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eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate.
il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra.
deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare

ABBIGLIAMENTO del GIORNO



ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata

[bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia]




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venerdì 16 luglio 2010 - ore 23:00


Con te se ne vola via l’oro dei giorni
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Quattro mesi fa meno un giorno.
Spiove. Dici che sei vestito come un leghista e io ho la lingua di pezza. Voglio quel cidisco.
L’inverno mi è rotolato tutto tra capo e collo. Lisbona mi ha tolto le forze. Sto prendendo manciate di pasticche e voglio tornare a sperare.
Mi salta in mente di trovare quel cidisco. Mi salta in mente che dovrò darlo alla prossima persona che mi darà qualcosa di vero, anche se non sarà per sempre. La prossima persona che amerò dopo A.
Chiedo a Mario. Muffato è sparito. Mi rispondi tu.
Tutto succede per colpa di quel cd.
Quello che ho fatto a pezzi ed è volato nell’orto della casa sotto la chiesa, oggi. Quattro mesi dopo meno un giorno.
[Volevo solo lo prendessi.
Riconoscessi che ci sono stata in questi mesi.
Che è stato vero, che non mi sono inventata tutto.
Che come mi hai detto tu, di solito non torni a casa la notte e ti colleghi in cerca di ragazzine sveglie, e che ti faceva bene sapere che ero lì i pomeriggi ad un passo dal tuo ufficio.
Che eravamo in due. Che l’etichetta non c’è. Ma siamo stati in due a combinare questo casino.
Ed io ho svuotato il cesto dei giochi della mia vita, della mia interiorità ai tuoi piedi, perchè lo hai fatto anche tu. Perchè era bello così.
Come farti infilare una mano sotto la maglietta e raccontarti il perchè di ogni battito, di ogni cicatrice, di ogni angioma.]

Restiamo a guardare che fine ha fatto, dopo che il respiro si è calmato e le mani non bruciano più.
Magari è il giardino dell’uomo della tua vita, mi dici.
Non hai capito un cazzo anche questa volta, amore mio.




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venerdì 16 luglio 2010 - ore 09:11


Tra il tuo carattere e il mio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nella nuova compilation di Rockit c’è una canzone dei Clara.
Dice, hai fatto innamorare la ragazza, ma ora tu la ragazza l’ami.
Non sta parlando di te.
Mi hai tenuta nascosta in questi mesi.
Solo Mario sa di noi. E i tuoi colleghi che quella sera si sono messi a ridere perchè nel mezzo di una sbornia colossale ho gridato al primo della classe che amavo te, per questo non potevo rimediare ai cinque anni in cui non gliel’avevo mai volgarmente data.
E’ il secondo vero abbandono. E’ il tuo trentesimo abbandono. Ma stavolta non riesco a ribaltare la cosa, a giocare sulle tue paure. A farti tornare.
E’ la seconda volta che mi sento vicina a qualcosa e al momento di allungare la mano, sfuma. Al momento di viverle tutte intere le cose, mi scrivi che sei solo al centro, di raggiungerti che devi dirmi cose che non voglio sentire.
Sabato mi hai lanciato in aria fortissimo. Più in alto del solito. E mentre mi scapicollo da te, lo so, che stavolta non mi prenderai, ma non per distrazione.
Capisci che non posso più credere alle cose belle? Ho strappato tutte le pagine dei libri che amavo per regalarle a te.
Ora ho una libreria monca e il cuore fatto a pezzi. E vorrei riascoltare canzoni di cani, guerre e caratteri diversi, come l’altra notte che mi portavi a casa e sono rimasta con la testa sulla tua spalla, le gambe incrociate sul sedile, a prenderti in giro che prendi le stesse pastiglie di mia madre e che dimentichi le sigarette ovunque.
Sabato che non ti ho chiesto nulla e ad un certo punto hai accostato e mi hai detto, scendi che quella è casa mia. Volevi dormire, no?
E Dio, quando hai scoperto che la tua meraviglia non ti bastava?
Quando hai cominciato a sentire che io non ero tua e tu non eri mio?
Dopo due mesi a fare i pirati. Ad assaltare Asolo alle due di notte. A infilarci per stradine, vigne, campagna a respirare verde.
Verde sempre, verde ovunque, verde come la maglietta dell’Aiuola che è piegata nell’armadio.
Ce l’ho io, non la tua Fiona Apple, non Mina.
Io che sono la tua meraviglia, ma che il controllo qualità dei tuoi sensi ha finito per scartarmi come la solita ragazzina.
Oggi davvero. Sparatemi. Non c’è altra soluzione.



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mercoledì 14 luglio 2010 - ore 00:53


Sotto il segno dei pesci
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Voleva chiederti se a casa avessi un dondolo, mentre i campi e le case scorrevano dal finestrino, e sembravano tutte fotocopie delle sue otto di sera da bambina a casa dei nonni.
Invece è rimasta zitta, per non farti innervosire.
Non può giurare che sia stato per davvero, ma le sembra di aver sentito il battito del tuo cuore tanto dal lato invernale che da quello estivo del materasso.
Cose così.
Come una porta che si apre. Restare immobili come la bambina nascosta nel libro di Baricco. Verde, crema alle mandorle e dire stronzate. Lasciarsi guardare, imparare alfabeti, continuare a chiedersi, se non è stato quello, cosa davvero è stato.
Si, cose così non la lasciano più dormire.
Ma tutto quel verde la fa respirare anche sott’acqua. Come se avesse le branchie.



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martedì 13 luglio 2010 - ore 21:27


Caro L.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sai cosa mi manca?
L’estate con voi.
La cinquecento blu, il cinema. I venti messaggi di rito prima di mettersi d’accordo su qualsiasi cosa e nonostante tutto trovarsi da Ostinati con te che dici. Ma come? Mangiamo? Io ho già mangiato.
Mi manca la birra al kiwi, le tue camicie colorate da fricchettone, Fil che inchioda sotto la gradinata con i finestrini abbassati e Tiziano Ferro o Raffaellà Carrà a tutto volume e tu schiantato dietro che ridi e scuoti la testa.
Mi manca quella sera che abbiamo deciso di partire insieme, e dopo un’ora mangiavamo gelato a nastro davanti al tuo pc in cerca delle destinazioni più strampalate.
E detto fatto, abbiamo prenotato. Sognando un capodanno con le bolle di sapone e gli schiuma party dentro gli hangar e meno quarantagradi a Riga.
Ripenso alla sera che lui mi ha lasciato e mi avete trascinato fuori di casa. E mi avete riempito di coccole, malvasia, pensieri buoni, gin lemon e tiramisù.

A volte me lo chiedo.
Che succedeva d’estate che adesso mi manca tanto?
Eh. Voi.
Festeggiare i vostri compleanni. Complottare prima con l’uno e poi con l’altro per cercare un regalo. Andare a prendersi tutte le malattie del mondo dal Boaro. E tutto quel vostro chiacchiericcio da comari, e i consigli su come far venire meno liquida la besciamella o far cuocere meglio le crostate... che io davvero non saprei neanche da che parte cominciare...

Senti, io non lo so se passi di qui ancora.
So che il mio Dio è il tuo, e ti stai comportando male con noi, nonostante le tue scelte.
Ti stai comportando male soprattutto con lui. Che è come se avesse perso un braccio e non lo riesce a dire. Allora si chiude e passano mesi senza che riusciamo a parlarci.
Scrivergli non ti distrarrà troppo dal tuo Dio.
[In effetti nemmeno dirci che eri qui, a due passi da noi, il giorno che si è sposato tuo fratello...]
Ti voglio bene. Esattamente come in quella foto.
No, non questa.



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martedì 13 luglio 2010 - ore 01:28


Cibo per vegetariani.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La sociologia di genere è l’elemento di disturbo della mia dieta equilibrata.
Incita all’odio, a dimenticare di prendere la pillola, al caffè nero bollente.
E c’è chi si veste di bianco, chi mangia confetti rossi e aspetta che le fondamenta si asciughino, chi come noi sa che siamo sole davvero.
Non c’è Giddens che tenga.
Io continuo a riempire casa di macchine da scrivere e piastrelle.
Mi prendevi in giro un tempo. Dicevi che almeno per il pavimento del bagno saremmo stati a posto.
Ed io ti ero grata. Ti amavo come potevo e pensavo al giorno in cui avrei avuto un mazzo di chiavi in tasca, e un test di gravidanza nella borsetta di plastica bianca e verde della farmacia.
Mancava così poco.
Codici di odori e sentimenti e certezze decifrate.
Poi, tutto da buttare via.
Come il ricordo di quanto siamo stati felici.
Poi bisogna ricominciare da capo.
E non avere più vent’anni. Non averne trenta.
Non essere nè carne nè pesce, come mi si diceva a tredici e io non sapevo a chi chiedere come, di grazia, si desse un bacio con la lingua.

Adesso cerchiamo tutte casa sulla Noalese e ci copriamo la testa dai bombardamenti di riso basmati e bouquet dei matrimoni delle altre.
E nei baci in cui si tocca, facciamo finta di avere tredici anni e di non accorgerci di niente.



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domenica 11 luglio 2010 - ore 12:38


Forse è l’anima a molla dei giochi di latta che muove nei sogni le mani.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una pioggia di stelle verdi ci corona la testa.
Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?, penso bevendo un altro sorso di birra mentre ti guardo.
E il comodino c’è, per lasciare i cento euro del disturbo. I cento euro che ti fanno tanto incazzare, e per me sono solo un gioco, un metafora per rassicurarti che lo so che non c’è niente di stabile.
Che come Uri Geller io non so piegare i cucchiaini e nemmeno dirti addio. E’ per questo che il tuo telefono squilla alle quattro del mattino. E’ per questo che non riesco a dirti che nei messaggi lapidari c’è anche un po’ del mio sollievo. Ma poi tutto brucia e soffiare, come insegno a Davide, non basta.

E’ tutto verde.
Mi chiedo se sono davvero io quella che ti dorme vicino. Se è davvero il mio o un corpo marziano, o l’invasione degli ultracorpi, o quella resa che ho sempre chiamato amore ma che questa volta non resta incastrato nei disinfettanti per sale operatorie.
Questa volta è V. E restiamo entrambi stupiti a guardarla su quell’asciugamano. E a leggere quello che c’è scritto sulla sua pelle.
Le interpretazioni si sprecano.
Lacrime a biro arriva dopo. Mentre lei sa esattamente e coccola e accarezza la cosa giusta da fare.

Dio, siamo qui per davvero, Ginevra.



[questa foto è stata rubata. Il furto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra una o più circostanze aggravanti.]

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venerdì 9 luglio 2010 - ore 23:42


Qua dentro non ci sono nomi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il genere ritorna specie.
In modo gretto. Brutale.
Le tue parole mi restano addosso. Una camicia di forza che non mi fa muovere un dito.
Ho perso, e ho lasciato la porta di casa aperta sapendo che ti saresti dato alla fuga.
Che le sindromi di Stoccolma non durano per sempre e il tuo disprezzo ne è la prova.
Solo quello hai saputo sentire.

Ritrovarsi sempre qui, davanti a questo portone.
Con la speranza che mentre si chiude, con una mano, tu all’ultimo lo fermi.
Nell’altra niente burro, solo un mazzo di fiori.

[Ma la vie en rose sta in un arrondissement opposto a rue Jules Verne.]



"Lo sai perché mi sono innamorata?
Dillo, ti supplico.
Perché lui ha trovato il modo giusto per farmi innamorare.
E tu vuoi che l’uomo che ami ti protegga e abbia cura di te...
Certo.
Vuoi che questo forte, ruggente e possente guerriero costruisca una fortezza dove puoi rifugiarti, in modo che tu non debba mai aver paura, non debba mai sentirti sola, non debba sentirti esclusa... È questo che cerchi, vero?
Sì.
Non lo troverai mai.
Ma io l’ho già trovato.
Be’, non passerà molto che si costruirà lui una fortezza per sé, fatta con le tue tette, con la tua vagina, il tuo sorriso, il tuo odore... Una fortezza dove lui si sentirà al sicuro e così stupidamente virile che vorrà la tua riconoscenza sull’altare del suo cazzo.
Io l’ho trovato quest’uomo.
No, tu sei sola, sei tutta sola, e non potrai liberarti di questa sensazione di completa solitudine finché non guarderai la morte in faccia. E poi neanche: guarda, questa non è che una stronzata romantica... Finché non sarai capace di guardare nella morte, nel buco del suo culo, sprofondando in un abisso di paura. E allora forse, solamente allora forse riuscirai a trovarlo.
Ma io l’ho trovato quest’uomo: sei tu, sei tu quest’uomo."

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venerdì 9 luglio 2010 - ore 09:49


Benzina
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il giorno dopo, per non implodere ho imparato a distendere i pensieri su un foglio.
A macchiarlo di tutte le parole che fanno male, quelle che bruciano, che feriscono, che fanno provare vergogna.
A lasciare che la rabbia tracci segni pesanti fino a distruggere la punta di un pennarello, fino a trovarle, le lacrime, nel fondo secco degli occhi, e a lasciare che quelle parole sbiadiscano, sotto un temporale circoscritto.

Ma per essere così costruttivi, bisogna essere vivi.
E io non lo sono più.
Mi hai spinto nel cesso sbagliato. Quello con la serratura difettosa.
Hai allineato aggettivi uno più brutto dell’altro.

Io non sono quello che dici. Io voglio anche le rose.
Io sarà anche mediocre e circostanziata. Io varrò anche meno di tutte le donne che ti girano intorno e si lasciano piegare e poi lusingare dai tuoi modi. Io sarò anche una che non sa parlare, che sa ancora meno scrivere. Io sarò anche quella con la voce più bassa di tutti e le spalle curve a proteggermi dai miei guasti nucleari. Io sarò anche niente, sarò brutta, insipida, asettica.
Ma se pensi davvero quelle cose di me, allora sono anche stupida.

Prima o poi qualcuno si accorgerà che c’è una cretina rimasta chiusa nel cesso con la porta rotta.
Lenni, potevi almeno scriverlo un biglietto.



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giovedì 8 luglio 2010 - ore 23:47


Elopram e fatica.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Stanchezza accumulata.
Finisco le lettere per il compleanno.
E’ due mesi che la biblioteca me lo chiede indietro.
Due mesi che una notte a settimana lo rileggo tutto, lo setaccio.
Eppure quella frase non si trova.
Scappiamo su a Berlino?
Comincio a sentirmi un’estranea.
Sconosciuti disturbano le mie notti ad occhi aperti.
La mattina mio padre mi fa trovare il caffè caldo e le bollette da pagare.
Tutto è sullo stesso piano.
Sentirsi esausti, inconclusi, tralasciati, bellissimi, lascivi.
Tutto è come dentro la mia borsa. Pile, rossetti, assorbenti, un quaderno, due matite, i biglietti per Firenze, il rosario di mia nonna, una lettera troppo lunga, le chiavi, il menu del vegano Nazifrei vicino a Zschorcherstrasse, il metronomo.
I giorni mi rivoltano come un calzino, senza venirmi a capo.
Sono il paio di jeans che centrifuga in lavatrice con le tasche dimenticate piene.
La paura non perde pelucchi.
La paura la trovi nel fondo del cestello, tramortita.

Ecco cosa ti dirò stanotte se chiami ancora, coglione.
Ti dirò che non trovo un modo semplice per uscirne.
E che se hai trovato il mio numero sulle piastrelle di un autogrill o su qualche sito per adescare adolescenti con l’apparecchio, hai poco da continuare a terrorizzarmi, io i pompini alla crema, come chiedeva il cantante degli Elopram, non li so fare.

’mazza come sono punk.




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