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sally
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ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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| Da parte mia, contro il male di vivere del topo nel tostapane o della falena spiaccicata sul radiatore non posso oppormi, ma contro il male fatto di proposito dai miei simili su altri miei simili, sì, mi sento di dover combattere: è poca cosa e non so a quali risultati porterà, ma so che è mio dovere farlo.
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lunedì 24 novembre 2003
ore 14:29 (categoria:
"Vita Quotidiana")

basta nazi cazzo, sono dappertutto, non li sopporto più. Fanculo!
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I COMMENTI (9)
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lunedì 24 novembre 2003
ore 13:54 (categoria:
"Vita Quotidiana")
ed oggi ritornano i miei, dopo 4 giorni di pacchia!! Si sta veramente bene senza nessuno che ti scassa i coglioni! Quando arriva l'estate?
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I COMMENTI (3)
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venerdì 21 novembre 2003
ore 20:35 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 21 novembre 2003
ore 13:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
oggi è venerdì, il tempo è una merda e la giornata è lunga. Almeno stasera si fa qualcosa di interessante...speriamo.
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I COMMENTI (4)
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 17:04 (categoria:
"Vita Quotidiana")
se qualcuno HA BISOGNO DI UN LAVORO (venditore di prodotti naturali e soprattutto non testati su animali)...mi faccia sapere.
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 17:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il dolore negli occhi mentre vanno a morire
QUALCHE anno fa ho visto in televisione un documentario di Riccardo Fellini sugli animali che vengono portati al macello. Ne sono rimasta talmente sconvolta che non l'ho mai dimenticato. Ho sempre davanti agli occhi l'espressione terrorizzata di quelle povere bestie che forse capivano di andare incontro alla morte. Per la verità noi non sappiamo se gli animali abbiano il senso della morte. Però non abbiamo nessun dubbio sulla loro sensibilità. E certamente soffrono. Se inavvertitamente pestiamo la zampa del nostro cane e lo sentiamo guaire di dolore, siamo immediatamente partecipi della sua sofferenza, forse perché il cane, che convive con noi da quindicimila anni, fa parte ormai della famiglia umana. Più difficile per noi è valutare il grado di sofferenza degli animali che vivono nella nostra sfera d'influenza, ma non ci sono altrettanto vicini. In realtà la mucca tecnologica creata dall'uomo è una specie di mostro. È terribilmente distante dal modello del suo antenato di poche generazioni fa, quel beato bovino che aveva la gioia di godersi il tepore del sole all'aria aperta, di accoppiarsi, di mettere al mondo i figli e di allattarli secondo natura. L'animale da allevamento è diventato una sorta di robot, legato a un'inflessibile catena di montaggio. Chiuso in recinti angusti, illuminati artificialmente, subisce la violenza quotidiana dall'uomo che lo costringe a una vita del tutto innaturale. Il vitellino neonato non conosce nemmeno la propria madre. Poco dopo la nascita viene separato da colei che l'ha messo al mondo. Le mucche da latte, d'altra parte, per effetto della selezione operata dall'uomo, sviluppano capezzoli di una forma tale che si adatta perfettamente alla macchina mungitrice, ma non alla tenera bocca dei bebè. Da quando ci siamo resi conto che gli animali domestici sono sensibili alla sofferenza e al dolore, sono nate varie iniziative destinate a tutelare il loro benessere. Le associazioni animaliste si battono per migliorare le loro condizioni di vita. E le ricerche degli etologi dimostrano in maniera inequivocabile che non si possono sovvertire impunemente le leggi della natura. Ad esempio, da una prova sperimentale compiuta sugli ovini, risulta che contatto fisico e calore sono particolarmente graditi al neonato, cui sembrano dare un ineguagliabile senso di piacere e di sicurezza. Basta appoggiare la mano calda sul suo musetto, perché il piccolo risponda sollevando concitatamente il capo e movendo le mascelle, proprio come fa quando cerca il capezzolo spingendosi sotto il corpo della madre. Il precoce instaurarsi del rapporto corretto tra madre e figlio ha un'importanza decisiva per il benessere dell'animale e per la sopravvivenza della specie. Gli allevatori hanno tutto l'interesse di tenerne conto, perché agli occhi dell'uomo che valuta tutto in termini economici, l'inconveniente più deprecabile, c'è poco da dire, è la diminuzione della produttività. Ma i patetici tentativi degli etologi di migliorare le condizioni di vita degli animali domestici non impediscono che alla fine vengano tutti sacrificati sull'altare dell'alimentazione umana. E allora parlare di benessere animale non è un'ipocrisia
Isabella Lattes Coifmann
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 17:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Le sofferenze della carne
Ogni anno decine di milioni di mucche, vitelli, maiali, pecore, agnelli, cavalli, asini, polli e conigli, percorrono migliaia di chilometri dai luoghi di allevamento a quelli di macellazione. Il trasporto avviene prevalentemente tramite autocarri, ma anche per via aerea e per mare; la durata di un viaggio può essere superiore ai quattro giorni e le distanze coperte di oltre 2.500 chilometri. E così pecore scozzesi sono portate a morire in Abruzzo, cavalli russi in Puglia e Sardegna, maiali olandesi in Sicilia o mucche tedesche, dopo la traversata del Mar Adriatico, in Libano o in Egitto. Gli animali, costretti fra l'allevamento quasi sempre intensivo e l'uccisione, sono sottoposti durante il trasporto ad un'intensa ed ulteriore sofferenza. Esseri senzienti come noi che viaggiano stipati all'inverosimile, al caldo ed al freddo, senza cibo, acqua e senza soste adeguate; lo stress e la paura sono così intensi da provocare ripercussioni dirette sul loro stato di salute, sui prodotti di origine animale ed in alcuni casi anche la morte sugli autocarri prima della conclusione del viaggio.
Il trasporto in Italia
L'Italia è il crocevia del commercio degli animali vivi per motivi geografici, economici e di consumo. I porti di Bari, Brindisi, Trieste, La Spezia, Piombino e della Sardegna; i valichi di Gorizia, Fernetti-Prosecco (Trieste), Tarvisio, il Brennero, Ventimiglia, il Frejus e la Val d'Aosta, sono i punti-cardine di una pratica a cui il trasporto di carne con sistemi frigoriferi avrebbe già dovuto porre fine. L'approvvigionamento italiano di carne dall'estero è pari quasi alla metà del consumo interno; il 38% (dato in aumento) arriva in Italia tramite il trasporto di animali vivi ed il 62% come carne già macellata. Negli ultimi anni in Italia la barbarie di questi viaggi è stata documentata da molti casi emblematici: esemplare è quello del porto di Bari dell'agosto 1999, quando centosessanta fra pecore ed agnelli provenienti da Spagna, Francia e Gran Bretagna, sono morti a bordo di due TIR fermi da due giorni all'imbarco per la Grecia con una temperatura esterna di 41 gradi; lo stress, la mancanza di cibo e acqua sono stati letali. Il settore della macellazione afferma che è impossibile trasportare tutta la carne refrigerata o congelata; in realtà sono gli interessi economici coinvolti che rappresentano un potente ostacolo alla messa in pratica di Risoluzioni del Parlamento Europeo che chiedono, da anni, la macellazione degli animali il più vicino possibile al luogo di allevamento e la fine di questi viaggi della morte. Le nostre denunce sono state autorevolmente confermate dalla Relazione del dicembre 2000 della Commissione Europea nella quale si sottolinea fra l'altro "(...) la scarsa importanza attribuita dalle competenti autorità degli Stati all'applicazione della direttiva; l'invio di relazioni spesso incomplete; il mancato impegno da parte delle autorità veterinarie alle frontiere italiane".
Posti d'Ispezione Frontalieri e Uffici Veterinari Adempimenti Cee In Italia vi sono poco meno di una trentina Posti d'Ispezione Frontalieri (PIF) per i controlli obbligatori in ingresso o uscita da/verso Paesi Terzi di animali e/o prodotti d'origine animale e diciassette Uffici Veterinari per gli Adempimenti Cee (UVAC). competenti per tutta la Regione di appartenenza geografica o oltre Come i PIF sono Uffici periferici del Ministero della Sanità, in questo caso i controlli di competenza sono quelli sugli scambi fra Paesi dell'Unione Europea. Gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali", addetti alle eventuali analisi di animali deceduti, si trovano a Torino, Brescia, Padova, Perugia, Teramo, Roma, Portici, Foggia, Palermo e Sassari.
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 16:59 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Mangiamo la carne: Cosa mangiamo
Alimentazione Da queste colonne e da queste pagine web e' stata richiamata l'attenzione sulla possibilita' nient'affatto remota che chi mangia carne bovina possa contrarre il morbo della mucca pazza. E di fronte alle drammatiche novita' che la stampa internazionale ci propone quasi quotidianamente sull'argomento, e' stato gia' rivolto ripetutamente l'appello a non mangiare questo tipo di carne. Che non si tratti di gratuito allarmismo lo dimostra, ad esempio, una notizia che chiamare sconvolgente non e' eccessivo: una bambina di 11 mesi, figlia di una madre molto giovane, e' risultata infettata da questo morbo, e cio' mina quella che finora era sembrata l'unica certezza scientifica sull'argomento, cioe' il fatto che il periodo di incubazione sia molto lungo.
Continuare a mangiare carne bovina sembra essere sempre piu' un gioco pericoloso, una sorta di roulette russa a scoppio piu' o meno ritardato non solo per i diretti consumatori, ma anche per gli eventuali destinatari di loro donazioni di sangue e, se sono giovani e comunque in eta' fertile, per i loro discendenti. Inoltre recenti esperimenti hanno dimostrato che questo morbo si puo' propagare anche ad altri animali, come gli ovini, e quindi la mappa dell'alimentazione ad alto rischio si puo' allargare a dismisura.
Questa tuttavia e' solo la punta -minacciosa- di un iceberg. Non c'e' praticamente carne che oggigiorno, nella nostra parte di mondo, non possa rappresentare un rischio per la salute. Anche polli, maiali, e pesci non ci fanno dormire sonni tranquilli, in quanto portatori di diossina, peste o mercurio.
La nostra reazione, in generale, e' di allarme iniziale al momento in cui riceviamo la notizia, un allarme che pero', dopo poco, si attenua ed e' ben disposto a rientrare, soddisfatto delle rassicurazioni che vengono diffuse dagli "organi preposti". Successive notizie di fatti che smentiscono le rassicurazioni appena fornite non trovano, di solito, l'attenzione dovuta. Effetto, questo, del nostro umano desiderio di tornare ad adagiarci nelle abitudini quotidiane -di cui quella di consumare carne e', nel nostro mondo, una delle piu' radicate e quindi difficili da mettere in discussione. Eppure, da persona comune quale sono, e anche proprio da onnivora, quindi consumatrice, sia pure non assidua, di carne (e pesce), di fronte a questo moltiplicarsi di segnali di pericolo, mi trovo obbligata a pormi una domanda in modo piu' serio di quanto abbia fatto fino ad oggi. La domanda la posso formulare cosi': questi segnali di pericolo non potrebbero essere veri e propri richiami ad assumere una maggiore consapevolezza su quelle che sono abitudini cosi' inveterate che ci sembrano addirittura costituire i fondamenti della nostra cultura e della nostra personalita'? Nel settore dell'alimentazione cio' potrebbe significare chiedersi:
Se mangiare e' necessario -ed e' un dato di fatto- e' altrettanto necessario mangiare tutto quello che siamo abituati a mangiare e, nel caso della carne, in una quantita' che, stando ai dati dell'Istituto italiano della nutrizione, supera di ben tre volte la necessita' di un individuo normale? Siamo consapevoli -davvero consapevoli fino in fondo- del fatto che mangiare carne significa avere tolto la vita a quel certo animale? Siamo consapevoli in che modo a questo animale e' stata tolta la vita e come ha vissuto la sua vita dalla nascita fino alla morte, per darci questa carne che spesso, piu' che mangiare e gustare davvero, consumiamo molto distrattamente?
Circa venti anni fa, in un paesino della Maremma toscana, dove per alcune estati trascorsi un periodo di vacanza, c'era una simpatica donna, che si chiamava Anna e faceva la macellara. Aveva sempre della carne molto buona, ma un giorno mi disse che quella che stavo acquistando era proprio speciale, perche' era di un "suo vitellino", e mi racconto' con che cura l'aveva allevato. Era commossa mentre ne parlava, me ne ricordo bene. Veniva fuori un bel rapporto con quell'animale che, anche se doveva essere sacrificato alle nostre esigenze, risultava tuttavia aver vissuto una vita degna di questo nome: era stato in un pascolo all'aria aperta, aveva respirato l'aria delle colline coi profumi della macchia mediterranea, dei cipressi e dei pini, era stato riparato in una piccola ma comoda stalla, nutrito con ottimo fieno e abbeverato secondo le sue necessita'. Si', aveva vissuto la sua pur breve vita a un ottimo livello di vita bovina. Ci si sarebbe potuti spingere a dire che mangiare quella carne era una partecipazione a quella vita cosi' vicina alla natura. Certo, la morte e il modo del morire erano dati per scontati, ma altrettanto certo era che la gratitudine e la commozione della signora Anna l'avevano accompagnato a quell'ultimo passo e forse si era ripetuto, sia pure inconsapevolmente, quel rito di richiesta di perdono allo Spirito dell'animale sacrificato, che alcune popolazioni della Terra adottavano - non so se posso dire adottano ancora - consce che la loro necessita' di procurarsi il cibo in questo modo significa ledere la vita di un altro essere vivente. La vita condotta dal "vitellino" della signora Anna era gia' allora un'eccezione.
Ma che vita fanno comunemente gli animali destinati alla nostra tavola, che provengono dagli allevamenti industriali? I vitelli vengono separati dalla madre al massimo dopo diciotto giorni dalla nascita e spesso costretti a viaggi snervanti per raggiungere la stalla in cui passeranno le circa 16 settimane della vita loro concessa ristretti in angusti box nei quali non possono muoversi e neppure distendersi. L'alimentazione naturale, che sarebbe di erba e latte, e' sostituita da pastoni caldissimi di sostanze proteiche povere di ferro per ottenere carni bianche e tenere. Neppure l'acqua che bevono e' normale; vi vengono infatti aggiunte resine a scambio ionico e poi dei dolcificanti per farla risultare piu' gradevole. La carenza di ferro e di altre sostanze essenziali rendono questi animali deboli e nervosi; l'impossibilita' di muoversi atrofizza i loro arti; allo scopo di avere un piu' rapido raggiungimento del peso da macello, sui tre quintali, agli animali vengono somministrate sostanze anabolizzanti e stimolanti. Non succede di rado che in queste condizioni innaturali i vitelli si lecchino in continuazione strappandosi il pelo che vaga nel rumine dove imputridisce sviluppando sostanze velenose. I manzi vivono invece liberi fino a sei mesi, ma poi, per i restanti 150 giorni riceveranno anch'essi lo stesso trattamento dei vitelli.
Gli ovini negli allevamenti al posto dell'erba da pascolo ricevono erba e ormoni. Alle femmine da riproduzione vengono somministrate anche altre sostanze che incrementano il numero delle gravidanze.
I polli da carne dopo la nascita, che avviene in incubatrice, vengono ammassati in capannoni che possono contenerne fino a 50.000, con la luce accesa 24 ore su 24 per costringerli ad alimentarsi in continuazione e quindi crescere piu' rapidamente. Gli atti di cannibalismo, che non esistono in natura, ma sono indotti dal sovraffollamento, sono evitati provvedendo a tagliare i becchi con un'apposita macchina. Le galline ovaiole passano la vita in gabbie di filo metallico dette batterie, disposte a piu' livelli, in cui ciascun animale ha a disposizione uno spazio di poco piu' di 450cmq, una superficie inferiore a quella di un foglio di carta formato A4 (DPR 233/88). Come succede per tutti gli altri animali allevati industrialmente, anche il pollame viene nutrito con pastoni composti da varie sostanze, in cui si mescolano anche antibiotici e altri medicinali che avrebbero lo scopo di proteggerli dall'insorgere di epidemie, ma che, seppur raggiungono lo scopo prefisso (e non sempre lo fanno), si comunicano comunque ai consumatori delle loro carni, come e' espressamente denunciato dall'Organizzazione Mondiale della Sanita'.
In certi casi, del resto, e' proprio una malattia quella che si ricerca, come succede per le oche sottoposte all'ingrasso forzato per ottenere il famoso pate' de foie gras. Infatti, come si legge nel volume L'oca - guida all'allevamento familiare, Edizione Edagricole, "Il principio di base e' semplice: iperalimentare le oche con pastoni sino a quando il fegato si ammala e va in steatosi epatica". Le principali indicazioni pratiche sono le seguenti: "Ricordate che nel giro di poche settimane l'oca da fegato dovra' subire una forzatura alimentare non indifferente e che per scongiurare problemi fisiologici dovra' arrivare al periodo di clausura e di ingozzamento in una forma fisica perfetta, ben sviluppata, ma non grassa..... L'oca deve essere ingozzata con regolarita' 2-3 volte al giorno.....per un consumo giornaliero di circa 1 chilogrammo di pastone". Per poter fare comodamente tutto cio' "all'inizio puo' essere comodo l'impiego di una <<cassettina>> a misura d'oca, con un unico foro dal quale fare emergere il collo dell'animale in maniera da non doversi distrarre a tener fermo il soggetto" nel cui becco viene inserito un imbuto in cui " e' generalmente montata una vite senza fine che spinge notevoli quantita' di alimento all'interno dell'animale in pochi secondi."
I suini negli allevamenti industriali hanno un comportamento autolesivo indotto dalla mancanza di spazio di angusti box o dal sovraffollamento, che consiste nello strapparsi la coda. Per evitare cio', gli allevatori provvedono a mozzarla alla nascita. Possono pero' sempre darsi episodi di cannibalismo e vere e proprie sindromi depressive. Al posto dell'alimentazione onnivora, con prevalenza di radici e tuberi che avrebbero in natura, ricevono razioni di cibo preconfezionate e appositamente studiate per aumentare rapidamente il peso e rendere la carne meno grassa. Le scrofe sono obbligate a figliare in continuazione in box poco piu' grandi di loro.
Il trasporto degli animali, la cui carne finira' sulla nostra tavola, e' un altro capitolo degno di interesse per acquisire una consapevolezza completa di cio' che veramente mangiamo. Il 16 gennaio di quest'anno la LAV (Lega antivivisezionista) ha presentato in Italia un "video choc" che testimonia le condizioni atroci a cui milioni di cavalli, maiali, pecore sono sottoposti negli estenuanti viaggi da una nazione all'altra per raggiungere il luogo della macellazione, dove arrivano spesso feriti, agonizzanti o anche gia' morti. Lo scopo della LAV e' quello di arrivare a una Direttiva che ponga fine al trasporto degli animali, dato che quella che doveva proteggerli risulta, per ammissione delle stesse autorita' europee, largamente disattesa. Specialmente in Italia, paese che e' a rischio di procedura d'infrazione da parte della CE, in quanto non ha ancora attuato correttamente la normativa comunitaria in materia. Secondo la denuncia della LAV sono di normale amministrazione viaggi di 50 ore, ad esempio, per il milione di maiali esportati dall'Olanda con destinazione Italia e Spagna, mentre i 150mila cavalli che arrivano nei mattatoi italiani da Polonia, Lituania e Romania arrivano a sopportare fino a 95 ore di viaggio. Arriva a 100 ore di viaggio a bordo di TIR, treni e navi gran parte del milione di pecore e agnelli esportati annualmente dalla Gran Bretagna con destinazione Italia, Belgio, Olanda, Grecia e Spagna. In tutto questo tempo gli animali sono esposti al cocente sole estivo o al gelo invernale e lasciati per ore e ore ammassati nei camion in attesa di essere sdoganati o che il camionista si riposi o consumi i suoi pasti, mentre ad essi scarseggia o manca del tutto acqua e cibo. Infine, nonostante l'esistenza del D.L. 532/92, che prevede il controllo sulla densita' degli animali negli autocarri, la regola sembra essere ancora quella del sovraccarico, con il risultato che gli animali si feriscano o arrivino anche qui ad atti di cannibalismo.
Non ci vuole molta immaginazione per rendersi conto che moltissimi degli animali, della cui carne ci alimentiamo, sono costretti a condurre una "vita" carica di stress e di vera e propria sofferenza fisica e psichica. Noi sappiamo che stress e sofferenza, negli esseri umani, possono causare vari disturbi fino a vere e proprie malattie. A volte, in presenza di situazioni insopportabili, arriviamo a dire che la vita ci e' stata avvelenata. E non credo che sia solo una metafora. Potremmo dire che anche quella degli animali cosi' trattati e' una vita avvelenata nel vero senso della parola? E, se cosi' e', questi altri veleni, che vanno ad aggiungersi alle sostanze certo non benefiche assunte con i mangimi e con i farmaci, che effetto possono fare sulla nostra salute?
Conferme implicite che questi interrogativi non sono peregrini vengono da piu' parti. Una direttiva della Comunita' europea vieta l'allevamento in batterie delle galline ovaiole (in Italia verra' recepita completamente solo dall'1/1/2012, mentre dall'1/1/2003 sara' proibito costruire nuovi impianti) . Pare infatti dimostrato che le uova delle galline allevate in liberta' siano migliori di quelle delle galline allevate in batteria. Un'altra direttiva europea riguarda l'allevamento dei vitelli, che, dopo le 8 settimane, non potranno essere piu' tenuti ristretti nei box e che, "dopo la seconda settimana di eta', dovranno ricevere un'alimentazione adeguata con fibre per raggiungere un tasso di emoglobina tale da non farli essere piu' anemici". Segno che e' stato riconosciuto che, anche per la salute umana, un allevamento piu' vicino alla natura risulta migliore. Un'ulteriore conferma implicita e' venuta il 5 ottobre di quest'anno da un convegno su "Le resistenze dei batteri agli antibiotici" tenuto all'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Roma, in cui e' stato lanciato l'allarme sugli effetti dell'uso eccessivo e improprio degli antibiotici sia nell'uomo sia nella zootecnia e nell'agricoltura. Fra un paio d'anni, e' la conclusione del convegno, potremmo tornare esposti ai pericoli per la salute che vi erano prima del 1942, l'anno in cui si comincio' a usare la penicillina, perche' un numero sempre maggiore di batteri sta diventando sempre piu' resistente agli antibiotici conosciuti.
Rendere piu' naturale la vita di questi animali, considerarli quello che sono, cioe' esseri senzienti con organismi e reazioni molto simili ai nostri, e non, come troppo spesso accade oggi, solo delle "macchine da carne", sottrarre quindi gli allevamenti alla logica inflessibile della massima redditivita', sembrano essere scopi ragionevoli proprio per assicurare ai consumatori di carne la garanzia di alimentarsi senza necessariamente avvelenarsi. Certo e' che il raggiungimento di questa "sicurezza", almeno da noi in Italia, e' quantomeno parziale e comunque rimandato di una decina di anni, come si vede nel caso delle Direttive europee su vitelli e galline ovaiole.
Abbattimento e macellazione Resta tuttavia un altro capitolo, molto piu' arduo, da affrontare, ed e' quello dell'abbattimento e della macellazione degli animali. Questo non si puo' eliminare, ovviamente, se vogliamo mangiare carne. Uccidere e' comunque un atto di violenza - su questo penso che possiamo essere tutti d'accordo. La diversita' di opinione viene dopo: se accettare questa violenza come necessaria o rifiutarla come una cosa gratuita e superflua. Chi la carne non la mangia e' schierato con questa seconda posizione. Chi, per un motivo o per un altro, la considera indispensabile sosterra' che questa violenza e' necessaria, ma, a mio avviso, deve anche rendersi conto che cio' comporta una responsabilita', che, al minimo, e' quella di non "consumare" con distrazione cio' che mangia. E sapere anche come si compie questo ultimo atto che gli consente di cibarsi di quella carne.
Qui mi voglio affidare esclusivamente alle fredde parole della normativa vigente in fatto di abbattimento, che tuttavia riassumero' per questione di spazio. La normativa italiana che regola questa materia e' il Decreto Legislativo 1/9/1998, n. 333, che recepisce una Direttiva comunitaria. Come sappiamo bene, quando si sente il bisogno di legiferare su qualcosa, significa che, a monte, c'e' una disparita' di comportamenti, alcuni dei quali, in quel determinato momento, non si ritengono corretti e/o sono causa di conflitto nella societa'. Questo succede fin dal codice di Hammurabi. Di conseguenza, quando leggiamo, ad esempio, nel Decreto in questione che "gli animali devono essere immobilizzati nel modo idoneo a risparmiare loro dolori, sofferenze, agitazioni, ferite o contusioni evitabili", dobbiamo onestamente ritenere per certo che queste attenzioni, prima della legge, erano un "optional", probabilmente pochissimo praticato. E sappiamo pure che anche nella vita di tutti i giorni, e sotto gli occhi di tutti, nonostante le leggi, molti comportamenti continuano imperterriti come prima, (per esempio, l'uso delle cinture di sicurezza in auto, l'obbligo del rilascio dello scontrino fiscale, ecc. ecc.), perche' ciascuno trova piu' logico, piu' comodo, piu' vantaggioso "fare come gli pare". Figuriamoci cosa succede la' dove i comportamenti avvengono in uno spazio separato, nascosto ad occhi indiscreti, come puo' essere, nel nostro caso, quello di un macello. Percio' dobbiamo tener presente nella realta' concreta un bel margine di deviazione dal dettato della normativa di cui ci occupiamo. Nel D.Lvo 333/98 si spiega la distinzione fra stordimento, abbattimento e macellazione. Lo stordimento e' il procedimento che "determina rapidamente uno stato di incoscienza che si protrae fino a quando non intervenga la morte", l'abbattimento e' "qualsiasi procedimento che produca la morte", e la macellazione e' "l'uccisione dell'animale mediante dissanguamento". Per lo stordimento, che "non deve essere praticato se non e' possibile l'immediato dissanguamento degli animali", sono ammessi 4 metodi: - con pistola a proiettile captivo, - con provocazione della commozione cerebrale, - con elettronarcosi, - con esposizione al biossido di carbonio. Il primo metodo, lo sparo di un proiettile che deve penetrare nella corteccia cerebrale e che poi ritorna al suo posto, e' riservato a bovini, ovini e caprini; il secondo, che "e' ammesso soltanto se si utilizza uno strumento a funzionamento meccanico che procuri una scossa al cervello" (cioe' una botta in capo), "senza la frattura del cranio" pare piu' usata per animali piccoli, come i conigli. L'elettronarcosi, a sua volta, puo' essere usata in modi diversi: o con l'applicazione di "elettrodi intorno al cervello in modo da consentire alla corrente di attraversarlo", o con i bagni d'acqua , metodo impiegato per i volatili da cortile, che, appesi per le zampe a dei ganci, abbiano la testa a diretto contatto con l'acqua attraverso cui passera' la scarica di corrente, a una intensita' tale "da garantire che l'animale passi immediatamente a uno stato di incoscienza persistente fino alla morte". Vi e' infine l'esposizione al biossido di carbonio, trattamento che pare riservato ai suini, i quali vengono fatti entrare in una cella in cui e' stato immesso il biossido di carbonio. "Essi devono essere convogliati il piu' rapidamente possibile dalla soglia al punto di massima concentrazione di gas ed essere esposti al gas per un tempo sufficiente per rimanere in stato di incoscienza fino a che la morte sopraggiunga". Lo stordimento, per legge, deve essere immediatamente seguito dal dissanguamento, che si attua mediante "recisione di almeno una delle due carotidi o dei vasi sanguigni che da esse si dipartono, e la legge precisa anche che "il responsabile dello stordimento, impastoiamento, carico e dissanguamento degli animali, deve eseguirle consecutivamente su un solo animale prima di passare a un altro animale". Per i volatili da cortile si precisa che il dissanguamento puo' avvenire "mediante decapitazione eseguita automaticamente" e in tal caso "dev'essere possibile l'intervento manuale diretto in modo che, in caso di mancato funzionamento del dispositivo, l'animale possa essere macellato immediatamente". Non puo' sfuggire tuttavia che, almeno nel caso dei volatili e dei suini, che vengono storditi tutti insieme in grandi quantita', la disposizione di legge di passare immediatamente al dissanguamento non e' possibile per i singoli animali, tranne che per il primo. Tutti gli altri dovranno comunque aspettare un certo lasso di tempo, che puo' non essere poco, il tempo che occorre alla macchina decapitatrice o al singolo macellaio di fare, animale dopo animale, il loro lavoro.
Come si vede, nonostante tutto l'impegno profuso, anche ammesso che sia davvero profuso cosi' come chiede la legge -cosa di cui si puo' ragionevolmente dubitare per i mille fattori che possono intervenire, neppure necessariamente legati all'insensibilita' degli operatori nei confronti di questi animali-, il momento dell'abbattimento continuera' ad essere anch'esso fonte di paura e di sofferenza per gli animali. La paura, sappiamo, provoca quantomeno scariche di adrenalina.
In che modo modifichera' la sostanza della carne che mangeremo? Quanti altri "veleni" si scaricheranno nel sangue e nella carne di questi animali anche in questo momento estremo - a maggior ragione in questo momento estremo? Dove andranno a finire? Non sara' che, mangiando questa loro carne, ci cibiamo, in realta', anche della loro "ultima" paura?
La macellazione rituale Per completezza, ritengo di dover inserire un cenno anche sulla macellazione rituale, che in Italia e' riconosciuta alle religioni ebraica ed islamica. La macellazione e' definita dalla legge "uccisione dell'animale mediante dissanguamento", quindi senza stordimento preventivo. Qui l'animale si trova vis-a'-vis con la morte in piena coscienza e con questa piena coscienza avvertira' la vita che lo abbandona nel periodo di tempo (dieci minuti, come si dice? O di piu' ancora?) che passa tra la recisione della carotide e il sopraggiungere della morte. E qui vi e' un'ulteriore contraddizione della legge. Non si vede infatti perche', se la sensibilita' generale ha ritenuto necessario, piu' rispettoso per gli animali, alleviare loro la paura e l'esperienza diretta della morte, ed eliminare il dolore fisico facendoceli arrivare storditi, si debba lasciare questo spazio di riconosciuta crudelta' a chicchessia, siapure in nome della liberta' di religione. Ma c'e' qualcosa di piu' e di piu' inquietante. Qui lo Stato italiano fa un altro passo indietro, quando riconosce che "il Ministero della sanita', il servizio veterinario della regione o provincia autonoma, il veterinario ufficiale....", che sono l'autorita' competente per tutto il resto, in questo caso non lo sono piu', e sancisce esplicitamente che " per le macellazioni secondo determinati riti religiosi l'autorita' competente e' l'autorita' religiosa per conto della quale sono effettuate le macellazioni". Suggerendo a chi vuole saperne di piu' sull'argomento (e anche sul dibattito che si e' aperto) di cercare su Internet, basta qui osservare che quello che oggi si chiama "sgozzamento rituale" (recisione della carotide con un solo colpo assestato con un coltello ben affilato) era, per l'epoca in cui fu introdotto, una forma di eutanasia e quindi attesta la sensibilita' dell'uomo per la sofferenza dell'animale. Ma oggi, questa sensibilita' puo' esprimersi meglio? E come? Questa e' la domanda che anche chi e' legato a una religione sarebbe giusto si facesse, perche', attenersi rigidamente "a cio' che sta scritto" puo' significare, come in questo caso, proprio rovesciarne il significato e l'essenza. Tanto piu' che oggigiorno, in una societa' come la nostra, avida di presunte novita', anche la carne macellata ritualmente puo' rappresentare (e vi sono gia' testimonianze in tal senso) una "curiosita'" da esplorare e una moda da seguire (come del resto quella della carne di struzzo), ritorcendo paradossalmente contro gli animali proprio quella legge che intendeva tutelarli un po' di piu'. A maggior ragione e' importante renderci conto il piu' direttamente possibile di cio' che avviene veramente dietro le quinte di qualunque comportamento e di qualunque abitudine. Cercare di conoscere con esattezza i costi -per noi e per gli altri- di cio' che si fa potrebbe forse trattenerci dal dilapidare allegramente patrimoni di cui in realta' neppure disponiamo davvero -consistano essi nella nostra salute e vita o in quella di altri esseri.
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 16:58 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Fabbriche animali
Vacche e vitelli brucanti su verdi pascoli, galline razzolanti, maiali alla ricerca di ghiande, tutto ciò corrisponde alle loro esigenze naturali ma ormai nulla è più lontano dalla realtà per il 99% degli animali “da reddito”, rinchiusi negli allevamenti intensivi. Fino agli anni 60, la carne in Europa era molto costosa: ai prezzi correnti una gallina sarebbe costata 50.000 lire. Ciò dipendeva dal fatto che il rapporto fra zootecnia e agricoltura era diretto. Tot cereali o foraggi coltivati in azienda, tot animali allevati. Ad un certo punto avviene il cambiamento, si impone in Europa il modello Usa: gli europei imparano che non serve essere agricoltori e avere terreni per allevare: basta un capannone. Nasce la produzione zootecnica industriale, interi settori della zootecnia tradizionale scompaiono, si riduce sempre più l’area dei pascoli e delle foraggere, aumenta il numero dei capi per azienda.
Condizioni di allevamento È opinione diffusa che gli animali zootecnici siano abituati alle condizioni di vita degli allevamenti intensivi, non avendone mai conosciute altre. È stato invece accertato che i bisogni e i comportamenti degli animali allevati dalla “moderna” zootecnia sono quasi gli stessi dei loro antenati selvatici. Le caratteristiche fondamentali, non cambiano certo in pochi decenni di allevamento intensivo. Nell’ultimo decennio del secolo, il mondo delle leggi sulla zootecnia è cambiato grazie a efficaci lotte animaliste e a una crescente sensibilità collettiva. Ma tuttora, le leggi europee e italiane per la protezione degli animali da reddito tutelano più i profitti del settore zootecnico e la garanzia di bassissimi prezzi. Nessuna direttiva europea né legge italiana prevede ad esempio il diritto a un sia pur minimo spazio esterno. Negli allevamenti intensivi gli animali trascorrono la loro breve vita in spazi ristretti, sovraffollati, con luce artificiale dove non è possibile per loro esplicare comportamenti naturali. Tutto ciò è causa di gravi sofferenze, stress, sterotipie che sfociano in vere e proprie patologie fisiche.
Farmaci Per prevenire o curare tali malattie legate ai metodi innaturali di allevamento, agli animali sono somministrati farmaci di sintesi in quantità. Grandi protagonisti della zootecnia intensiva sono gli antibiotici: in Europa gli animali di allevamento ne consumano 5 mila tonnellate, di cui 1500 per favorire, artificialmente, la crescita di polli, suini, tacchini e vitelli. Gli antibiotici sono dati a tutti gli animali, sia sani che malati. basta qualche pollo malaticcio a giustificare una dose somministrata a 100.000 o 200.000 animali. E l’ombrello protettivo di farmaci e antibiotici, somministrati con il mangime, viene continuamente intensificato per via della selezione di microrganismi resistenti con pericolose conseguenze per la salute degli uomini consumatori dei prodotti di origine animali.
Allevatori La fase propriamente agricola degli allevamenti intensivi ha un peso economico limitato , in Italia l’unica forma di allevamento ancora in mano a conduttori diretti è quello delle razze bovine e ovine autoctone, e delle vacche da latte Tutto il resto della zootecnia è dominato dell’agroindustria, sempre più internazionale. Gli allevatori sono dei semplici ingrassatori, gli animali sono di proprietà di pochi industriali oligopolisti, spesso in grado di concentrare in sé tutta la filiera: produzione dei mangimi, fornitura degli animali e degli input, cure farmaceutiche, trasformazione in carne, distribuzione.
Perché la mucca pazza è il prodotto degli allevamenti intensivi
Negli ultimi anni si sono verificate in Italia e in Europa emergenze sanitarie gravissime legate alla zootecnia, ovvero all’allevamento intensivo. Si è rivelata fatale per gli esseri umani l’assunzione di carne proveniente da bovini ammalati di encefalopatia spongiforme bovina (Bse); ammalati perché nutriti con farine animali provenienti da loro simili. Erbivori regrediti a cannibali nella corsa a produrre di più a bassi costi. La “mucca pazza” (come le altre recenti emergenze: afta epizootica, polli e pesci alla diossina, maiali agli ormoni, uova alla salmonella) è figlia della vera follia: aver ridotto gli animali a macchine.
L’emergenza della “mucca pazza”, costosissima per i contribuenti europei è il prodotto di un sistema zootecnico incentrato nella produzione di enormi ed inutili quantitativi di carne, latte e uova a bassissimo costo. La somministrazione delle farine animali per i bovini è l’aberrazione più evidente di un sistema che ha ridotto milioni di animali a semplici macchine di trasformazione violandone tutte le caratteristiche etnologiche, arrivando a somministrare sostanze nocive come antibiotici e promotori della crescita.“Mucca pazza” è solo uno dei prodotti dell’allevamento intensivo; solo nel corso dell’ultimo anno sono emerse: l’influenza aviare che ha ucciso dodici milioni di polli, il morbo della lingua blu che ha costretto all’uccisione di oltre duecentomila pecore, l’afta epizootica e i polli alla diossina. Le ricorrenti crisi sanitarie dimostrano l’insostenibilità delle “fabbriche animali” sia per gli animali stessi che per la salute dei consumatori.
L’impatto numerico dell’epidemia è un’incognita, poiché non si conosce il tempo di incubazione. Diversi scenari prevedono nei prossimi anni un numero di vittime umane variabile fra le tremila e le 130mila. Sempre che le farine di carne davvero non si usino più. Altri rischi di infezione sono taciuti. L’influenza aviaria che periodicamente colpisce polli e tacchini padani di allevamenti intensivi è molto vicina, come patologia, al ceppo virale H5N1 che qualche anno a Hong Kong uccise alcune persone. Pochi anni dopo, sempre a Hong Kong, si manifestò un altro ceppo pericoloso, l’H9N2, stroncato con esecuzioni di massa. Anche gli abbattimenti sanitari di polli e tacchini in Italia nascondono il timore di questa pericolosa – e possibile – mutazione. Le ispezioni compiute nel quadro dei controlli sulla Bse hanno portato alla scoperta di un vero e proprio mercato clandestino, con animali importati illegalmente e poi spacciati per italiani, animali alimentati con farine di carne, bovini macellati senza autorizzazione Usl di idoneità al consumo umano, allevamenti che hanno aumentato la produzione di carni “alternative” usando mangimi proibiti contenenti, fra l’altro, diossina. Un altro allarme periodicamente lanciato è quello della salmonella portata dalle uova. Poi si dimentica.
I costi di “mucca pazza” Se la zootecnia ottiene sovvenzioni pubbliche quando tutto va bene, ne ottiene di più in caso di crisi. La crisi della “mucca pazza” dal 1996 in poi ha quasi portato l’ Unione Europea alla bancarotta. Secondo le previsioni delle autorità comunitarie, all’inizio della crisi fino alla fine dell’emergenza nei diversi paesi colpiti, gli stati membri avranno speso l’equivalente di 40.000 miliardi di lire; oltre un quarto sono stati regalati alla Gran Bretagna negli anni scorsi. L’arsenale di misure pubbliche anti-Bse è assai oneroso: il piano “acquisto e distruzione” copre i risarcimenti ai produttori più i costi per l’abbattimento dei bovini oltre i 30 mesi di età se non testati. Inoltre, costa l’incenerimento delle parti a rischio; costa l’ammasso pubblico delle carni invendute; costa stoccare e smaltire le farine animali a basso rischio, poiché usarle è ormai proibito; costa compensare gli allevatori delle perdite; costano gli sgravi fiscali a vantaggio di allevatori e macellai. Nei soli primi sei mesi del 2001 l’Italia ha stanziato 900 miliardi per l’emergenza.
I “sottoprodotti” del latte e delle uova
Ogni anno gli italiani bevono in media 60 litri di latte e mangiano 18 kg di formaggi e 200 di uova, molti però non sanno cosa si nasconde realmente dietro la produzione di tali alimenti. Quasi tutti gli animali sono macellati quando non hanno ancora raggiunto l’età adulta: la carne consumata è spesso di cucciolo. Giovani polli giganti di due mesi. Vitellini che sarebbero ancora lattanti. Maialetti e agnellini appena svezzati. In molti casi, l’uccisione avviene alla nascita. I pulcini maschi della razza di galline ovaiole sono “esuberi”: la selezione genetica li rende inadatti alla produzione di carne. Non rimane che triturarli o soffocarli in fasce. Infatti, nei centri di produzione di galline di razza ovaiola, dalle uova fecondate artificialmente nasce statisticamente un 50% di pulcini maschi. Sono inutili: non fanno uova né crescono bene come polli da carne. Finiscono triturati o soffocati. Le galline ovaiole invece negli allevamenti industriali vengono uccise dopo poco più di un anno di “produzione”.
I figli maschi delle vacche di razza da latte rappresentano per le aziende produttrici un altro problema. Partoriti per necessità – affinché la loro madre produca latte per svariati mesi –non promettono una buona resa in carne. Dunque, a pochi giorni di vita saranno allontanati dalla madre e venduti a un ingrassatore. Rimarranno per sei mesi soli e immobili, in stretti box individuali, imbottiti di antibiotici e stimolanti della crescita, nutriti con una dieta quasi liquida per dare una carne bovina chiara e tenera, la carne di “vitella” o “sanato”. Non vedranno mai l’esterno. Le vitelline, future lattifere, vivono per alcuni mesi imprigionate in metalliche gabbiette individuali sopraelevate: gli allevatori vogliono controllarne l’alimentazione e temono malattie intestinali. Da adulte produrranno fino a 40 litri al giorno, sviluppando mastiti e deformazioni articolari. Molte piccole stalle tradizionali tengono ancora le vacche alla catena perpetua. Le altre, in impianti più moderni, vivranno a stabulazione cosiddetta “libera”: muovendosi all’interno della stalla, con corsia centrale e cuccette da riposo, in tutto qualche metro quadrato pro capite a disposizione e aperture per la circolazione dell’aria. Le più fortunate dispongono del paddock: il “giardinetto”, uno spazio esterno recintato. I bovini potrebbero vivere fino a 20 anni, ma le vacche da latte quando verso i quattro-cinque anni diventano meno produttive vengono mandate al macello. I maschi delle razze da carne – molti dei quali provengono dall’estero, portati via da molto piccoli – sono macellati intorno ai 18 mesi. Essi hanno la fortuna di restare qualche mese con la madre, correndo nella stalla; ma passeranno il resto della vita in box collettivi per il “finissaggio” (ingrassaggio) con pochi metri quadri a disposizione. Il pascolo? Un miraggio. In Italia, i bovini da carne e da latte che vi hanno accesso sono poche centinaia di migliaia: quelli delle razze italiche o della zootecnia biologica; e nemmeno tutti.
L’urlo dei pesci
I pesci sono gli animali più massicciamente uccisi a scopo alimentare: miliardi e miliardi di abitanti del mare finiscono nelle reti ogni giorno. A miliardi, soffocano lungamente e silenziosamente, debolmente guizzando per ore, sotto gli occhi di tutti, nei mercati di tutto il mondo. Altri arrivano già morti, hanno boccheggiato sulle navi. Altri invece sono bolliti vivi. Altri fritti vivi, spellati vivi ecc. . E’ certo che i pesci hanno un sistema nervoso più che sufficiente a farli soffrire. Eppure non ci sono leggi e regole per la loro uccisione: a stento, esiste un decreto legislativo del tutto disatteso che stabilisce che “i prodotti della pesca immessi vivi sul mercato debbono essere tenuti costantemente nelle condizioni più idonee alla sopravvivenza”. Perché questa disattenzione? Primo: non urlano. Così, la loro guizzante o artigliante agonia di morte può svolgersi sui banchi del mercato, sui moli, nei secchielli, cioè sotto gli orecchi e occhi di tutti. I macelli degli urlanti animali di terra sono da molto tempo spostati lontani dagli occhi e dagli orecchi, per non urtare le sensibilità e ridurre il consumo di carne. Secondo: gli animali di terra richiedono azioni – sgozzamento, pistole, scosse elettriche, anidride carbonica - per essere ammazzati I pesci, basta lasciarli fuori dall’acqua. Ci vorrà tempo, ma moriranno da soli. I più sfortunati sono i pesci d’allevamento, che non hanno nemmeno diritto alla vita libera prima dell’esecuzione. Non ci sono regole per il “benessere” dei pesci allevati. E “allevare un salmone in una vasca è come mettere in gabbia una rondine” (Paul McCartney).
5 ottime ragioni per dire no agli allevamenti intensivi
Uccidiamo – dopo averli imprigionati – miliardi di animali ogni anno, senza alcun reale bisogno, il consumo pro capite di alimenti di origine animale nei paesi occidentali è infatti troppo alto e rappresenta una delle cause dell’insorgenza di moltissime patologie. Solo per i consumi italiani di carne e pesce, ecco alcune cifre: animali di terra: 500 milioni di polli da carne; 40 milioni fra tacchini, faraone, anatre e oche; 10 milioni di conigli; 30 milioni di galline ovaiole non più produttive; 13 milioni di maiali; 4,5 milioni fra vitelli, manzi, vacche, bufali; 7,8 milioni di pecore e capre; 30 milioni di inutili pulcini maschi di razza ovaiola, soppressi alla nascita.
1. Allevamenti come prigioni Il 99% degli animali da cui si ricavano carne, latte, uova in Occidente sono chiusi in campi di concentramento – gli allevamenti intensivi. Anche quando le leggi vengono rispettate, gli spazi a disposizione sono appena sufficienti per girarsi, e talvolta nemmeno quello. Nemmeno i pesci vivono più liberi, prima della cattura. L’acquacoltura in spazi ristretti è un fenomeno in espansione in tutto il mondo.
2. La carne fa male, anche agli esseri umani Di fronte agli altri pericoli, il rischio Bse è nulla. La carne – ma anche il latte, le uova, il formaggio – provenienti dagli allevamenti intensivi accumulano residui di sostanze tossiche, presenti nella loro alimentazione o nei trattamenti farmaceutici. I pesci concentrano sostanze nocive – anche la diossina- presenti nelle acque inquinate. E comunque, anche quando “sani”, i prodotti animali sono inadatti al consumo umano, per l’elevata presenza di grassi saturi e colesterolo.
3. Insostenibilità ambientale degli allevamenti Gli allevamenti industriali sono una delle maggiori minacce ambientali: per il depauperamento e l’inquinamento delle falde acquifere, le emissioni di gas serra, lo spreco di combustibile fossile. Fuori dalle stalle, gli animali allevati hanno provocato deforestazione e desertificazione di intere regioni, in diversi paesi del mondo. Anche gli scarti dei macelli inquinano! Quanto all’acquacoltura, sta rovinando gli ecosistemi costieri nel Sud-Est asiatico, in Centramerica, e perfino in Europa.
4. Carne e fame: ingiustizia alimentare e spreco di risorse Per dare carne, latte e uova gli allevamenti intensivi richiedono enormi quantità di alimenti vegetali: fino a venti volte il peso dell’alimento animale prodotto. Il 75% della soia e il 50% dei cereali prodotti nel mondo sono destinati agli animali, e spesso sono esportati dai paesi della fame...C’è una diretta concorrenza fra cibo per gli umani e cibo per gli animali. Il nostro pianeta non ha terre sufficienti per nutrire una popolazione umana di carnivori come gli occidentali.
5. Soldi pubblici al sistema zootecnico In Europa, la Politica agricola comunitaria (Pac) destina al settore zootecnico e al settore dei seminativi a uso zootecnico in totale quasi 40.000 miliardi l’anno! Sono soldi pubblici. Aumentano le concentrazioni nel settore: allevatori-colosso possiedono milioni di animali...Profitti per pochi, costi collettivi.
Quanto costa un uovo
250 milioni di galline in Europa, oltre 40 milioni solo in Italia, sono rinchiuse negli allevamenti per produrre decine di miliardi di uova. Oltre il 90 % di questi animali è ancora allevato in gabbie di batteria, vale a dire che all’interno di immensi capannoni sono presenti fino ad otto piani di file interminabili di piccole gabbie dove le galline sono rinchiuse in gruppi di quattro o cinque, avendo a disposizione solo 450 cm2 a testa: circa due terzi di un foglio A4 ! Una gallina in natura vivrebbe circa 7 anni; negli allevamenti in batteria vengono prelevate dalle gabbie dopo circa sei mesi per essere avviate al mattatoio. A causa dell’impossibilità di movimento, a quel punto le loro ossa sono così indebolite che spesso si rompono nelle mani dell’allevatore che le estrae dalle gabbie. Per limitare i danni derivanti dall’aggressività che viene stimolata dal sovraffollamento, la parte finale del becco viene troncata con una ghigliottina o una lama arroventata, ma il cannibalismo e la plumofagia continuano ad essere comportamenti diffusi.
Metodi alternativi I metodi alternativi alla batteria, anche se ancora diffusi insufficientemente, sono ampiamente in uso: si tratta dell’allevamento a terra, dove gli animali sono chiusi in grandi capannoni attrezzati con abbeveratoi, mangiatoie, nidi per la deposizione delle uova e talvolta trespoli, avendo a disposizione per muoversi tutto o ampie aree del capannone in gruppi di notevoli dimensioni; oppure dell’allevamento all’aperto, in cui all’area coperta si aggiunge la possibilità di accedere all’esterno attraverso appositi varchi, permettendo alle galline di respirare aria fresca, godere della luce solare, razzolare e fare bagni di sabbia in un ambiente più consono alle loro esigenze.
La campagna europea La Direttiva Europea 74/99/CE del 19 luglio 1999, emanata dopo una intensa campagna delle associazioni animaliste europee rappresentate in Italia dalla LAV, prevede che nuove gabbie di batteria non possano essere poste in uso a partire dal 1° gennaio 2003 e che quelle già esistenti debbano essere smantellate entro il 1° gennaio 2012. Dal 1° gennaio 2003 lo spazio a disposizione di ogni gallina in gabbia dovrà essere di almeno 550 cmq. E’ stata prevista, dietro spinta del Governo svedese, la possibilità che gli Stati Membri dell’Unione Europea possano autorizzare l’uso delle cosiddette “gabbie arricchite”, in cui ogni gallina ha a disposizione 600 cm2, oltre a 150 cm2 di area attrezzata con sabbia, trespolo e apparecchio grattare le unghie. Per evitare che le “gabbie arricchite”, evidentemente non molto differenti da quelle tradizionali, possano sostituire quelle messe al bando, i singoli Stati Membri potranno decidere di estendere anche ad esse la scadenza del 2012. La LAV sta lavorando perché ciò avvenga anche in Italia; la Germania lo ha già deciso nell'ottobre 2001.
Etichettatura uova Contestualmente, il Comitato di Gestione di Uova e Pollame della Commissione Europea ha emanato un nuovo Regolamento sulla etichettatura delle uova, che stabilisce l’obbligo di indicare chiaramente su ogni confezione il metodo di allevamento utilizzato, a partire dal 1° gennaio 2004. In questo modo, il consumatore potrà evitare di essere ingannato da immagini o diciture ingannevoli, potendo distinguere facilmente un uovo di batteria da uno proveniente da galline allevate a terra o all’aperto.
Gallina libera, fa buon uovo Nel frattempo, tutti i consumatori possono già scegliere di non essere complici della sofferenza di questi animali, scegliendo solo le uova che riportino chiaramente sull’etichetta: “di galline allevate a terra” o, ancora meglio, ”di galline allevate all’aperto”. Purtroppo, sono ancora diffuse diciture ingannevoli come “uova di fattoria” o “di campagna”, che non corrispondono a reali spazi di libertà per gli animali.
Nel giugno 1999 e nell'ottobre 2001, la LAV ha effettuato una ricerca in oltre 100 negozi e supermercati di tutta Italia analizzando il prezzo di un singolo uovo per il consumatore, per verificare se effettivamente le uova prodotte a terra o all’aperto siano molto più costose di quelle provenienti da animali in gabbia. Il risultato è stato che un uovo di batteria oggi può costare addirittura più di uno di gallina allevata all’aperto, a causa dell’enorme impatto sul costo finale del mangime dato agli animali.
La LAV ha anche stimolato gli enti locali ad approvare una delibera che bandisca l’uso di uova provenienti da allevamenti in batteria nelle mense pubbliche. In questo modo si può creare un interesse economico degli allevatori ad accelerare il processo di cambiamento e migliaia di galline potranno vivere in condizioni migliori. Hanno già deciso in tal senso Roma, Perugia, Genova, Siderno (RC), Carpi (MO), Vignola (MO). Questi atti sono estremamente importanti: basti pensare che il solo Comune di Roma utilizza ogni anno nelle sue mense oltre 3 milioni di uova, quindi la sola delibera romana ha aperto le porte delle gabbie di 30.000 galline.
Responsabile Campagna galline ovaiole: Adolfo Sansolini a.sansolini@infolav.org
Abolire le gabbie, porre fine alle mutilazioni
“…. le scrofe gravide sono rinchiuse in ‘gabbie di gestazione’ talmente strette che l’unico movimento loro concesso è l’alzarsi in piedi o l’abbassarsi. Negli ultimi giorni prima del parto anche questo risulta difficile. Dopo il parto, per l’allattamento vengono portate in altre gabbie ancora più strette …”
Proprio cos: le scrofe vivono gran parte della loro vita nelle condizioni sopra descritte. Il confino in questi apparati di contenzione permette di stipare centinaia di maiali all’interno di uno stesso capannone trattandoli sempre più come macchine. Anche i piccoli, poco dopo la nascita, vengono costretti in recinti sovraffollati, dove lo stress aumenta l’aggressività, portandoli a mordere le code dei loro compagni di sventura. Per ovviare a questo inconveniente, invece di aumentare lo spazio a loro disposizione viene amputata la coda. In altri casi, a ciò si aggiunge la limatura dei denti. L’alternativa già in uso in molti allevamenti è la stabulazione in gruppo nei capannoni oppure, ancora meglio, l’allevamento all’aperto, sempre in gruppo. L’aumento dello spazio a disposizione di ogni animale diminuisce anche il livello di aggressività eliminando il pretesto per operare mutilazioni di ogni genere.
Normativa europea Si è concluso il 19 giungo 2001 l’iter di revisione della Direttiva Europea 91/630/CEE che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini. La Direttiva del 1991 aveva già previsto l’abolizione nel 2006 degli “attacchi”, cioè lacci, catene o cinghie corte legate al collo o intorno al corpo della scrofa permettendole solo un movimento in verticale all’interno di una gabbia aderente al corpo, permettendo il prosieguo di altri trattamenti violenti verso l’animale (Direttiva recepita in Italia attraverso il DL 534/92 – proibizione di utilizzare gli attacchi a partire dal 2001).
Al centro del dibattito sono state in particolare le gabbie di gestazione, dove le scrofe passano le loro ripetute 16 settimane e mezza di gravidanza senza potersi nemmeno girare su se stesse. Nonostante il serrato dibattito ed il voto del Parlamento Europeo, il Consiglio ha deciso che le gabbie i gestazione siano abolite a partire dal 1° gennaio 2013 (sono già vietate in Svezia e Regno Unito), mentre delle mutilazioni si tratterà nell’allegato della Direttiva discusso successivamente. Secondo la nuova Direttiva, le gabbie di gestazione potranno essere utilizzate solo nelle prime quattro settimane di gravidanza, successivamente le scrofe dovranno essere tenute in gruppo fino al parto; i gruppi di animali dovranno avere a disposizione materiali per grufolare, la pavimentazione non potrà essere interamente grigliata e dovrà venire loro fornita una quantità sufficiente di alimento fibroso per prevenire la fame.
Un cambiamento possibile La LAV che ha condotto in Italia la campagna europea coordinata dalla Coalizione Europea per gli Animali di Allevamento ed Eurogroup for Animal Welfare, il 4 giugno aveva presentato i risultati di un sondaggio effettuato dalla People SWG dai quali si evince che meno di un quarto degli italiani è consapevole della realtà in cui sono costrette a vivere circa mezzo milione di scrofe gravide nel nostro Paese e il 94% ritiene inaccettabile l’utilizzo delle gabbie di gestazione. Le motivazioni solitamente addotte per giustificare l’allevamento intensivo (riduzione dei costi) e le rassicurazioni da parte degli allevatori (adattabilità degli animali), che così spesso hanno influenzato le decisioni politiche in merito agli allevamenti intensivi,in realtà non fanno presa sui cittadini,che esprimono un’amplissima opposizione alle gabbie di gestazione. Messi di fronte all’ipotesi che da un rigetto teorico della crudeltà delle gabbie di gestazione si passi ad una decisa azione politica per metterle al bando, l’84% degli italiani chiede che i nostri parlamentari europei ed il nostro Governo si esprimano in sede europea per l’abolizione delle gabbie di gestazione. Analizzando infine la questione costi, secondo la relazione della Commissione Europea, il passaggio a sistemi di allevamento più rispettosi degli animali comporterebbe un aumento della carne di maiale di circa 60 lire al chilo: almeno il 70% dei consumatori sarebbe disposto a pagare tale costo, mentre solo il 6% si dichiara indisponibile a sostenere una qualsiasi spesa in più.
La voce dei cittadini e le urla dei maiali non sono state ascoltate, ma inizia ora il percorso di recepimento delle nuove norme nella legislazione italiana, che potrà prevedere misure di protezione degli animali più avanzate. La LAV si impegnerà affinché ciò avvenga.
Foie gras
Un concentrato di sofferenza Il foie gras è il fegato di oche ed anatre gonfiato in modo abnorme a seguito di un metodo d’alimentazione denominato “gavage” (ingozzamento) che causa in questi animali l'insorgere di una malattia del fegato denominata steatosi epatica. Il trattamento dura dalle 2 alle 4 settimane durante le quali viene sparata direttamente nel gozzo degli animali, dalle 3 alle 8 volte al giorno, una palla di mais cotto e salato del peso di circa 400/500 grammi (come se una persona del peso di 80 Kg fosse costretta a mangiare 20 Kg di spaghetti al giorno). L’ingozzamento viene praticato attraverso un tubo metallico di circa 28 cm che viene infilato nella gola causando, tra l'altro, lesioni e fratture del collo e lesioni del gozzo con conseguenti infezioni, soffocamenti. In Italia, nel 1996, sono stati importati quasi 10.000 Kg di fegato d’oca “trattato”; si può stimare intorno alle 25.000 il numero di oche torturate ed uccise all’estero ogni anno per soddisfare i palati italiani e più o meno altrettante sono quelle che subiscono la stessa sorte negli allevamenti nostrani. Dal 1° gennaio 2004 questo crudele sistema di ingozzamento sarà vietato in Italia grazie al Decreto Legislativo 146 del 2001 ottenuto grazie alle nostre iniziative. Dovremo continuare però l'azione d'informazione per evitare che gli animali francesi, belgi, ungheresi o israeliani continuino a morire sotto questa atroce barbarie. Il foie gras viene consumato "al naturale", semplicemente bollito, oppure usato per la preparazione del "paté".
Cos' e' la steatosi epatica ? Il sovraccarico lipidico (grasso accumulato in eccedenza) che si verifica a causa dell'eccessiva alimentazione viene aggravato dall'impossibilità di movimento imposta dalle gabbie in cui sono costrette oche ed anatre durante il gavage. Questa patologia - definita "da aumentato apporto" - sarebbe reversibile se non fosse che il prolungato trattamento, finalizzato appunto alla produzione del foie gras, la porta ad estreme conseguenze ed è spesso causa di morte dovuta ad emorragie con conseguente versamento di sangue nella cavità addominale. La steatosi epatica è dovuta ad una eccessiva quantità di grasso depositato nel fegato, che aumenta di volume e di peso dalle sette alle dieci volte; le conseguenze per l'animale sono devastanti e si manifestano con fenomeni quali asfissia, convulsioni, attacchi cardiaci, cirrosi fino ad arrivare in alcuni casi alla morte.
Gli allevamenti Le oche e le anatre destinate alla produzione di foie gras vengono confinate in gabbie di rete metallica delle dimensioni di 25 x 15 centimetri dove é impossibile il movimento e dove sono negate le più elementari esigenze naturali. Ingrassando non riescono più neanche ad infilare la testa attraverso la rete e ciò le costringe a vivere costantemente curve. Nel caso degli allevamenti in "parchi collettivi" - da 15 a 20 animali in circa 3mq - si rimedia all'aggressività dovuta allo stress ed alla paura con lo sbeccamento ed il taglio delle unghie all'età di 2 settimane. Il becco é il principale organo di senso di questi animali e la sua mutilazione provoca sofferenze per tutta la vita. I maschi producono un fegato di "migliore qualità", per cui ogni anno diversi milioni di anatroccoli femmine vengono eliminati in macchine frantumatrici o soffocati dentro grandi sacchi. L'uccisione delle oche e delle anatre avviene per immersione in un bagno di acqua elettrificata. Durante l'immersione gli animali si dibattono in modo convulso e le sofferenze proseguono fino al momento dello sgozzamento.
Cosa puoi fare tu: - non acquistare e non mangiare foie gras; - richiedici volantini informativi e dovunque venga offerto il foie gras; - chiedi ai ristoratori che lo propongono di eliminare il foie gras dal loro menu; - scrivi ai responsabili dei supermercati chiedendogli di non vendere più foie gras; - scrivi alla stampa locale informando sulla produzione del foie gras e chiedendo la divulgazione delle notizie; - segnalaci le aziende che lo producono e le grandi catene di distribuzione che lo propongono; - sostieni le iniziative sviluppate da LAV ed EAR a livello nazionale ed europeo per far cessare questa forma di sfruttamento e tortura degli animali.
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mercoledì 19 novembre 2003
ore 16:56 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Produzione alimentare - Gestione dell'industria carnea
In Italia vengono macellati ogni anno 627.256.764 animali di cui 5.067.210 bovini, 12.258.610 suini, 9.655.130 ovini e caprini, 257.000 equini, circa 600 milioni di polli, conigli ed altri volatili (Istat 1995). Spazi ridottissimi, continue violenze e costrizioni, ritmi biologici stravolti, cibo incompatibile alle necessità degli animali; e poi trasporti per giorni interi in mezzo a tutto, quasi al buio, dentro gabbie di legno soffocanti, ed una morte spesso senza stordimento preventivo. E' quello che succede ogni giorno agli animali sfruttati negli allevamenti intensivi, che in Italia rappresentano il 95%. Le informazioni riportate di seguito su ciò che passa per cibo adatto all'alimentazione umana secondo certi specialisti di nutrizione sono un contributo per mettere in evidenza le realtà nascoste.
Mucche da latte Vita media all'aria aperta anni 20. Vita in batteria 5-6 anni. Lo sfruttamento intensivo per la produzione di latte e di vitelli fa si che solo il 25% degli animali raggiunga l'età di 7 anni, quando fisiologicamente la produzione lattiera dovrebbe essere più ricca. Dieta naturale: erba da pascolo. Dieta industriale: erbaggi, spazzatura e rifiuti non solidi tritati, letame, erbeggi cementati, residui intestinali della macellazione. Comportamento: nervosismo dovuto a mancanza di moto e impossibilità di ruminare; mastiti e affezioni mammellari, impossibilità di allattamento dei vitelli a causa delle produzione lattiera industriale.
Vitelli Vita medi all'aria aperta anni 20. Vita in batteria 3-16 settimane. Dieta naturale: erba da pascolo e latte. Dieta industriale: l'alimentazione, solo a base di latte, produce carni di macellazione più bianche e più tenere ma determina anemia, carenza di ferro e sostanze essenziali. Comportamento: nervosismo per mancanza di spazio; per reazione alla dieta monotona gli animali tendono a inghiottire il pelo e leccano in continuazione l'interno degli angusti contenitori in legno in cui devono vivere.
Ovini Vita media all'aria aperta anni 12. Vita industriale per la macellazione da tre mesi in poi. Dieta naturale erba da pascolo. Dieta industriale: identica, ma con l'aggiunta di ormoni e altre sostanze per migliorare il rendimento portandolo a 3 gravidanze nell'arco di 2 anni.
Pollame Vita medi all'aria aperta 7 anni. Vita industriale per pollame alimentare 6 settimane, in penombra e senza spazio. I pulcini maschi, essendo la loro carne di qualità scarsa un giorno dalla nascita vengono distrutti mediante schiacciamento e riciclati. Dieta naturale: granaglie, vermi, pietre e altre sostanze. Dieta industriale: preparati ad alto contenuto di grassi, antibiotici ed ormoni per favorire l'aumento di peso. Comportamento: aggressività e nervosismo. In batteria, per prevenire i casi di cannibalismo, viene praticata la limatura del becco.
Suini Vita media all'aria aperta 5 anni. Vita industriale 5-6 mesi. Dieta naturale: onnivora, con abbondanza di tuberi e radici. Dieta industriale: mediante razioni preconfezionate per incrementare il peso. Comportamento: il suino, che in condizioni naturali circola liberamente, è un animale pulito e per l'allevamento della prole si costruisce una casa ben protetta a un metro di altezza dal terreno, mentre quando è allevato in batteria diventa apatico e aggressivo. La sporcizia e la mancanza di moto da luogo a depressione o a casi di cannibalismo.
Produzione alimentare - Gestione degli allevamenti dei suini Le gabbie di gestazione sono causa di gravi sofferenze e problemi di salute per gli animali, tanto da essere già state messe fuori legge in Svezia dal 1994, in Gran Bretagna dal 1999 e nei prossimi anni anche in Finlandia, Olanda e Danimarca. La legislazione europea permette che le scrofe (femmine destinate alla riproduzione) vengano tenute per tutti i quattro mesi della loro gravidanza in gabbie troppo strette anche solo per potersi girare su se stesse, su una pavimentazione di cemento o assi di legno. Alcune sono fermate a terra da una corta catena legata al collo o alla vita. La catena, ma non la gabbia, sarà comunque fuorilegge in tutta Europa a partire dal 2006 (in Italia, dove già non viene più utilizzata, dal 2001). Le scrofe selezionate per l'allevamento partoriscono almeno due volte l'anno ed ogni volta nascono fino a 14 porcellini. La maggior parte delle scrofe tenute al chiuso partoriscono ed allattano i loro piccoli in gabbie da parto. Queste sono costruite in modo tale da evitare che i porcellini vengano schiacciati quando la scrofa si stende. Le scrofe di solito restano confinate da tre a quattro settimane, finché i porcellini sono svezzati (allontanati dalla madre). Le gabbie da parto sono estremamente strette e, insieme alla mancanza di lettiera, impediscono alla scrofa di soddisfare l'istinto di preparare il giaciglio per il parto. Lettiera e materiali per grufolare sono comodi per gli animali e permettono ai maiali di esprimere i loro comportamenti naturali. La maggior parte dei maiali svezzati allevati per l'ingrasso sono tenuti in recinti all'interno di capannoni. La legislazione europea permette vari sistemi di allevamento. Alcuni offrono solo un ambiente angusto e affollato con cemento o pavimentazione totalmente grigliata, che può rendere zoppi gli animali, e nessuna lettiera per rendere più comodo l'ambiente e per offrire un diversivo agli animali. Di conseguenza possono insorgere depressione, stress e problemi comportamentali. All'interno dei recinti i maiali hanno bisogno di potersi muovere e giacere comodamente tutti nello stesso momento. In molti Paesi dell'Unione Europea, i porcellini maschi sono castrati a pochi giorni dalla nascita, senza anestesia, per evitare uno spiacevole sapore nella carne. Ma in alcuni Paesi dove i maiali vengono uccisi prima della pubertà, la castrazione non è più una pratica costante. In Italia, la castrazione viene regolarmente praticata sui maiali (i cosiddetti "suini pesanti") destinati ad essere uccisi per produrre prosciutti. La maggior parte dei porcellini è soggetta a procedure come l'amputazione della coda e il taglio dei denti senza anestesia quando ha solo uno o due giorni di vita. Le code vengono tagliate per tentare di ridurre il pericolo che vengano morse quando i maiali sono più adulti. Le cause della morsicatura della coda non si conoscono ancora esattamente, ma varie ricerche suggeriscono che può essere ridotta sostanzialmente o in alcuni casi eliminata da una buona gestione e fornendo spazio sufficiente, lettiera e materiali che permettano di grufolare. Si afferma che il taglio dei denti dei porcellini viene effettuato per prevenire danni ai capezzoli della scrofa durante l'allattamento, ma talvolta può causare la frantumazione dei denti e condurre ad infezioni. Altri allevatori limano i denti, oppure non trovano necessario accorciare i denti in alcun modo.
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