprende, il Mistero s’infittisce. L’Amico col quale giocava nelle stradine di Nazareth, cresciuto silenziosamente per aiutare a crescere, supera la riva, scende tra i rivoli veloci del Giordano fiume e, ingabbiato nella storia, riemerge rinato. Il cielo e-rompe, si spacca, dichiara aperte le profetiche danze: “Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Figurarsi il Battista, unico a capire la direzione di quella voce: rabbrividì, raggelò, ebbe la pelle d’oca.
Eppoi Pietro apostolo. Senti che parole: “in verità, sto rendendomi conto…”. Che umiltà! Si lascia interrogare, si mette in discussione, non rivendica sapienze, riparte ogni volta dalle sorprese dello Spirito. Quanta modestia in quel “sto rendendomi conto…”.


Quanto cambierebbe il mondo se anche noi riuscissimo a dire: “sto rendendomi conto…”. Di cosa? Che c’è ancora bellezza, poesia, sublimità. Voglia di dare, di fare, di cambiare. Nostalgia di cielo, di altezze, di Mistero. Di giovinezza, di stupore, di misericordia. Di rovesciare, di innalzare, di stupire. Di emozionare, di appassionare, di commuovere. Di credere, di obbedire, di combattere. Di sognare, di pregare, di crescere!
Forse è proprio questo il battesimo: ri-pulire gli occhi per scoprire che, nonostante tutto, su questo vecchio mondo la speranza non s’è ancora esaurita!

BUONA SETTIMANA!
God bless you!



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domenica 13 gennaio 2008 - ore 06:56


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA VIA DI EMMAUS
"Inginocchiarsi per imparare a stare in piedi"

Inizia con questa domenica la mia collaborazione come opinionista della testata giornalistica de Il Mattino di Padova. La rubrica si chiamerà "Sulla via di Emmaus", immagine presa volutamente a prestito dalla pagina del capitolo 24 del Vangelo di Luca. Una collaborazione resa possibile dall’attenzione e dalla disponibilità datami nella persona del Direttore Omar Monestier.
Un’occasione ulteriore per mettere in gioco fino in fondo il mio essere prete oggi.

***

Stranamente parte in un giorno per me "faticoso": tre anni fa, proprio questa notte, Stefano, un piccolo bambino, completava il suo strano percorso quaggiù: lassù nasceva una stella e un angelo veniva messo a protezione e custodia di un giovane sacerdote.
Il mio primo funerale, la mia prima prova, la visione di un Dio esigente...
Ti voglio bene, Stefano: ti sento sempre sulla mia spalla!

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 13 gennaio 2008, pag. 15

“Sulla via di Damasco” (sabato, 10.05, RaiDue) è una boccata d’ossigeno nell’anidride carbonica dell’informazione televisiva. Storie di cristianesimo attuale portate a galla e raccontate da don Giovanni d’Ercole, un prete dai capelli bianchi che, per una volta, ben s’addicono ad una sapienza tutta biblica. Mi piace quel suo cristianesimo senza miele e senza fiele, con tanto sale e un pizzico di appassionata poesia. Un prete dalla faccia pulita che annoda i cuori all’Uomo della Croce. E-vocando la Verità.
Sulla via di Damasco, Saulo di Tarso avvertì la potenza della Luce che illumina le tenebre.


“Sulla via di Emmaus” vorrebbe tradursi in una briciola di pane per viandanti assetati di scoprire i nascondigli di Dio. Sulla strada che da Gerusalemme va verso Emmaus due viandanti, Cleopa e un altro, la sera di Pasqua stavano discutendo assieme. Tema di grande importanza: la morte del Nazareno. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama. Conclusione: stanno parlando di un Amore. Il Risorto s’avvicina ma non vuole folgorarli, bensì istruirli e confortarli. Infatti, Gesù inizia con una domanda. Attenzione: li aveva cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli. Ma non attacca il discorso: cerca di introdursi con dolcezza, con una domanda semplice, naturale e discreta. “Che cosa sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Lc 24,17). Si concentra sulla loro malinconia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia. Fa finta di voler andarsene. Fa finta: meraviglioso un Dio che… fa finta! Entrano nella locanda: spezza il pane. Un messaggio in codice! Poi scompare. E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che Gesù è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre:contraddizioni tutte divine!
“Sulla via di Emmaus” sogna di tradursi in uno spazio di fede giovane, additante la santità. Con la stessa sconsideratezza di quel prete dai capelli bianchi. Che - in un contesto in cui si calpestano i sentimenti religiosi e spesso si dileggiano i simboli cristiani protetti dalla libertà dell’arte e della satira – mi dimostra il perdurare di una certezza: chi è capace di inginocchiarsi davanti a Dio è capace di rimanere in piedi davanti all’uomo.
Appuntamento ogni domenica: Pasqua della settimana.
Il giorno che rese celebre quella borgata limitrofa a Gerusalemme!


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