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shaula, 32 anni
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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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giovedì 21 febbraio 2008 - ore 09:24


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non mi posso neanche lamentare perchè ho fatto in modo che tutto quello che mi sta succedendo mi capitasse. Mi sono andata io a imbarcare in tutto questo, e quindi non mi devo lamentare.
Ma oggi sono pallida e smunta, sembro un’esquimese alle Samoa. Per fortuna che continuo a ingurgitare quantità abominevoli di dolci, potevo già essere lungo distesa su un letto a quest’ora. In preda a dolori atomici, fra l’altro. Invece sono all’opera, scrivo e produco battute su battute, articoli su articoli.



Non mi posso lamentare, ho voluto io tutto questo. Mi sono andata a cercare la gente che parte, gli impegni sovrapposti, una casa inospitale, complicazioni affettive e intolleranze mentali. E mi sono andata a cercare anche questa situazione di indigenza e di insufficienza economica che mi sta privando di una delle cose a cui tengo di più.
Ma andiamo per ordine, in disordine.

Punto primo: Impegni che mi sono andata a cercare io e di cui non mi devo lamentare.
Ieri tre conferenze stampa, una alle 11, una a mezzogiorno, una all’una. In tre posti diversi, ovviamente, e tutto di corsa perché c’è sempre del ritardo che si accumula. Alle due pranzo di lavoro, pagato da un tizio che vuole pubblicità sul giornale. Alle 3 ero all’ippodromo fresca come una rosa marcia. Alle 7 e qualcosa sono arrivata a casa e mi sono messa a scrivere, ho finito un’ora e mezza dopo, ho cenato con gli avanzi freddi, mi sono sparata due fette di crostata dopo aver cenato con tutti gli avanzi freddi di 4 persone, mi sono fatta una tisana guardando CSI e sono andata a letto.

A leggere il mio nuovo libro, che credo sarà l’ultimo per un bel periodo. Ho deciso di rileggere quelli vecchi. Per questione di soldi. Eh già. Non ho soldi per comprarmi i libri. Quello che guadagno fra stadio e ippodromo (e non è molto) lo devo spendere per il giornale. Mica tutto, ma in parte, perché non mi rimborsano niente di niente di niente. E lavoro per pagarmi un lavoro in cui non mi pagano, che fa ridere, ma l’ho deciso io.



Per la cronaca, sto leggendo “Molto forte, incredibilmente vicino” di Foer. Mi piace, anche se è parecchio triste. E ho scoperto un altro scrittore da amare, del quale ho letto tre romanzi in un mese, un uomo chiamato Johnatan Coe. Capperi, però. Devo innamorarmi di un italiano, non mi posso ributtare sulla letteratura straniera. Devo invertire la marcia. Devo comprare – eh, lapsus - farmi regalare libri italiani. Non posso più comprarli. Ottica del risparmio.

Maury è di nuovo a NYC in questo momento, a fare una cosa bellissima, e torna lunedì. Vado a prenderlo io in aeroporto dopo lavoro, così può farmi subito gli auguri perché lunedì è il mio compleanno. E il mio regalo arriva lunedì: il mio regalo è Maury che torna ed esce dalle porte scorrevoli di Tessera e mi viene ad abbracciare fortissimo. Il mio regalo è Maury che torna, perché so cosa vuol dire per lui andare via da lì.



A proposito, quest’anno no party. Fatemi gli auguri, ma vi avviso non ci saranno festeggiamenti. Ho deciso di fare un compleanno sobrio e tranquillo, quindi di non farlo. Non voglio regali, non voglio feste, non voglio niente. Voglio starmene imbruttita a casa a guardare la tv, in giaccone di lana e pantaloni sgualciti, con la mia tazzona di camomilla e qualche biscotto ripieno di cioccolato. Niente festeggiamenti, quest’anno no. Ho preso una decisione sulla quale sono irremovibile.

Non mi è mai piaciuto il mio compleanno, quest’anno mi piace ancora meno.

Se proprio volete farmi un regalo, regalatemi ore.

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martedì 19 febbraio 2008 - ore 09:12


Borsismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi rendo conto di essere donna-donna quando guardo le mie borse. Io amo le mie borse, le amo smisuratamente. Ne ho tante, e le uso tutte - o quasi. Magari le uso a periodi, e non solo nella divisione fra quelle invernali e quelle estive. Ho il periodo tracolla, ho il periodo spalla, ho il periodo mano. Ho il periodo piccole, ho il periodo grandi, ho il periodo medie. Ho il periodo tinta unita, ho il periodo flowers, ho il periodo sobrie, ho il periodo colorate, etniche ed eleganti, di paglia e di pelle. Le uso tutte, a turno; le abbino alle scarpe, ai vestiti, all’umore. Ne ho per ogni gusto, di ogni fattura, in ogni tipo di tessuto, e le amo tutte, le mie borse.
Ho una passione incontrollabile per le borse. Le amo follemente, amo le borse. Sono belle, sono divertenti, sono un accessorio che da solo ti cambia un vestito, sono l’accessorio per eccellenza.
Vestita tutta di grigio con una borsa rossa: non è meraviglioso?
Tutta in nero con una borsa gialla: non è incantevole?



Ma la cosa veramente bella delle borse, e soprattutto delle mie, è quando le tiri fuori dall’armadio dopo mesi di giacenza incustodita, e fai il cambio di contenuti con quella attuale. Ci vuole il controllo contenuto, prima del riempimento e del cambio di oggettistica. Una rapida sbattuta, prima di metterle sul letto per il trrasloco. Rumori, qualcosa di metallico, qualcosa di leggero, qualcosa che si muove dentro una borsa ferma da mesi. Qualcosa che cade. Qualcosa che palleggia da una taschina all’altra.
Le mani si tuffano e dentro trovano di tutto: mollette che credevo di aver perso, elastici per capelli, biglietti del treno timbrati, pacchetti di fazzoletti quasi finiti, gomme da masticare, monetine, accendini, numeri di telefono scribacchiati.

Così riesco a ricostruire giornate intere partendo da piccoli reperti contenuti in una borsa. No, non ho guardato troppo CSI: è amore, amore per le borse e per quello che rappresentano.
La mia prima borsa non mi piaceva, ma ne avevo bisogno. Ero piccola e non sapevo quel che volevo. La seconda me la sono fatta io, con dei vecchi pantaloni di velluto. La conservo come uno dei ricordi più belli della mia adolescenza. Poi sono arrivate tutte le altre, in serie.
Io amo le borse. Comprerei solo borse. Di alcune mi pento, di altre mi stanco, di alcune mi innamoro, di alcune vorrei possederne due esemplari perché si stanno rovinando e so che non ne troverò mai una così perfetta.
Le mie bimbe, le mie borse. Le mie borsette, grandi e piccole, le mie tate.

Alcune sto cercando di venderle, ho bisogno di recuperare money, mi venderei anche l’anima per due soldi (e su e-bay non la prendono più mannaggia). Ma non sono materiale di gran valore, e le venderei a talmente poco che non credo qualcuno le comprerebbe pagando pure le spese di spedizione. Ma non posso svenderle, quello no, se non altro per valore affettivo.
Allora le terrò, nella stanza ripostiglio, dentro uno scatolone, perché nel mio armadio non ci stanno più. Tutte le mie bellissime borse…
Come mi sento donna quando parlo di borse…



Oddio guardate queste!!!!!

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sabato 16 febbraio 2008 - ore 11:07


Teatrismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Credevo di essere un’esibizionista, di essere fatta per recitare: avevo sempre sognato di essere a teatro e giocare la mia parte - essere un’attrice. L’ho sempre sognato, l’ho sempre desiderato, dal profondo alla superficie. Sono un’attrice, dentro di me, dicevo, credendo che la mia spontaneità, il mio entusiasmo, la mia voglia di essere diversa, di cambiare, di trasformarmi fossero sufficienti per diventare un animale da palcoscenico. Invece ho scoperto che sono molto più timida di quel che dimostravo, che sono molto più ansiosa di quel che pensavo, che non sono esibizionista come sospettavo, che odio che la gente mi guardi. Andate via, ma che avete da guardare? Mi era già capitato di infastidirmi sotto lo sguardo di altri, ma l’avevo snobbata come una delle mie solite fisime temporanee, quelle che mi inibiscono da contatti sociali e mi fanno apparire come una squilibrata insicura e paranoica.
Invece io sono una squilibrata insicura e paranoica.

Credevo che il palcoscenico fosse il mio ambiente naturale, ma mi sbagliavo. Il mio ambiente naturale è l’acqua. Non il teatro, alla mercé di occhi e commenti, dove tutti sono pronti a stroncarti, sopra un palco, ma sotto l’acqua, nel silenzio, nascosta e furtiva, tranquilla e serena, dove nessuno parla e addirittura alcuni non sanno tenere gli occhi aperti. Ecco, l’acqua. Un universo grandissimo, e chi mi nota a me? Chi? Chi mi vede fra tutte quelle alghe?
Prima di entrare in scena, in quella mezz’ora che è passata da quando abbiamo sentito il chiaro vociferare in sala, a quando siamo usciti con la nostra marcia ferale, beh in quella mezz’ora pensavo solo Ma chi me l’ha fatto fare? Poi sono tornata indietro. Flashback. Prima di entrare in scena, cioè. Solo io posso mettermi a pensare a cose del genere a pochi minuti dall’inizio.
Da quanti anni volevo iscrivermi? Ci provavo ogni sei mesi da almeno 4 anni a convincere qualcuno. Dai, facciamo il corso. Avevo la vocazione. Nessun confortante sì, solo tanti risoluti no. In quarta superiore avevo addirittura vagliato l’ipotesi di scappare di casa per andare a Roma alla scuola di Proietti. Avevo la vocazione. In quarta elementare avevo commosso mamme mia e altrui con una straordinaria performance: una riduzione in 10 minuti dello Schiaccianoci. Forse è nato lì, questo desiderio. Forse è nata lì, per caso, la vocazione. La finta vocazione.
Ma anche lì ero terrorizzata, me lo ricordo come fosse ieri. Tremavo e guardavo dritta il muro bianco e giallino e pensavo che fare una figuraccia mi avrebbe fatto star male ancora di più. E ricordo di aver deciso di farla alla grande, sta cosa, se proprio dovevo farla. Allora l’ho fatta. Sono stata una bellissima Chiarina.
Dopo quello, il vuoto. Sogni buttati là, tentativi di convincere amici e amiche, Andiamo a fare il corso di teatro? Ma non avevo nessun riscontro. Poi Lem. Sì, io vengo. Allora anche Violetta e la Fra si accodano, e ci andiamo a iscrivere tutti e quattro insieme, come una squadra.

Ne è uscita una delle esperienze più belle della mia vita. Poche volte mi sono divertita tanto.
È stato tutto splendido. E l’emozione di salire e far tua la scena, e convincere un pubblico che quello che stai facendo è vero, tutto vero. Che non sei tu, ma sei un tizio col mantello nero che vuole tagliare la testa a un ragazzo. Forse ho la vocazione. Forse non ho niente. Forse dovrei tenere i piedi per terra e tenermi tutti gli altri lavori, hobby, impegni che ho. Forse il Teatro è troppo, forse non ce la faccio coi tempi.
Ma una cosa del genere, te la fai scappare? Ma un gruppo così, te lo lasci scappare?
Ho voglia di stare male di nuovo. Di farmi prendere dal panico. Oddio non mi ricordo niente. E di farmi consolare dai grandi esperti. Sentirmi dire Bravissima anche se so che non lo sono stata. Sentirmi parte di qualcosa che ho sempre voluto e che dopo tutti questi anni è tangibile, concreto. Re-a-le.
Lo vorrei o lo voglio? Maledetta paranoica insicura. Psicopatica che non sei altro.
Ma ti vuoi iscrivere o no al secondo livello? Siamo stati così bravi, abbiamo costruito una cosa così meravigliosa, molli adesso che il peggio è fatto? Te lo fai scappare così, sotto il naso?

Perché, sono dei nasidi anche loro?




Il Maestro


La costumista


La truccatrice


La sala trucco


E fassine


L’attesa e il relax


Sua maestà the King Lemon




Quelli sereni e quelli meno...


Ma va là, che ero tranquillissima prima dello spettacolo...

E POI NOI...

In prima fila: Violetta e Marta - In seconda fila, seduti: Stefano, Marisa, Enzo, Sandro - In terza fila: Simone (Lem), Alvise, Daniele, la Fra schiacciata, io



Mancano le foto dello spettacolo. Eh, lo so. Mica posso fare tutto io...

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venerdì 15 febbraio 2008 - ore 15:11


Teatrismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io e Lemon ci stiamo demolendo psicologicamente a vicenda, così, per ridere, per farci del male gratuito, come se non fossimo già abbastanza nervosi. Io gli faccio pesare che deve farsi prendere a calci nel di dietro e che deve camminare goffo e zerbino. Lui sottolinea come i miei personaggi siano gravemente esposti in solitaria al pubblico, e come la mia parte di araldo sia ridicola, sì, estremamente ridicola.
Stiamo progettando una fuga oltre oceano. Lem propone il polo, dice che è abbastanza distante. Non ci faremo trovare, scompariremo senza lasciare traccia. E porteremo con noi scorte alcoliche, perché il maestro non vuole che beviamo prima dello spettacolo. Gli abbiamo fatto notare che non siamo mai arrivati alle prove completamente sobri, perché facciamo sempre aperitivo prima, io Lemon e Violetta. Ma il maestro, che è un maestro coi fiocchi, ha detto che ci fa fucilare se ci avviciniamo all’alcol prima della prima. Prima della prima. Prima della prima. Lo potrei scrivere altre mille volte e l’ansia non mi passerebbe.
Io poi sono un caso a parte. Ho un mio particolarissimo e personalissimo modo di sfogare l’isteria: io rido. Ho il riso isterico. Ridacchio, sorrido, mi sconcentro e rido. Rido che più scema non potrei. E io sono il boia. Un boia che ride non si è mai visto. Sento che mi metterò a ridere, appena si alzerà il sipario. Appena mi renderò conto che cinquanta persone mi stanno guardando e aspettano di ridere loro, perché è una commedia. Non di veder ridere me.
Sono impaurita a morte. A morte, come un boia. Un boia spaventato a morte. Ma cos’è, humor inglese?
Ho passato la mattina a cucirmi il costume da fratino unendo due sacchi da patate. Ieri mi sono fatta lo stendardo e l’ascia, ho stirato il vestito, sto decidendo che scarpe sono più consone per 5 personaggi che più diversi non si potrebbe. Ho fatto la corona d’argento per la regina che sicuramente oggi arriverà senza. Ma è una diciannovenne patata, e tutto le è concesso. Sono andata a lavorare, in comune poche news. Sto aspettando che Max mi chiami per dirgli che oggi non posso scrivere niente perché ho le prove che cominciano alle 4, e io alle 4 massimo vorrei partire. E sono già in ritardo.
E sono in ritardo soprattutto perché sto scrivendo un inutile blog sfogo in cui trasferire tutte le mie paturnie e le mie paranoie. E se mi dimentico una battuta? E se anticipo? E se scivolo?
E se mi rimane il sorriso isterico per tutta la durata della rappresentazione? E se faccio una figura di merda? Che me lo sento, sarà una figura di merda. Io in confronto agli altri ho poche battute, poco da ricordare. Ma entro sempre, avanti e indietro, cambia vestito, esci e ricambia vestito. Tutta una. Sono inquieta. Sono irrequieta.
E non posso drogarmi di calmanti perché neanche quelli possiamo assumere. Niente alcol, niente calmanti. Niente di niente. Uno spritz? No, zero. Rischiamo la fustigazione.
Sono nervosa. La mia prima e prevedo ultima apparizione sul palcoscenico. Mucha mierda.


“Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” di Dario Fo.

Enzo: padre Galeros, vescovo accusatore
Marisa: spettatore, saggio accusatore, fratino
Francesca: spettatore, saggio accusatore, marinaio, fratino
Stefano: Colombo 1, marinaio, fratino
Sandro: Colombo 2, fratino
Alvise: Colombo 3, Quintinilla
Marta: regina Isabella, marinaio, fratino
Lemon: re Ferdinando
Violetta: messo, ancella, accusatore
Silvia: boia, ancella, araldo, donna, marinaio, fratino

regia di Daniele Coreggioli
(del quale ho trovato una foto troppo vecchia per poterla mettere…)



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giovedì 14 febbraio 2008 - ore 15:04


Valentinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Prima che qualcun altro me lo chieda: NO.

No, noi non festeggiamo San Valentino.
No, non mi dispiace.
No, non lo festeggiamo davvero. Giuro.
No, non ci facciamo gli auguri.
No, non ci facciamo regali.
No, niente come ogni anno.
No, davvero.
No, se me lo chiedi di nuovo ti sputo in faccia.

Il barista oggi mi ha salutata con un "Buona giornata, ragazza festeggiata", e io sulle prime ho sorriso - che è quello che faccio quando non capisco di cosa il mio interlocutore mi sta parlando. Poi ha ribadito il concetto, mentre io sorridevo ebete, e mi ha chiesto "tu sei una festeggiata, no?", ma io ancora non capivo. Poi ho visto un pacco di Baci Perugina sul bancone, e ho pensato che festeggiata volesse dire fidanzata o surrogati. No, cioè sì sono festeggiata ma non festeggio.... Non mi credeva. Ho dovuto confermare, sorridendo sempre, facendogli capire che non festeggiamo, io e il mio uomo.
Mi ha lanciato un’occhiata che neanche il Papa che vede Satana vestito da ballerina brasiliana venirgli incontro con un mazzo di fiori mentre canta volare ooooo.
Il suo sguardo non mi abbandonava, mi seguiva in ogni mio spostamento rapido e furtivo verso la porta. Uscendo gli ho detto che ci avrei pensato, anzi, che forse andavo proprio a prendergli un regalo, al mio ometto, tanto per festeggiare che è così carino, alla fine...
Ma posso essere libera di non festeggiare?
Ho ben altro a cui pensare, io.

Che poi stasera non ci vedremmo comunque: lui ha un compleanno e io ho la prova generale per lo spettacolo che si tiene domani. Sono già nervosa. E devo ancora costruirmi lo stendardo e il costume col sacco di patate, trovare l’abito da ancella e decidere se dipingere o no l’ascia. Io la lascio così, l’ascia. Lascio l’ascia.
Sto davvero esplodendo.




PS: Oggi conferenza stampa in Prefettura. Silvia un po’ agitata, perché quella di ieri aveva provocato stress e nervosismo. Ci fanno entrare, finalmente. Prendo posto lontana dagli altri giornalisti perché non avevano altre sedie libere vicine. Mi siedo fra due sindaci. Mi alzo per andare a depositare giacca e borsa su un tavolo, disordinatissima. Mi fanno passare un po’ scocciati. Lascio tutto arrotolato in bella vista, borsa aperta, giacca buttata là, proprio alla meno peggio. Ci richiamano al silenzio. La conferenza inizia. Non posso usare il registratore perché sono troppo distante e non si sentirebbe niente. Mi metto a scrivere. Agendina troppo piccola, cazzo. Va beh, mi accontento.
A due minuti da quando il capo di gabinetto o come si chiama inizia a parlare, cosa succede? Dico io cosa succede?
Finita la cartuccia della penna. Completamente a secco. Mi rialzo, sotto lo sguardo indispettito e infastidito del sindaco che deve alzarsi per farmi passare, di nuovo. Non trovo la penna nella mia borsa enorme e stracolma di tutto. E si deve alzare per farmi passare, di nuovo. Mi odiano già tutti, lo so.



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martedì 12 febbraio 2008 - ore 17:03


Giornalismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Per farvi capire come si evolvono le mie giornate, tenendo presente che alle 7 devo andare a lavorare allo stadio che c’è campionato oggi, e ho appena saputo che hanno tolto i Borghetti dalla curva. Tifoso non alcolizzato, tifoso incazzato. Tifoso incazzato, barista sfortunato.
Sarà il massacro. Cercheranno qualcuno da lapidare, e io sono quella che corre più lenta.


Drriiiiiinnnn
Drriiiiiiiiiiinnnnn

-Ciao sono Max
-Ciao Max
-Senti, quel pezzo sul restauro degli affreschi, fammelo di circa 2300 o 2200 battute, vedi tu.
-Ok, ci sentiamo più tardi
-Perfetto, grazie ciao
-Ciao

Drriiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnn
Drriiiiiiiiinnnnn

-Ciao Silvia sono XXXXX
-Buongiorno, mi dica
-Cos’hai da scrivere oggi?
-Ho le ex caserme e il restauro del ciclo pittorico
-Bene. Quel pezzo sul restauro di santa Caterina?
-Sì, lo faccio io, ho appena parlato con Max
-Bene, me lo fai di 2864 battute
-Cosa???
-Sì, 2864 battute, e poi un box da 500. Ce la fai?
-Certo, sono già a buon punto. Ho già iniziato.
-Ottimo.
-Ok… mi metto al lavoro.
-Ciao Silvia, ci sentiamo più tardi.
-Buona serata, saluti.

Cioè. Un conto è darmi un numero approssimativo, e vedere cosa togliere e cosa aggiungere in fase di collocamento dei pezzi nelle pagine del giornale. Che poi è normale che il mio capo redattore metta mano ai miei pezzi, io lavoro da un mese e mezzo, lui da una vita.
Ma un conto è dirmi ne fai circa 2300/2200. Un conto è dirmi ne fai 4856, o 541,2.

Ne ho fatte 2954. Non so più cosa togliere. Dovrei rifarlo da capo. Sto impazzendo.
Com’è dura fare i giornalisti. Vita dura, vita dura. Io che ho fatto lettere perché odio i numeri.

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domenica 10 febbraio 2008 - ore 13:06


Messaggio di servizio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non avevo valutato la preoccupante continua perenne disponibilità che devono dare i giornalisti alle redazioni: sempre pronti sempre all’erta sempre col telefono acceso sempre reperibili e controllabili. Perché le notizie se ne sbattono, e del fatto che io voglia dormire la domenica mattina, beh, a loro non gliene frega mica niente.
Eppure ho dormito la domenica mattina, fino alle 9 e mezza, e la manifestazione iniziava alle 10. Fuck. Ci andrò dopo pranzo, nel primo pomeriggio, giusto per mettere i puntini sulle i. Non ne avevo davvero le forze, Max mi perdonerà, non ha altra scelta.
Le notizie, maledette vigliacche infide e bastarde, avvengono anche nel week end, in alcuni periodi soprattutto nel week end, cioè quando io vorrei stare a casa, dormire di più, fare gite fuori porta, o magari vedere mio moroso, per esempio. Purtroppo devo seguire le notizie, non sono loro che seguono me. E in questo senso di fare la giornalista mi sarei già rotta le scatole (come sono corretta e signorina, non ho scritto neanche una parolaccia, non in italiano...). Ma mi piace, e mi piace molto fare la freelance. E continuo finché non svengo.


Prima comunicazione di servizio.

La mia dose di femminilità, acquisita nel mese scorso con grandi sforzi di volontà, ieri sera è sfociata in un gran bell’abbinamento di vestiario e trucco. Inizio a raccogliere succosi frutti: ero proprio carina, me lo dico da sola e me ne vanto. Ho lasciato basite alcune persone. Invece non dovrei vantarmi del fatto che vedermi truccata per alcuni equivale all’ottavo segno dell’apocalisse, ma sapete che sono fondamentalmente autolesionista. Ma ho imparato a truccarmi.

Per vantarci un po’ che siamo diventate bravette ecco le prove:





Ah, quasi dimenticavo. Occhiali nuovi...



Dicevo. A causa della festa di ieri sera, in cui ho bevuto molta acqua e non mi sono ubriacata alla faccia vostra che mi vedevate già barcollante, a causa della festa di ieri sera dicevo ho preferito dormire questa mattina. Mi sento rigenerata. Ho dormito quasi otto ore di fila. Un sogno. E qui torna il fatto che ho bruciato e non sono andata alla manifestazione perché avevo voglia di dormire anche se le notizie non stanno ad aspettare me. Ma la manifestazione dura fino alle 5.


Seconda comunicazione di servizio.

Oggi volevo preparare gli gnocchi secondo una ricetta in cui mi ero felicemente imbattuta di recente. Non sono fatti con le patate, e ciò a mio avviso li rende più leggeri. Devo ancora capire se si tratta di gnocchi digeribili o commestibili, ma penso di sì, essendo più leggeri e comunque costituiti di farina uova e tutte le cose che servono. Tranne le patate. Li volevo fare col burro fuso e la salvia, e un po’ di ricotta affumicata grattugiata sopra, che secondo me spacca.
Erano settimane che dicevo di farli, ma avevo sempre troppi impegni. Oggi essendo in ritardo per la manifestazione avevo pensato, ritardo per ritardo passo la mattina a spignattare. Così sembrava deciso.

Invece mi hanno fatto girare i coglioni e non li ho fatti e per pranzo ho mangiato la pasta che aveva avanzato mio fratello.
Ecco. Parolaccia. Sono poco signorina, nonostante il trucco.




Terza comunicazione di servizio.

Tesoro. Posso arrivare con il volo delle 19.09 che atterra a VCE alle 19.43. Prima non credo mica di farcela, più che altro perché ho l’intervista alle 3 e mezza, e mi durerà mezz’oretta almeno, cioè spero di cavarmela in mezz’ora, e poi devo buttarla giù in qualcosa che somigli a un articolo. Oltre a quella ho anche i miei pezzi standard di politica comunale, che spero di sbrigare in breve tempo. Sto cercando di prendermi avanti ora, ma la vedo dura. Non posso scrivere oggi le notizie che mi arriveranno domani. Forse, ma solo se sono veramente bravissima, riesco a prendere quello delle 18.52, ma significherebbe partire da casa alle sei e qualcosa, e non è ancora dato a sapere se ne sarò in grado. Anzi, propendo più per l’altro.
Il ritorno invece sarà con il treno delle 23.37, se per te non è un problema. Ne avrei uno anche prima, alle 22.56, ma dubito che tu voglia lasciare la “serata” così presto per accompagnarmi in stazione. Ops, ho dato per scontato che mi avresti accompagnata in stazione, scusa. Come sono ingenua.



Vado a fare gli gnocchi, poi a vestirmi strassa per andare alla manifestazione "genitori e bambini". Non vedo l’ora.




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venerdì 8 febbraio 2008 - ore 08:48


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho scritto il mio Primo Romanzo, e mi sento abbastanza soddisfatta del risultato. Per una volta il dono della sintesi mi è stato amico. Io che un libro di trenta pagine lo riassumo in quaranta.


* * *



Ieri ho riscoperto una canzone che mi è partita sull’i-pod mentre tornavo a casa da lavoro. Sì, è vero, l’avevo caricata io, ma non l’avevo mai ascoltata davvero.
Mi ha portata indietro di 7 anni, forse di più. Mi ricorda una persona, che non legge neanche il mio blog. Una persona che ha dimenticato un sacco di cose, anche mentre succedevano. Una persona che mi era tornata in mente quando la notizia della morte di Ledger ha fatto il giro dei giornali, perché ci legano canzoni e persone che non ci sono più.
E sono tornata indietro nel tempo, a un periodo della mia vita in cui credevo di essere felice pur sapendo di non esserlo. Ma chi può dire di non essere stato felice, se credeva di esserlo.


Toyshop - Daydream
Who am I to say
So hard and so long we tried
Can we ever live our dreams?
I’ve wonder since your gone
But souls are still in touch
close my eyes and I can feel
I can feel without you

Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be

What’s your life now?
Would we ever get along?
Still got time
It’s a short life
Together after all
We must now wait
Is it time to come back?
Set Free and left deep inside
To sense was truly real
Dark at your side

Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be

I’ll let my sould fly up
So I can feel and blow my mind away
Out of control now It’s even better
The best way to play the game
When you find out beware so you don’t
Forget then you gonna have
to search all over
again deep in your heart it
Lies the vibe
That it lights me up when you touched and
Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be

Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be

Daydream thinking of you
It’s got to be...
Daydream thinking of you
It’s got to be...


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mercoledì 6 febbraio 2008 - ore 14:20


Librismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Oggi sono andata da Canova a comprarmi qualcosa da leggere. Ho finito Morozzi da qualche giorno, e sono ancora nel vortice dell’eccitazione narrativa, per cui la “Storia della bruttezza” di Eco mi è un po’ fuori luogo.
I titoli che chiedo in libreria non sono sempre disponibili, e la mia commessa di fiducia si dimostra molto paziente e molto curiosa in merito. I primi tre che ho sparato oggi infatti non erano reperibili, e si è scusata mentre girava la testa dal quel computer che diceva sempre no. Io l’ho rassicurata, per quanto potesse essere rassicurata, e le ho detto “beh, ne ho altri qui, non c’è problema”, e lei mi ha risposto “sì lo so, entri qui con la tua bella lista lunga…”, sorridendo. Mi piace che mi conoscano, che abbiano paura di cosa tirerò fuori dal cappello magico, di che assurde richieste li costringeranno a sgranare gli occhi. Allora ho sparato un titolo con cui sapevo di andare sul sicuro, e ho comprato Un giorno questo dolore ti sarà utile, libro di cui mi sono innamorata a riga due di pagina uno.
Mi sono sentita in dovere di spiegare alla commessa perché i titoli che le chiedo sembrano essere scomparsi dai cataloghi delle case editrici, e le ho parlato di anobii.com, la mia fonte inesauribile di opere e autori. Credo che stiamo per diventare amiche. Prima di tutto perché sa che arrivo con la lista e mi riconosce, poi perché si ricordava il mio nome, poi perché mi ha ringraziata e ha segnato il sito su un post-it.
E poi perché da 16.50 che costava il libro mi ha fatto 15.





PS: Se questa cosa funziona davvero, sono nella merda.


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martedì 5 febbraio 2008 - ore 17:33


Donnismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La ragazza bella, quella che noi comuni mortali chiamiamo “la figa”, non è necessariamente scema. Ci siamo adagiati sullo stereotipo della donna bella e sciocca, che non ragiona. E in molti, moltissimi casi, ci rallegriamo di avere pienamente ragione. Ma non è sempre così, e ci nascondiamo dietro facili conclusioni sottovalutando la caratteristica più importante di molte delle fighe in circolazione, perché ce ne sono due categorie, al mondo: le classiche sceme e le stronze.
Le sceme le conosciamo: sono quelle ochette che pensano solo al prossimo appuntamento dall’estetista, che al massimo riescono a leggere un Harmony ma non si premurano di usare il vocabolario quando i termini sono troppo complessi, che vengono portate in giro come cuccioli di razza, da mostrare agli amici e per fare invidia ai nemici, che parlano per frasi fatte, che spiccicano due parole in croce solo se riescono a citare Meneguzzi o Gigi D’Alessio, con le loro grandi verità sul genere umano. Sono quelle ragazze bellissime e tiratissime che sembrano sempre uscite da un salone del restauro, ma che non provano interesse in nulla tranne per ciò che riguarda l’essere ragazze bellissime e tiratissime – tutto ciò a prescindere dal colore dei capelli, ma prevalentemente bionde. Il tempo che perdono per curare l’estetica lo sottraggono alla cura di tutto il resto. Guardano gli uomini sperando di essere un giorno conquistate da un ricco milionario che le manterrà. O dal quale presumibilmente si separeranno per vivere di rendita in eterno.
Non crediamo di aver capito tutto quando le vediamo a spasso per il centro sui loro tacchi vertiginosi a mostrare la merce in vendita, perché non sono le uniche donne belle, no. Non crediamo di aver capito tutto quando vediamo una donna bella e stupida, perché è solo una parte dell’universo delle fighe. Una buona parte di esse si nasconde dietro luoghi comuni creati ad hoc dalle più intelligenti di loro perché sì, ce ne sono anche di intelligenti. Ma sono inesorabilmente stronze.
Le sceme sono quelle che credono di poter conquistare il mondo e gli uomini solo con il loro bel faccino. Le stronze sono quelle che fanno di questa conquista lo scopo della loro vita. E ce la fanno.
Sono quelle che ti fregano, sono quelle subdole. Sono le donne che si rendono perfettamente conto di essere belle e, dopo aver capito e aver realizzato il potere che ne deriva, ci giocano. E vincono. Sono quelle che sanno che davanti a una figa il 90% degli uomini diventa innocuo. Sono quelle che usano la bellezza per avere quello che desiderano, per colpire il bersaglio, e per questo sono diverse dalle sceme, che credono di raggiungere un obiettivo e invece l’obiettivo sono loro. Le stronze sono quelle che sanno perfettamente qual è il limite a cui possono arrivare semplicemente perché un uomo non riesce a staccare gli occhi dalle loro tette, o dalle gambe, o dal culo, dipende dal prototipo. È sbagliato? No, credo di no. È stronzo, ma non è sbagliato.
Vincono loro perché sanno giocare con le carte che hanno. Hanno solo la bellezza? La usano anche contro le altre donne perché si sa, la concorrenza tra donne è sleale. Una donna che piace di più agli uomini ti fotterà sempre, sul lavoro, con gli amici, nelle relazioni, in tutto. E in questo modo si dimostrano molto, molto più intelligenti del previsto, e molto più intelligenti di molte donne brutte ma intelligenti.
Purtroppo queste donne usano la bellezza, che è la loro arma vincente, ma dimenticano di usare tutto il resto. Non passano per sceme, perché quello che vogliono lo conquistano a modo loro, con la loro intelligenza strumentale. Ma non sentono il bisogno di dimostrare quello che valgono, o quanto sono brave, con altri metodi. Essere belle a volte è un peso. Essere belle a volte ti costringe a non usare qualità che ti farebbero valere molto di più.
Le brutte, invece, spesso si sforzano troppo di evidenziare la loro bravura in confronto alle belle, a esaltare le loro capacità. Ma è lì che sbagliano, perché fanno prevalere la loro forza intellettuale sull’aspetto fisico talmente tanto che rischiano di enfatizzare ancora di più un’estetica non curata. E si trascurano volutamente, come se essere curata fosse appannaggio unicamente delle donne belle.
Allora, nonostante io abbia perso tempo prezioso in elucubrazioni tanto futili, ho capito che serve un giusto compromesso: per essere ascoltata, per essere tenuta da conto, devi essere una donna intelligente ma non brutta. Il cervello non basta, non è mai bastato.
Ho cominciato a truccarmi, non metto più né magliette strausate e consunte, né le scarpe da ginnastica ogni giorno, con grande gioia di familiari e moroso. Speriamo serva anche ad altro.

Ieri, per dire, sono stata al mio primo pranzo di lavoro, il quale si è tenuto in un ristorante molto chic, diciamo uno dei due più costosi del centro, non so se il primo o il secondo. Ma è solo per farvi capire l’ambiente. Max ridendo mi ha detto Metti l’abito lungo, solo per farvi capire l’ambiente.
In conclusione, sono andata a questo super pranzo super chic super centro in rappresentanza del giornale (solo perché i redattori erano impegnati altrove, attenzione), pranzo gentilmente offerto da una grossa ditta alla stampa locale. Indipercui ero con uno dei miei uomini del presidio comunale, un bel po’ di giornalisti e una riga di imprenditori facoltosi. E ho sentito bisogno di essere un po’ figa e mi sono acconciata a modo, sfruttando al meglio due dei miei acquisti di sabato. Che mi hanno veramente fatto comodo, col senno di poi. Se no sarei andata nel panico. E anche questo mi fa capire un sacco di cose: io non ho vestiti per essere figa in quel senso lì, cioè nel senso di pranzi di lavoro chic.
Ho sbagliato ad aborrire per principio la figaggine, in tutti questi anni. Perché se fossi una tipa un po’ tiratina, un po’ carina, e soprattutto abituata ad essere tiratina e carina, mi sentirei molto più a mio agio fra le persone potenti, come si sentivano le altre ragazze presenti, e oltretutto riceverei molta più considerazione. Magari non mi guarderebbero come si guarda una ragazzina di 22 anni, che è come appaio a occhi di esterni.

Forse sto ricevendo più lezioni di quante non pensassi, con questo non pagato lavoro al giornale.
Lezioni non solo di ambito lavorativo, dico. Ottimo. Prendi appunti, cara mia.


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