Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
********************
Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
***********************
C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
***********************
"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
(questo BLOG è stato visitato 64134 volte) ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
venerdì 25 gennaio 2013 - ore 14:54
Tu che dormivi piano
(categoria: " Vita Quotidiana ")
le anime calde si fusero insieme sospese in mezzo alla stanza mentre il soffitto sembrava cadere stringevo in pugno la vita
Non faccio più sogni, solo incubi. Di giorno e di notte. C’è qualcosa che non va in me, ormai è evidente. Mi sembra tutto sbagliato e non so cosa fare. Sono tornata com’ero dieci anni fa. Debole, fragile, sul punto di spezzarmi. Insicura, mi sento perennemente inadatta. Impaurita da chiunque e da qualsiasi cosa.
Sono tornata indietro agli anni più brutti. Ero diventata donna, poi. Ero diventata una persona migliore. Invece regredisco. Non riesco a guardarmi allo specchio. Non so cosa sono. Non lo so davvero. La gente me lo dice, mi affibbiano continuamente definizioni. Amici e conoscenti mi dicono cosa sono. Mi creano un’identità che a volte non condivido. Ma accetto perché non so darmene una io. Non oggi che crolla tutto e le mie mani non bastano.
lei non rispose uscì dal letto e poi potrei giurarlo volò via
Non riesco a lavorare bene. Non trovo il mio personaggio a teatro. E tutto si somma. Prima di esplodere devo farmi venire una buona idea.
Perché ho perso. Ho perso e basta. Non sono abbastanza. Non valgo abbastanza. Non vado bene, così. Non quanto si aspettano da me. Non basta la Silvia.
Ieri sera ho trovato Ricky fuori da Arman. Abbiamo parlato. Mi ha fatta ridere, come sempre. E’ partito a raccontare un sacco di storie, ha fatto tutto lui, e raccontava, e mostrava, e si metteva in posa per spiegare le foto. Poi mi ha guardata negli occhi. Ha detto che non dobbiamo essere vecchi. Che dobbiamo sorprenderci ogni giorno, e dobbiamo voler essere sorpresi. Che dobbiamo guardare indietro e vedere uno, due, dieci noi tutti diversi, senza rinnegarne alcuno. E apprezzare proprio il cambiamento, la capacità di rinnovarsi e scegliere cose diverse. Io gli ho detto che non possiamo fare solo quello che vogliamo noi. Lui mi ha detto invece sì. A volte ti spiazza, con le cose. Ognuno di noi può fare quello che vuole. Se lo vuole. Sta tutto nel volere.
Tre persone ieri sera mi hanno chiesto, cosa non va Silvietta? Nessuna delle tre è un mio amico nel senso di amicoamico. Sono conoscenti. Qualcosa di più, volendo, ma conoscenti. Tre persone in una sera hanno detto la stessa cosa in momenti diversi, senza parlare tra di loro. Ma si nota? ho detto io. Eccome, ha risposto uno.
Gli amici certe cose non hanno il coraggio o la forza di vederle. Stai vicino a loro quando ne hanno bisogno, ti vedono ma non ti guardano, e spesso quando hai bisogno tu non se ne accorgono.
E poi ci sono le persone che sono più che amici. Ma quelle stanno dall’altra parte dell’Europa. O lavorano come matte su e giù per l’Italia. E poi basta, sono finite.
Il mio oroscopo per la prossima settimana dice questo
"Lo stretto dei Dardanelli è un canale che collega il mar Nero al Mediterraneo e separa l’Europa dall’Asia. In alcuni punti è largo poco più di un chilometro, ma le correnti sono così forti che chiunque cerchi di attraversarlo a nuoto rischia di essere spinto di qua e di là e di dover percorrere otto o nove chilometri prima di raggiungere la sponda opposta. Alla luce dei presagi astrali del momento, prevedo che nei prossimi giorni dovrai affrontare una sfida simile, Pesci. Il compito che ti è stato assegnato potrebbe sembrarti più facile di quanto non sia in realtà. Regolati di conseguenza."
Nessuno neanche la pioggia ha così piccole mani
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ecco. Una roba del genere.
Somewhere only we know - Keane: in loop, cinque volte al giorno. Poi spengo tutto.
L’altro giorno mi hai chiesto, da quanto non sei più felice, Silvia? E io ho detto, non lo so. E davvero non lo so.
Intanto stamattina ho fatto una cosa da pazzi. Ma veramente da pazzi. E mi sono sentita viva. Solo che devo capire perché l’ho fatto. Se era per il brivido o se l’ho pensato sul serio. Se era per il brivido l’ho provato. Se era sul serio vuol dire che devo rabaltare tutto. Di nuovo.
Fairytale of Fountains
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Natale è passato, ce ne siamo liberati. Ma a testimoniare il suo passaggio abbiamo la carta dei regali scartati in giro per tutto il soggiorno e, ovviamente, i suddetti regali. Allora divertiamoci con quel che c’è.
Un interessante caso di studio è quello della reazione ai regali. Prenderò spunto da quelli di quest’anno, dalla reazione che ho avuto io e che hanno avuto altri presenti al pranzone e al cenone. Esaminiamo la fenomenologia da apertura di pacchetto – o di consegna dono - per l’abbozzo di un’analisi sociologica che merita approfondimento nei giorni a venire.
Usiamo, per spiegare meglio la questione, degli esempi.
Allora, questi sono i regali belli. E magari fatichi a trattenere la gioia, perché non vorresti sembrare falsa. Ti limiti a un “grazie è bellissimo” quando quel cappello ti sta da dio e quegli slip sono esattamente il tuo stile. Giustamente, sono i regali di chi ti conosce meglio al mondo.
E poi libri (bene), una borsa (bene), la trilogia della Pallottola Spuntata (molto bene), calzettoni colorati (pollice in alto), un profumatore per ambienti (vabbè, ci sta dai è un pensierino), un portapane con canevasse in tinta (grazie, mamma). E ci siamo, va tutto bene.
Nella top ten dei regali, ma ai vertici opposti, anche sbagliare le taglie, e quest’anno non ne ho azzeccata una. E poi Giovanni che, dimenticatosi del regalo alla suocera, ha avuto la fortuna di attingere dalla cesta che io ho regalato ai miei per crearne una nuova e coloratissima. Che sorella meravigliosa - e gli ho lasciato un “puzzi” in camera, così impara.
Ora approfondiamo i casi. Tipo questo.
Trattasi di un oggetto ancora non identificato, da appendere ma non si sa dove, da appoggiare ma non si sa perché, da conservare anche se non se ne vede l’utilità. Come reagisce chi lo riceve la sera di Natale? E in questo caso parliamo di me. Ci sono svariate possibilità. Ad esempio, incapaci di mentire sull’indiscussa bruttezza dell’oggetto, per essere sicuri di dire la verità bisogna puntare tutto sulla manualità del donatore. “Accidenti, l’ha fatto lei da sola? Dev’essere stato un gran lavoro, c’è veramente un sacco di lavoro dietro, si vede proprio”. Qui nessuno dice che è bello, anzi. Si elogia l’impegno. Il lavoro. L’artigiano che ha fatto la ricchezza del Nordest. E nessuno dice bugie. Scappatoia interessante. Gli altri anni, sempre col sorriso, mi esibivo in un meravigliato “Grazie, è sempre gentilissima”. Anche qui, nessuno dice che è bello. Ma il complimento va direttamente all’esecutrice che se ne lusinga. C’è anche il “Grazie, che carino!”, esclamazione che sembra smorzare la gioia di riceverlo – quando smorzato è il fiato in gola per gridare “E questo che cazzo è?”. Ma l’aggettivo carino è esattamente ciò che si aspetta chi lo confeziona con i ferri durante le gelide sere invernali. Altro modo di reagire è sorridere, annuire con compostezza piegando poi un pochino la testa e dire solo "Grazie": less is more, dopotutto, e basta una frase ambigua per rovinare lo sforzo di quel viso sollevato dal non aver ricevuto un’altra oca selvatica in lana e pizzo. Poi l’imprevisto: ce ne sono due, di questi cuscinetti, uno in rosa e uno in verde. Così tu e l’altra persona che lo riceverà ve li dovete spartire. “Scegliete voi” dice la regalatrice. Non mi è costato molto far scegliere all’altra. Dopotutto, se per lei era una questione di colore, vuol dire che magari sapeva cosa farne. In quanto destinato a finire in un cassetto, il mio poteva essere anche marrone o a pois.
Ma il massimo, e lo dico con rassegnazione e un velo di invidia, è una cosa che ho imparato ieri da Martina, la giovane eppure scaltrissima morosa di mio fratello Giovanni.
Spieghiamo. La nonna per Natale ha ricevuto questo.
Non so com’è andata, se è stata una sorpresa, se un giorno l’ha visto e se ne è innamorata e mia madre l’ha comprato per farle una sorpresa, o se è una sorpresa del mio genitore maschio (questo finto multicolore barocco pasticciato, sommato a uno scomposto e posticcio orologio manierista è la sintesi del suo gusto per l’oggettistica casalinga). Insomma, la nonna mi mostra il suo dono con entusiasmo. “È la cosa più bella che io abbia mai avuto, guarda che meraviglia” (da qui la deduzione che forse è stata la mamma a ricordarsi che l’avevano visto da qualche parte, non vedo altra risposta) (se non il pessimo gusto di Tiziano). C’è la nonna con in mano l’orologio e io che sorrido. Lei è così felice che mi sento appagata, per lei è il massimo e quindi lo è anche per me. Inoltre sorridevo convinta e sincera, perché il mio pensiero andava già oltre il regalo: gli stavo dando vita. E qui veniamo al commento. Lo so, non l’ho ricevuto io, ma usiamolo come test. “Wow nonna, che bello!” dico. Semplice e conciso. La nonna continua ad elogiarne la fattezza e l’eleganza. Sì, eleganza. Lo mostra, se lo gira fra le mani, poi lo ripone nella sua confezione di polistirolo “che non si rovini”. Le brillano gli occhi. Io le sorrido, la ascolto, alla fine è questo che vuole, esaltarsi del suo nuovo orologio da tavola.
Passa il tempo e arriva lei, Martina, 19 anni. Fisico da modella, lunghi capelli freschi di parrucchiera, sorriso dolce come il miele. Perfetta. Adorabile. Ma dici, non ha l’esperienza di una trentaduenne che da svariati Natali si confronta con queste succulente storie.
E invece Martina, messa subito al corrente dalla nonna dell’orologio trash, mi spiazza dicendo la cosa che avrei dovuto dire io per essere la migliore. “Che bello, stavo per prendermene uno uguale, ma non era bello come questo”. Ammetto la sconfitta: è il massimo che io abbia mai sentito. Spiazzante. Non c’è contro-risposta. Questa ragazza ha già imparato tutto. Ma io l’anno prossimo la copio. “Che meraviglia questo cervo in lana cotta , ne avevo visto uno in centro l’altro giorno e stavo per comprarlo, ma questo fatto a mano è ancora più bello”. “Oh, questo centrotavola di uncinetto è delizioso, ho sempre sognato di averne uno uguale”. È il contropiede, così si chiama. Se proprio devi far finta, falla bene. Grazie Martina. Calcare la mano, una cosa che non ho mai fatto. Inizierò, perché credo che sia lo steccato del mio orticello che non ho mai valicato, e sono sicura che c’è del buono lì, oltre l’orizzonte.
Dai che è finita, è già il 26, e poi manca solo Capodanno. L’Epifania scivola via come le crepes sul burro, è fatta. Le Feste se ne stanno andando, e io non sono messa poi così male.
E qui, dopo quattro anni, una foto tutti e tre insieme. Silvia, Marco e Giovanni Ovvero, la protettiva sorella maggiore alle spalle, il composto informatico che abbozza un sorriso, il giovane calciatore in posa da figo. Siamo bellissimi.
Ci tenevo tanto a farla. Ieri ero felice solo perché vedevo loro, alla fine. Mi ha fatto molto pensare.
Mi sono accorta che mi mancavi da morire quando il sito è andato down, e non potevo più arrivare qui. Per tre giorni Spritz.it è stato irraggiungibile, il mio blog risultava inesistente. Ero passata per dare un’occhiata e non c’era più. E ho pensato: tutti questi anni di vita spariti, cancellati, irrecuperabili. Tutti i momenti che avevo voluto fermare per sempre erano spariti. Catapultata in un incubo.
Non è facile da capire, lo so. Io sono così, mi attacco alle piccole cose. Piccolissime. Come un blog che racconta la tua vita. E mi sono sentita persa. Davvero, persa: dà l’idea di una scemenza detta così, eppure... Senza un pezzo di passato. Senza quelle persone che l’hanno costruito passo dopo passo insieme a me. Le mie riflessioni strampalate, i miei racconti surreali, le mie teorie, gli -ismi, le considerazioni su come va il mondo, le discussioni sui pantaloni bianchi e le gambe depilate, l’ananas e le piastre per capelli, la mia scalata ai vertici dell’universo per diventare l’imperatrice del buongusto. Tutto sparito.
Poi Enrico deve aver messo le sue manine sante sul sito ed è ripartito, oggi. Che sono passata per tirarmi un’altra coltellata al cuore rinfacciandomi di non aver mai pensato che sarebbe potuto succedere, e invece eccoci qui.
Adesso Shaula troviamo il modo di salvarti da un’altra parte, promesso. Anche a costo di dovermi trascrivere tutte le pagine del blog su un foglio di carta - la carta, cara e affidabile carta, amica nei secoli dei secoli.
Approposito. Visto che sono qui in questi giorni di festa ve lo dico, così mi tolgo il pensiero: io, che ho amato il Natale alla follia, che l’ho sempre considerato il giorno più bello dell’anno (e lo ben sa chi mi ha seguita nel tempo), che non vedevo l’ora che arrivasse per godermelo in santa pace... Beh, quest’anno lo odio lo detesto e lo aborro. E non vedo l’ora che passi. Non è da me, e me ne sono sorpresa anch’io. Io ero quella che a Natale diventava una specie di elfo colto da iperattività. Invece quest’anno non va proprio giù.
Silvia e Serena al pranzone di Natale
A voi che siete felici però non voglio rubare un momento di gioia e felicità, non vi biasimo se siete felici, ne avete ogni diritto e io sono felice per voi. Quindi buon Natale a tutti quelli che lo stanno vivendo come un momento piacevole. A te, soprattutto.
Io, per non disturbare, ho deciso di fare la persona matura. Mi rinchiudo nelle segrete del castello, o nella torre più alta, quella traballante con le inferriate alle finestre; sto lì e aspetto che finisca questo bailame di entusiasmo, regalini, fiocchi, alberi decorati, festoni alle porte, ghirlande, cene e brindisi.
Che poi, ho chiuso il 2012 con la mia prima multa. Cose buone ce ne sono state, mica dico di no, ma non è stato un grande anno. E il 2013 non dà prospettive di miglioramento. L’unico obiettivo che avevo, aprile, è svanito nel nulla. Quindi non mi aspetto che sia migliore dell’anno che va a finire.
Ad ogni modo, fate i bravi, almeno voi. Che serve sempre.
Yours
S
In questa diapositiva, Silvia e i suoi biscotti preferiti
Il 28 settembre, fra due settimane esatte, compiresti 9 anni, Shaula. Non festeggeremo. Ho deciso che ti fermi qui. C’è un tempo per tutto, e il nostro è finito.
Sono tornata indietro, a cercare chi ero, e per vedere cos’era all’inizio il mio blog. E sono arrivata a < Questo >, che è stato il primo post di sempre. E me lo ricordo eccome: quel cielo è una delle foto più belle che tengo negli occhi. Potrebbe essere ieri per quanto vivo è nella mia mente.
Ce ne sono stati di momenti da ricordare. Di meravigliosi, di orribili, di dimenticabili, di incancellabili. Nove anni della mia vita, tutti scritti - quasi tutti, diciamo. Viaggi, amici, risate, pianti, felicità e dolore. Tante foto, tante canzoni, tanti libri.
Adesso però basta. Stavolta definitivamente. Facciamo finta che scrivere non mi serva più. Facciamo che è arrivato il momento.
Troveremo un’altra terapia, e sarà meglio di questa. E se non lo sarà la cambieremo. Non ho fretta.
Mica ti cancello, sai. Tornerò a leggere, ogni tanto, quello che scrivevo da giovane: il bello di questo blog è che si torna indietro di mesi, anni, vite. Nove anni fa. Accidenti, come passa il tempo.
E’ solo una fase che si chiude per poter aprire quella successiva. Ho degli obiettivi, vado dritta come un fuso. Non che prima non li avessi, ma ho fatto la mia scelta. E non parlo più, e non scrivo più. Ho deciso di agire e basta. Ce la farò a realizzarli? No, purtroppo. Lo so già. Ma bisogna buttarsi nelle cose, anche solo per il gusto di farlo e di non sentirsi perdenti in partenza. E io mi stringo il naso con le dita e mi tuffo di piedi. Per sicurezza.
La canzone dell’ultimo post non doveva essere triste, e questa mi sembrava una bella canzone d’addio, perché non dice addio. Io odio gli addii.
Ciao Shaula.
Tre cose - Malika Ayane
Tre sono le cose che devo ricordarmi di fare quando come una luce entrerai.. le prime due nasconderò dentro ad una pagina e la terza scriverò sui vetri sporchissimi di un auto blu.. blu come i tuoi occhi a cui raramente sfuggirò e anche se fosse tu non chiuderli mai..
Deciditi a capire che non mi servono fiori spiegami senza nemmeno parlare che senso hai.. costringiamo la notte a non fare rumore abbandoniamoci al giorno del tutto nuovi..
Tre sono le cose che devo ricordarmi di dire quando davvero sicura sarò e lo saranno le mie mani a cui raramente sfuggirai ma anche se fosse ritrovale e poi invitami a bere un bicchiere di sole spiegami senza nemmeno parlare che gusto ha.. costringiamo la notte a non fare rumore abbandoniamoci al giorno del tutto nuovi.
Va bene cenare a mezzanotte con formaggio alla piastra, polenta, funghi pieni di aglio e patatine fritte - non era rimasto altro alla festa.
Il fatto è che la compagnia meritava questo ed altro.
Va bene anche tornare a casa quasi all’una e di solito alle undici cominci a perdere colpi - è la vecchiaia - ma va bene. Va bene anche che non una riga di quello che hai scritto ieri sia stato pubblicato, va bene, perché se non era roba buona allora è il capo che decide e io eseguo e basta. Va bene passare le mie serate, mentre fuori c’è un maxi festival gratuito, a lavorare, ma è il mio lavoro e viene prima di qualsiasi altra cosa. E infatti va bene. Va bene aver preso parole, di nuovo, per un titolo che non ho fatto io, ma mi sono spiegata e spero di aver convinto il mio interlocutore. Va bene aver preso parole perché non ho scritto che c’eri e ti sei offeso, ma non l’ha scritto nessuno, sai, chiediti come mai. Va bene perfino aver passato una notte insonne con la cena che rotolava nel mio stomaco e pensieri che più brutti non si può. E va bene aver sognato i miei, e lei, e lui, e loro. Tutti. Ve bene, accetto tutto.
Ma di passare pure per scema no, sul serio. Quello no. E neanche questo malditesta che mi stacca gli occhi dalla faccia.
Infatti la canzone di oggi è Shpalman, degli Elii. Perché quando è una giornata di merda, è una giornata di merda.
C’è qualcosa di meglio degli Elii in questo mondo? Qualcuno di più geniale, brillante, acuto? No, io credo di no. C’è qualche gruppo al mondo che può eguagliarli? Mah, forse i Beatles. I Rolling Stones, i Pearl Jam. E gli Abba. Ma non allarghiamoci troppo.
E sapete che vi dico? Chi se ne ciava della gastrite, io ricomincio a bere caffè. Si deve pur morire di qualcosa, no? Io morirò di caffè. Meglio di tante altre cose. Basta che mi lascino il tempo di fumarci sopra una cicca, dopo.
Non so se voglio che aprile venga domani o fra due anni.
Stamattina mi sono imbattuta in una persona non dico spregevole, per carità, ma insopportabile. Arrogante, sprezzante, irrispettosa del lavoro altrui, insensibile, con un’aria di superiorità intollerabile. Avete presente quelli che non vogliono fare le code, non vogliono aspettare, perché "io posso passare, me l’ha detto lui". No, tu sei esattamente uguale a tutti quelli in attesa, lì dietro, dove dovresti essere pure tu. Che cerchi pretesti per farti odiare, magari. O sei semplicemente maleducato.
E prendeva pure per il culo, con quel suo sorrisetto inutle e l’aria di chi si ritiene migliore di te. E di tutti, a dire il vero.
Allora, com’è mia brutta abitudine, ho cominciato a fissarlo. Volevo inventarmi una storia, magari da ridere, per sbeffeggiarlo intimamente. Finché non ho scoperto il suo orribile segreto.
Mica lo voglio ricattare. Ma non potevo esimermi, è stato più forte di me.
E insomma. Mi fai tanto il lord, quello che può, quello che sa, quello che deve, il "lei non sa chi sono io" della situazione. E ti presenti col calzino bianco di spugna sotto i jeans neri con le scarpe scure?
Forse l’abito non fa il monaco - come mi diceva stamattina una persona molto più intelligente di questo manigoldo - ma se non fa il monaco fa certamente il buongusto. E chi non ha buongusto non può essere salvato.
Il calzino bianco ha pochissime valvole di sfogo in una società civile. Viene accettato solo se in presenza di scarpa da ginnastica bianca, con abbigliamento non sportivo, ma da sport. Cioè, tipo che stai andando a correre. Perfino per tagliare l’erba in giardino puoi far di meglio. Al limite lo puoi mettere in casa davanti alla tv con i popcorn in mano - e anche qui ne possiamo discutere. Ma in questo caso no, tesoromio, no. No e basta.
La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo. Ma lui non lo sa e vola lo stesso.
Digressioni a parte (e ne avrei, oh se ne avrei) questa frase, attribuita ad Einstein e ciclicamente riproposta su siti e social, in realtà l’ho scoperta tanti anni fa leggendo Dylan Dog.
Ho la collezione quasi completa. O forse avevo. Qual è il problema? Quando la mamma ha deciso che era ora di usare i soldi nostri, lo compravamo a turno io e mio fratello Marco. E quando abbiamo traslocato, che avevo una quindicina d’anni, e siamo finiti in due camere distinte, la collezione di Dyd se l’è presa lui perché io ero piena di libri, e lui non ne aveva neanche uno, e serviva qualcosa per riempirgli gli scaffali (per mia madre era una questione estetica, la libreria). Praticamente erano solo da esposizione ma poi, anno dopo anno, si allontanavano da me. Io compravo, leggevo, passavo a lui e lui, infine, inseriva nella collezione. Perdevo il mio albo dopo poche ore che l’avevo tenuto tra le mani. Stava diventando frustrante. Addirittura per entrare in camera di Marco dovevo chiedergli il permesso – per carità, giustissimo – ma io sentivo che quella era roba tanto mia quanto sua. E insomma, sono più di tre anni che non abito più a casa dei miei. Credo di aver perso ogni diritto sulla collezione. E quanto mi dispiace. Li ho letti tutti almeno tre volte. Dylan era un amico, in quegli anni. Era quando lui stava male. Aveva iniziato a comprarlo a Padova. Io mi ci ero tuffata come in un mondo di sogno. O di incubo, as you like it. Fino al centesimo albo era favoloso, davvero. Poi ha un po’ rallentato. C’erano comunque delle perle devo ammettere, mi compravo ogni mese il nuovo numero quando andavo all’università, in stazione, e me lo leggevo in treno. L’ho fatto per anni, e questo fa sì che tutti gli albi dopo il 120 siano definitivamente e senza timore di smentita miei. Credo però di essermi lasciata scivolare via l’opportunità di rivendicare un diritto. E quando ti dimentichi, dice il saggio, sono cazzi tuoi. Il saggio, eh.
Questo è sempre stato uno dei miei numeri preferiti. Il lungo addio. L’addio è per sempre? O è anche temporaneo? Quanto dev’essere lungo un saluto per poter parlare di addio? A volte anche pochi giorni sembrano un addio - sembrano infiniti, come per loro due, in quella storia bellissima. Una settimana. Un anno. O quando la Dany parte e torna dopo sei mesi. O quando mi metto in dieta e dico, fino a maggio niente vino, birra e aperitivi. È un addio anche quello.
Ho mentito a me stessa imburrando delle fette di pane per cena, cena che doveva essere dietetica. Ho imburrato del pane caldo, che ridicola. E l’ho fatto dopo aver mangiato biscotti terapeutici per tutto il pomeriggio, come se nulla fosse. Inoltre mi sono tagliata un dito lavando la ciotolina di frutta frullata. E ho sporcato i pantaloni. E mi è venuto mal di schiena perché ho lasciato una finestra aperta.
Ma ho messo in ordine la stanza dei vestiti, e adesso sembra più grande. E anche lo sportellino con le buste per la spesa, tutte piegate. E ho passato l’aspirapolvere. E tolto i capelli dallo scarico della doccia. E ballato una canzone stupida davanti al computer. E ho fatto un giro in bici con la Vale e la Nina. E sono scoppiata a ridere da sola sentendo il bambino dei vicini che rideva di gusto. E i capelli mi stanno bene. E ho fumato meno del solito.
E l’ho mandata in regione. Ma così è meno bello. Però ho finito di lavorare quasi alle dieci, mi piace sentirmi di nuovo in carreggiata. Dai che agosto finisce.
Beh, tornare malinconica quattro giorni post-Spagna non è male. Pensavo mi durasse di più leffetto benefico.
Sbalzi dumore, sbalzi di temperatura fra dentro e fuori, mangiate colossali per un interno week end con mojito e calorie viaggianti e adesso minidieta per tornare in me. Tutto un su e giù poco incoraggiante per la salute. Se non mi viene un infarto stavolta, ragazzi, sono la regina del mondo.
Ieri era il compleanno della mamma.
Sarà anche questo che mi ha messa di pessimo umore - non per la mamma, sia chiaro.
Stanotte sogni terribili. Cera anche mio cugino Davide, cugino di secondo grado per giunta, che non vedo da mesi. Che ci faceva su un camper? E perché passava davanti casa mia? E guardava dentro le mie finestre? Io, a dirla tutta, vivevo in una casetta a schiera con un cancelletto di legno molto grazioso, un po da periferia borghese Usa, con le tende a fiori e il giardino curato. E mi nascondevo.
La canzone di oggi è Cought Syrup, dei Young the Giant.
Fate i bravi. Buone ferie a chi parte. Buon rientro a chi ha finito le ferie. Buona città per chi resta. A me buon qualsiasi cosa purché arrivi.