Ci sono questioni sciocche e questioni intelligenti. Chiedersi come mai le donne si trucchino è sciocco. Chiedersi perché la bellezza delle donne ammali l’intuito maschile è intelligente. Chiedersi perché il ferro caldo scotti è da rimbambiti. Chiedersi come fare per riscaldare una vecchia malga senza legna è ingegnoso. Chiedersi perché il calendario di Suor Gemma frutti meno di quello di Melita Toniolo è da idioti. Chiedersi perché l’uomo debba vedere donne nude per decifrare i mesi è brillante. Chiedersi perché Giulio dormendo non scali una montagna è insignificante. Chiedersi come mai l’uomo, risposando, rinfreschi il genio è motivante.
Ci sono questioni sciocche e questioni intelligenti. L’intuito dell’uomo è capace di entrambe!


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Anche nella Scrittura Sacra - Parola strapazzata dall’uomo e Parola che strapazza la storia dell’uomo - abitano storie gigantesche e storie meschine, storie immensamente profonde e storie di quotidiana banalità. Storie da imparare e storie cui disubbidire. Storie diverse perché la Scrittura racconta l’avventura dell’uomo sulla terra. Nel giardino della liturgia di oggi splendono due storie. Una è profonda, l’altra è stravagante.
Sette fratelli lottano contro un tiranno atroce:
Antioco Epifanie. Despota animato da un sogno: cancellare nella terra il nome di Dio! Una
donna ne blocca la marcia immaginata inarrestabile. Donna che invita
i figli alla fedeltà. Immagina: nulla di peggio può capitare ad una madre. Non c’è simile dolore. Nessuna lingua custodisce parola per descrivere occhi di madre che incrociano la morte di figli usciti dal grembo. Voce di madre che urla la fedeltà a Dio. Nessun tiranno può nulla di fronte alla follia di chi crede. I flagelli sembrano essere benedizioni, le nerbate sembro tingersi d’affetto, la cattiveria sembra essere dolcezza. Storia di follia e di santità umana. Nel cuore nascondono un tesoro, un segreto, un Volto: Dio. L’atteggiamento del terzo fratello la dice lunga sulla serenità che alberga nel loro animo:
“mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani”. Lingua e mani: meschinità e potenza consegnate all’uomo. La lingua per parlare, le mani per lavorare. La lingua per scrivere poesie, le mani per dipingere sogni. La lingua e le mani per cantare la bellezza che c’investe, c’incanta, ci appassiona. Ci fa rabbrividire. Una Bellezza che chiede fedeltà. Si consegnano alla tortura ma si strappano al loro potere. Il corpo straziato dalle sferzate lo cedono, il segreto custodito nel cuore è inavvicinabile! Un segreto millenario eppure mai compreso in pienezza:
“Il re del mondo, dopo che saremo morti, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. Potenza di un Dio che incide nel cuore dell’uomo spazi geniali di speranza, di vastità, di eternità.
E poi si fanno spazio a larghe mani loro,
sadducei dalla mentalità nobile, ricca, delicata. A parer loro. Regalano al
Maestro di Nazareth una storia stupidissima: vorrebbero farla passare per ingegnosa, ma se la vedono tornare com’è partita: ridicola.
Sette fratelli, una moglie. Moglie del primo. Moglie del secondo. Moglie del terzo. Moglie del quarto. Moglie giù giù fino al settimo. Fors’era bella, avvenente, affascinante: ne aveva rigiocato la seduzione per sette volte! Ma nell’aldilà di chi sarà moglie? Eccolo qui l’uomo: di ieri, di oggi, di domani. Non chiedono se sarà salva la sua bellezza, se continuerà a lavorare di seduzione, se saprà ammaliare come nell’umano vivere. Magari! Lascerebbero trasparire aneliti di bellezza, spazi di poesia, frammenti di cielo. No! Chiedono di chi sarà!
Essere è bellezza, potenza, fascino, stupore, incantesimo.
Avere profuma di stanchezza, di possesso, di recinti marciti, di gelosie strette. Ma costui è l’uomo! Ammiriamone almeno l’ardire: pongono il quesito a Gesù di Nazareth, Maestro accreditato tra le viuzze della Galilea. L’avevano sentito parlare di vita. Il fatto è che Lui parlava sempre e solo di vita. Cogliendo pezzi di terra, usando le parole per aprire il cielo. Un cielo con alberi che danzano, con pesci che ardono. Un cielo popolato di prostitute e di festaioli, di bambini che scoppiano in risate e di donne che non ritornano più a casa. Parlava del mondo dimenticato dal mondo. Parlando.. un giorno grida e un giorno piange. E’ tenerissimo e duro. Spezza, brucia, conforta! Parla della terra ma ti mette nostalgia di cielo. Uno di quei Maestri che ti spandono profumo di cielo.
“Di chi sarà moglie?”. Cioè chiedono come sarà il Paradiso. Come chiedere cos’è la bellezza. Sai che c’è, ma le parole non aiutano. Impoveriscono, ingrigiscono, spogliano, accartocciano. La Bellezza è bella perché rimane Bellezza inspiegabile. Perché non la impugni, non la possiedi, non la banalizzi. L’avverti. T’avvicini. Ne senti il profumo. Stai per toccarla e ti scappa. Ieri come oggi. La insegui incespicando e lei saltella. Danza. Non si fa prendere. Perché se la tocchi smarrisce i colori. Ti basta pensarla, vederla, incontrarla. Rimanerne stregato! L’immagino così il Paradiso: mi basta la fantasia di Dio. Se uno me lo spiega sento un prurito fastidioso.
“Di chi sarà moglie?” Cioè muovono la lingua a caso: bestemmia assurda sotto il cielo di Galilea quel giorno!
Che mistero la lingua! Con la lingua ci si bacia e ci si sputa. Ci s’innamora e si tradisce. Si è teneri e buffoni. S’incanta e s’infastidisce. La lingua parla di fedeltà! E’ lo strumento dei bambini che leggono ancora sulla curvatura del cielo la bellezza di Dio che nasce ad oriente, s’addormenta ad occidente:
“O Signore, nostro Dio, quant’è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,1). La leggono nei meriggi d’inverno, nelle notti d’estate, nei giorni di tempesta. Con la lingua parli di Dio, con la lingua bestemmi. Parola tremenda quella che esce oggi dalla Scrittura: Parola che ti strapazza, ti mette a nudo, ti spoglia. Parola che ti parla di fedeltà. La fedeltà dell’uomo: inchini pagati, applausi organizzati,
leccaculaggini spaventose, formalità diaboliche. Quanto schifo la lingua che si muove a caso: per carrierismo, per servilismo, per piagnucoleria, per spudorata cortigianeria. Lingua buffa e avvilente. Meschina e ripugnante. Tutto si muove: la lingua, gli occhi, la mani, il corpo intero. Il Cuore! Ma lo specchio ti rimanda la tua tristezza. E poi c’è la fedeltà che intenerisce pure Dio, il Fedele per eccellenza. E’ la statura morale dell’uomo. Che è fermezza, avvenenza, meraviglia. Onestà e sudore faticoso, fermezza di principi e altezza faticosa, rarissimi inchini e nulle adulazioni. La coerenza che incute rispetto anche ai nemici!
“Mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani”.
Io penso che certi attimi facciano presagire sprazzi di luce eterna!
Ci ho pensato più volte. Il grano non potrà mai diventare zafferano. La minestra non riuscirà a trasformarsi in pasticcio. La strada non diventerà mai Nutella. Così come la montagna non diventerà mai un telefonino e nemmeno la luce si trasformerà mai in un libro. Solo l’uomo forse tenta di trasformarsi in donna: ma non è poi così delicato da scrutare.
Se tutto questo è vero, allora nemmeno la gioia potrà mai trasformarsi in noia! Perché dunque vacillare di fronte alla Risurrezione?
GOD BLESS YOU!