Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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domenica 1 aprile 2012 - ore 22:16
Domenicismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Una domenica alternativa, me la sono goduta.
Sei ore al congresso provinciale della Lega, a fare la diretta Twitter, raccogliendo notizie da tutti e scrivendo il risultato per prima. Sono anche queste piccole soddisfazioni. Tardo pomeriggio in centro, a cambiare un paio di scarpe che mi arriveranno la prossima settimana, ma amen - avevo lo shopping compulsivo sabato e ho comprato alla cieca. Lo shopping compulsivo di sabato però ha portato anche una bellissima maglietta. Da Muscoli a ciaccolare con Fabio, oggi era in vena. Mi ha fatto pure un pochino di sconto perché bevevo da sola, come i matti e gli ubriachi, e ci siamo sostenuti a vicenda. Juan Carlos, l’oste poeta, ha capito guardandomi in viso. Capito cosa, poi, chissà. Non me l’ha voluto dire, ma lui dice di sì, lui dice che sa, e che ci sarà qualche novità, presto. E che novità sarà non me lo dice, ma è uno che di solito ci prende. Aperitivo misto, il primo da sola da Muscoli (come i matti e gli ubriachi), gli altri due con la Betta in giro, fra Santi e Trevisi. Poi a casa, tv, libro della Nothomb, e le fragole sul divano.
Perché dovete sapere che in tutto questo sono stata anche al mercatino dei fiori in borgo e mi sono fatta fregare dalla signora del banchetto: ho comprato cinque cestini di fragole a cinque euro. Un cestino costava un euro e mezzo. Ho detto, ecchessarammai.
- Mi dà un cestino? - Uno solo? - Anzi no, facciamo due, dai. - Sono tre euro. - Perfetto, eccoli, grazie. - Ma se ne prende cinque faccio cinque euro, le faccio lo sconto. - Me ne dia due. - Sicura? Se ne prende cinque gliene regalo uno, le conviene. - Eh, immagino, ma me ne bastano due. - Voglio vendere tutto e andare a casa, e devo finire sti cestini. - La capisco, inizia a fare pure freschetto... - Non voglio portarmi a casa tutta sta roba. Ne vuole cinque allora? - No, guardi, sono da sola stasera, ne prendo due. - Ma non le conviene. - Sì ma sono da sola, se ne prendo due ne mangio due, se ne prendo cinque ne mangio cinque. - Ah, lei è come me allora. - Eh, sarà. Però me ne dia due. - Ma scusi, le conviene prenderne cinque a cinque euro piuttosto che due a tre euro. - Sì ma sono tante. - Allora gliene do cinque. - Signora, sono troppe, non posso mangiarne così tante. - Ma le fragole fanno bene, sono antiossidanti. - Lo so, ma io stasera sono a casa da sola, non posso. - Ma non le conviene prenderne due, se ne prende cinque paga meno. - E va bene, me ne dia cinque.
Mancava solo una cosa. Peccato.
Ho riletto Oceano Mare. Ci sono scritte delle cose bellissime.
Poi un giorno la sfiga. Un giorno, insomma. La faccio breve, dicendo un giorno. Non è mica un giorno.
Ogni volta che strategicamente definisco piani dazione - e faccio progetti anche di limitata portata - la mia vita viene stravolta dallineluttabilità del caso e di un destino che sta lì a guardare in quale momento è più opportuno intervenire, per creare il maggior fastidio possibile. Eccolo lì che sbuca da dietro langolo. Buongiorno, ci sono piani oggi? No? Allora torno unaltra volta. Mi hanno detto che domani ne avrebbe un paio, magari ripasso nel pomeriggio, saluti. Saluti a lei, è sempre un piacere.
Stavo smettendo di fumare, qualche settimana fa. Ho ricominciato. Il problema non è aver ricominciato, è che avevo deciso di smettere nel momento sbagliato. Anche lì, piani troppo ben fatti e poi stravolti dal destino. Travolti da unonda. La Fede me laveva detto, non ce la farai. Io tiravo dritto, vedrai. Cazzo, aveva ragione lei anche stavolta. E anche oggi ha ragione lei.
Adesso è facile – Mina & Afterhours
Dici che mi vuoi perciò mi avrai Dici che mi sai e poi si sa Che tanto facile è tanto facile Adesso che non cè più lei È tanto facile adesso è facile Sapere cosa vuoi Capire cosa sei Ma ti ho aspettato e scopro Che sei già passato dentro me So che tu mi vuoi Prendimi se puoi E dici che mi sai E poi mi va Adesso è facile è tanto facile Adesso che non cè più lui È tanto facile è solo facile Capire cosa cè O dirsi che non cè Ricominciare a vivere con me per me E adesso è facile è tanto facile Davvero splendidi io e te Adesso è facile è tanto facile Capire cosa cè e amare quel che cè Ricominciare a vivere per me con te Ricominciare a vivere per me
Amiche come noi non ce ne saranno più, ve lo dico e ve lo assicuro, ci metto una mano sul fuoco. In questo mondo e in un altro, uno qualsiasi, due come noi non esistono. E non accetto repliche, è così e basta. Una mattina intera nonostante l’ora solare che incombe sul mio sonno con la persona che più mi conosce in questa terra, e che come dice lei mi ama più di chiunque altro. Perché tutto intorno a noi gira, e non si ferma mai, e continua a girare e trasformarsi, e anche la musica che ascoltiamo in macchina cambia di continuo. Oggi c’era questa nel cd, e l’abbiamo cantata come si cantava Vasco dieci anni fa. Ed è Fossati.
Cantiamo Fossati a squarciagola in macchina, anche questo non l’avrei mai pensato. A trentun anni si fanno cose strane.
Eppure siamo sempre noi. Siamo passate attraverso il lilla e i jeans a zampa, le lezioni e la biblioteca, i capelli tinti (io rossi, lei neri) e i trucchi a basso costo, i giretti al mercato e le cicche di nascosto. Ma restiamo sempre le stesse anche se abbiamo poco tempo e ci vediamo ogni due settimane se va bene. Il lavoro, gli impegni, la vita che ti porta un po’ dove vuole - e dove vuoi. Ma è sempre tutto splendidamente uguale. Abbiamo ancora vent’anni.
Una festa in un’azienda a Castelfranco, fanno trenini. Io ho sempre odiato i trenini. Quelli di Maracaibo che ti fanno ballare a capodanno, e quelli che ti suonano dietro la schiena quando passeggi sul lungomare. Li ho odiati tutti. Oggi mi piacevano da morire.
E che buoni quei prosecchi.
Nea 2010
E stasera bis, a mangiare la pizza insieme. Due volte in un giorno. Oggi è il mio giorno fortunato.
Concerto di Elio e le Storie Tese (strepitoso) a Padova, ieri sera. Amici che non vedevo da tanto, tantissimo tempo. Amici di spritz.it fra l’altro, ed è sempre una bella conferma. La partenza era stata a rilento. Rogne e piccoli inconvenienti lavorativi mi hanno impedito di lasciare casa prima delle 19.15, e avevo appuntamento alle otto con gli altri, a Padova appunto, ma neanche Padova, in un locale che non conoscevo a Padova Ovest, robe che non si trovano neanche col navigatore – che io, fra parentesi, non ho. “Faccio la Noalese” avevo annunciato trionfante. “Non arriverai mai, prendi l’autostrada” mi hanno intimato. E così fu. Ero titubante, ma è stata col senno di poi la migliore soluzione. Andata senza interruzioni, 110 km/h costanti (la mia micra non mi permette molto di più) e qualche camion troppo irruento nei sorpassi, ma ne sono uscita benone. Ma il ritorno, ragazzi, il ritorno.
Mi sono infilata le cuffie e sono partita. Dopo Spinea sul Passante non ho trovato una sola macchina. Eravamo io e la mia musica nel buio totale, solo i miei fari davanti a me e qualche altra lucciola luminosa in lontananza, lampioni di paesi, insegne industriali, qualche camion sonnolento a bordo strada. Un’ora di Silvia sola con se stessa e pensieri che arrivano dalla testa dritti al cuore, e viceversa. Poi in pancia si fermano ed esplodono nel resto del corpo. Fino all’uscita di Silea non ho trovato nessuno. Era l’una e mezza di notte, chissà forse erano tutti a letto a fare sonni belli, in un lettone grande e morbido e che sa di pulito, e io giravo in macchina con un insolito sorriso e lacrime di indecisione fra Padova e Treviso, entusiasta come se fosse stato un viaggio d’iniziazione. Eppure ne ho fatti altri, sempre verso Patavium, sempre a trovare loro. Stavolta era come se fosse diverso. Sarà che è una strada che percorro poco, sarà che avevo bisogno di fare qualcosa da sola, sarà che è un periodo della mia vita un po’ così, in cui scopro ed esploro e alterno momenti di lucida razionalità a istinto e improvvisazione. Sarà che ne avevo bisogno, di Elio, degli amici, della musica giusta. Ma correre nel nulla come se fosse una strada verso nessunluogo, vedere davanti a me solo profili di notte e buio, cantare a squarciagola. Ecco, mi sono sentita viva e felice.
Il brutto è venuto dopo. Ho fatto sogni strani stanotte. Inquietanti, direi. Paurosi, quasi, se non rifiutassi l’idea di avere paura, in questo momento. Persone che mi scrutano e mi lasciano senza motivo, che preferiscono perdermi piuttosto che rischiare di tenermi. Io sono un rischio, instabile, precaria, appesa a un filo. Ricordo solo qualche immagine e qualche sguardo stranito. Qualche volto conosciuto, qualcuno sconosciuto. Ma se ne andavano tutti, e io con le mani sciolte cercavo di non spargermi in mille pezzi. Non sono bei sogni da fare, di notte.
Però il viaggio di ieri, una macchina tirata fino a 120 e mi sembrava di volare. Tremava tutto, il cruscotto, l’acqua sul sedile del passeggero, tremavano perfino i tergicristalli – mica sono abituati a queste folli velocità. Con un altro motore sotto il sedere avrei corso anche di più. Mi sarebbe piaciuto un sacco, schiacciare finché ce n’è e staccarmi da terra e prendere il volo. Tanto c’ero solo io. Io e la notte.
Se un giorno mi avessero detto "metterai una canzone di Arisa" avrei mostrato il medio.
Arisa - La Notte Non basta un raggio di sole in un cielo blu come il mare perché mi porto un dolore che sale, che sale... Si ferma sulle ginocchia che tremano, e so perchè...
E non arresta la corsa, lui non si vuole fermare, perché è un dolore che sale, che sale e fa male... Ora è allo stomaco, fegato, vomito, fingo ma c’è
E quando arriva la notte e resto sola con me La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà La vita può allontanarci, l’amore continuerà...
Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare Ma c’è il dolore che sale, che sale e fa male... Arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me
Prosegue nella sua corsa, si prende quello che resta Ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa Vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c’è
E sale e scende dagli occhi il sole adesso dov’è? Mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
Che le parole nell’aria sono parole a metà Ma queste sono già scritte e il tempo non passerà
Ma quando arriva la notte, la notte e resto sola con me La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà La vita può allontanarci, l’amore poi continuerà...
Ma quando arriva la notte, la notte e resto sola con me La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà L’amore può allontanarci, la vita poi continuerà Continuerà Continuerà
Come spesso succede quando mi vengono le giornate piccole e grigie, oggi sono tornata nel vortice di Mia Martini. Minuetto, Piccolo uomo, Almeno tu nelluniverso, Gli uomini non cambiano. Così, in rapida sequenza. Giusto per farsi male (sono una pesci, capitemi, cho il melodramma nel sangue).
E così mi sono messa a guardare indietro, scartabellare arretrati, per evitare di mettere una canzone già postata. E ho ripescato questo vecchio post su di lei. Accidenti. Quando mi ci mettevo, una volta, sapevo quasi scrivere.
Dovrei mettermele nelliPod per cantarle in bicicletta, queste canzoni, mi mancano e non so perché non ci ho mai pensato. Forse perché tendo a mettere quelle più allegre, di solito. E credo che le vecchiette che incrocio sul mio percorso a pedali apprezzerebbero, non le vedo convinte quando canto a squarciagola Vasco o gli Abba – soprattutto quando canto in lingua straniera, le vedo che non sono convinte. Mia Martini invece la conoscono, è patrimonio nazionale dopotutto e fa parte della loro cultura musicale, secondo me gli farei pure un piacere. E poi magari tornerebbero a casa cantando pure loro.
Questa non lavevo mai postata su spritz.it. Beccatevela.
Gola in fiamme oggi, Amanda Lear si è impadronita di me e parlo con le sue corde vocali - preferirei avere le sue gambe o il suo conto in banca, ma cè dellinsana ironia nel Signore che sta lì al piano di sopra, si starà sbellicando dalle risate. Ieri sono riuscita a mascherare la voce fra caramelle, tantumverde e antinfiammatori. Oggi non se ne viene fuori, non mi riconosco nemmeno io. Fra laltro ho passato unaltra notte insonne che non riuscivo a deglutire. E sapete cosa sono questi? I sintomi della gastrite dellanno scorso. Molto, molto, molto bene piccola Silvia. Dai che ce la facciamo a rovinarci la primavera anche stavolta.
Avete mai pensato di abitare in una tenda indiana, passarci le ore e le giornate e guardare il soffitto a punta? Ci pensavo ieri mattina. E stanotte me la sono pure sognata, mi pare. Ne sono abbastanza sicura. Non credevo mi sarebbe potuto piacere, non l’avrei mai pensato – quella lanaccia grezza che pizzica e gli spifferi e l’odore di pelle e fango e tutto quel che segue, che anche se non sono una signorina di città certe cose mi segnano. Invece eccomi qui a fantasticare, così.
Deliri di onnipotenza o di follia, che un po’ fanno il paio.
Chiudete gli occhi e pensateci, non è difficile, io l’ho fatto. Dentro è tutto buio, se volete la luce bisogna accendere una candela, ché non avevano mica l’elettricità a quei tempi, poveretti, chissà come facevano ad asciugarsi i capelli. Mannaggia, ho già spezzato il romanticismo dell’immagine, ricominciamo daccapo.
Dentro è buio, si vedono solo i profili dei corpi e degli oggetti, che si muovono e poi restano fermi. Fuori non c’è nulla, praterie e sassi e sabbia e qualche cespuglio secco qua e là, i colori sono tutti di terra e fuoco. La notte però ha le stelle più belle di questo mondo perché non ci sono lampioni a rovinare l’atmosfera, né insegne intermittenti o fanali di auto che sfrecciano e chissà dove vanno. La tenda è piccola, ma grande quanto basta per rimanerci distesi e tenersi un libro a portata di mano. Ci si sta soli, al massimo in due. E con un pacco di biscotti che si abbinano sempre alla grande. Quando sei lì non ti serve altro. Ecco, voglio una tenda Comanche.
Non mi candido più alle primarie. Ho deciso di abbandonare il mio sogno di gloria. Sarei stata un ottimo sindaco, che peccato. Con la Lega in caduta, il Pdl a pezzi e il Pd che non sa vincere le sue primarie, avevo la strada spianata. Ma che ci volete fare, mi toccherebbe lasciare il lavoro. E non credo sia il caso, per il momento. Certo, se poi le cose non vanno bene neanche l’anno prossimo mi mangerò le mani. Ma non posso abbandonare ora, sono già stata rimproverata dal capo.
Oggi vi regalo una canzone bellissima. Lei è tipo Justin Bieber italiana, ma questa canzone mi piace un sacco. Sono contenta perché l’ho trovata, la musica del mattino. In realtà è da ieri pomeriggio che mi gira in testa, ma l’ho tenuta per oggi, che non si sa mai. Faccio musigna per i tempi magri.
Pace e bene fratelli.
S
Ps: Un articolo sul Corriere.it mi dice oggi che se mi metto i jeans per uscire forse sono depressa. Prego? Mi state prendendo in giro vero? Ci ho messo due mesi di dieta per rientrarci in questi jeans, e voi ve ne venite fuori che sono depressa? Io ero depressa prima, quando non potevo metterli. Come la mettiamo? La rivediamo sta ricerca inutile? Grazie.
Buongiorno. Siete pronti per gli shaulismi di oggi? Eccovi accontentati.
Di che colore è il cielo? Credete azzurro? Non fidatevi. Vi stanno mentendo. La gente mente di continuo, ascoltate me. Può essere celeste, cobalto, blu, e non è mica la stessa cosa. Pare e invece no. Rosa, se uno vuol guardarlo di sera. Nero, se non ci sono stelle né nuvole né luna. Grigio quando piove, violaceo quando c’è il temporale in arrivo. E sono solo un paio di regali che vi faccio, clemente e generosa come solo io so essere. Detto questo, adesso, sareste disposti a dire che è azzurro a chi vi chiede di che colore è il cielo? Poi dite che uno fa confusione, in questa vita.
Ho mollato gli ormeggi.
Non trovo una canzone adatta, quindi mi accontento della foto che comunque rende l’idea, con quel nuvolone arruffato e rumoroso al posto della testa. La musica aiuta a fare chiarezza, a volte. Ogni giorno, dopo la consueta rassegna stampa delle 8, ne metto una su Facebook, e c’è chi mi chiama il juke box del mattino. A volte è difficile trovare una canzone significativa o in linea con lo stato d’animo e gli eventi che si rincorrono, a volte è una scelta obbligata. Spesso mi arrangio con le sole "canzonibelle". Oggi non mi veniva.
Sniffo crema Nivea per avere sotto il naso un odore che mi faccia stare bene, e non so neanche se mi fa bene. Sto veramente superando ogni limite di follia. Ho pure smesso di mangiare, e detto da me è come il Pd che vince le primarie. A proposito, ho quasi deciso di candidarmi alle primarie del Pd, voglio essere il primo sindaco giovane, donna e di centrosinistra di Treviso. Voglio rabaltare la città, verrebbe fuori una figata. Dany e Fede hanno riso un sacco, ma si rendono conto anche loro che potrei essere un ottimo candidato. Ho i miei agganci in città, 80 firme le trovo come niente. E chi mi ferma più, faccio il botto. La vogliamo cambiare sta Treviso o no? E chi ci mettiamo, i soliti volti noti? Voltiamo pagina. E di pagine io ne so qualcosa, se permettete. E se sono primarie del Pd, posso tranquillamente vincere io.
Ma continuo a drogarmi di odori felici, e non so neanche quanto felici perché ogni odore è un pensiero a metà fra baratro e trionfo. E non va bene.
Piccola Silvia, sta attenta. Il tempo ti guarda e non sorride. Spostati, che passa il treno. E se non sali ti investe. E se ti investe è finita. Essere investiti non è come salire. Essere investiti è come impazzire.
E sono sulla buona strada.
Ed è la strada del treno. Si chiamano rotaie.
Se servisse a qualcosa avere dieci anni di più, adesso, lì vorrei tantissimo.
Fate i bravi, voi. Io ho già dato.
Stay tuned.
S
PS: Era da tanto che non deliravo. Domani rileggerò e capirò metà di queste frasi.
Sono una di quelle che gli uomini detestano, di quelle che il giorno della festa della donna se ne stanno tutte secche e arrabbiate perché lo odiano, questo giorno. Che lo snobbano, che fanno le “alternative”, dicono loro. Gli uomini effettivamente detestano anche quelle che lo esaltano, questo giorno. Ma sono controsensi che posso accettare, sono l’ultima persona in questo pianeta che può arrabbiarsi per dei controsensi.
Indicatemi la via e io ne prenderò altre due, e contromano.
Sono una donna che dell’otto marzo se ne sbatte altamente, e che tendenzialmente si sente pure umiliata proprio per questo essere guardata come animale in via d’estinzione un giorno all’anno. Scrutata, per capire “dove andrà stasera a bere con le sue amiche a parlare di uomini”. Gente, io con le mie amiche mi trovo quando mi va, e parliamo di quello che ci pare e piace. E voi non lo saprete mai.
Fra l’altro conosco talmente tante donne stronze che generalizzare una festa della donna mi sembra quanto mai inopportuno. E se non faccio io gli auguri alle donne, io che pure una donna fino a prova contraria lo sono, allora non vedo perché dovrebbero farli gli uomini. Articoli su articoli su ogni giornale su ogni pagina. Donne di qua, di là, soldatesse, manager, sindaco e presidentesse, lavoratrici e casalinghe. Ma scusate, durante il resto dell’anno che cazzo fanno? Stanno in letargo? Escono solo l’otto marzo come la marmotta di Bill Murray nel film più bello del mondo? Che usciva il due febbraio, va sottolineato, ma è un’altra storia (bellissima, fra l’altro).
Festeggiate me. Che oggi ho la testa sulle nuvole. Che prendo buchi e vengo scavalcata. Che mi chiamano alle 9 di mattina per chiedermi che cazzo hai scritto. Che mi chiamano alle 10 di sera per lamentarsi di quello che scriverò. Che mi mandano mail inutili piene di mimose e devo decidermi a mettere il filtro anti mimosa. Che mi arrabbio e passo le notti coi pensieri del lavoro. Che piango per niente quando sono nervosa. Che sono sempre stata una razionale, che doveva avere tutto sotto controllo, e adesso sto perdendo la cognizione del tempo e dello spazio. E mi addormento abbracciando il cuscino sperando che domani sia una giornata migliore. Festeggiate me, fatemi un versamento sul conto corrente che va sempre bene. E prenotatemi un aereo per dove volete voi. Per due, magari. Che cho anche la Fede da salvare.
Ah, come ogni anno vi rimando al mio post sulla Festa della donna, un post quanto mai attuale. Perché la mimosa puzza, diciamocelo.
Una domenica passata a fare i compiti. L’ultima volta che l’ho detto avevo 18 anni, ora ne ho 31 (ommioddio) e passo le domeniche a fare i compiti. Che poi, giuda ballerino direbbe Dylan, è il mio giorno libero e pioviggina, fuori è tutto grigio. Ci fossero state giornate come ieri sarei andata al parco con un libro (è appena uscito l’ultimo della Nothomb, devo averlo). Invece ho fatto le pulizie, ho preparato un’amatriciana da svenire, ho letto qualcosa, studiato no. Ma ho anche voglia di scrivere e sfogare scrivendo, che col mio editore ieri ci si lamentava del tempo che passa senza scrivere le “cose belle”.
Oggi ho bisogno di pensare alle cose belle. Come Trilly e Peter Pan, che volavano coi pensieri felici. Mi sono ricordata di Luca, che ogni tanto passa a leggere la Shaula e poi mi manda messaggi in cui dice che no, era meglio quando scrivevo cose allegre, e adesso sono sempre triste. E così mi è venuta in mente l’insalata.
Era tanti anni fa, credo il 2007, o forse prima. Facevo la speaker ai tornei di calcio saponato di Catena, e dovevo andare da un calzolaio di Santa Maria del Rovere che poteva mettere una cifretta a sostegno dell’iniziativa. Io facevo un po’ di tutto, dai manifesti all’organizzazione alla cronaca in diretta delle partite, alla ricerca degli sponsor. È successa lì, la cosa bella.
Vado da questo calzolaio, che ha l’attività al piano terra di un condominio molto alto, parliamo, mi spiega, gli spiego, esco. E sento una voce che mi chiama. “Signora, signora!”. Non si vede nessuno. “Signora, signora sono qui! Per piacere, signora!” continua la voce. E alzo gli occhi. Dal balcone del primo piano si affaccia una vecchietta di quelle da film. Capelli corti, ricci sulla testa, bianchi ma quasi lilla, e io adoro le nonne coi capelli lilla. Novant’anni o giù di lì. Mi guarda con gli occhi tristi. “Signora – mi diceva – per piacere, mi aiuti, non so cos’è questo. È cavolo o insalata? Non ci vedo bene”. Le sorrido. Guardo bene, mi pare lattuga. “Vista così mi pare insalata, provi a girarlo”. Lei fa ruotare in quelle mani piccole e stanche un palloncino verde chiaro, a favore di Silvia. Ma non le scappa, no, è importante. Lo tiene con forza, tutta quella che le resta. È imbarazzata nel dovermelo chiedere, lo percepisco. Era stata sicuramente una donna bellissima e intraprendente, aveva allevato chissà quanti figli, e ora chiede a una ragazza che passa per strada che cos’è quella verdura che ha in mano. Fingo di guardare meglio, sono abbastanza sicura, ma lo faccio per darle coraggio. “Sì, signora, è insalata”. E lei: “Lo stavo per cucinare, credevo che fosse il cavolo. Grazie signora”. Io le sorrido di nuovo, credo di non aver mai smesso per tutto il tempo, e le dico che è tutto ok, di nulla, per così poco. Quegli occhi piccoli e buoni, insicuri e tristi mi fissano, non è finita, c’è ancora qualcosa che non torna. Sto per andare via, ho già il cuore pieno di meraviglia. “Aspetti, signora” mi chiama. E lo fa.
Strappa una foglia, una sola, piccola, per non sprecare nulla. E me la fa cadere in mano. La foglia di lattuga scende giù come una piuma dal balcone. Lei la guarda scivolare, io la aspetto con le mani giunte. E cade lì, perfetta, fra le mie mani. “È insalata?” mi chiede, come per conferma. Non so cosa fare, guardo questa foglia fra le mie dita. Ho solo voglia di abbracciare quella vecchina, sono commossa, è la bellezza che mi si para davanti. “Sì, è sicuramente insalata”. Lei si scusa, dice che di solito non fa così, ma che davvero stava per metterlo in pentola, quel batuffolo verde, e poi non capiva più se era il cavolo o l’insalata. Era sola, e con gli anni certe cose erano diventate sempre più difficili. Io con la testa all’indietro la guardavo con un affetto infinito e la voglia di andare su a pranzo con lei.
Ecco, cose belle così dovrebbero capitare più spesso.
Non sono poi così rare, succedono e capitano di continuo, ma noi siamo troppo indaffarati per coglierle. O non vogliamo, per chissà quale motivo. Mille domande, mille incertezze e insicurezze, mille dubbi. E poi, un giorno, fran. Come una foglia di insalata che cade. Solo che bisogna saper guardare in alto e vedere la nonna che ti chiama, e cercare la meraviglia.