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Kiyoaki
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| Così intravidi un altro sole, diverso da quello che per lungo tempo mi aveva concesso i propri benefici, un sole saturo delle fiamme di un'oscura passione, un sole che non bruciava mai la pelle, che aveva un fulgore ancora più strano: il sole della morte.
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martedì 14 giugno 2005
ore 10:24 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il paese di merda
L'esito del referendum è un'ulteriore prova che, al di là delle convinzioni delle singole persone, noi viviamo in un Paese di merda. Questa è una nazione che non capisce un cazzo in massa, snobba i minimali della strumentazione democratica, se ne fotte di problemi fondamentali quali ricerca scientifica e statuti della vita. E' un Paese il cui Sud persiste nel fare da zavorra elettorale di fronte ai momenti politicamente decisivi e il cui Nord è capitanato da idioti sfatti dal benessere crasso e da ragiunatt che chiedono il ritorno alla lira ma sognano la Cermhania. Questo è uno Stivale bucato, la portaerei nel Mediterraneo ormai in secca, una landa in cui si affittano le spiagge e, se non si affittano, è tutto un Riminiriccione identico alle spiagge affittate. E' una provincia vaticana che pensa che spettrali e ossuti ominidi, con la zucchetta color porpora in testa, ancora abbiano ragioni civili da esprimere. E' la melma dell'occidente e una disgrazia che l'oriente non si augura, quest'avanguardia del provincialismo e dello scazzo, che si sente invasa dalle scarpe cinesi ed è manipolata da lesbiche roche che nel tivvì spacciano spazzatura per realtà. Mi vergogno profondamente di viverci, in questa merda, a poche ore dall'esito dei referendum.
Dice: erano quesiti troppo difficili, esposti in forme astruse, la gente non capisce. Come se la gente, quest'odiosa palta sociologica a cui si è ridotta la comunità, non avesse il dovere e il diritto di farsi un'idea di un tema tanto centrale, tanto pressante, tanto radicato nel cuore del futuro di ognuno di noi. Fecondazione assistita e ricerca con le staminali: orizzonti terapeutici e statuti filosofici e civili fondamentali. Ma la gente non ci ha la voglia, capisce solo i Costantini, le Melisse, i Valentinirossi che ciacolano le quattro regole di grammatica che hanno appreso e soloneggiano in un'azzurrina nullità. La gente è ignorante e allora non deve decidere sui limiti della vita, sui vantaggi e gli svantaggi della bioetica e della manipolazione sperimentale. Fare uno sforzo per leggersi una paginata di Corriere della Sera su che cavolo è un embrione? Macché. E' da settimane che vivo ogni mattina al bar situazioni da cappuccino mainstream e generalista, con gente che scambia embrioni per spermatozoi e chiude con battute chiaverecce. Non vivo a Milano, ma in una fiction con la Ferilli. Il disimpegno e il pressapochismo hanno raggiunto livelli sconfortanti. Anziché cogliere l'immensa possibilità di una decisione che, per una volta, sbaraglia le divisioni ideologiche, costringendo ammiratori dei gerarchi fascisti ad assumere posizioni superprogressiste ed ex bravi ragazzi radicali a esprimersi come Pio IX, questo Paese volta le saplle allo strumento della consultazione diretta, si accoccola nell'obnubilante torpore della parodia di democrazia a cui hanno ridotto mezzo continente. La dice lunga, la percentuale dei votanti al referendum, sulle chance di reinvenzione politica di questo Paese. Era una chance. Il risultato è che essa ha di fatto mostrato la pervicace inanità politica di ciò che si pretende trasversale e liberatorio, confermando al tempo stesso la funerea persistenza di punti di riferimento ormai sorpassati, schiacciati dal tempo e dagli errori commessi. Questa sera un giornalista del servizio pubblico, che dovrebbe essere una persona dedita all'obbiettività, ha intervistato, con modulazioni che andavano dalla moquette allo zucchero filato alla prostrazione dei valvassini, un importante gerarca italiano della Chiesa cattolica. Questo cardinale, che è prossimo a essere sostituito dal nuovo Papa e non per colpa della prostata, enunciava logiche istituzionali che nulla hanno a che vedere con la fede e appartengono in toto a una prospettiva politica sull'esistenza. Del resto, questo è un Paese che, pur professandosi cattolico, non crede assolutamente più a paradisi e inferni e, se interrogato mediante sondaggi dal quorum assicurato, non è davvero in grado di dire se l'ostia che saltuariamente ingurgita sia simbolica o davvero la carne fisica del Cristo. La Chiesa di questo Paese è cieca e perennemente parkinsonizzata, cristallizzata al momento in cui aprirono la breccia di Porta Pia. I vescovi italiani si pronunciano sul calcio e sull'Alzheimer. E' una Chiesa che non capisce davvero cosa sia e cosa stia dicendo il suo Pontefice, al di là delle superficiali apparenze. E' una Curia con tanto di giornale e versamento delle tasse. Si dovrebbe dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, ma questi vogliono sia quel che è di Cesare sia quel che è di Dio. Dimenticano che per ogni Cesare c'è un Bruto. Non si discute qui del "sì" e del "no". Si discute delle incredibili prese di posizione di vertici istituzionali che caldeggiano il non ricorso alle urne, che spacciano doveri elementari (su cui la democrazia si regge e attraverso i quali viene sentita propria) con diritti da zapping televisivo. Tatticismi, strategie minuscolissime rispetto all'enormità dei problemi affrontati, dinieghi a mezza voce, roboanti appelli da ex democristiani pronti a sfruttare una sconfitta totale dei cittadini, oltre che delle coppie sterili e dei ricercatori scientifici. Salvo poi, sulle stesse pagine che hanno imposto un martellamento surreale circa l'astensione (mai così prossima, in questo caso, all'astinenza) leggere le parole enfatiche di retori nazionalisti fuori tempo, che lamentano la fuga dei cervelli all'estero. Stiamo scherzando? Fossi un genetista, partirei stanotte per la California. Considerazioni ulteriori che non vengono fatte o si fanno a voce bassissima, mentre si vocifera mediaticamente sullo storico pellegrinaggio ciellino per l'astensione. Anzitutto è una elementare questione di fantastico. E' mai esistito un frangente del fantastico in cui l'umanità, intravvedendo una possibilità pratica di intervenire sulla materia, se ne sia astenuta? La materia su cui si votava doveva essere il pane di scrittori, artisti, intellettuali: gente che, a diverso titolo, si dovrebbe occupare di fantastico. Il fantastico è lo spalancamento delle possibilità nella storia. L'assordante silenzio che in occasione del referendum la comunità intellettuale italiana ha fatto pervenire ai nostri padiglioni auricolari è sintomatico: non esiste una comunità intellettuale e, se esiste, è una comunità di gente che non si rende più conto che, in quanto intellettuali, ci si occupa precisamente di queste cose qui. Philip Dick se ne è occupato in tempi non sospetti, i nostri scrittori non se ne occupano manco in tempi sospetti. Ancora. Il ruolo vicario della politica. E' plausibile che l'arco costituzionale venga terremotato da questioni tanto centrali? A cosa stavano pensando i rappresentanti politici quando stendevano o votavano quella legge? Uno può considerare la legge 40 infame o legittima, ma ha il diritto di chiedersi a cosa pensavano i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, mentre votavano quegli articoli. Farsi trovare così impreparati, così spensieratamente approssimativi costituisce un sintomo di assoluta gravità. E' incancrenita più che mai la macchina della rappresentanza. I richiami della retorica ciampista sono ridicoli o deleteri, rispetto a questa, che è una realtà di fatto. L'istituzionalizzazione diviene un meccanismo pericolosamente vuoto e incerto, quando è privo del sentimento di appartenenza, cioè di validità, cioè di rapporto tra popolazione e politica. Lo stato confusionale della classe cosiddetta dirigente, sovrapponibile a quello che ha còlto i rappresentanti della Chiesa rispetto a cosa sia Dio, è il segnale di una debolezza intrinseca del processo democratico. Nell'indifferenza, e non negli applausi, cresce il rischio del collasso delle repubbliche. La strategia tecnocratica, che prevede un progressivo allontanamento del citoyen dalla politica, vive in questo momento il suo buco nero. E', storicamente, il momento in cui si fanno sentire le pressioni dei lumpen e che queste vengono intercettate e reinterpretate dalle destre estreme. Lo scivolamento nel coma prepolitico da parte degli italiani è uno stato di incertezza cronica: dove sarà direzionata quest'inerzia, non si sa. Non si sa nemmeno se verrà direzionata. Certo è che non si tratta di un segnale di salute. La febbre della democrazia si sta rovesciando una febbre e basta. Urge una risposta di movimento. E' a coloro che sanno cercare, scavare, reperire ragioni che, a questo punto, si può rivolgere un appello. La mobilitazione di immaginario deve crescere di gradiente. Deve commistionarsi, cogliere ogni possibilità e suggestione che offra la comunità, nazionale o internazionale. Non si può affidare all'elaborazione di un odontotecnico brianzolo l'enorme dimostrazione di civiltà che la Francia ha fornito in occasione di un altro referendum, quello sulla Costituzione europea. Bisogna comprendere che le battute grottesche degli odontoiatri brianzoli sono una sfida sul piano dell'immaginario, dell'interpretazione, della ricezione. Bisogna sottrarre terreno a chi direziona l'immaginario secondo traiettorie reazionarie. In quest'opera, noi di Carmilla ci proviamo, ci abbiamo provato, continueremo a provarci.
Giuseppe Genna
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lunedì 6 giugno 2005
ore 23:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Un'altra alba possibile
Ezra crollò, improvvisamente. Si piegò su sé stesso, si accartocciò come se il sole improvvisamente si fosse vergognato di dover abbandonare il campo ogni giorno da quel lato di quel pianeta insignificante, come se la violenza del suo calore dovesse imporsi per spaccare una buona volta quei ricevitori così abituati a una sintonia in fondo così imperfetta ma così gentilmente confortevole, da quelle parti. Qualcosa stava andando storto. Qualcosa stava andando, per lo meno, in modo inaspettato. Non era il bambino straziato dal cane. Quello era un messaggio giusto, era un simbolo, una scritta ripetuta sui muri della città intorpidita. Il suo sangue aveva salvato quel futuro idiota da un futuro orrendo. Era stato santificato, reso migliore di quanto non avrebbe mai potuto nemmeno concepire di essere. Se esisteva una trascendenza, non era certo la giustificazione che predicava quell’assassino vestito di bianco, rantolante negli schermi, ipocrita apostolo di una pace inesistente. La strada era giusta, la missione procedeva inarrestabile, ma, fin troppo, imprevedibile. Tentò di alzarsi per percorrere il viale come doveva, ma intorno a sé il sole aveva sbalzato una lamiera incandescente, era risorto accompagnato dai vecchi compagni d’arme. Stava smarrendosi senza averlo deciso, senza il controllo che auspicava e che lo aveva portato ad essere una divinità. Ad essere. Non era più. Era quel viso sconosciuto che da bambino si impadroniva dello specchio che scrutava per ore, fino a svenire. Ogni cosa stava prendendo possesso di ogni cosa. Si abbandonò ai propri occhi, all’inferno e al volto privo di sguardo che elettrificava la fede.
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domenica 5 giugno 2005
ore 22:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Osserva immobile
Il deciso muoversi di ogni sua cellula confidava a Ezra la totale e assoluta padronanza della situazione. Se solo avesse voluto, lo scenario sarebbe mutato, si sarebbe sciolto trascinando con sé la sua decisione, ormai inservibile. Ma gli alberi cristallizzati e ostili costituivano una sfida troppo satura di vittoria per imporre apertamente un destino altro. Incrociò spavaldamente lo sguardo con l'autista di una limousine bianca, ferito in volto dal riflesso crepuscolare. Alla sua destra si stendeva tronfio un prato rasato e regolare, e un bambino con i pantaloni corti e una maglia a strisce orizzontali si carezzava la testa di fronte a un bassotto acquattato. La scena lo infastidì. Si trattava di un falso, un falso d'autore forse, ma era un insulto alla sua intelligenza. E la cosa lo infastidiva molto. Sorrise confortante e strizzò gli occhi al cane salutandolo con gesto ampio. Questi abbaiò festoso, o sospettoso, ma tanto bastò per incuriosire il suo piccolo padrone che si voltò e ricambiò il saluto ancora alto all'orizzonte. Ezra imboccò lo stretto lastricato e avanzò incontro alla coppia di cuccioli, affondando la mano nella tasca posteriore. Il cane gli si gettò festoso al collo nel momento stesso in cui appoggiò il ginocchio a terra. Tolse la mano dalla tasca e mise al collo del bambino il medaglione, gli carezzò il cranio rotondo dopo di che scostò l'animale e si alzò tornando sui suoi passi. Il ringhio scivolò in pochi isolati grugniti che soffocarono le urla isteriche. La piccola trachea tranciata rese Ezra consapevole che un altro passo era stato compiuto.
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mercoledì 1 giugno 2005
ore 13:36 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Viale del tramonto
La lunga limousine bianca cozzò violentemente contro il muro, troncando poco sotto il diaframma la vita dei due amanti avvinghiati. L'edificio era vecchio e solido, non subì altra conseguenza nell'impatto che sgraziate scrostature imbrattate da vaste macchie di sangue e schegge d'osso. Queste però non si notavano: Ezra dovette portarsi a pochi centimetri per apprezzare quelle piccole geometrie bianche. La prova aveva avuto successo. Calma. La prima parte della prova aveva avuto successo, probabilmente la più impegnativa, ma non doveva assolutamente rilassarsi e perdere concentrazione. Dopo aver indossato il cilindro trafitto dalla freccia Apache voltò l'angolo. Si trovava di fronte al numero 2335 e doveva retrocedere fino al 1534. Il viale tortuoso si inerpicava disordinatamente sulla collina, a tratti nascosto dalla macchia, a tratti nudo allo sguardo del sole lucido e impietoso. Il tramonto era iniziato nel migliore dei modi e la delicata brezza serale sembrava trafiggergli il cranio, confermandogli la bontà del lavoro svolto.
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venerdì 20 maggio 2005
ore 16:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Muovo tremendo
verso il vuoto acceso, privando i contorni di parti inessenziali. Non esiste ancora la traccia, la civetta ha abbandonato l’albero per il segnale, ancora morte sulla strada. L’idolo di pietra sussurra con le voci dei passanti i volti dei simboli perduti. L’innocenza uccisa fa mostra del cadavere già nero, la pioggia incombe. Il veleno non abbandona mai del tutto la vittima volontaria, osserva da un angolo cupo il volgere della notte.

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lunedì 16 maggio 2005
ore 22:34 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Dead Cat
Questa sera non sono ispirato, però sono stanchissimo, tanto da rasentare l’ispirazione. Che si troverebbe però priva di un sostegno materiale sufficientemente valido, soprattutto di una certa coordinazione linguistica. “L’ultima volta era anche peggio, mi svegliavo e c’era il vuoto” diceva il capitano Willard. Il ritorno è stato piuttosto rilassato, quasi blandamente euforico in certi tratti, anche se il grigio angosciante che gravava sul nulla alberato della pianura padana è stato vicino a mettermi in difficoltà. Cerco sostegno, cerco un approdo per i resti devastati del discernimento, un punto di osservazione privilegiato per l’interminabile dissoluzione, ma in fondo mi basterebbe una lama abbastanza affilata da liberare il cervello dal superfluo, senza però interromperne l’esistenza mortale. Possibilmente almeno. Dopo i brutti incontri e il gatto morto, l’esplosione stavolta non c’è stata, solo un improvviso e pur potente ripresentarsi del risveglio, poi la lenta, inesorabile scarica. Risolta in quella compressione del ricordo propria delle sconfitte. Ma la guerra è di là dall’essere perduta.

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sabato 7 maggio 2005
ore 17:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Fatevi sotto bambini...
Il vantaggio di abbandonare la città natale all'età di 10 anni, è che si hanno abbastanza ricordi per ricostruire i luoghi dell'infanzia ma al tempo stesso, i ricordi sono privi di quella nitidezza che assume, reale o artefatta, la memoria di eventi dell'età adulta. Intendo gli esistenti anch'essi come eventi, dato che un luogo altro non è che l'azione dei sensi che lo osservano, è l'essere lì in quel momento, in quello stato d'animo, per determinate ragioni. Ricordo nella mia mente di bambino un grosso sasso, appena fuori dalla scuola. La città era molto piccola, pur essendo capoluogo di provincia. La scuola era la succursale di una scuola molto piccola di una città molto piccola. C'erano una prima, una seconda, e così via fino alla quinta. Un edificio basso, ad un solo piano, che confinava con altri simili, un po' più grandi. Era un piccolo campus scolastico senza troppe pretese, penso che complessivamente ci fossero meno studenti di quanti ce ne siano in una qualsiasi scuola superiore di PD. Però, la quantità di prati attorno a questo agglomerato di piccole scuole senza pretese era superiore a tutti gli appezzamenti di verde di tutte le scuole di PD messe assieme. Penso anche si possa parlare di "doppio" o "triplo". Piantato in mezzo a questa distesa verde, anch'essa a modo suo senza pretese, troneggiava, pur senza pretese, questo masso. Un bambino di 7 - 8 anni ci si poteva arrampicare senza troppa difficoltà, e così si faceva nell'intervallo, che si svolgeva rigorosamente all'aperto, quando la stagione lo permetteva. Si era in pieno periodo di psicosi droga, era il post '77, e nelle piccole città senza pretese, dove non succedeva gran che, gli eventi del resto d'Italia arrivavano come onde che avevano perso la loro energia strada facendo. Però a scuola, i bambini parlavano, come è giusto che fosse. Alcuni di noi, quelli con i genitori più prudenti e maggiormente esperti delle "cose del mondo", erano invitati a prestare attenzione a una serie di cose, tra cui ad alcuni "ragazzi più grandi" che ti aspettavano fuori da scuola, ti regalavano dei francobolli che se li leccavi poi non potevi più farne a meno. La cosa si posò delicatamente nel mio cervello di bambino portato all'esercizio della fantasia, mi immaginavo questi francobolli, questi "ragazzi più grandi", arricchivo lo scenario di nuovi dettagli, mano a mano che gli amici bene informati ci fornivano nuovi dettagli. Siringhe, visioni spaventose, foglie magiche, personaggi che si muovevano col favore delle tenebre, che emergevano alla luce per fare nuovi adepti, e portarli poi con sé nel mondo ctonio dei drogati... Così, un pomeriggio, credo fosse vicina la fine delle scuole, stavo andando a trovare un amico che abitava nei pressi della scuola. Passando vicino al masso, quello senza pretese, vidi alcuni "ragazzi più grandi" seduti sopra il masso e uno di loro mi chiamò. Istintivamente mi diressi verso di loro, ma improvvisamente, la mia immaginazione reclamò la sua parte, e ricordai tutte le storie su alcuni "ragazzi più grandi", e così corsi via a gambe levate e tornai a casa. Eccitato più che sconvolto. Allora era vero!! Raccontai a mia madre quello che avevo visto e lei si mostrò molto interessata al mio racconto, ma non gli diede più importanza di quando vidi volare degli oggetti nella casa delle streghe dietro al macello, o di quando vidi una volpe rabbiosa nel cortile di casa, anche se questo evento fu poi suffragato dalla testimonianza di alcuni vicini di casa. Mi piace riconoscere in questo ricordo, nitido ma non troppo, il mio primo contatto con il mondo della droga. Qualcuno direbbe che la droga fa bene, e sinceramente non mi sento di dargli torto. Anzi, fottendomene dei distinguo, non posso che dargli ragione. Un vescovo e un barone inglese rimproverarono a Goethe l'ondata di suicidi seguiti alla pubblicazione del "Werther". La risposta, da par suo, fu:"Il vostro sistema commerciale ha provocato e provoca in continuazione migliaia di morti, potrete perdonarne qualcuno al mio libro, no?"

...occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini
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giovedì 28 aprile 2005
ore 16:37 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Piano Quinquennale
Finalmente la stanchezza aveva oltrepassato la zona critica. Era stato davvero impegnativo tenerle testa, mantenersi attivi senza assecondare la magia suadente del limite del sonno. Ignorare l’abnorme forza di gravità dei muscoli, violentare il desiderio di riposo. Aiutarsi con i trucchi più infantili, come piegarsi e flettere sulle braccia, sferrare pugni a vuoto, cercando la coordinazione perfetta. La luce scarsa e le mille ombre nascoste rendevano tutto estremamente difficile. Ma la volontà, finalmente, aveva elevato la ferrea ragione a regola. Ora poteva prendere il posto assegnato nella sala PV del settore C, l’ultimo ancora presidiato, cioè l’unico inaccessibile dall’esterno: le cariche erano ancora innescate. L’occasione ideale per concludere l’intera faccenda. L’occasione per la quale avevano, ancora imberbi, offerto le loro esistenze. Il momento di eccelsa gloria. Il fulgore limpidissimo della lama che cala arrossata dal sole dell’alba, per l’ultima volta. Il compimento di un destino eroico. Era rimasto solo lui, per quanto ne sapeva. Le comunicazioni principali erano troncate. Erano ancora attive le linee periferiche, che veicolavano i dati cifrati di seconda e terza fase: lamenti, imprecazioni, preghiere. Messaggi disfattisti, probabilmente fasulli. Le linee periferiche, sebbene portassero solamente messaggi cifrati, erano le uniche che non potevano essere in alcun modo interrotte, ma per contro erano suscettibili a intromissioni esterne. Le procedure erano adamantine in proposito, per cui le linee non sarebbero mai divenute un cavallo di Troia, ma al momento opportuno il fulcro della Reazione. L’occasione era dunque arrivata, aveva tutto il tempo per procedere secondo quanto noto, secondo gli ordini, secondo quelle procedure ripetute alla nausea in addestramento, orami diventate più naturali e indispensabili dei più elementari bisogni corporali. La paura gli era estranea da molto, ormai. L’unico nemico che si frapponeva tra lui e il compimento del Dovere Definitivo, terza e più importante ipostasi della Divina Essenza, era stato strangolato, stritolato dalle spire della sua Fede. La stanchezza era domata. La fame sua ancella dimenticata. Ora si nutriva di sé stesso, delle ultime stille di energia vitale, dei sedimenti più ricchi di potenza della sua mente. Il processo irreversibile di sintonizzazione con la Mente Universale e di distruzione dell’ego era innescata. Si sedette con calma al Posto Assegnato. Non lo aveva mai visto prima, ma sapeva esattamente come sarebbe stato. Sorrise freddamente, lasciando che la Concentrazione Assoluta si posasse su di lui. Attivò il Sistema di Estremo Salvataggio, inserendo nell’apposito alloggiamento di scansione la mano destra, che gli fu mozzata poco sotto la testa dell’ulna , come previsto. Il laser cauterizzò rapidamente la ferita, mentre la Sonda Senziente, estensione materiale della Divina Essenza, si biforcò penetrandogli gradevolmente le narici. In un attimo riversò come un vomito assoluto il frutto dei suoi 32 anni di preparazione perfetta e dedizione totale. Mentre si estingueva l’ultimo bagliore di pensiero razionale, riuscì a vedere materializzarsi sullo schermo il Santo Sigillo: le chiavi incrociate e l’esacolo, sormontati dall’aquila. Quella visione era ricompensa e viatico: aveva portato a termine l’Estremo Incarico, ora la sua mano destra avrebbe fatto bella mostra di sé nel Tempio degli Eroici Custodi. Il Piano Quinquennale era stato ancora una volta promulgato. Per altri 5 anni, il buon vecchio mondo avrebbe continuato ad essere il migliore possibile, con buona pace dei pezzenti che insistevano nell’offendere il buon gusto con le loro figure denutrite e morenti, dei drogati che cercavano un’immotivata evasione nei loro effimeri paradisi artificiali, dei liberi pensatori, prigionieri di un ego ipertrofico, degli ottusi avversari del progresso, dei nemici dell’Ordine tutti. Ancora una volta sconfitti, grazie a Dio.
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lunedì 25 aprile 2005
ore 20:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Cupio dissolvi
A questo punto dovrei dire qualcosa. So di dover dire qualcosa, qualcosa che ci starebbe bene accompagnato da uno sguardo deciso, un "non oggi". Ma questo andava bene un momento di poco precedente, che a dire il vero mi sembra già piuttosto remoto. Piuttosto difficoltoso da collocare con una certa precisione. Una specie di principio di indeterminazione: mi è impossibile contemporaneamente evocare un ricordo e la sua esatta posizione nel passato. Come se qualcuno avesse pescato dalla mia memoria una serie di ricordi, siano essi odori e il filo che li segue, o immagini, o confuse sinestesie, e li avesse gettati in un contenitore, sigillando e rendendo inaccessibile tutto il resto. Posso attingere, inconsapevolmente, a un record limitato di sensazioni mnemoniche, estremamente nitide nel loro svelarsi, fino nei dettagli che non ricordavo di ricordare. Ma non sono in grado di capire "quando" siano entrate in me quelle sequenze di informazioni complesse. Perchè per comprenderlo avrei bisogno di riferimenti fissi, e questi scompaiono. L'alternativa è accettare gli istanti precisi, ma desolatamente rigonfi del nulla più atroce. Preferisco il ricostruirsi casuale di una memoria ordinata che dissolve nel caos del tempo.
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venerdì 22 aprile 2005
ore 14:30 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Giardino
Spesso mi capita, nei momenti di esaltazione personale, o più di frequente, in quelli di pace estrema, di provare il desiderio intenso, come un bisogno occulto della memoria di ricongiungersi tra breve a sé stessa, di essere trafitto, dilaniato da lame d’acciaio, lucide o istoriate, lampeggianti al sole e tra breve nobilmente striate. O anche, talvolta, di essere percosso e trapassato da proiettili, di avere il torace devastato dalle deflagrazioni rapide e poderose di scariche lontane. La pelle che si lacera, le labbra di carne arrossate da quel sangue che attende da sempre la fuga. Le ossa che implodono, si frantumano fino a liberare i polmoni e il cuore che scoppiano la vita ovunque, mentre il cervello schizza all’infinito infuocato, abbandonando l’urlo che si riempie di schiuma rossa, del mare, inarrestabile compimento di un destino feroce. Il destino è un desiderio irrisolto? Una realizzazione divina della nostra limitata volontà? Forse soltanto il giardino del monastero di Gesshu.

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