Una sera accendi la TV. Scoppia una bomba a Baghdad: 4 morti, tredici feriti, disordini tra la popolazione. Un disastro: ma ormai ci siamo abituati, tranquillo! La mamma minaccia che non uscirai di casa per tre settimane: tranquillo, sai già come va a finire: un mazzo di fiori e la mamma si commuoverà! A scuola la professoressa, in I^ superiore inizia a dire: “Ragazzi tra cinque anni c’è la maturità. Mi raccomando: non prendete sottogamba la scuola”. Tranquillo, è la prima frase che tutti i docenti hanno l’obbligo di ripetere. Papà va dal professore e tu sai già cosa gli dirà: “il ragazzo è intelligente: potrebbe fare di più”. Per cui non ti spaventi più di tanto. A ottobre sai già chi deve vincere il campionato, a chi va la coppa Uefa, chi vincerà il mondiale di Formula Uno, chi sarà a condurre il Grande Fratello.
Se dico che questo mondo è un po’ scontato, ti arrabbi?
Una gobba messa proprio davanti al mare di Tiberiade. Una gobba di terra che oggi si trasforma in una montagna: uomini, donne, bambini.
Grappoli verso il cielo che sembrano api incapaci di sistemarsi, un torrente che si riversa sulla schiena di quel monte per chissà che cosa. Forse ci sarà un tumore da guarire, un miracolo da chiedere, una sete da dissetare. Tutti che cercano di vederlo, di toccarlo, d’incunearsi tra la folla per incrociare quello sguardo, quella bellezza, quella disumana attrazione. Sai che bello sarebbe scoprire che neppure loro magari sanno perché lo cercano. O forse lo cercano per chiederGli la cosa più bella, più buffa, più scontata che cuore d’uomo racchiuda:
“Maestro, come si fa ad essere felici? Il sorriso: Maestro, dacci la ricetta magica”. Tutti lassù, tra la terra e il cielo, a scuola di vita da un maestro-falegname diventato appena pochi giorni fa predicatore – provocatore – agitatore.
“Tutti ti cercano” – Gli dissero un giorno i discepoli. E lui diede la risposta più scontata, la risposta qualsiasi uomo darebbe:
“Andiamocene altrove!”. Occasione persa, diremmo noi. Occasione azzeccata, ribatterebbe Lui. Oggi invece no: stranamente si siede, guarda le labbra ammalate, le gambe ciondolanti, la lebbra fuoriuscire…ma non fa nulla. Meglio: apre la bocca ma non per dire:
“alzati”, “siediti”, “corri”, “va’”, “torna”, “salta”, “zampetta”, “guarisci”. Assolutamente: apre bocca per insegnare l’arte d’essere felici!
Inizia dicendo:
“Beati…!”. Ma, scusa: beati chi?
E parte una filastrocca inaspettata. Sconvolgente, d’altri tempi, fuori moda. O, per lo meno, assai discutibile! Beati i poveri in spirito, coloro che lacrimano, i miti, gli affamati di giustizia, i disidratati di onestà, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, gli insultati. Ma dico io: beati i poveri in spirito? Ma se apprendi sin da bambino che ad essere additati come beati sono i furbi, coloro che urlano, gli spacconi, i tunonsaichisonoio? Questo addita come beato colui che guarda il cielo, fissa l’azzurro, non tocca nulla! Beati quelli che piangono: ma da quando le lacrime sono potenti, affascinanti, avvenenti? Beati i puri di cuore? Gli operatori di pace, gli insultati? E poi il finale mozzafiato:
“Beati voi quando v’insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. M’insultano, mi perseguitano, mentono, sparlano, mormorano, di dileggiano, m’ammazzano – per colpa sua, tra l’altro – e devo sentirmi beato! Sai, cosa? Una domanda mi sorge spontanea:
“Ma, il Maestro di lassù, ha presente la vita di quaggiù?"
Rodolfo (nome in codice di un papà vero) ha quarantatre anni. Metalmeccanico precario, tre bambini, una moglie discretamente bella ma enormemente umana, la fatica negli occhi. Al ventitre del mese il convento di casa sua inizia a passare pane, latte, pochissima carne e qualche pugno di pasta. Uomo concreto: più terra che cielo, alla filosofia preferisce i proverbi, alle elucubrazioni mentali i pensieri dalle doppie sbagliate. Una domenica sera, a messa conclusa, entra in sacrestia, mi punta negli occhi e con un po’ di bava sulla bocca – tanto era il nervoso accumulato -, mi rinfaccia un attestato di stima per Cristo:
“Prete: beati cosa? (e c’aggiunge un’espressione tipicamente veneta) Fate la fame come me e poi questi vangeli li cancellerete. Non mi sono alzato per rispetto, ma avrei urlato e me ne sarei uscito prima. Smettetela (e ripete quell’espressione tipicamente veneta)!” Lo guardo un po’ intimorito (quasi due metri per 100 kg), certamente spiazzato e come sottofondo gracchiante avvertivo la risposta che tutti gli altri avevano dato a Vangelo chiuso:
“Lode a te, o Cristo”. Beati i poveri:
“Lode a te, o Cristo”. Beati i disperati:
“Lode a te, o Cristo”. Beati i perseguitati, gli insultati, i derelitti.
“Lode a te, o Cristo”. Beati i misericordiosi, i timidi, gli uomini col cuore puro.
“Lode a te, o Cristo”. Anche loro il latte a casa: ma usato per fare il sorbetto. Anche loro la pasta: ma per il pasticcio con il radicchio. Anche loro la carne: ma quella della costata fiorentina. Anche loro il pane: con le olive, il pecorino, croccante e a filoni.
“Lode a te, o Cristo”. Non vi voglio scandalizzare, ma l’ho abbracciato e gli ho detto:
“tu si che l’hai capito questo Vangelo”. Si: molto meglio uno che passa di sorpresa in sorpresa, di protesta in protesta, che davanti al
Vangelo urla:
“non è possibile”, “questo è pazzo”, “non si può vivere così”, “cosa sta dicendo” piuttosto che sentir dire a caso:
“Lode a te, o Cristo”. Un Vangelo che spacca, disintegra e provoca. Che t’innalza, t’abbassa, ti strapazza. Che taglia, provoca, lacera. Che ti fa sentire gigante, nano, incapace di camminare. Che ti fa innamorare, imbestialire, stupire e roderti. Che ti propone tutto, il contrario di tutto, la somma di tutto e del suo contrario. Che ti sbatte contro Cristo. Contro la sua bellezza. Contro la sua esigenza. Ecco perché Rodolfo è stato il mio predicatore quella domenica: perché s’è reso conto che queste cose sono di un altro mondo. Che il mondo di Cristo è un mondo alla rovescia. Che il Vangelo è opposto al Giornale, fa impazzire i nostri occhi, disintegra le nostre visuali. Che è ridicolo, di fronte alla sublimità di un messaggio eterno, fare i filosofi, trovarci il cavillo, anestetizzare il Vangelo, smussarne gli angoli, farlo diventare un lassativo:
“Beati i puri di cuore”. E il parroco, guardando la cesta delle offerte da riempire, lo scoloriva ben bene:
“Si,ok. Ma ai tempi di Gesù il cuore era…, la purezza significava…, dire beato equivaleva a …, per cui Cristo voleva dire…, tenendo conto che…”. No, gente! Meglio uno che scappa di uno che non sente il pericolo, meglio passare per ignoranti che per scontati, meglio la ribellione alla pigrizia.
Meglio un dito contro che un cliccare Play e sentirsi dire:
“Lode a te, o Cristo”.
Ci son giorni in cui mi fa piangere: per rabbia, per emozione, per incanto. Ci son notti in cui lo guardo: per baciarlo, per accarezzarlo, per dirgli vai via! Per stringermelo tra le braccia, per addormentarmi con il suo volto sulle labbra. Ci son sere in cui mi tormenta, non mi lascia in pace, mi provoca, m’indispettisce, rischia di farmi scappare. Ci son settimane in cui lo invoco, lo ringrazio, vorrei dimenticarlo. Con Cristo ho un normale rapporto Padre – Figlio!
Ma non saprei più fare a meno di Lui. Perché in un mondo di persone scontate, di idee riciclate, di pensieri svuotati è rimasto la mia Eccezione.
Tradotto in lingua corrente: un
figo!
"O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco!" (Sal 62,2)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana