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eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate.
il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra.
deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare

ABBIGLIAMENTO del GIORNO



ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata

[bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia]




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giovedì 17 luglio 2008 - ore 19:53


YO YA ESTARè LEJOS, MUY LEJOS DE Tì
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A parlare di Londra, di viaggi, della Venezia dei gatti e di quella notte che brucia ancora.
Come il suo piercing nuovo che scopro su una foto, per caso.
Mentre il mio corpo si rifiuta. Il mio corpo lo buchi,attendi speranzosa che intraprenda una qualche relazione con il corpo estraneo in questione. Passano giorni e mesi sempre a disinfettante e particolari attenzioni. E poi come un Casarini pre-Mondadori, improvvisamente, si mette a protestare.
Come, lo potete immaginare.
Che quattro volte, l’ho rifatto. L’ultima volta ho promesso al dottorino barese del pronto soccorso che non mi sarei bucata più.
(E questa frase fa troppo Luca Carboni.)

A parlare di un tempo che mastico a fatica, un po’ come l’inglese, un po’ come il francese, un po’ come lo spagnolo.
Ieri mi mandi un messaggio per dirmi che sei in Italia.
Non corro da te, stavolta. Niente aereoporti. Niente treni. Niente di niente.
Comincio a bucarmi sul serio, piuttosto.

A parlare di Londra, di viaggi, della Venezia di Guccini, di come marinare il seminario.
Tenetevi pronti, cascasse il mondo, vi porto lontano.
Altro che Bruxelles.




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mercoledì 16 luglio 2008 - ore 19:00


MY NAME’S FORGOTTEN
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Si vendono tristezze da vecchie attrici noir.
Quante gocce di Xanax prima di dormire?
Pensare che non hai neanche ventitre anni e porti a spasso gli incubi come palloncini.
Li vendono alle fiere, li allegano al Cosmopolitan, li sciogli nel caffè, te li lega al dito l’ultimo amministratore delegato che ti sei scelta.
Ti scopro oggi.
Parli sempre più in fretta. Sempre più di te.
Io non esisto, come un tempo. Quando gli sguardi erano tutti per te e le tue gonne troppo corte che portavi con malcelata ingenuità.
Quando da Londra mi assillavi di quanto ti facesse schifo.
Ti scopro oggi.
Ipotizzi uscite di una sera.
E lo sai che lascerò passare il tempo. Ti lascerò partire. Ti lascerò laureare. Ti lascerò ripartire.
Voglio solo relazioni a progetto, da adesso in poi.
Avvertite il ministero.



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martedì 15 luglio 2008 - ore 22:14


REBAJAS
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho i ricordi chiusi in te.
Da oggi che lavavo piatti e cantavo a squarciagola.
Oggi con me qualcuno di dovere ha usato parole dure.
Qualcosa tipo -dovrei incoraggiarti, ma così non va-.
Così come?
In equilibrio.
Che se stavolta cado, va bene lo stesso. Anche se non vorrei deluderti mai.
Che una volta a casa, sono crollata a dormire come succede quando i giorni sono storti.
Quando i consigli si sprecano, ma le decisioni non si prendono.
Di risposta ho ascoltato i Bluvertigo. Altro che quel fottuto Beethoven.
La musica non ha taglie.
Le mie mani sono troppo piccole.
Le quarantadue sono finite, a forza di saldi.

Vaja.



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martedì 15 luglio 2008 - ore 00:14


BELLA DI UNA SUA BELLEZZA ACERBA, BIONDA SENZA AVERNE L’ARIA.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sere passate a pensare.
Foto. Discorsi spezzati con le unghie. Ricordi a cui togli il cellophanne.
I tuoi capelli biondi, sempre più biondi. Tu che diventi finta, sempre più lontana.
Che per strada, di schiena arrivo a scambiarti per una avvenente badante moldava.
Che non ci sono più i pomeriggi a parlare e a farsi bene.
Le ultime sere le abbiamo passate a dirci addio.
Tu con i tuoi cazzo i mojito che non reggo.
Tu che mi passavi a prendere, musica tunz tunz a tutto volume.
Tu e il tuo modo di farmi sentire a disagio mentre mi controlli. Se sono abbastanza presentabile per le tue serate a rimorchio, le cene con gli ingegneri e gli architetti. Provare pena mentre sogni Rimini.
Tu che sai smontare ogni mio sentimento pulito.
Tu che ti vergogni di avere una tessera arci, come di un errore di gioventù.
Ricordo il giorno, e avremmo avuto quindici anni, che mi hai chiesto in regalo una kefiah.
L’ho comprata rossa e ho speso tutti i miei soldi, da un ambulante a Venezia.
Che quando hai scartato il pacchetto mi hai confidato che temevi l’avessi presa nera.
(Vanity Fair non avrebbe approvato).

Patetico dirti che ti ho comunque e sempre voluto bene così com’eri.
Dannatamente bionda.
Dannatamente stronza.



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domenica 13 luglio 2008 - ore 12:45


ALTROVE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Gli amici imborghesiti.
Capire Battiato.
Ci vuole un’infinità di tempo per arrivare in cima. Il volantino parla di bus navetta. Tutti si affollano alla fermata appena passa una specie di Ducato per profughi albanesi.Eccolo.
Supera gli altri.
Sguscia tra la folla.
Il problema è il biglietto. Il senso di colpa per non averci pensato prima alla prevendita. D’altronde hai deciso all’ultimo momento di andarci. Fregandotene dei no dispensati dagli amici. Dei venti euro. Che lui ti aspetta in un orrido teatro tenda. Posti a sedere. Zero divertimento.
E poi sei lì. La tipa della biglietteria scuote la testa. Gli ultimi se li sono portati via la famigliola felice in fila prima di te.
E maledico l’istituto del matrimonio e della filiazione. Faccio un mezzo sorriso allucinato e storto alla ragazza che prova a consolarmi parlandomi di ripassare più tardi. Magari ci saranno ritiri. Ho la netta sensazione di trovarmi ai giochi senza frontiere.
E aspetto. Il libro di Vinicio. Ti chiamo senza speranza. Progetto piani per evitare quei due bestioni della security.
Aspetto. Nella sala due critici musicali dei poveri. Tre biondone senza cervello che però hanno simulato di averne un po’ a differenza mia, prenotando. Non sanno chi è. Non sanno manco che musica fa. I loro tanga neri che traspaiono dai pantaloni bianchi quasi mi fanno piangere.
Non è giusto, mi ripeto.
Non è giusto.
Dio si intenerisce e fa il miracolo. Spuntano ventisei nuovi posti.
Che dire.
Un pubblico assurdo.
Seduta in attesa mi becco il talk show di due settantenni che commentano la vicenda di Lloret de mar, mentre la sala è piena di pseudo cinquantenni e di nonni che ingannano l’attesa comprando gelati. Di bambini di qualche mese nei marsupi. Di ragazzine viziate ed isteriche. Del pubblico di X-Factor.
Io che mi gratto la testa. Che quando accendono le candele vicino al pianoforte, quasi mi commuovo. E poi lui entra. Dice, scusate il ritardo e poiché comprendo il vostro fastidio farò direttamente l’ultima canzone. Arrivederci.
Esce.
Poi ritorna.
Poi si lascia scappare che stasera vedremo tanti concerti. Che stasera....
Posto indecente. Non vedo nulla. Mi faccio strada tra le ragazzine.
Canti Altrove solo per me.
Canti Un giudice solo per me.
Ti lasci andare alla nostalgia con Lou Reed.
Perdi gli ultimi accordi di Un amore assurdo...e allora... fermi tutti, ragioniamo, pedale di dominante, tonica...
Che vorrei salire da te e provare ad aiutarti con l’armonia. Io che non sopportavo quell’esame. Tu che mi hai fatto capire quanto sia importante studiarla, la musica, la teoria, capire come arrivare da a ad a, dalla tonica alla tonica. Più di Battiato.
Il delirio con Aria e quando riproponi Cieli neri e L’assenzio pizzicando le corde.
C’è quella tristezza malcelata nel tuo modo di suonare. Gli accordi non sempre sono puliti. Li fiorisci con vanità mentre apri il pacchetto delle sigarette. Fai risuonare tutti gli armonici con il pedale mentre cerchi l’accendino lanciato dalla trentenne-schiena-nuda, per terra.
Non so come ci sono arrivata, sotto il palco. Il bestione mi ha dato una spallata che ancora mi fa male. In mezzo a ragazzine urlanti che volevano toglierti i vestiti, che ti sono saltate addosso.
Io che voglio solo capire come realizzi quel suono pulito. Scarlattiano. Tu mi guardi e dici dopo, mentre baci l’ennesima invasata.
Ma il dopo non ci sarà. Io sono stanca. Castelbrando ci tiene prigionieri in mezzo a cunicoli ed ascensori.
E allora buonanotte.
Niente come te.
Mi sospende.



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sabato 12 luglio 2008 - ore 00:21


GIACOBINISMO BA®ILLA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Metabolè e catarsi.
Supero traumi recenti.
Le lesioni personali, ieri sera, della commessa di Intimissimi.
(Che erano preterintezionali visto il cattivo sangue che scorre. )
I discorsi di tua madre che ti emancipano peggio di tribali riti di passaggio.
(Che quando tocca del tasto del “vai per i ventitre” ti offri di andare a comprarle le sigarette. Quattro stecche, alla frontiera.)
L’acqua e menta insapore prima di addormentarsi.
Il volume sulla meccanica del pianoforte ancora da cominciare.
Le lucciole. Quelle che brillano. Quelle che luccicano di paillettes e tacchi alti.
Stanotte avrei voglia di giocare a tombola in francese come si faceva a quei tristi corsi serali.
Suassant-do.
Che numaro xeo? Faceva l’attempata al mio fianco.
L’unica volta che ho vinto qualcosa.
(Nu som etudiant de l’ecol de Caonadà.)
Nessuna paura, nessun nemico.

Una torta al cioccolato.
Mulino Bianco.
Nessuno sa perchè.

(Buon compleanno, Companera.)




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giovedì 10 luglio 2008 - ore 00:15


IL FEMMINISMO HA I GIORNI CONTATI
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mazzacurati che ti lascia addosso la nebbia ed il verde della pianura.
(Quel suo modo di camminare nervoso e gli occhi grandi e meno scuri, a guardarli da vicino. Una renault quattro rossa, come i desideri che non esprimeremo mai più.)
Stanotte non ce l’ho, la giusta distanza.
Le cose non succedono nemmeno, per timore delle mie reazioni.
Le cose si acquattano dietro le pareti e sotto le mie finestre.
E accadono. Senza dirmi nulla. Senza farmi scomporre.
Le cose scadono. Le cose si ricomprano. Gli scarti temporali ci ammazzano.
Li assoldiamo noi, negli anfratti della coscienza.
La mia, si chiama Pamela, ha 22 anni e si ingrassa di scene madri alla D’Eusanio, di pace e diritti umani, di cattive compagnie e uomini sbagliati.
La mia coscienza stasera è ai domiciliari.
Arrestata sul punto di dirti che hai ragione, che non lo sopporto, l’amore.
Arrestata quando a litigare per strada, hai detto che io dell’amore non ho bisogno. Né di un progetto, di una pancia in affitto.
Arrestata per i brividi che mi dai, quando mi chiedi di punto in bianco. Per cosa piangi?
Per il latte intero.
Il tuo amore sprecato.
Le ali degli assorbenti.



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mercoledì 9 luglio 2008 - ore 16:05


LO INFRANSE AL PRIMO COLPO
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Le comunicazioni privilegiate sono sporche, hai detto oggi.
E Padova che ci condannava di sole, malumore e del caffè dai cinesi.
E questo pomeriggio inodore ed incolore. Bianco e vuoto come un ospedale in ristrutturazione.
(Le voci dei miei bimbi e l’ennesimo gatto da tormentare.)
E il teatro degli orrori. Il teatro dell’assurdo. Chi ci ha scritto le battute oggi?
Il revisionismo storico delle tue poche comparse crudeli. I cinesi che si ricordano quel giorno d’inverno che siamo partiti per il mare. E tu no. E io sì.
E anche lì era bianco, ma sapeva di altrove.
Dove ho sbagliato con te?
Mi consegni gli effetti personali di un passato che teorizzi non sia mai accaduto e mi accompagni a prendere un treno.
Che le stazioni sono i posti giusti, per i baci e per gli addii.
I posti giusti per ricominciare.
Al capolinea ricordami che ho ancora un cuore.



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martedì 8 luglio 2008 - ore 23:36


SONO SOLO VITTIMA DEL MIO PIACERE, è SOLO QUESTO CHE POTRAI VEDERE..
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Notte prima degli esami.
L’Ostpolitik, questa sconosciuta.
E l’inquietudine preziosa dei miei non più vent’anni post sovietici.
Chiudo gli occhi mentre realizzo in che casino mi sto cacciando.
Bonifacio VIII non mi perdonerebbe mai.
E allora alzo il volume da fare male. Che Bach scende in vestaglia e parrucca di riccioli bianchi dal secondo piano, a bussarmi il cervello, a chiedermi se sono impazzita.
E tu non hai messo la cipria.
Ma io sono Bach.
Ma questi sono i Tarm.



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lunedì 7 luglio 2008 - ore 21:31


NOVIDA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ricordo quei giorni con fastidio.
Il sole di Tarragona, quel mattino.
Le chiese chiuse.
Quel treno con l’aria condizionata il quindici di marzo.
E quell’uomo , seduto di fianco che continuava ad intavolare conversazioni.
Io chiusa nel mio broncio che gli rispondevo in tutte le lingue del mondo purchè mi lasciasse stare. Era un uomo mite. Sapeva che ero sola. Mi voleva aiutare, in quel treno che mi portava ad alta velocità a Barcellona. Più lacrime, che chilometri. Eppure non ho potuto fare a meno di dubitare.
Ricordo quei giorni di pelle d’oca. Tu che non mi amavi. Il mio primo viaggio da sola. La fame in ostaggio sul fondo dello stomaco. Rivendicazioni dalle brigate Pausini. Che quando mi hai lasciato alla stazione di Tarragona, mi sono sentita peggio di un pacco postale. Manco un francobollo, manco un biglietto di accompagnamento.
Che era logico che avessi la tua vita. Che era logico che sapevo a cosa andassi incontro. Ma se mi avessi amato, sarebbe stato diverso. Forse non avrei mangiato al Burger King, forse non mi sarei ammazzata a Parc Guell.
Forse.
L’ho odiato, quel posto. Tutta quella gente chiassosa e ubriaca. Che l’ultima sera l’ho spesa a consolare Mary in ostello, vittima di un borseggio a Santa Maria del Mar. Che non era più nemmeno una vacanza, ma un processo infinito a me stessa.

Queste notti lei era con me. Viaggiava in quel treno rosso. L’uomo mite non c’era. E le ragazze volavano dalle finestre. E gli studenti di architettura a bere tequila bum bum.



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