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lunedì 19 marzo 2007 - ore 08:40


Storia di un incontro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"L’ALTRA FACCIA DEL CARCERE "
"A colloquio con ALFREDO BONAZZI,
la Belva di Viale Zara"


di don Marco Pozza

Era la primavera del 1996 quando, alunno indisciplinato tra i banchi del Seminario, un anziano signore riuscì a bloccarmi nella mia irrequietezza con una frase ad effetto. Iniziò così il suo intervento. Parole testuali: “Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”. La platea di giovani ammutolì. Son sincero: non m’innamorai subito di quello sguardo ricco di tenerezza, ma solo quando seppi - attraverso quel sano modo di apprendere nozioni da autodidatta - chi era quell’omino tanto innamorato quanto birbantello.
Alfredo Bonazzi porta sulle spalle 78 primavere. A raccontare la sua storia – caduta e risurrezione – non si sa da dove iniziare, tanto è complessa. Qualche dato: un’infanzia che dire “difficile” è dire un eufemismo, trent’anni di carcere (cinque di riformatorio, ventiquattro e rotti di carcere, uno di manicomio criminale) che adesso lo portano ad una vita frenetica perché – come dice lui – “sono stato fermo per troppi anni, con vitto e alloggio assicurato dallo Stato”. Premi letterari vinti a decine. Uno su tutti: nel 1971 a “I Pegasi” di Tarquinia arriva in finale con Eugenio Montale e vince il premio per acclamazione di pubblico. Celebre nel cuore di Alfredo l’intervista concessa dall’autore di “Ossi di seppia” quando disse: “Bonazzi sarà un grande poeta come è stato un grande delinquente”. Un personaggio, Alfredo, che non ha mai accettato il ruolo di personaggio. Se tu lo guardi vedi che non è un poeta dall’aria trasognata. Il suo sguardo, il suo piglio, i suoi gesti hanno conservato qualcosa di tagliente. Come se la potenza del suo spirito non sia mai svanita negli anni ma abbia cambiato direzione: da positiva a negativa.
D’altronde questi capovolgimenti tattici sono la specialità dell’ Allenatore di Nazareth, sin dai primi giorni della sua predicazione lungo le rive del mare. O sei pazzo o nella sua squadra sei destinato a fare il panchinaro.




Il punto in cui vita e morte si sono adocchiate è sulla strada di Viale Zara a Milano la sera del 3 aprile 1960. Lui, ladro professionista soprannominato “il Gratta” con laurea a pieni voti conseguita sulla strada, non si è mai capacitato di aver fatto un gioco così “sporco”. Si era nascosto nel bagni del locale all’ora della chiusura e poi era scivolato in cantina, nell’attesa dell’ora più propizia per prendere i soldi, forzare la saracinesca e uscire. Con la sua esperienza, un colpo del genere era poco più che un colpo d’allenamento. Invece salì nella tabaccheria come una furia, facendo un rumore d’inferno. Ne fa le spese un anziano tabaccaio, sordo e semicieco dormiente su una brandina che venne massacrato con il cric per rubare solo monetine, francobolli e sigarette dimenticando completamente che i soldi era nascosti altrove. In galera costruisce due amicizie fortissime, rivelatesi poi questione di vita o di morte. La prima: l’amicizia con Pasqualino, un ragno che ogni giorno scendeva attraverso un filo di bava per fermarsi a mezz’altezza. E poi Fra’ Beppe, il fraticello che – immaginando il mondo come il paese di Gubbio – decise di convertire quell’uomo che per la società era un lupo, per i giornalisti “la belva di Viale Zara” ma che lui da subito ha definito “il più caro dei fratelli”.
“Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”.
Assassino, invece, non lo chiama più nessuno: lo chiamano poeta, marito, papà, amico. Si può dire che il resto del mondo lo ha perdonato. A cominciare dalla società che, nel 1973, attraverso il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha concesso la grazia. Per arrivare alla figlia della sua vittima, Giuseppe Pellegrini, 78 anni, ucciso a Milano, nella sua tabaccheria di Viale Zara, il 3 aprile 1960. Subito dopo la sua liberazione, in un’intervista radiofonica dichiarò: “Se Alfredo Bonazzi ha testimoniato il suo dolore attraverso la poesia, bene, io posso perdonare". Fu una gioia molto più grande della grazia. Riuscire a superare il rancore dopo che il padre ti viene assassinato in quel modo, senza una ragione.
Eppure non basta. Non basta perché quella notte – parole sue - “ha preso la morte per mano e l’ha portata negli occhi di un uomo, si è messo al posto di Dio. Solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.
Domenica scorsa, Alfredo, abbiamo avuto nostra ospite Marisa Grasso, la vedova dell’ispettore Filippo Raciti ammazzato il 2 febbraio scorso fuori dallo stadio Massimino di Catania. Abbiamo raccolto l’immagine di una donna dignitosa, aggrappata alla sua fede semplice ma passionale, una donna che non ha sbarrato la strada del perdono agli assassini di suo marito. Disse una frase: “Il perdono spetta a Dio, ed conseguenza di un pentimento che va dimostrato concretamente”. Pentimento. Tu sei un uomo che restituisce dignità a questa parola, una delle parole più svilite degli ultimi anni: “pentito”. Tu metti sempre le tue ferite in primo piano, anche se nessuno te lo chiede. Certamente non è ossessione, ma voglia di testimoniare che “l’uomo è capace dei più orrendi delitti, ma anche delle più grandi risurrezioni”.
La tua è una storia in bilico tra follia umana e risurrezione divina. Tu sei uno di quegli operai che, pescati alle cinque del pomeriggio, han trovato lavoro nella vigna del Signore. “Alle cinque” – cioè sull’orlo di un fallimento -, Cristo prende la supermaritata Samaritana al pozzo di Giacobbe; prende Matteo, pubblicano, dal banco delle tasse; prende lo strozzino Zaccheo, la povera Maddalena da cui uscirono sette demoni, e,...all’ultimissima ora, il buon ladrone in croce: "Oggi sarai con me nel paradiso"(Lc 23,43). Per ognuno sceglie modi e tempi.
Incrociando la tua storia con quella della vedova Raciti, sento fiorire una considerazione nel cuore: possiamo sapere dove abbiamo incontrato Cristo. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire.
E’ “l’altra faccia del perdono” quella che le tue parole dipingeranno in quest’incontro assieme a noi. Sarà un condividere la storia di un uomo al quale ben s’addiceva l’espressione latina “homo homini lupus” ma che, ritrovata la dignità, ha trasformato quest’espressione nell’altra: “homo homini Deus”.


Un giorno ti chiesero cos’è per te la speranza. E tu avesti ad usare l’ennesimo paradosso
“La speranza nasce dal fondo dell’abisso. Se io sono disperato, condannato, specialmente se sono ergastolano e so che la mia data di liberazione è il “mai”, ecco che può venire fuori tutta la bellezza e la potenza dell’uomo. In quel momento sei senza futuro, eppure senti che un futuro in qualche modo te lo devi inventare. E’ un controsenso, si intende. Però basta che dal fondo intuisca uno spiraglio, perché ce la possa fare. Anche se sarà doloroso arrivare fino in cima. Ma so che la luce esiste. So che si può. In carcere ci si addormenta con mille interrogativi, qualche giorno ci si può anche svegliare con una risposta”.
Alfredo Bonazzi una risposta l’ha trovata. E si metta pure il cuore in pace: nessuno ha più il diritto di chiamarlo assassino.


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domenica 18 marzo 2007 - ore 00:11


Affamati di "capretto"
(categoria: " Riflessioni ")


TEMPO DI QUARESIMA
"Mi son rotto le palle: me ne vado"

di don Marco Pozza

Questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato che ho camminato sulla sabbia accompagnato dal Signore e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita. Ho guardato indietro e ho visto che ad ogni giorno della mia vita, apparivano due orme sulla sabbia: una mia e una del Signore. Così sono andato avanti, finchè tutti i miei giorni si esaurirono. Allora mi fermai guardando indietro, notando che in certi punti c’era solo un’orma. Questi punti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita. Ho domandato: “Signore, tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con te. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?”. Ed il Signore rispose: “Figlio mio, io ti amo e ti dissi che sarei stato con te e che non ti avrei lasciato solo neppure un attimo. I giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.


Così un giorno chiede il suo patrimonio e se ne va’. Quel figlio ha le balle piene di stare a casa! Meglio il futuro: porci, ghiande, donne. Ma quando arriva la miseria ritorna la nostalgia di casa. Storia nota, purtroppo storia che ci fa commuovere invece che ribaltare, storia di un uomo e di un Dio che,nonostante tutto si cercano. Il figlio è partito perché Dio ci lascia liberi, perché senza libertà non si danno quei movimenti autentici del cuore che Egli va cercando. Dio ti lascia partire. Sempre. Anche se il rischio di non rivederti mai più è grande. Ti lascia partire: poi si mette alla finestra. E quando ti vede in fondo al viale polveroso…si trasforma!
Sei verbi da gustare al rallentatore. “Lo vide”. Il figlio è ancora lontano. Il figlio forse non intravede il Padre. Il figlio ha la testa bassa. Non importa: il padre già lo vede. Occhi che s’aprono. Occhi che cercano. Occhi che piangono.
“Si commosse”. Il tempo di vedere la sagoma di quel figlio nostalgio, e il cuore del Padre ha un sussulto: si commuove. Si commuove perché possiede un cuore di padre e uno di madre. Perché custodisce la severità e la tenerezza, il piglio severo e l’anima delicata. Si commuove perché la sua è una mani che accarezza. Mano che consola. Mano che nutre. Mano che incoraggia. Mano che dice: “Buonanotte”. Mano che aspetta. Mano protesa, mano che costruisce, mano che rialza, mano come di un padre!” Sei stato brigante? Alza gli occhi e guardalo: appena ti scorge da lontano, non solo si commuove, ma si mette a correre! Corre, anche se nel mondo orientale correre non è dignitoso per un anziano. Corre, perché l’altro che viene verso di lui, il giovane, correre non può, tanto la fame lo ha sfinito. Corre perché l’amore fa scattare dentro una molla che lo sblocca. Corre, come Zaccheo che s’aggrappa al pari di una scimmia sul sicomoro. Se ne infischia della formalità, appende la sua dignità sul naso della gente e corre. E correndo accorcia la distanza che lo separa dal suo bambino… Si, anche oggi quello è suo figlio! Un Dio che corre: ma come fai a non commuoverti?


E poi rovescia la sua umanità. L’ha visto da lontano, ha sentito il cuore scoppiare, s’è messo a correre e adesso… “si gettò al collo”. Si getta! Non s’appoggia, l’abbraccia, si posa. No: si getta! Sai perché? Perché Dio sa che, in fondo in fondo, siamo tutti malati di “coccolite”: abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci abbracci, che ci stringa fino al sorgere della luce, che ci guardi e ti dica “ti voglio bene”. Piccoli o grandi non importa: basta essere uomo per aver bisogno d’amore! Dio lo sa. E ti inchioda in un abbraccio! Ti fa piangere, perché abbracciandoti ti impedisce di inginocchiarti, t’impedisce di chiedere perdono. Delicatezza, sorpresa, amore! Ti porta in braccio Dio. Sai perch? Ti porta in braccio per poterti baciare!
“Il Padre – sintetizza la penna di Luca – lo baciò” . Abbracciare è tanto. Baciare è di più. Dio punta al massimo. Indignarsi! Macchè! Rimproverarlo? Macchè! Insultarlo? Macchè! E allora… baciamolo! Cristo bacia l’uomo: cioè guarda in faccia l’uomo, appoggia le sue labbra sulle sue, gli fa sentire il respiro, e il respiro diventa la sua voce! Lo bacia, perché il bacio è tutto. Il bacio racchiude tutto. Il bacio dice tutto: sto bene con te, ti amo, ti desidero, ti sono vicinissimo… Attento: ad una persona che baci non puoi dare del lei, devi dare del tu. Ad una persona che ti bacia, non puoi parlare con paura! Si dice che Dio tenga ogni persona per un filo. Bene, quando uno commette un errore un peccato, il filo si spezza. Allora Dio riannoda il filo. E così va a finire che più uno si allontana, più Dio se lo avvicina. Fino a baciarlo! L’ha baciato. E pensare che quel zingaro era convinto che il padre non ne volesse più saper di lui, dopo quella stupida avventura, che il padre non potesse più dei suoi colpi di testa. Invece si rende conto che il Padre non ne può più della sua assenza, non può più sopportare la sua lontananza (“Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo…”). L’unico “risarcimento danni” richiesto per il patrimonio sperperato in quella maniera è di non rifiutare i segni di un amore che non ne poteva più di aspettare.


Il padre aspetta, ma per il fratello quel figlio potrebbe morire. Non si rende conto che pure lui dovrebbe far ritorno ammettendo, finalmente, di avere parecchie cose da farsi perdonare. Si. Farsi perdonare la sua regolarità senza slanci, il suo perbenismo indisponente, le sue sfacciate moine, la pretesa di essere figlio esemplare senza accettare… il figlio di suo padre. Farsi perdonare l’ubbidienza senza gioia, il lavoro interessato (interessato ad un miserabile capretto, l’atmosfera gelida che con la sua presenza crea nella casa. Farsi perdonare l’allergia alla festa e al perdono. Farsi perdonare che per la sorte del fratello non si è dato pensiero. Che per l’angoscia del padre – che ogni giorno se ne stava a spiare attraverso l’inferriata – non ha provato tenerezza. “Figlio… tutto ciò che è mio è tuo”. Proprio questo gli fa paura. Gli fa paura di “fare suo” il cuore di papà, il suo amore senza misura. Si trattasse di amministrare giustizia e castighi, non avrebbe difficoltà alcuna. Ma qui si tratta di prodigare. E rimane lì, piantato sulla soglia di casa.
Condannato ad invecchiare sognando capretti e nutrendosi di borbottamenti.


Alfredo Bonazzi, 7000 giorni di galera alle spalle, una risurrezione sulle ali della poesia. Su tutto una convinzione: quella notte “ho preso la morte per mano e l’ho portata negli occhi di un uomo, mi sono messo al posto di Dio”. Dunque, “solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.
Proprio vero, Alfredo. Su questo vecchio mondo la storia non è ancora finita!

don Marco Pozza


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giovedì 15 marzo 2007 - ore 17:18


Alfredo Bonazzi a Sacra Famiglia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CON I PIEDI PER TERRA
"30 anni: 5+24+1"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 16 marzo 2007, pag. 6

Lo ripeterà domenica alle ore 16.00 nella parrocchia di Sacra Famiglia: “Parliamoci chiaro: tutti hanno il diritto di chiamarmi assassino”. Lui è Alfredo Bonazzi, 78 primavere sulle spalle e il profumo della misericordia di Dio sul capo pentito. Il 3 aprile 1960 con il cric massacra un anziano tabaccaio di Milano per un pugno di monetine, francobolli e sigarette. La “Belva di viale Zara” ha una storia pesante: 10950 giorni (30 anni) di galera così ripartiti: cinque di riformatorio, ventiquattro e rotti di carcere, uno di manicomio criminale. E una personalità esaminata da Catabeni, lo psichiatra passato alla storia per aver fatto la perizia sul cervello di Mussolini. Entrato in galera con la terza elementare, esce iscritto alla facoltà di Lettere a Padova. Da analfabeta a poeta!
Un filo rosso che lo unisce al vangelo di Marisa Raciti. Lei, splendida donna dal coraggio biblico, non prova odio, ma – tenera al cospetto di Dio – riserva solo a Lui il potere di sciogliere il cuore dell’uomo. Dall’altra parte Bonazzi, l’assassino graziato, cosciente che il vero perdono solo Dio lo può firmare. E sì che la società, nel 1973, attraverso il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha concesso la grazia. Perdonato dalla figlia della vittima, Giuseppe Pellegrini. Ma quella notte “ho preso la morte per mano e l’ho portata negli occhi di un uomo, mi sono messo al posto di Dio”. Dunque, “solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.


E’ la cenere sul capo e l’acqua sui piedi della Quaresima: un viaggio di poco meno di due metri, ma in realtà molto lungo a compiersi. Una lezione sublime: mai disperare della conversione anche di chi ci sembra tanto lontano. C’è un Uomo che alle “cinque del pomeriggio” (Mt 20,1-19), mentre tutti i datori di lavoro chiudono bottega, passa ancora per la piazza a chiamare. “Alle cinque”, quando l’ilarità e d’obbligo… prende la supermaritata Samaritana al pozzo di Giacobbe; prende Matteo, pubblicano, dal banco delle tasse; prende lo strozzino Zaccheo, la povera Maddalena da cui uscirono sette demoni, e,...all’ultimissima ora, il buon ladrone in croce: "Oggi sarai con me nel paradiso" (Lc 23,43). Per ognuno sceglie modi e tempi.
Possiamo sapere dove abbiamo incontrato Cristo. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire.


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mercoledì 14 marzo 2007 - ore 09:31


Scuse pubbliche
(categoria: " Vita Quotidiana ")


ESIGO L’AMMISSIONE DI COLPA
"La follia della disinformazione "

di don Marco Pozza

Il titolo del Gazzettino di Padova: “Non perdono gli assassini di mio marito”.
Il testo dell’articolo: “Mi chiedono se perdono. Il perdono spetta a Dio (…) Io non provo odio verso nessuno. Soffro”



“ Egregio Direttore
Le scrivo in merito all’articolo apparso sul Suo giornale Lunedì 12 Marzo u.s., sull’incontro di Marisa Grasso, vedova dell’Ispettore di polizia Filippo Raciti, con la comunità della nostra parrocchia e con i nostri giovani.
Debbo censurare il titolo dell’articolo stesso: “Non perdono gli assassini di mio marito”, sia perchè non corrisponde a quanto detto dalla signora Grasso, in questa come in altre occasioni, e nemmeno al testo dell’articolo stesso che, invece, molto bene riporta il messaggio ed i contenuti dell’incontro e di quanto detto dalle persone intervenute; sia perchè, in una vicenda così tragica e delicata, ed in un contesto in cui, soprattutto da parte della nostra comunità, si è cercato proprio di raccogliere un messaggio positivo da dare ai giovani, un titolo che purtroppo chiaramente richiama un senso di vendetta e nemmeno di giustizia, può avere effetti deleteri e dirompenti.
Intervengo in prima persona perchè mi sento responsabile anche nei confronti della signora Grasso della corretta interpretazione e divulgazione del suo dolore ma anche del suo messaggio di profonda speranza, che, con grande dolcezza, ha trasmesso soprattutto ai giovani, coetanei dei suoi figli.
Dato il delicato momento che sta attraversando la nostra società e la necessità che siano trasmessi valori chiari e civili, oltre che cristiani per i credenti, e dato l’importante e delicato ruolo che gli organi di informazione svolgono in questo contesto, La invito caldamente, egregio Direttore, a dar seguito a questa mia, e nostra, richiesta di precisazione, nelle forme più idonee all’interno del suo giornale, in modo da fugare, per rispetto innanzitutto alla signora Grasso e al suo lutto, ma a tutte le forze dell’ordine che mai, nemmeno di fronte a grandi sacrifici di vite umane, hanno espresso sentimenti di vendetta, coerenti ai principi di legalità e di giustizia.
Mi permetta di concludere che il messaggio cristiano di vero perdono, che è quello di Dio, e di vero pentimento, hanno una grossa potenzialità positiva per guardare oltre l’episodio cruento che, ancora una volta, senza giustificazione, ha macchiato il giusto equilibrio delle umane cose; sarebbe ingiusto che questo messaggio, per la società e per i giovani, che sono il futuro della stessa, fosse rovinato da un titolo “sensazionale” ma non corretto e non azzeccato.
Certo della Sua pronta attivazione ed in attesa di un Suo riscontro, Le invio i migliori saluti.”

Don Marco Pozza


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lunedì 12 marzo 2007 - ore 07:02


Catechesi esperienziale
(categoria: " Riflessioni ")


"L’ALTRA FACCIA DELLO SPORT"
"Quello che il Vescovo di Catania non ha voluto dire. Era Sant’Agata..."

di don Marco Pozza

Il mio vecchio parroco aveva fatto affiggere all’ingresso della chiesa un cartello con su scritto: “Per entrare nel luogo sacro, le donne devono avere: il capo coperto, maniche (almeno) fino al gomito, vesti al di sotto delle ginocchia, comportamento modesto”. Per gli uomini la cosa era più semplice: bastava infatti “non sputare sul pavimento”. Il mio vecchio parroco peccava di ottimismo. Pensava che le condizioni d’ingresso nella casa del Signore fossero questione di pelle più o meno coperta o di buona creanza. Tutti accusavano il mio vecchio parroco di essere eccessivamente severo, specialmente le donne che si ritenevano le più danneggiate dal famigerato cartello. Non s’accorgevano dell’immenso sconto che era stato praticato sul biglietto d’ingresso.



Vivere, nessuno mai ce l’ha insegnato. Nessuno? Una ci sta provando. E oggi voglio presentarvi la storia di una donna - Marisa Grasso - dal volto sofferente ma dignitoso che a me, personalmente, ha fatto provare vergogna, che mi ha fatto sentire tremendamente piccolo, inadatto, insufficiente di vangelo. Lei e gli occhi lucidi di Fabiana che saluta papà e per un istante fa piangere l’Italia. Lei, Fabiana e la semplicità commovente del piccolo Alessio che, in divisa, accompagna il suo papà nell’ultima missione umanitaria. Li ho incrociati nei giornali e mi sono sentito morire. “Non riesco ad odiare gli assassini di mio marito. Compatisco questi ragazzini incapaci di vivere”. Mi son sentito morire. Io prete, che il più delle volte non arrivo al perdono, che m’arresto al fascino delle sue storie che leggo e divoro, che mi tormentano e mi maltrattano. Io, prete, non approdo al perdono, ma mi stupiscono e fanno rabbrividire i gesti di perdono: una madre che cancella un torto con una carezza, un vecchio papa che s’inginocchia e chiede scusa, una lacrima che riaccende un legame, un sorriso che spezza la vendetta, una benedizione che sciupa una maledizione.
Mi sento piccolo perché una ragazzina di quindici anni m’insegna cosa significa onorare mio padre e mia madre. “Ciao papà, questa è l’ultima occasione in cui tutti vedranno quanto ti voglio bene. La mia vita non sarà più facile, adesso, perché tu eri bravo in tutto ma soprattutto nel fare il papà. Io non so stare senza te… Ti posso giurare che sono e sarò sempre fiera di essere tua figlia” (Fabiana Raciti).
Mi sarebbe piaciuto che le mani idiote che sui muri dell’Appiani hanno scarabocchiato “Sbirri -1” avessero visto le lacrime di quell’adolescente china di fronte alla bara di papà. Ammazzato. Perché? Perché in mezzo a migliaia di persone, basta una sciarpa sulla faccia e un vestito anonimo per convincersi d’essere nascosti e insospettabili. Non solo a Catania! E il calcio è un pretesto. Grosso, comodo, mediatico. Ma se non è una partita è una mattinata di follia a scuola. E’ un disabile umiliato. E’ un furto. Una rapina. Sui muri del liceo classico Virgilio, uno dei più prestigiosi di Roma, una scritta: “Dieci, cento, mille Raciti”. E ti risuona la scritta di Nassyria e mille altre scritte deplorevoli. Capite, gente? Gloria a chi ha ammazzato un papà…



Mi piacerebbe che qui oggi ci fosse la deficenza di coloro che a Monselice (in casa nostra…tanto perché gli imbecilli sono sempre al di là del Po) dal megafono ha urlato al giovane disabile poi colpito: “Il Signore ti ha castigato, noi ti castigheremo ancora di più!”. E ancora: “Ti spacchiamo di nuovo la schiena!”. Ma come si permettono questi finti tifosi di mettere in campo Dio? Cosa ne sanno dei drammi della vita umana, della sofferenza, del dolore? Perché indirizzare a un disabile parole come “castigo”: chi può averlo insegnato? Rimane l’amara constatazione di Savino Pezzotta, presidente della Fondazione per il Sud, che s’interroga su che “cosa si agita nel mondo giovanile. Sono figli nostri. Cosa abbiamo costruito per loro?”.
Mi piacerebbe che qui oggi ci fossero coloro che si fanno tatuare sulle braccia l’acronimo Acab ( “All cops are bastard”, in italiano “Tutti i poliziotti sono bastardi”), coloro che hanno un solo nemico: le divise. Coloro che durante i festeggiamenti per il trionfo mondiale in molte città (Padova e il suo Prato della Valle docet) hanno attaccato i carabinieri e le forze di Polizia. E pensare che avevamo vinto…
Mi piacerebbe mettere al muro uno di loro e chiedere una cosa: sapete chi c’è dietro una divisa, dentro una divisa, che fa stare in piedi una divisa? Lo sai che magari quel poliziotto che stai ammazzando in tasca custodisce il fermaglio della sua donna amata, una foto del suo piccolo, una conchiglia a ricordargli la melodia del suo mare di Napoli. Lo sai che come te tra un’ora e l’altra, anche lui tra un controllo e l’altro, compone un messaggio per la sua fidanzata? Perchè non pensi che anche questi ragazzi – troppe volte nascosti agli onori della cronaca – hanno un’anima da interpretare, dei sogni da condividere, delle paure da affrontare, degli affetti da coltivare gelosi nel cuore. Perché non v’accorgete che sotto una divisa… ci sono storie di ragazzi, di uomini, di padri. Di sognatori.



Vorrei chiederti, Marisa, chi sono questi ragazzi? Perché – lo vedi - è difficile stringere loro la mano. Prima del loro volto solitamente arrivano le notizie ANSA, il sangue, il dolore, la sofferenza e le interpretazioni degli esperti di settore. A volte vengono tacciati come giovani “lupi” insoddisfatti, tristi, bisognosi di atti di eroismo che li pongano tra i loro simili nella categoria dei temerari. Eroi per soffocare la frustrazione e la voglia di protagonismo assopita nell’anima. Eroi per far capire che ci sono! Forse che ci siamo dimenticati di loro? V.T., ex capo storico della tifoseria del Catania (volutamente anonimo ha il coraggio di dire: “Li guardo quei giovani, provo anche a parlarci, ma non li capisco. Non capisco perché fanno certe cose. Il dramma è che non lo capiscono nemmeno loro”. Forse non l’ha capito nemmeno il tuo buon vescovo, Mons. Paolo Romeo, per natura forse più fratello di don Abbondio che del card. Borromeo. Non si chiedeva di intitolargli (forse per par condicio con qualche altro) un’aula della Camera, ma almeno il proprio funerale questo si. Soprattutto dopo che anche Vasco Rossi, (Vasco Rossi!) finalmente s’è accorto di cosa ci sta sotto la divisa: gente che ci mette la faccia, che i pugni qualche volta li dà e spesso li prende, che sta lì nella mischia per lavoro e non per cazzeggio. Una “vita spericolata”!
Parole, parole, parole… mi puoi dire.
Hai ragione. Ma le sue non saranno parole. Lei, donna come mille altre, che sotto il campanile di Acireale - su quella costa di mare resa celebre da Giovanni Verga – spiega il catechismo ai bambini, mi fa risuonare le parole scritte da un grande predicatore francese: “Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!” (H. Lacordaire).
E’ “l’altra faccia dello sport”. E’ il filo conduttore del nostro viaggio. Perchè ti ho chiamato Marisa? Per chiederti scusa. Lo giuro: per chiederti scusa. Scusa perché anch’io, come il mio vecchio parroco, pensavo che per entrare in chiesa bastassero le spalle coperte e non sputare per terra. Pensavo che per essere cristiani bastassero le “ore libere”, qualche rosario, un po’ di giaculatorie, due pratiche di pietà e un segno della croce.
Pensavo… Poi è come se voi mi aveste detto: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande” (Lc 6,32)
Vi ho chiamati…per imparare a vivere.


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sabato 10 marzo 2007 - ore 00:06


Beppe Grillo a Padova
(categoria: " Vita Quotidiana ")


UN INCONTRO INASPETTATO
"www.beppegrillo.it"

di don Marco Pozza

Episodi che mi capita di intra-vedere solo nei sogni.
Squilla il telefonino: "Don Marco, passo e vieni. Beppe ti deve parlare".
Beppe? Chi è Beppe? Penso, rielaboro, ragiono: che confusione. Giuseppe, Beppe, fra’ Beppe... Non riesco a capire. Faccio tutto in fretta, salgo in auto, scendo poco distante in albergo e trovo Beppe. Un sogno, uno dei miei tanti sogni, una tenerezza "firmata" da Dio. Mi commuovo, rubo ogni mossa con lo sguardo, lo sento inveire, sognare, arrabbiarsi, ragionare, inventare...Tutto in pochi minuti. Potenza del genio!
Scatto una foto e faccio per andare. "Perchè corri se non sai dove andare (capisco che han letto nel blog) - mi dicono - sali e vieni in Fiera che stasera Beppe ti fa parlare".
Le gambe mi tremano, mi sembra tutto irreale, invece è vero. Mi fa una sola raccomandazione in camerino: "Parla di Dio, parlaci da prete, fallo con il tuo sorriso".
Grazie Beppe!



E domani i miei ragazzi potranno dirgli: "Beppe, prendi un caffe’ con noi?". Non abbiamo albergo a cinque stelle, i piatti sono di plastica, il cibo è fatto da mani volonterose.
Ma il loro sorriso racconta la storia di una settimana di fraternità proprio fantastica.
Fino all’ultimo...


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giovedì 8 marzo 2007 - ore 16:16


Domenica pomeriggio
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Re d’Israele, catechista di Acireale"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 9 marzo 2007, pag. 6

Davide sapeva che Saul s’era mosso con tremila uomini per eliminarlo. E che era una bella occasione quella di ritrovarselo lì, sdraiato nel sonno, per sistemare i conti con lui. Nemmeno le mani avrebbe dovuto sporcarsi: Abisai ne avrebbe fato le veci: “Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico… lascia che io l’inchiodi a terra con la lancia”. (1 Sam 26) Che lo inchiodi. Cioè che il ferro trapassi il cervello, che stritoli le tempie, che frantumi quella testa nefasta, che scarichi la rabbia accesa in te! No: Davide non lo permette e con la sua misericordia accende la conversione e il pentimento in Saul.


Lo sapeva bene Marisa Grasso che avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e le avrebbero battuto le mani. Perché se vedi tuo marito, poliziotto, uscire di casa come mille altre volte… non penseresti che la follia dell’uomo lo possa ammazzare. Poteva chiedere vendetta, poteva urlare, gridare, umiliare. Poteva fare tutto, era comprensibile. Lei, catechista all’ombra del campanile di Acireale, conosceva la storia di Davide e Saul. Ha scelto di fare di più: “Non riesco ad odiare gli assassini di mio marito. Compatisco questi ragazzini incapaci di vivere. Chi gli ha tolto la vita è una persona che non conosce il vero senso della vita”.
E’ “l’altra faccia dello sport” che domenica pomeriggio questa donna del profondo Sud testimonierà ai giovani nella Parrocchia di Sacra Famiglia in Padova .
Guardo la mia scrivania: da una parte la Bibbia e dall’altra il giornale – come suggeriva K.Barth – e mi sento piccolo. Tanto piccolo perché il più delle volte non arrivo al perdono, m’arresto al fascino delle sue storie che leggo e divoro, che mi tormentano e mi maltrattano. Vedo la lancia, mi farei spazio tra i carriaggi e mentre Saul dorme firmerei vendetta! Non approdo al perdono, ma mi stupiscono e fanno rabbrividire i gesti di perdono: una madre che cancella un torto con una carezza, un vecchio papa che s’inginocchia e chiede scusa, una lacrima che riaccende un legame, un sorriso che spezza la vendetta, una benedizione che sciupa una maledizione.
Mi sento piccolo…ma non m’arrendo!
Perché so che, nonostante tutto, per arrivare a tutti i santi, occorre aggiungerne sempre uno.
Può anche darsi che ne manchi sempre uno. Che ce ne sia uno in meno. Forse sono io che non entro nel conto. Può darsi sia tu.
Comunque, la terra è sempre a disposizione.


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mercoledì 7 marzo 2007 - ore 07:22


Un fiore a Catania
(categoria: " Pensieri ")


POLIZIA MODERNA
"Le parole della gente"

E’ il testo di una poesia anonima passata sotto la porta del Commissariato Politeama di Palermo dopo gli incidenti che hanno causato l’assurda morte dell’ispettore capo Filippo Raciti.


“Vi regalo un fiore, perché dai fiori nasce l’amore;
un fiore, per tutte le volte che venite chiamati sbirri;
un fiore, perché non esistono solo persone che vi disprezzano;
un fiore, perché per guadagnarsi il pane, non basta più solo lavorare;
un fiore, perché le croci di cui è affastellata la vostra memoria recano la dicitura “morti” e non “vittime”;
un fiore, per tutte le volte che vorreste reagire ma siete costretti a subire;
un fiore, per tutte le volte che la vostra dignità viene calpestata;
un fiore, per tutto l’odio che vi sputano addosso perché indossate una divisa;
un fiore, per tutte le volte che non vi considerano semplicemente umani;
un fiore, perché purtroppo è il massimo che posso permettermi;
solo un fiore, perché per rendervi l’onore che meritate non basterebbero tutti i fiori del mondo”


ANNOTA NELL’AGENDA
SETTIMANE DI FRATERNITA’ 2007



"L’altra faccia dello sport"
A colloquio con MARISA GRASSO,

moglie di Filippo Raciti ucciso a Catania il 2 febbraio 2007





Domenica 11 marzo 2007 ore 16.00
Sala Polivalente del Centro Parrocchiale
Via Aosta, 6

Santa Messa alle ore 19.00 assieme alla
Polizia di Padova

in memoria di tutti i loro caduti


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martedì 6 marzo 2007 - ore 08:22


E tu cosa dici?
(categoria: " Riflessioni ")


DISCUSSIONI IN PATRONATO
"Il sesso è buono?"

dal Vangelo di Marco 5,25-34

"“Fino a poco tempo fa, facevo la comunione e soprattutto la confessione senza problemi: i miei peccati erano piccoli e poco importanti. Adesso mi trovo in difficoltà perché mi vergogno di dire certe cose al prete. Non credere che io faccia chissà che cosa! E’ che, da un po’ di tempo, in me è tutto in movimento. Il mio corpo si sta velocemente trasformando in altezza, in peso, in sensazioni. Alcuni parenti che vengono a trovare la mia famiglia dicono che quasi non mi riconoscono più. Ma il guaio è che io faccio fatica a riconoscermi, non tanto fuori ma dentro di me”.
Prima non pensavo mai a tante cose che adesso invece non mi si levano più dalla testa. Adesso desidero cose che prima non desideravo. Adesso mi attirano cose che prma nemmeno sapevo che esistessero. D’altra parte, come si fa a non pensare a certe cose quando nelle edicole dei giornali non si vede altro, in televisione non si vede altro, con gli amici e le amiche non si parla d’altro?
Io non ci capisco più niente. Tutti dicono che il sesso è come il mangiare e il bere... ma allora perchè le copertine delle riviste non sono piene di panini, pastasciutta e pollo arrosto? Perchè gli spettacoli televisivi non parlano di grndi mangiate e bevute? Tutti dicono che il sesso è buono, che non deve creare problemi, ma allora perchè crea tanti problemi e se ne parla in continuazione?"
(F. M., 19 anni, Padova)



In tanti oggi si sforzano di dire che il sesso è una cosa come tutte le altre. Si fa di tutto per “banalizzarlo”, cioè per togliergli quell’aspetto di straordinario, di particolare che lo circonda. Si fa a gare per riderci su, per farne la caricatura con programmi televisivi che vorrebbero essere furbi e finiscono per essere cretini. Ci si affanna a superare il tabù (cioè il senso di mistero) mostrando il corpo umano in tutte le posizioni, in modo che non ci si più nemmeno un millimetro che non sia conosciuto e ci si accanisce ad uccidere ogni curiosità con l’abbondanza di nudi serviti in tutte le salse… Però, a voler essere sinceri, per ciascuno di noi il sesso rimane misterioso: c’è in esso qualcosa che la macchina fotografica e la telecamera non riescono a svelare.
Al tempo di Gesù, gira gira, forse le persone erano più sincere: riconoscevano che il sesso era una realtà come tutte le altre ma anche diversa da tutte le altre. E non si facevano problemi a considerarlo misterioso, inspiegabile, abitato da forze nascoste: un tabù. Ma anche quella volta sbagliavano perché finivano per considerare il sesso come poco pulito, immondo, immaturo.
Gesù doveva gettare luce anche su questa questione e lo ha fatto con il suo stile: non tanto con interminabili giri di parole, come succede oggi nelle trasmissioni televisive tra esperti che spiegano tutto e non spiegano niente, ma con fatti.


Gesù sta andando a casa di Giairo per salvargli dalla morte la figlia di dodici anni. Una grande folla lo segue, lo stringe, lo spinge. All’improvviso si ferma, guarda la folla, e chiede: “Chi mi ha toccato?”.
I discepoli, guardandosi a loro volta negli occhi, gli dicono: ”Ma come? Ti toccano tutti e tu chiedi se qualcuno ti ha toccato?” .
Ma Egli continuava a guardarsi attorno: sa quello che sta per succedere. E infatti ecco che una donna impaurita e tremante si fa avanti e racconta forte la sua storia: soffre da dodici anni di mestruazioni irregolari, ha speso un sacco di soldi con i medici ottenendo soltando un peggioramento: “Ho sentito parlare di te e ho aspettato l’occasione giusta per toccarti il mantello, perché ero sicura che tu mi avresti guarita. E infatti ti ho toccato e sono guarita”.
Noi diremmo: “Non poteva, come tutti gli altri malati, andare da lui e chidergli la guarigione senza fare tante storie?”.
Non poteva assolutamente!
Gli Ebrei non permettevano alle donne di avvicinarsi agli uomini nei luoghi pubblici. Quando poi si verificava in loro il misterioso fenomeno delle mestruazioni, diventavano impure e rendevano impuro tutto quello che toccavano. Perciò, come i lebbrosi, dovevano avvertire gli uomini del loro stato perché non le toccassero.
Gesù non poteva lasciare che si continuasse a credere che, tra le cose create da Dio, ci fosse qualcosa di impuro, di indegno. Per questo, da espertissimo maestro, aveva provocato quella situazione. Nessuno avrebbe più potuto pensare che nel sesso ci fosse stato qualcosa di impuro, di indegno: se quella donna poteva toccare Gesù, poteva toccare chiunque.


Pochi giorni dopo, Gesù sarebbe tornato su questo problema con parole brevi, ma chiare e risolutive: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo: sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo. Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna. Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo”.
Qual è il succo di questo discorso? Non c’è niente nel sesso di sporco, di sbagliato, di tabù.
“Allora hanno ragione i venditori di sesso di oggi? Allora la pornografia non esiste perché è tutto puro, bello?”.
Un momento: e il “cuore” – cioè la parte più profonda e segreta dell’uomo – dove lo mettiamo?
E’ lì, nel cuore, che il sesso come ogni realtà umana può diventare negativo. Anzi: di più di ogni altra realtà umana! Tutte le altre cose sono esterne a noi, mentre il sesso è il nostro corpo, il nostro modo di esistere, siamo noi. Chi si serve del sesso con secondi fini, con scopi poco leali, con malvagità e violenza infanga un dono meraviglioso di Dio.
Siamo sinceri! Sarà proprio vero che i produttori di pornografia, i facitori di programmo televisivi “tuttosesso”, i mercanti del sesso facile cercano il vero bene dell’umanità e la vittoria sui tabù? Non cercheranno piuttosto i loro poco puliti interessi?
Nel momento in cui si avverte fortemente il proprio essere sesso, perché il corpo sta maturando e si sta disponendo a raggiungere la capacità di diventare collaboratore di Dio nel generare la vita, si deve essere lieti di ciò che accade e se ne deve ringraziare il Signore. Nessuna paura, ma grande gioia.


Nello stesso momento. Però, ci si deve impegnare per avere un cuore forte, puro, leale, onesto, limpido e fedele a Gesù. E’ nel “cuore”, infatti, che sta la garanzia di una sessualità serena, arricchente, bella.
Si fa un gran parlare di educazione sessuale. Benissimo! Stiamo attenti, però: l’educazione sessuale non è sapere com’è fatto il maschio e la femmina – bastano cinque minuti e quattro fotografie – ma il continuo, quotidiano, coraggioso impegno a costruirsi un “cuore buono e onesto.

Cosa ne pensi?


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lunedì 5 marzo 2007 - ore 07:09


Chiamati ad "uscire"
(categoria: " Riflessioni ")


TEMPO DI QUARESIMA
"Pietro di Galilea fan di Federico Moccia "

di don Marco Pozza

Se tu ci pensi... quando si sta partendo per un viaggio è sempre emozionante. Ma quando s’avvicina l’ora di tornare è lo stesso? Quando a giugno si porta a casa una pagella luminosa… che gioia nel volto. Ma a settembre quando è ora di ri-cominciare è lo stesso? Che conquista completare un grande puzzle? Ma quando devi aprirne uno nuovo e ripartire è lo stesso? Il giorno in cui ti sei sposato:un sogno da mille e una notte. Oggi è ancora lo stesso? Stai vivendo un momento felice nella tua vita: il sogno sarebbe quello che non finisse mai… Sai, lì, sistemati tre metri sopra il cielo la vita è sempre bella!
E anche a te capita di imbatterti in momenti in cui vorresti fermare il tempo…ma il tempo scivola tra le dita e ti obbliga a camminare sempre.


Non potremmo mai capire cosa significò per quel pastore di nome Abramo scappare dalla sua terra al tramonto della vita… Non è storia, non è poesia, non è fascino di tempi antichi: è un dramma! Era certamente afflitto dal peso degli anni e dalla delusione quel vecchio viandante: il cammino incerto per il quale aveva abbandonato tutto non gli aveva ancora riservato nulla di buono. E malgrado ciò, di fronte ad un Dio che torna a fargli la promessa di figli numerosi come le stelle del cielo, Abramo crede. E quando viene sfiorato dalla stanchezza e dalla tentazione di sistemarsi in un piccolo territorio, Dio stesso s’incarica di condurlo fuori facendogli provare l’ebbrezza di un orizzonte smisurato. E Abramo cede alla commozione.
Aver fede, per il pastore di Ur dei Caldei, significa scommettere su una parola che ti propone un itinerario diverso, sconosciuto, ancora tutto da esplorare. E in mano non hai nulla. E i piedi calpestano una terra che profuma di stranieri. E gli occhi sono costretti a guardare oltre la siepe. E la memoria, fortunatamente, non può riposarsi sulla nostalgia del passato, ma viene sbattuta in avanti. Fede è “battere il naso”. Che importa? I martiri sono arrivati di là con qualcosa di più del naso ammaccato. Ma Abramo, come don Marco – forse come te – esigerebbe qualche dettaglio in più prima di rischiare la faccia: “Signore, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”. E Dio (commovente la sua onestà) ci mette la parola! Firma con la parola. E la Parola deve bastare. Ti deve saziare la Parola. Ogni giorno quella parola non ti annuncia che sei arrivato, che ti puoi installare, che ti è consentito dormire, Ma ti ricorda che sei atteso “altrove”, che l’appuntamento è fissato “al di là”.


La chiamata di Dio è sempre un segnale di partenza!
Anche per Pietro, pescatore di Galilea, la vita non era stata facile dai giorni in cui aveva abbandonato le barche per seguirlo. Che poi ora dovesse “soffrire molto” fino ad essere “messo a morte” (Lc 9,22), la sua mente non poteva proprio contenerlo. Ma lassù, sulla cime di quel monte, è proprio di quello che egli torna a parlare con due anziani, Mosè ed Elia. Ciò che avviene sul monte è una sorta di anticipazione di quel mondo trasfigurato che attendiamo. Certi attimi di luminosa pienezza in cui urliamo “è bello per noi stare qui” possono accadere già oggi: vorremo bloccare il tempo, piantare tende immobili al vento. Ma non sono che attimi, nei quali si resta poi impietriti. Perché dal monte si deve scendere: è un comando. Un’esigenza d’amore.
Ma è tentazione per noi, che siamo fatti per gli incanti, fermarci doves i è felici, dimenticare giù a valle le tribolazioni e il destino degli altri. Come Pietro e la sua prima sbadataggine: lui, pescatore di un mare stretto tra sponde, la vorrebbe trasformare in un soggiorno definitivo quella gioia, in un riparo protettivo contro la croce. Non vuol tornare a valle: non gli vanno giù quelle tre tende là in cima, quel dolce vivere in pochi, senz’affanni, senza mai più morire. E ti risuona quella splendida dichiarazione di tenerezza che Gesù di Nazareth compone per Pietro: “Quand’eri più giovane, ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Come sul monte, l’invito è a portare i tuoi amici in alto, fuori dal rumore, e far vedere la tua vera faccia, far sentire come è “bello per noi stare qui”. Toccarli e dar forza, togliendo loro la paura. Poi, senza creare tende, tornare a vivere nel proprio spazio quotidiano. Certo: tu sai qual è la meta. Ma quella che raggiungi oggi non è definitiva. Al sorgere del sole si ri-parte senza sapere dove la sera pianterai la tenda. Ti rideranno dietro, ti oltraggeranno, ti giudicheranno imbecille perché non costruisci casa, non investi in immobili, non innalzi barricate e cancelli comandati a distanza… Rideranno perché per loro non hai le carte in regola.


Mi piace immaginare questo Dio che provoca Abramo. Un Dio che il Cantico dei Cantici te lo tratteggia nascosto dietro il muro, che sgrana gli occhi dalla finestra, che spia dimentico delle inferriate, questo Dio così vivace, creatore, fantasioso, amante della vita. E dall’altra parte quest’uomo, sazio di giorni e carico di anni, che Dio chiama colomba, amico, ma che sta nelle fenditure della roccia, che non sa far vedere il suo volto, che si vergogna di mostrarsi e far sentire la sua voce. E’ musica del cuore: Dio che danza e l’uomo che si nasconde.
Gente, questo è un manuale d’amore! “Lo condusse fuori”: cioè lo strappa alla sua malinconia. Fuori dalla tristezza e dal torpore, dalla noia e dall’apatia, dai calcoli e dai guadagni, dai decibel, dai BOT, dai CCT, dalla mormorazione, dallo schifo dei giudizi, dal fango di piccoli sogni. Fuori! E quando sei fuori, come una mamma, ti tocca il mento e ti sussurra: “Guarda in cielo e conta le stelle”. Magnifico: gli fa alzare lo sguardo, gli insegna la geometria delle altezze, gli ricorda il profumo dell’aria, il disegno delle nuvole, lo stupore delle rondini, il brontolio dei tuoni, il rosa delle aurore, il rosso dei tramonti… il mistero delle stelle! Guardare: calarsi dentro, scavare, scendere. Guardare le stelle! Le stelle o le stalle. Il mistero o il calcolo. La follia o l’abitudine, la nostalgia o il rimorso. E Abramo, con il dito, prova a contarle. “Se riesci a contarle”. Splendida ironia! Quasi a dire: Abramo, fidati! Sono troppo per essere calcolato!


Cenere in testa, acqua sui piedi, follia nel cuore: il miscuglio per tentare la scalata della santità nel tempo di Quaresima.
Santi. Perché per arrivare a tutti i santi, occorre aggiungerne sempre uno.
Può anche darsi che ne manchi sempre uno. Che ce ne sia uno in meno. Forse sono io che non entro nel conto. Può darsi sia tu.
Comunque, la terra è sempre a disposizione.

Buona settimana
don Marco Pozza


ANNOTA NELL’AGENDA
SETTIMANE DI FRATERNITA’ 2007



"L’altra faccia dello sport"
A colloquio con MARISA GRASSO,

moglie di Filippo Raciti ucciso a Catania il 2 febbraio 2007





Domenica 11 marzo 2007 ore 16.00
Sala Polivalente del Centro Parrocchiale
Via Aosta, 6


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