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Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

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la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa...

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PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Tutto quello che i quotidiani non hanno il coraggio di scrivere. E ci sarà pure un perchè se non lo fanno...
http://ecceyomo.ilcannocchiale.it/







- NOOO!!! Non bene! Ferma! Non bene! Che cosa fai? Hai dato fuoco al cibo, alle palme, al rhum?
- Sì! Ho bruciato il rhum!
- Perchè hai bruciato il rhum?!??
- Primo perchè è un’ignobile bevanda che muta anche il più rispettabile degli uomini in un perfetto furfante. Secondo, quel segnale raggiunge almeno cento piedi e l’intera marina britannica è in giro a cercarmi. Tu non credi che ci sia una remota possibilità di essere visti?
- Ma perchè hai bruciato il rhum?!??

Tu li hai giocati tutti
senza avere in mano i re,
pieno e cavalli o niente:
tutto il resto che cos’è?
Ti sei giocato donne
che impazzivano per te,
eppure un giorno hai pianto in un caffè

Una bottiglia, una bottiglia, il mio regno per una bottiglia!
(Riccardo III, forse)

Liberté, Égalité, Beaujolais!
(Maximilien Robespierre, forse)

Cogito ergo rum
(Cartesio, forse)

E’ del poeta il fin la bottiglia
(Giovanbattista Marino, forse)

-Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
-Non so di che parli, non lo sento.
-Cosa sta passando per la tua mente?
-Che non credo a niente.
(Roberto Vecchioni)

Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi il rum
(Charles Bukowski, forse)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.
(Charles Baudelaire, sicuramente)

I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri. E in più pretendono anche di mettere in comune il rum.
(Winston Churchill, forse)

Ed io con la bottiglia in mano
le risposi:
"Nessuna donna può fermare
quelli fatti come noi, my darling"
volto il cavallo e addio per sempre nel tramonto
non pensarmi più.
(Roberto Vecchioni, più o meno)


Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio
(Brancaleone, sicuramente)


....................COMMEDIA RELIGIOSA..........................
PRETACCIO (citando Luca 2,12)
- Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.
POETA DEI LUPANARI (mormorando tra sè si rivolge a Dio)
- Tutto qui? Mille volte meglio, allora, una gnocca in autoreggenti pronta a fare del mio letto giaciglio e fuoco...
PRETACCIO (che ha sentito, con voce nervosa)
- Blasfemo saltimbanco, ho udito le tue eresie! Pentiti, bestemmiatore, pentiti!
POETA DEI LUPANARI (sorridendo di luciferino sorriso)
- Pater, voluntas sua, voluptas mea...


lunedì 24 dicembre 2007 - ore 00:13


Veni, vidi e svenni.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Reno appoggiò il remo, reso pesante dalla nera pece dello Stige.
Eravamo arrivati alla riva sud e un refolo di vento recò sulle nostre spalle gelo e spirito di morte: Reno accostò la barca col remo, mentre un redo pascolava le erbe infernali, incurante di noi e del nostro approdo.
Dalla nebbia vidi uscire una figura, familiare come il lessico della Ginzburg: non avevo la più pallida idea di chi diavolo fosse, dal momento che i libri della Natalia li uso in genere per bilanciare i tavoli squilibrati.
Quella figura, però, senza dire una parola alzò lo sguardo e mi trafisse. Fu un colpo, fu una colpa che risaliva dagli abissi dell’Es, fu il <<se>> che richiama l’io a sé stesso, alle sue molte possibilità perdute, al regno peggiore, non quello del passato e di ciò che è stato, ma quello del trapassato: come un’ombra di morte che attraversa le porte dei mondi e ritorna sulla terra a perseguitare i vivi, a perseguire le illusioni di quello che sarebbe potuto essere e mai è stato. Ma, soprattutto, mai più sarà. Nevermore – e ultimo pronuncia il corvo.

<< Jamais peut-être… >> mormorò e solo allora mi accorsi che mi era davanti. A meno di un metro, era vicino come può esserti vicino uno sconosciuto sul metrò all’ora di punta. E fu a quella distanza, fu quando lo vidi di fronte che lo riconobbi.
Mi osservò e riprese:
<< Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais. >>
<< Quante volte >> e i suoi occhi chiari trafissero i miei, come il bacio di Giuda aveva trafitto i polsi del mio amico Giugiù << quante volte >> ripetè << te lo sei mormorato. Quante occasioni hai visto passare, quanti attimi sfuggire e poi, pateticamente, ti sei messo a rincorrerli. Quante vite hai consumato… >>
<< Più che vite, frutti della vite >> avvitai le parole per prendere tempo. Quello stesso tempo che avevo sempre preso per respirare, ma quasi mai avevo sfruttato. E’ che sono di formazione marxiana e lo sfruttamento dell’uomo sul tempo non fa per me: preferisco lo sfruttamento intensivo della vite per ricavarci il vino o della canna da zucchero per produrre il rum. Avvitai le parole, ma lui fu più lesto.
Come un fante dalla trincea, prese la mira e mi sparò contro: fu un lestofante, insomma, e mi sparò parole appallottolate come proiettili d’acciaio, mentre io sparavo a salve e risate: sparavo cazzate.
<< Lo sai bene, guarda bene l’orizzonte, guarda il deserto perduto delle possibilità che non sono state, guarda quei visi e ricorda quei nomi… >>
<< Quali visi? >> domandai, mentre dietro di lui, come ombre nere, come ombra di una luce nera e spettrale si facevano avanti visi antichi e conosciuti, visi che credevo dimenticati, ma che erano ancora là, ancora presenti, seppure a guisa di sogno o incubo.Li vidi, quei visi, li ricordai uno ad uno e li divisi, sfruttando la divisione più elementare e congeniale.
Li divisi in brutti e belli.
E poiché il gruppo dei brutti era composto da uomini soltanto, sospirai di sollievo: anche alla riconta dei voti le elezioni erano state vinte. Non c’erano stati brogli di bellezza o trucchi da ingannatore che mi avevano condotto tra le braccia di qualche donna latrinosa, una donna per la quale si potrebbero usare gli immortali versi:

nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua.

Li guardai meglio e li divisi ancora: tra chi mi era stato amico e chi mi avrebbe voluto amico dei vermi, tre metri sotto terra. A questi ultimi o dovevo dei soldi o avevo trombato la fidanzata.
Nel dubbio, li cancellai, chiudendo davanti a loro il cancello del mio inconscio.

(capitolo coscientemente finito. Perché avevo appuntamento con la mia analista al bar)


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giovedì 18 ottobre 2007 - ore 20:53


Cinture di Hermes
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Credo fermamente di essere un uomo di poca fede.
Sarà perché di Fede ne ho avuta solo una: mora e bella, come può esserlo un angelo caduto, con gli occhi di bragia azzurra che risplendevano nella notte come fuochi fatui; bella, come la scandalosa bellezza di una persiana ribelle ai mullah e perciò colpita da una fatwa di morte; come una fata, dal corpo innocente e malizioso.
E quel corpo sembrava pronunciare sempre parole incandescenti di desiderio, quasi una litania oscena di sesso e sensualità.
<< Prendimi >> sembrava dire ad ogni istante e più di qualcuno deve averlo preso. In parola e non solo: la Fede, insomma, era assai poco fedele, ma quel che è peggio è che ammirava Fidel, il compagno Fidel.
Ora, non fu tanto la questione politica a dividerci: figuratevi, a me Fidel è anche simpatico, perchè è cubano, come i sigari e il rum. La questione fu più psicoanalitica che altro: oltre ad ammirare il compagno Fidel, la Fede si era laureata in storia antica con una tesi sul castro romano e le sue implicazioni nella politica militare dell’Urbe .
Troppo per me che avevo sempre temuto che l’invidia del pene portasse qualche donna impazzita a evirarmi: decisi così di evitarmi ulteriori pene e la piantai. In un giardino in cui c’era già un salice piangente: infatti lei non pianse lacrime, ma in compenso mi sputò insulti e maledizioni, le maledizioni più antiche ed efferate, chiamando a testimoniare del suo odio e della mia dannazione tutti i demoni degli inferi e gli abissi color del sangue. Meno male che qualcuna mi aveva regalato un talismano portafortuna: un teschio con il coltello tra i denti, pronto a proteggermi dalla morte e dalle porte. Quelle, sempre troppo basse, sotto cui sbattono sempre i traditi: la Fede, insomma, non potè colpirmi a tradimento, mentre me ne andavo. Ed evitai così oltre al danno, la beffa.
Mi ricordo, infatti, che, andandomene, con la schiena curva dal peso di quelle parole di minaccia e di morte, con le tenebre che promettevano vendetta e chiamavano il mio corpo alle torture eterne dell’Ade, mi toccai platealmente i coglioni. In senso di scherno, naturalmente, ma anche perchè, come dice il detto: fidarsi del talismano è bene, ma toccarsi è meglio. Più piacevole, anche.
<< Non si sa mai >> pensai, evitando di voltarmi, perché chi si volta è perduto e perché chi guarda al passato perde solo tempo prezioso. A meno che non sia un archeologo.

<< E’ vero >> mi sorrisi << sono un uomo di poca fede, ma posso fidarmi di Hermes. E’ un amico e poi siamo sinceri: io da qua non ho altre possibilità che lui per uscire a rivedere le stelle. >>
Avevo scartato infatti l’idea di usare la prima cantica della Divina commedia, come guida turistica o stradario per trovare l’uscita dagli inferi, perché di quelli col naso grosso non bisogna fidarsi, dal momento che, come diceva Lombroso, "sono sempre pronti a mettertelo nel culo". E un naso grosso fa male, nel culo.
Inoltre, pensai, Dante è solo un participio presente e il presente appena lo sfioriamo ci sfugge, sfiorisce come un fiore appena nato e già pronto a morire, fugace momento in cui il dolore del passato non è più e il futuro non ancora, ma sorride, col sorriso della speranza e del cielo pronto al sereno.
<< Se Reno arrivasse almeno una volta in orario... >> serrò tra i denti Hermes.
Reno era uno dei nocchieri sostituti di Caronte, il demonio traghettatore di molte anime e giocatore di poker, che ogni volta perdeva, bestemmiava e continuava a perdere.
D’altra parte la vita continua, anche dopo la morte, in un poker eterno con gli dei e gli spiriti eletti o dannati, nello show che must go on, ’till the dust, fingendo che il cast di attori e comprimari sia di nostro gradimento.
E non parlatemi di ipocrisia o di falsità: se già la parola contiene nel suo culo la menzogna, non possiamo far altro che prenderne atto e salire sul palco a recitare Shakespeare. La commedia degli errori. O come vi piace.

Arrivò finalmente Reno e ci traghettò dall’altra parte del fiume: ora, non so come vi immaginiate lo Stige, ma posso dirvi che tutto quello che avete letto fin qua è tutto un mucchio di cazzate. Come per la città dell’eterno dolore. Dite pure quel che volete, ma la descrizione che trovate nel nono canto dell’Inferno non corrisponde a quanto videro i miei occhi e udirono le mio orecchie: non saprei, sarà che anche là, con buona pace dell’eternità sempre immobile e uguale al suo riflesso perenne, la storia è andata avanti, sarà che Lucifero volle portare oltre che un po’ di luce, l’economia infernale a bruciare per il sacro fuoco del capitalismo, sarà quel che sarà, però anche gli inferi avevano conosciuto la Rivoluzione industriale, come l’Inghilterra ottocentesca. E, in fondo, se dobbiamo credere a Dickens e ai suoi romanzi, la Londra delle ciminiere e del carbone era anch’essa un bell’inferno: vedete, i conti tornano. Anche se all’epoca iniziavano ad andare di moda i borghesi. D’altra parte, è su questo principio che si basa il capitalismo, quello del reciclare un po’ tutto: dai rivoluzionari pentiti che diventano corifei delle magnifiche sorti e progressive, ai pentiti di mafia che fanno emergere l’economia sommersa, ai nobili che per secoli avevano dominato le classi inferiori e che, passata la burrasca del 1789, si erano reinventati come capitani d’industria e d’impresa.
Sia come sia, comunque, sta di fatto, che l’inferno era nel pieno del boom industriale: dove c’era, una volta, forse, campagna ora si ergevano ciminiere priapesche che sputavano fumo e ingoiavano operai (d’altra parte qualcosa si doveva pur bruciare), dove c’era un’economia contadina ora dominava la fabbrica e l’acciacio. E del divino fattore, quindi, neppure l’ombra.
Sotto l’ombra di un bel fior, lungo il sentiero dei nidi di ragno, però, trovai qualcosa: una rosa, in bocca a un teschio.
<< Destini incrociati >> pensai e << ironia della Storia >>. Ma poi era ironia o non era, invece, la saggezza della stessa, assai più saggia di tanti uomini che vogliono costantemente il Bene e poi operano costantemente il Male? Ai posteri l’ardua sentenza e ai postumi dell’impresa di Adua l’ardua definizione degli errori dei loro padri, ma agli altri, ai più, il compito di smettere l’odio e di guardare al futuro, seppellendo morti con morti e lasciando loro la pace, perché, in fondo, i morti non tornano.
A meno di trovarsi in un film di Romero.

(capitolo finito. Come uno zombie che ascolta i Subsonica: con un colpo di pistola.)


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mercoledì 22 agosto 2007 - ore 15:05


Febbre liquida e alchimia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Avevo il cuore in tumulto.
Non sarà una situazione idilliaca, ma è sempre meglio che avere il cuore in un tumulo: se non altro significa che sei ancora vivo e che quindi c’è speranza, per quanto minima, per quanto non sia che un lieve barbaglio di luce residua.
E’ vero, però, che trovandomi nell’altro mondo non stavo nel posto più adatto alla speranza: come diceva Foscolo, in fondo, è proprio dai sepolcri che fugge la speranza.
E poi anche il mio amico Giugiù se l’era presa ai suoi tempi con i sepolcri imbiancati, quindi una cosa mi era chiara nell’oscurità del regno di Ade: dovevo andarmene, dovevo salutare i miei amici e tornare nel mondo dei vivi, se volevo ancora nutrire la speranza di incontrare quei larghi occhi chiari, quei larghi occhi scuri, quegli occhi, insomma, che sarebbero stati salvezza a luce.

Hermes in persona, in un vestito di Saint-Laurent che gli calzava da Dior, si parò di fronte a me: mi incuriosì particolarmente che vestisse Saint-Laurent. Tutto – sandali, cappello alato, bastone – Saint-Laurent; tutto, tranne il borsellino, che era un Borsalino.
Poi, però, ricordai l’inno omerico che lo definiva “polutropos “, ossia dalle molte risorse. << E inoltre è anche il protettore dei ladri e dei bugiardi, quindi non deve essergli difficile procurarsi i soldi per comprarsi gli abiti… >> meditai tra me e un thè << Infine>> argomentai << è anche psicopompo e secondo diversi miti è l’unico, assieme ad Ade e Persefone, che possa andare allegramente tra l’al di là e l’al di qua, senza che qualcuno gli dia noia… >>
Vedete, tutto torna, anche quando non si vorrebbe che tornasse, come il ricordo di qualcosa che ci ha fatto molto soffrire o l’herpes genitale (che presumo faccia soffrire parecchio).
<< Scordati gli okki verdy >> mi brutalizzò all’istante << Sono già impegnati ad altri occhi e altre labbra baciano le sue labbra >>
<< Dio lazzarone! >> pensai, citando il barcaro e mai citazione, trattandosi di traghetti e tratturi tra il mondo dei vivi e quello dei più, fu meglio azzeccata.
Trattenni un moto d’ira e non mi fu diffilcile: rimasi immoto e aggiunsi al tentativo coniugato alla mia persona un sigma, una esse – per sicurezza e protezione lo raddoppiai, una S.S., insomma: un segno che mi salvasse dal suono sonante del serpente, che da che mondo è mondo è infido tentatore.
Respirai.
Ed espirai parole di fuoco: << Senti un po’, pirla… >> dissi, squadrando Hermes dall’alto in basso, come avrebbe fatto, secoli dopo, il comandante Graziani al cospetto del Negus << ma farti i cazzi tuoi, mai? >>
Hermes rimase allibito e non aveva alibi, non questa volta: troppe gliene avevo perdonate, troppi furti avevano urtato il mio portafoglio per concedergliene ancora uno.
<< Dal momento che vieni qua, sbuchi come sempre dal nulla e come sempre a sproposito e, per giunta, mi porti pure infauste notizie, >> affondai nella carne la lama, sputandogli in faccia, come un lama andino, le mie parole << vedi di fare qualcosa di utile. Aiutami a ritrovare la via per il mondo dei vivi. >>
Lo guardai e lui mi traguardò con occhi tristi, come se volesse dirmi che il traguardo era lontano, più lontano dell’Ontario, più difficile che lavare l’onta di Caporetto, più arduo che non cadere dal vaporetto per un veneziano ubriaco.
Mi offrì del rum.
<< Come lo vuoi? >> disse.
<< Nel bicchiere >> risposi sorridendo.
<< Ma non è che bevi un po’ troppo? >> mi chiese Hermes, con tono preoccupato.
<< Non credo >> ribadii perplesso << Io bevo soltanto due volte al giorno: a pasto e fuori pasto >>.
<< Sarà, però non credo che tu possa trovare quei larghi occhi chiari sul fondo di un bicchiere… >>
<< E’ vero: e infatti è un ottimo motivo per riempirlo, ancora, per non avere il bicchiere mai vuoto. Perché ricorda, caro Hermes, due sono le dannazioni dell’uomo: la botte vuota e la moglie, ubriaca o no… >>
Continuai, poi, dicendogli che comunque sapevo, che cercavo l’altrove, nel rum e nel rumore del mondo, sempre lo cercavo e che probabilmente quell’altrove non esisteva se non nella mia fantasia, nella folle rosa bagnata dal vino di un ubriaco.
Replicai che forse non dovevo cercare due larghi occhi, ma dei capelli, lunghi e lisci, biondi, come l’oro dell’età perduta o forse castani, come la terra estrema, dai riflessi di rame, come la terra del giardino delle Esperidi, dove, tra l’altro, cresceva l’albero delle mele d’oro. Come il biondo dei capelli e del sole: vedete, tutto torna. Ma prima io dovevo tornare in superficie, nel mondo dei vivi.
Hermes, commosso, accettò di aiutarmi: in fondo, eravamo amici da tempo immemorabile, da più tempo di prima che il tempo fosse creato.
Commosso, Hermes pianse una lacrima. Gli diedi un fazzoletto: un Tempo.

(capitolo finito. In una tempesta di plasma e particelle subatomiche: oltre la fisica e il tempo, dove gli dei giocano a dadi con l’universo.)


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mercoledì 22 agosto 2007 - ore 01:46


Riassunto delle puntate precedenti.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Andate indietro nelle pagine e rileggetevi tutto, chè il genio non si può riassumere.
E’ così che fanno odiare la letteratura nelle scuole: coi riassunti.
Allora, riassumendo, tornate indietro e rileggete tutto.
Altrimenti andate in libreria e leggetevi Pornonazi.
Uno degli ultimi romanzi che valga la pena di leggere.
Assieme alle etichette degli yoghurt e dell’amore: in fondo, entrambi hanno una data di scadenza.
Poi, è vero, anche questo è opinabile: dipende da come si vedono le cose. C’è un’ottica di Milano e un’ottica di Rovigo. Una rovigottica.

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mercoledì 11 aprile 2007 - ore 18:27


Spremuta di speme
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Anna dicono che sia un ingegnere. In gonnella, ma pur sempre ingegnere. Io, invece, vivo del mio ingegno.
Meglio ancora, potrei dire che vivo col mio ingegno: convivo, anziché essere sposato. D’altra parte sono contrario al matrimonio: è la principale causa di divorzio. Come tutte le coppie libere da troppe responsabilità, ogni tanto ci prendiamo qualche pausa di riflessione: l’ingegno se ne va per i fatti suoi, temporaneamente, e io allora inizio a fare cazzate. Una cazzata dietro l’altra, a valanga: una cazzo di valanga, insomma, che travolge la mia vita. Mi infilo in gineprai di gin tonic che offro ad altri, in notti scure di rum caraibici, in vortici di cocktail negroni che tengo per me, chiedendoli con ghiaccio perché vederli senza ghiaccio nei bicchieri piccoli mi deprime. Mi infilo anche, alle volte, in letti di donne i cui fidanzati vorrebbero tenere solo per sé, ma si sa: l’egoismo non paga. O era il crimine? Non ricordo e comunque a certe donne sarebbe un crimine non concedersi.
E’ vero, ammetto che una sera Giugiù mi ha fatto notare che tra i comandamenti c’è anche quello che prescrive di non desiderare la donna d’altri. Gli avrei anche potuto dare ragione, ma invece ritenni migliore dargli un cazzotto sul cranio. E non senza ragione.
<< Ragionevolmente, Giugù >> gli spiegai << potrebbe anche essere una bella idea, se non fosse che io odio le regole. E poi scusa, che cazzo di comandamento è un comandamento rivolto al maschile e basta? E’ una discriminazione bella e buona e io sono per la parità dei sessi e per i pareggi in trasferta con gol che valgono doppio. La solita storia: le donne sono sempre escluse. Dalle stanze dei bottoni vengono lasciate fuori a rammendare i bottoni delle camicie dei mariti che giocano a risiko col mondo, dalle stanze della politica dove le salvano solo le quote rose, dalle stanze del potere e anche dalle stanze della cucina, a meno che non sia la cucina di casa. Hai mai notato che i grandi chef sono tutti uomini? E tu adesso me le vuoi lasciare fuori anche dai dieci comandamenti? >>
In realtà entrambi sapevamo che proprio perché spesso discriminate e private di molti diritti, le donne avevano ricevuto da Dio questo regalo particolare: nove comandamenti da rispettare, anziché dieci; insomma, il fardello di un dovere pesante come pochi altri, anzi probabilmente il più pesante di tutti (perché, siamo seri, come su può inibire un desiderio?) era stato tolto dalle loro spalle e attaccato letteralmente alle palle dell’uomo. Solo che per millenni nessuno se n’era mai accorto: e provate ancora a dire che il cristianesimo è una religione maschilista.
Sta di fatto che a me comunque le doppie morali sono sempre piaciute poco. E le ho considerate sempre come le coppie nel poker: carte buone a poco, a qualche bluff, forse a niente.
Comunque, tornando al mio rapporto tormentato con l’ingegno, dopo la pausa di riflessione, durante la quale, per altro, io non rifletto minimamente, è sempre l’ingegno a tornare indietro e a decidere di darmi un’altra chance. Ingenuo, però, l’ingegno: non ha capito che sono incorreggibile. E’ un po’ come con la pazienza: io non la perdo mai. E’ lei che, a volte, perde me, mi perde di vista e lascia che sia l’ira funesta a sedurmi, a limonarmi, mentre la peste devasta il campo degli Achei come vendetta.

Quella sera, infatti, io e il mio ingegno e sua sorella intelligenza, ci separammo per un po’. Chiusa la partita in trionfo, mi resi conto che in mano avevo avuto solo una donna, la donna di quadri, che non è la regina di cuori dei Litfiba, ma neppure la donna cannone o il temuto (sia a poker che nella vita) due di picche, che d’altra parte non può essere una donna perché è un due: certo se due donne su due ti danno picche, forse è meglio che ti impicchi al primo albero che trovi sulla tua strada. O intraprendi la strada del monachesimo.
Al solo pensare queste cose, io persi l’uso della ragione e così iniziai ad abbandonarmi al delirio. Tramutai il pensiero in un presagio di pena: non è difficile, basta togliergli tutto il siero della speranza e affiancargli un’alfa, la prima lettera dell’alfabeto, attendendo che sia troppo tardi, attendendo nella pulsione di rovina e di decadenza l’omega della morte e della fine di tutto.
<< Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte… >> sospirai ad alta voce.
<< Chi è? >> chiese Ade, che in fatto di letteratura era proprio di un altro mondo, il mondo dell’ignoranza, tra l’altro.
<< E’ Foscolo >> intervenne Cerbero.
<< Quello dei Sepolcri >> aggiunsi a guisa di commento io, mentre Caronte si toccava, come faceva ogni volta che sentiva parlare di sepolcri, morti e simili, nonostante - o forse proprio perché - era il nocchiero della navicella infernale che traghetta i defunti.
<< Quello che si chiavava la Luigia Pallavicini, prima che cadesse da cavallo, perché poi tutta deturpata non se l’è filata più nessuno? >> replicò Ade, che se non s’interessava di letteratura era però informato sul gossip di ogni epoca e civiltà.
<< Più o meno >> glissai, mentre il mio pensiero si faceva malinconico, del colore del piombo, come un quadro pre-romantico che facesse da sfondo alla poesia di Schiller: il mio cuore era simile a un grosso volo di storni contro un cielo temporalesco. Un cuore da storn und drag, appunto. In tumulto.

(capitolo tumulato nelle pagine della Letteratura e del Capolavoro – mentre il suo autore è stato internato per definitivo e assoluto delirio di onnipotenza)


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martedì 27 marzo 2007 - ore 23:01


99, el gordo.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Al cambio delle carte, Caronte risponde domandandone una, come anche Ade, mentre Cerbero è servito e resta così com’è. Io, invece, ne chiedo due, per l’appunto: mentre il cartaio svolge il cambio, i secondi mi sembrano eternità di ghiaccio e fuoco (d’altra parte sto giocando sulla soglia dell’inferno), i minuti anni muniti del peso di secoli.
Respiro impaziente il fumo, respiro l’attesa, un sentimento questo che accomuna l’essere umano al giocatore di poker. L’attesa di una carta, non di una carta qualsiasi, ma di quella carta, è una trepidazione d’amore, è l’appuntamento sperato con la donna amata, è l’ansia e il timore che lei, l’amata, fugga e allora non basterebbero tutte le bottiglie di Donna Fugata per consolare il cuore deluso. L’attesa è una sala, l’attesa è il sale gettato su una ferita ancora aperta, l’attesa è attendere un treno che da Salò ti porti al Brennero e poi in Germania, mentre gli Alleati risalgono la penisola e tu fuggi travestito da soldato semplice, dopo aver condotto una guerra travestito da condottiero improvvisato e imperatore maldestro degli Italiani. L’attesa è un’arco teso, pronto a scagliare una freccia nel futuro, non avendo la certezza di colpire il bersaglio, ma al contempo sperando di cogliere il successo e temendo di colpire solo la schiena della propria rovina.
Meno male che l’attesa, nel poker, dura poco: sarà, forse, perché il poker è un bel gioco.
Prendo allora le mie carte e le guardo: alla donna, al nove e al sette, si affiancano un altro nove e un asso. Mi trovo, in pratica, con in mano la maglietta di Ronaldo, una coppia di nove: un po’ poco per vincere, abbastanza per provaci, però.
Dopo il cambio, infatti, resta solo l’abilità psicologica di giocare una sfida di mosse e intuizioni: ormai il dado è tratto, anche se siamo seduti ad un tavolo di poker.
Conosco abbastanza i miei rivali: Cerbero è un cane sotto molti aspetti, ma non lo è affatto con le carte tra le zampe. Sempre attento e con gli occhi aperti, raramente commette degli errori, ma è affetto da una malattia abbastanza diffusa tra i giocatori, la cosiddetta angoscia da poker: cominciano a tremargli le zampe quando la posta si alza. Sebbene sia un cane, non è di certo, insomma, un cane da posta.
Ade, invece, perdendo, dimostra che c’è una logica nella decisione di Zeus di porlo come re dell’Oltretomba. Audace e spontaneo, disperato e alle rare volte geniale, è un giocatore che segue il proprio istinto: e spesso anche al tavolo verde, è istinto e pulsione di morte.
Caronte, infine, è un giocatore dal multiforme ingegno, una sorta di Odisseo della carte, però più strambo e straniato: entrambi d’altra parte per tanto tempo preferirono le acque alla terraferma, l’uno come traghettatore di anime, l’altro come traghettatore di uomin, amori e destini, un po’ per caso e un po’ per celia. E molto per volere degli dei. Caronte sa trasformarsi da aggressivo in prudente, da riflessivo a impetuoso con straordinaria facilità, ma sempre nella direzione sbagliata, inversa all’opportunità del momento. Evidentemente i continui viaggi da una sponda all’altra devono averlo un po’ confuso, mettendo in forse anche la sua identità sessuale.

Ma torniamo alla partita.
Tocca parlare a Caronte, che aveva effettuato l’apertura:
<< Cip. >>
Cerbero (servito): << Tremila. >>
Ade, nulla in mano e neppure più in tasca: << Seimila. >>
Al che io replico con un moto secco: << Ventimila. >>
Brusio d’intorno, tutti gli occhi di Cerbero puntati su di me, le volute di fumo di Caronte che si fermano a mezz’aria. Io nel frattempo mi accendo un mezzo toscano.
Caronte, posando le carte, dice: << Passo. >>
Cerbero sente le zampre tremare: ha una scala in mano che freme quasi e quanto più delle sue zampe. Certamente è partito come il più forte e il meglio servito della mano, ma ora? Ade avrà fatto una scala più grossa di lui o sta solo bluffando, nell’ultimo disperato tentativo di coprire almeno in parte le perdite di una serata di mani sbagliate e fortuna altrui? E io, cosa ho in mano? Un full o addirittura un poker?
<< Se solo ne avessi uno solo dopo di me e non due, potrei rischiare, ma in due… >> pensa tra sé e sé il cane infernale, rendendosi conto che anche una decisione può rappresentare, alle volte, un inferno. << Uno è probabilmente un bluff, ma due? Due bluff? Non ci credo, non credo: uno dei due è sicuramente più forte. >>
Anche Cerbero quindi si risolve a passare, chiudendo la sua partita con una buona vincita e abbandonandosi alla curiosità di chi tra me e e Ade ha la mano migliore.
Ade, dio degli inferi, mi guarda e poi guarda l’aria: è l’attimo che separa il giudizio, il sospiro che divide paradiso e inferno. Non avendo nulla in mano e decidendo, nella sua pulsione di morte, di non bluffare, Ade butta via le carte e bestemmiando si alza dal tavolo.
E’ finita.
E io ho vinto.
Il bluff ha vinto.

Io sospiro, raccolgo i soldi, ma non mi interessano più di tanto: certo, con l’ultima mano vado in pareggio e porto via anche una discreta vincita, ma non è questo il punto. Il punto è soprattutto un punto d’onore. Il piacere del senso della frase, il piacere di terminare una fase compiuta, il piacere di compiere un gesto pieno, pieno come un punto. E’ la medaglia apputata al petto del soldato che ha compiuto il gesto eroico, è l’eroica menzogna di Odisseo che conquistò l’inespugnabile Troia.
Il punto è questo: la bugia riuscita, il gioco di felice e leggiadra menzogna, la storia inventata a cui tutti credono.
D’altra parte poker deriva dal francese, terra di mangiarane e mangiarospi (dopo il nove luglio duemilasei), di bellezze da rendere folli come Erasmus da Rotterdam e di intrighi di corte: pocher significa ingannare, cioè, in definitiva, bluffare.
E a ben pensarci si finge sempre: si finge l’orgasmo e si finge di non essere onanisti, si finge per non ferire gli altri, si finge per piacere agli altri e si finge per senso del dovere, si finge per narcisimo o per egoismo, si finge per il piacere di fingere e si finge per vincere la mano di poker.
E soprattutto non si finge mai: “non io, almeno: io sono sincero. Sono gli altri che fingono.”
Grossolana e spensierata bugia, a cui in molti credono.

(capitolo appena inziato.)


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sabato 24 marzo 2007 - ore 17:47


Ho azzardato un gioco
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Entrai ed cavai fuori di tasca un coniglio e un Romeo y Julieta, ma non trovando i fiammiferi chiesi se qualcuno aveva per caso da accendere
<< Penso tu sia proprio nel posto giusto >> echeggiò una voce da oltretomba, quella di Ade, dio degli inferi.
Dunque era lui il quarto. Male, davvero male. A me Ade, infatti, non è mai stato molto simpatico, ho sempre preferito sua cugina Adele: sarà per il pallore del viso, sarà per quello che ha combinato a Orfeo, sarà che non mi piacciono i nomi corti e secchi o sarà il metro e mezzo quasi di gambe della cugina, ex modella di Galliano, comunque avrei decisamente preferito incontrare lei anziché lui. Ma il destino non si sceglie, come le carte che ti arrivano di mano, come una manata che ti stende prendendoti alle spalle. Al contrario, invece, di un auto chiavi in mano: quella la si sceglie eccome. Peccato solo che non fossi in una concessionaria, ma a un tavolo di poker. Quindi feci bel viso a cattivo gioco, sperando che poi le labbra della fortuna si fermassero a baciare proprio il mio viso, che, in effetti, tra quelli presenti era il più bello di tutti. Speravo in un bacio labbra su labbra, un bacio alla francese di modo che poi per la gioia della vittoria potessi brindare alla russa: un bacio che unisse due paesi, due culture, due mondi. Avrei tentato quello che neppure a Napoleone era riuscito: conquistare Mosca e tutti zitti sui libri di storia, inchinatevi al nuovo imperatore.
Avrei brindato, avrei voluto brindare per suggellare questa vittoria, questa nuova alleanza con una bottiglia di Cristal: d’altra parte che altro si potrebbe bere? Uno champagne creato su terre francesi per lo zar Alessandro II. Vedete, tutto torna.
Io nel frattempo tornai con i piedi per terra e inziò la partita più bella che abbia mai avuto luogo sopra e sotto terra.

Le carte giravano, passavano di mano in mazzo, le carte cambiavano colore, seme e punti, ma non cambiava, mano dopo mano, la situazione di gioco. In fondo, nel poker non si insegna la verità, ma si attende l’errore dell’altro per sfruttarlo a nostro vantaggio. Si attende l’errore e la fortuna, ma sarebbe un errore attendere e basta, come già insegnava Beckett. Passi lì mesi e anni con Vladimir ed Estragon ad aspettare inutilmente Godot, mentre davanti ti passano mani e carte e fiches, che significano solo una cosa: stai perdendo.
Nel poker si rispettano tutte le opinioni e tutte le opinioni sono legittime, ma chi vince ha sempre più ragione di chi perde. Sarà forse perché chi vince accumula denaro e fortuna e ha ragioni da vendere, mentre chi perde non ha più neppure i soldi per comprarsi qualche scusa usata e abusata.
Quella sera, comunque, all’ultima mano, quella che decide il destino di una partita e a volte di un’intera vita, la situazione, con cartaio Ade, era questa:

Cerbero, in larga vincita, con in mano una scala servita.
Ade, che perde tutto, desolatamente e completamente, con quattro carte a colore.
Io, in perdita lieve, ma non eccessiva, una donna di quadri.
Caronte, in vincita per una volta, doppia coppia agli assi.

Avendo dato le carte Ade, toccava a me parlare per primo e dissi solo una parola, aspirandola tra le volute di fumo con cui riempivo l’aria:
<< Va bene >>
Caronte apre di 100 euro, Cerbero rilancia abbaiando finchè Caronte non ci traduce che rilancia fino a 300. A quel punto io e Ade ci stiamo: tutti siamo dunque presenti al piatto, che arriva ad ammontare a 1200 euro più l’invito.
Alziamo tutti gli occhi, guardando Ade, pronto a cambiare le carte. Quando si va al cambio delle carte la partita è già impostata. E’ il momento della seconda occasione, quella che la vita spesso non ti dà o che magari non riesci a cogliere. A volte non te ne accorgi nemmeno e passa così, per sempre: almeno nel poker c’è il mazziere a ricordartelo.
Io guardo le mie carte, guardo quelle cinque carte che non c’entrano un cazzo l’una con l’altra. Ho in mano il nulla, penso, solo una donna: certo è vero, certa gente nella vita farebbe carte false per avere almeno una donna, ma non io, almeno non durante una partita di poker. In quei casi divento poligamo e spero sempre di avere per le mani due, tre, anche quattro donne: sarebbe il massimo. Che poi cosa se ne fa uno di una sola donna, per giunta vestita e che tale deve rimanere a rischio di perdere, altrimenti, il suo valore?
Che fare?, si chiederebbe Lenin. Io lo so o almeno lo spero fortemente. Prendo due carte: tengo la donna, un nove, il mio numero fortunato, e un sette di picche. Ora lo so cosa starete pensando, miei cari lettori: che cazzo sta facendo questo? Non ho in mano niente però, e questa è l’ultima mano: devo per forza forzare il gioco, se voglio cercare di rientrare dei soldi persi e non mi resta che una strada, bluffare. Per questo ho cambiato solo due carte, per dare l’impressione di avere un tris. Inoltre gioco a poker come gioco con la vita: di lato, di striscio, di taglio, mai di fronte, pronto a stupire, a cogliere la medaglia rovesciata: sono un poeta, un’artista del poker. E l’artista del poker è quello che, se è ispirato, scarta la scala bilaterale per tenere tre carte a cuori (è anche un sentimentale, in fondo) sperando di fare colore, oppure in un full di otto e sette scarta i due sette nell’attesa del poker. Arrichisce il gioco di bei momenti, con giocate originali e fuori dalla norma, canta la traviata, un po’ per curiosità esistenziale, un po’ per indole, un po’ per noia o per andare a vedere cosa c’è là fuori.
A volte vince tutto il piatto, sbancando, a volte fa delle cazzate colossali. Un po’ come nella vita.

(capitolo in fermo immagine. Da agonia o calvario: decidete voi bevendo Calvados. Ma non troppo però: altrimenti diventa un’agonia stare in piedi…)


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giovedì 22 marzo 2007 - ore 01:44


Gioco d’azzardo.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Quella sera dopo i pre-aperitivi che divennero aperitivi e poi digestivi con gli amici, sentii squillare il cellulare.
<< Bauuu! Ba-bau! Bauu! >> abbaiò dall’altra parte.
<< Cerbero? >> domandai stupito.
<< Bau! >> annuì, proseguendo << Baauu baau, babau ba-bauu. Bauu bauu, bau? >>
<< Come scusa? Non capisco bene, quante volte te le devo dire che io la lingua dei cani infernali non è che la parlo molto? Dai, passami Caronte… >>
<< Bau. >>
Rimasi in attesa finchè non sentii la voce infera del demonio infernale
<< Ciao, come stai? Senti, noi siamo qua in tre pronti per un poker. Ci manca il quarto, perché doveva venire Minosse, ma ha avuto dei problemi e si è perso e non sappiamo come fare… Se tu fossi interessato… >> buttò lì, anzi qui, al di qua dello Stige.
<< Caronte, non ti crucciare. Giocate col morto, no? In fondo lì dove siete non credo abbiate problemi… >> ammiccai.
<< Lo so, ma sai come sono quelli: sono eterni, ti fanno durare la partita un’eternità… >> si giustificò il nocchiero di anime.
<< Va bene, dai. Dammi un po’ di tempo ed arrivo. Intanto preparate le carte e il rum… >>
Presi commiato dai miei amici e presi la porta, presi l’auto per farmi traghettare a destinazione e la tangenziale, per far prima e non far aspettare i miei ospiti, sebbene ci sia qualcuno che dice che per l’inferno c’è sempre tempo. Ma io non mi stavo dirigendo propriamente all’inferno, bensì in un locale alla moda di corso Como, aperto da pochi mesi e di proprietà di Giorgio Mastrota e dell’ex moglie Natalia Estrada. Si chiamava Jefferson, proprio come uno dei padri della democrazia americana studiata da Tocqueville.
Credevate che mi avessero dato appuntamento in un bar dal nome tipo Hell’s angel o Paradise lost, vero? Troppo facile e scontato e poi si sa che il diavolo si nasconde nei dettagli: non a caso lui fa le pentole, ma non i coperchi, per quelli bisogna arrangiarsi, mentre Mastrota vende la batteria intera – sia pentole che coperti. E a prezzi scontati, per altro. Vedete, non fa una piega: tutto è coerente e tutto torna.
Arrivato al locale, salutai all’ingresso Sansone il bestione, il buttafuori più cattivo del locale, ma anche il più socievole, oltre che l’unico che esibiva una folta criniera di capelli e non la classica rasatura palla-di-biliardo.
Attraversai la sala principale dirigendomi verso il privè, guardando e passando, senza curarmi dei poveri diavoli che ballavano e bevevano come forsennati, come fosse la loro ultima notte: per alcuni quella sarebbe stata davvero l’ultima notte, con soddisfazione di Caronte che con i due soldi della traversata si sarebbe potuto rifare dei soldi che regolarmente perdeva a carte.
Attraversai il privè, lentamente, leggendo incuriosito il pavimento, leggendo quelle parole, mille e mille e mille ancora, gettate lì sopra, quelle frasi, quelle promesse: “non dirò più le bugie a mamma e papà”, “da quest’anno metterò la testa a posto”, “da lunedì mi metto a dieta”, “voglio diventare una persona seria, basta con questa vita di eccessi”, “una volta sposata non tradirò più Giovanni”, “Dio mio, ti prego, se lei torna indietro, lascerò la bottiglia, non toccherò più neppure un goccio”.
D’altra parte si sa, la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, anche se dubito che non toccare più una bottiglia sia una buona cosa.
Arrivai davanti a una porta alta e pesante, maestosa come una cattedrale o un cattedratico imbalsamato sul suo trono universitario: era una porta di legno e metallo che portava incisi su di sé i segni dei millenni e del Tempo che tutto rovina. Era scura e nera, nera della pece nera del corvo e al centro recava una scritta fusa nell’oro e nel metallo alchemico, una scritta in caratteri gotici, che balzava imperiosa alla vista:
Si chiude da sé.
Chi si aspettasse di trovare la scritta LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE sappia che qua sbaglia posto: quella scritta l’hanno trasferita e ormai la trovate solo agli ingressi dei casinò. In effetti ai tempi di Dante sulla porta infera c’era davvero l’invito ad abbandonare ogni speranza, ma all’epoca d’altra parte non avevano mica inventato i casinò. C’era il gioco d’azzardo, ma era randagio e vagabondo, come un chierico vagante: si giocava a dadi nelle osterie e nei bordelli, si scommetteva per ripe e per ruscelli, ma tutto era estemporaneo, lasciato alla fantasia del momento, all’istante da cogliere: chiaro esempio di proto-capitalismo, quando ancora non si era capito che per guadagnare sistematicamente conveniva aprire una sede abituale e stabile, dove lucrare su una delle maggiori passioni umane, quella di sfidare la sorte.
E’ da quando sono stati inventati i casinò, dunque, che Dio decise di spostare la scritta della speranza dalla città di Dite ai casinò, nonostante le proteste di Caronte, il ringhiare di Cerbero e le perorazioni di Lucifero: a testimonianza che a Dio il senso della frase non manca. D’altra parte lo dice anche Giovanni l’evangelista che la Parola in principio fu presso Dio, anche se non fa parola alcuna di un eventuale senso degli affari del Padreterno, che però non è da escludere.
In fondo in principio era anche il caos e poi fu sera e fu mattina e aprirono i casinò.

(capitolo chiuso, perchè non è un casinò. Al massimo un casino)

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domenica 18 marzo 2007 - ore 19:31


Buio e controbuio.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io c’ero.
Come un ex voto dentro una chiesa.
Avevo una brutta cera, è vero, ma c’ero, quella sera.
Come potevo non esserci? Quello fu un evento, fu epica, come il duello tra Achille ed Ettore, come lo scontro tra Materazzi e Zidane: se ne parlò talmente tanto che anche chi non c’era sapeva come erano andate le cose, lo sapeva perfettamente, per filo e per segno: ce l’aveva cucito nella memoria a tal punto che credeva di essere stato anche lui presente.
Successe inoltre che gli stessi che erano presenti, sentendo la storia mutare di bocca in bocca, come un virus che si trasmette con rapidi e furtivi baci, iniziarono a dubitare di esserci stati davvero. E così a dire la verità – cosa che non so quando capiti, essendo io un mentitore nato che usa le parole come Creta per creare storie e finzioni – ora non sono poi tanto sicuro di esserci stato. Forse me l’hanno solo raccontata, forse qualcuno si è inventato una storia con me protagonista.
Di cosa sto parlando?
Della più grande partita di poker giocata nella storia dell’umanità e non solo: perché comunque il poker non è solo un gioco.
Il poker è una metafora della vita: la partita comincia e finisce, si vince e si perde, si attacca e ci si difende, si è e si appare. Così è, se vi pare.
Scopo del poker: vincere il più possibile. Come nella vita. Anche se, per alcuni, lo scopo della vita è scopare, ma è tautologico e lapalissiano, quindi banale. Insomma un concetto da Bracamutanda e io ho sempre preferito Nietzsche e Stirner.

(capitolo mazziere. Pronto a dare le carte e a vedere la Fortuna diventare ancora una volta dea ed imperatrice del mondo.)


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