![]() |
|
|
![]() |
![]() absinthe, 27 anni spritzino di Urbe Livia CHE FACCIO? Sostengo l'economia agricola della Colombia Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO I fiori del male Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati. HO VISTO la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa... STO ASCOLTANDO Berio e la risacca del lavandino ABBIGLIAMENTO del GIORNO scarpe PRADA,occhiali TOM FORD, boxer YSL, calzini ARMANI, jeans DIOR, giacca CoSTUME NATIONAL, maglietta NO-LOGO SOCIAL FORUM ORA VORREI TANTO... recitare Godot in "aspettando Godot" STO STUDIANDO... L’unico e la sua proprietà OGGI IL MIO UMORE E'... Sereno e tranquillo. Qua nel bunker della Cancelleria per me ed Eva Braun la vita trascorre come se nulla fosse... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno 2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...! 3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare... 4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!! MERAVIGLIE 1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase... 2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba 3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!! 4) addormentarsi guardando le stelle e la luna BLOG che SEGUO: kittypd86 per i numeri giapponesi ma anche per quelli turchi ally perchè nonostante tutto il raid antizanzare serve sempre kyara perchè è la prova che gli dei sono benevoli verso gli esseri umani nina la supergirl con la tutina che le strizza le tette aradia.c la maga maghella fatyna87 perchè le identità possono anche essere diverse ma la tua bellezza è unica ed infinita tasha79 perchè per essere seri c’è sempre tempo: tempo perso tra l’altro legionario un guerriero in terra straniera trilly86 che per bellezza non sfuggì all’invidia di Venere: così punita fu fatta interista okki verdy perchè prima o poi Godot passa karenina che non finì sotto a un treno bedora86 chè tanto a lei il franciacorta le piace finchè lo pagano gli altri ebe che è quasi bella come la trilly ma un po’ più strana BOOKMARKS UTENTI ONLINE: |
Tutto quello che i quotidiani non hanno il coraggio di scrivere. E ci sarà pure un perchè se non lo fanno... http://ecceyomo.ilcannocchiale.it/ - NOOO!!! Non bene! Ferma! Non bene! Che cosa fai? Hai dato fuoco al cibo, alle palme, al rhum? - Sì! Ho bruciato il rhum! - Perchè hai bruciato il rhum?!?? - Primo perchè è un’ignobile bevanda che muta anche il più rispettabile degli uomini in un perfetto furfante. Secondo, quel segnale raggiunge almeno cento piedi e l’intera marina britannica è in giro a cercarmi. Tu non credi che ci sia una remota possibilità di essere visti? - Ma perchè hai bruciato il rhum?!?? Tu li hai giocati tutti senza avere in mano i re, pieno e cavalli o niente: tutto il resto che cos’è? Ti sei giocato donne che impazzivano per te, eppure un giorno hai pianto in un caffè Una bottiglia, una bottiglia, il mio regno per una bottiglia! (Riccardo III, forse) Liberté, Égalité, Beaujolais! (Maximilien Robespierre, forse) Cogito ergo rum (Cartesio, forse) E’ del poeta il fin la bottiglia (Giovanbattista Marino, forse) -Figlio, chi ti ha tolto il sentimento? -Non so di che parli, non lo sento. -Cosa sta passando per la tua mente? -Che non credo a niente. (Roberto Vecchioni) Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi il rum (Charles Bukowski, forse) Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere. (Charles Baudelaire, sicuramente) I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri. E in più pretendono anche di mettere in comune il rum. (Winston Churchill, forse) Ed io con la bottiglia in mano le risposi: "Nessuna donna può fermare quelli fatti come noi, my darling" volto il cavallo e addio per sempre nel tramonto non pensarmi più. (Roberto Vecchioni, più o meno) Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio (Brancaleone, sicuramente) ....................COMMEDIA RELIGIOSA.......................... PRETACCIO (citando Luca 2,12) - Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. POETA DEI LUPANARI (mormorando tra sè si rivolge a Dio) - Tutto qui? Mille volte meglio, allora, una gnocca in autoreggenti pronta a fare del mio letto giaciglio e fuoco... PRETACCIO (che ha sentito, con voce nervosa) - Blasfemo saltimbanco, ho udito le tue eresie! Pentiti, bestemmiatore, pentiti! POETA DEI LUPANARI (sorridendo di luciferino sorriso) - Pater, voluntas sua, voluptas mea... martedì 13 marzo 2007 - ore 04:25 Ostrega, oh strega! Io perdo i pezzi. Mi muovo e perdo i pezzi. In qualche posto ho lasciato il cuore. Il fegato sul bancone di qualche bar, sicuramente. Di sicuro lasciai la Feltrinelli per andare a bere. D’altra parte erano le cinque. L’ora del pre-aperitivo, appunto. L’aperitivo è una routine, è ormai una noia sociale, mentre il pre-aperitivo è un piacere e un dovere da irresponsabili, soprattutto quando cerchi sul fondo di un bicchiere le risposte ad una vita bruciata. Entrai nel bar Giocoforza, quindi: d’altra parte nomen omen. Fuori pioveva, mentre dentro no, se non altro. Ma era proprio l’altro a mancarmi. Latrai il mio lamento in un bicchiere di rum, scuro come i miei pensieri, come la notte che non vede il giorno e che, di lì a qualche ora, io avrei però visto. Credetemi, anche se siete atei. Ero solo, solo come un cane, se non fosse che i cani non sono mai soli, neppure quando qualche figliodiputtana li abbandona sulla strada delle ferie in autostrada. Perché loro sperano sempre che il figliodiputtana ritorni a riprenderli: sono innocenti e dolcemente ingenui i cani. Per questo li amo, per questo li detesto. Perché con l’uomo serve più che la carota il bastone: e il bastone va pestato in testa, non riportato, come fa un cane fedele. Ero solo, quando la porta si aprì ed entro lei. La mia editor. Parlammo del più e del meno, della moltiplicazione delle vendite che lei sperava fosse favorita dalla mia presentazione e della divisione dei proventi del mio lavoro, ma in fondo non me ne curai troppo di questi suoi interessi economici: ero ricco di famiglia e poi comunque sono sempre stato socialista. Dai tempi di Garibaldi che fu ferito a una gamba e da quelli di Craxi che fu ferito dalle monetine di una massa di porci all’uscita dell’hotel Raphael. A volervi mentire, vi direi che ero stato craxiano solo per due motivi: per Sigonella e, soprattutto, per la Milano da bere. E io giuro che la bevvi tutta, ogni notte, ogni giorno, uscendone poi con le mani sempre pulite. Uno dei pochi, tra l’altro. Parlammo, io e la mia editor, finchè lei non mi chiese dove fossi sparito a un certo punto del buffet. << Il pubblico ti cercava, ti aspettava >> mi rimproverò. << Ma come… >> feci stupito << non mi hai visto? Ero che parlavo con una donna stupenda, dagli occhi screziati di verde, si chiamava Irene, mi pare… >> << Irene? >> replicò perplessa << sei sicuro? Perché io, a quanto ricordo, non ti ho visto con nessuna donna… >> Il gelo gelò la mia schiena, il rum mi si fermò in gola, sfidando Newton e la forza di gravità. Guardai la mia editor e mormorai a filo di voce: << Stai scherzando vero? >> << No, affatto. Ti pare che scherzi sulle tue donne? Poi, non ci metterei la mano sul fuoco, ma non mi sembra di averti visto con nessuna donna… >> La vita non è la ruota della fortuna. La vita è la routine della sfortuna. E delle illusioni. Credevo, quel pomeriggio, che la fortuna fosse girata a mio favore, ma il favore dei venti non l’aveva spinta così vicina. O forse avevano spinto, quei venti di ponente, la sua gemella brutta: la sfiga – e, insieme a lei, sua cugina, l’illusione. Mi sentii mancare: l’avevo sognata o era realmente esistita? Bevvi d’un sorso il resto della bottiglia di rum che avevo davanti. Speravo di svenire e così di sognarla, di incontrarla di nuovo nel mondo di Morfeo, forse per l’ultima volta, forse per la prima, invece, barcollai e barcollai, senza mollare la presa: d’altra parte nel fondo della bottiglia era avanzato ancora qualcosa, un liquido scuro si muoveva su quei fondali e con tanta gente che muore di sete sarebbe stato un delitto sprecare quelle gocce caraibiche. Completai quindi l’opera, sentendomi superiore a Mozart che non riuscì a finire il Requiem: bevvi le ultime gocce. Le gocce del condannato all’ubriachezza. Drunk man walking. Chissà verso dove… (capitolo finito. Come una bottiglia di rum, talmente ubriaco che non sai più se l’hai sognata o se esiste in qualche luogo geografico o realtà del mondo ) LEGGI I COMMENTI (6) - PERMALINK sabato 10 marzo 2007 - ore 04:50 Finis terrae << Complimenti davvero per la tua performance: affascinante e capace di rapire tutti. Da vero dandy. Chissà però che non sia una posa… >> furono le sue parole, dolcissime, come il frutto proibito dai medici ai pazienti diabetici, e acuminate, come le frecce di Guglielmo Tell pronte a colpire sopra la testa del figlio. << Lessere naturale è semplicemente una posa, la posa più irritante che conosca. >> replicai << E a me le cose irritanti non piacciono affatto. Comunque, madame, voi avete il piacere di sapere con chi state parlando. Potrei avere lo stesso onore? >> << Irene, monsieur. Sono Irene. E il piacere lo lascio a voi… >> sussurrò nella sua bellezza sofisticata e orgogliosa. Irene. Pensai che non era Beatrice, ma forse, in fondo, era meglio così: Beatrice ricordava troppo l’Alighieri e, come si sa, non è che il ghibellin fuggiasco, al di là di una Commedia in versi, ci abbia ricavato poi molto. D’altra parte, i nomi sono conseguenze delle cose e se uno si chiama Dante non può che offrire al mondo un’opera immortale, ricevendo in cambio ben poco. Se non l’esilio e del pane troppo salato. Le sorrisi, invitandola con me nella sala del rinfresco per bere e mangiare qualcosa. Quando arrivammo la tavolata imbandita era pressoché vuota: << Incredibile, neppure dieci minuti e hanno già ripulito tutto. Tutto il ben di dio è sparito. Forse è per questo che esiste l’ateismo >> le dissi << Speriamo non si siano fatti fuori anche il Cristal. >> Il Cristal, grazie a dio, c’era ancora: è per questo che sono fondamentalmente agnostico. Non sai mai cosa aspettarsi: spariscono le tartine, ma rimane lo champagne; il male sembra trionfare, ma poi scopri che è invece il bene a scacciare il male. Soprattutto se c’è da bere e soprattutto se ci bevi sopra: amor (bibendi) omnia vincit. Come diceva Coso. O come diceva Orazio: nunc est bibendum. E ogni attimo è buono per brindare: la caduta di un tiranno o una vita in caduta libera, una promozione sul lavoro o la retrocessione in B della Juventus, la nascita di un amore o la sua fine (dopo anni che era impegnata potrete ora farvi avanti e giocarvi le vostre carte), un viaggio a Parigi, perché Parigi val sempre bene una messa. Se poi vi chiamate Enrico IV è d’obbligo. Tornai con una bottiglia e due bicchieri: la personalissima Trinità di un poeta pagano. Anche se sarei stato più incline – pensai - al politeismo delle bottiglie: tanto che mi frega? Pagano gli altri, questa volta: paga la casa editrice. Brindammo e parlammo, d’amore di morte e di altre sciocchezze, parlammo di Guccini e di Gucci, parlammo di scarpe e vestiti , dentifrici e creme idratanti, dell’Idra dalla sette teste e delle borsette color testa di moro: parlammo del Moro di Venezia e della sua gelosia. Parlammo un po’ di tutto e di niente, parlammo del nulla e di Heidegger. Il nulla nulleggia. Che cazzo avrà mai voluto dire? Parlammo e bevemmo. Bevemmo e parlammo. Il tempo s’era fermato. Sul bello. Come una giornata di primavera in cui il mondo rinasce: e gli occhi verdi di Irene erano il simbolo di quella rinascita, di quella bellezza che esplodeva a nuova vita. Ma il tempo è anche un inganno, non sempre però. Insomma è relativo, perché ad esempio il vino invecchiando migliora: in conclusione, il tempo è relativo, come insegnava Alberto da Princeton. Provate a stare un’ora con la mano su un termosifone bollente o provate a passarlo con una donna bellissima a bere Cristal: capirete quanto cambia, quanto può essere veloce la lancetta sul quadrante. E allora capirete che non si era fermato o se si era fermato era solo un inganno. Uno scherzo. Relativamente divertente, anzi per nulla. Così il tempo ci prese in giro e così la persi, così se ne andò, con la sua bellezza e il mio numero di telefono, così mi abbandonò quella vanità di splendore alla speranza di un nuovo incontro, alla speranza di un futuro che non poteva non comprenderla. Quel pomeriggio, insomma, si chiuse così, finì come la bottiglia di Cristal che avevamo bevuto assieme. A me dispiace quando le cose finiscono, quelle belle specialmente. E’ il motivo principale per cui non mi sono ancora suicidato. Erano le cinque. L’ora più triste per il poeta spagnolo Garcia Lorca. Le cinque. L’ora del pre-aperitivo. Per me e per i miei amici. (capitolo finito. Ca va sans dire) LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK martedì 6 marzo 2007 - ore 16:03 Nomina sunt consequentia rerum << Cenere eri e Venere ritornerai >> E’ il motto inciso nell’oro araldico della famiglia di un mio amico che gestisce una SPA di bellezza. E’ il moto della speranza per le vecchie e ricche fenici che vanno da lui desiderando di poter risorgere più belle che prime. Ma non valeva per lei, lei no. Lei era già la perfezione incarnata in corpo di donna, il più bell’esperimento da quando Dio, dagli inizi dei tempi, ha iniziato a giocare al piccolo chimico, impastando argilla e terra per creare l’essere umano. Lei era lei. Oltre la bellezza, addirittura, oltre l’umano. Se Nietzsche l’avesse conosciuta avrebbe certamente parlato dell’Übermensch paragonandolo a lei. Magari coniugandolo al femminile. Non avevo sentito gli applausi, i complimenti e gli osanna del pubblico che mi aveva innalzato all’altare degli dei, pochi istanti dopo che le mie teorie letterarie certamente non ortodosse avevano rischiato di farmi diventare la vittima sacrificale da immolare su un altro altare, quello degli dei della letteratura, vittima pronta a mondare i peccati di tutta una comunità letteraria. Ma io nella parte del capro non mi ci sono mai ben trovato. D’altra parte, sono Ariete: l’aristocrazia della razza. Non li avevo ascoltati, ma mi ero rinchiuso nel mio mondo in cui ormai esistevamo solo io e Venere e lì vivevo, sognando le sue parole, le sue labbra, i suoi larghi occhi chiari, i suoi capelli castani e biondi, lisci come seta e luminosi come raggi rifranti da un cristallo di purezza, finchè una voce non mi riportò nuovamente alla realtà: << Certo che hai una bella faccia di bronzo. >> sorrise la mia editor. << Grazie, me lo dicono tutti, ma, come sai anche tu, l’età dell’oro è finita da un po’… >> << Mi avevi spaventata: lo so, ti conosco, so che tiri sempre fuori l’asso dalla manica, ma questa volta temevo che tu avessi superato il limite. Ci mancava poco che pisciassi sul pubblico… >> << L’avrei anche fatto, ma innanzitutto non amo ripetere quanto è già stato fatto da un dio dell’oscurità come Carmelo Bene e poi, sinceramente, non mi scappava la pipì… >> Da quel momento fu tutta una vertigine di complimenti, di strette di mano, di abbracci e di baci: li sopportavo, cercando con lo sguardo colei che doveva essere mia, colei che mi aveva risvegliato nel torpore di un meriggio che più che pallido, era assorto al grado massimo di betise. Mi si avvicinò la signora di prima e iniziò a tempestarmi di domande: << Maestro, lei mi sembra che abbia tra i suoi numi tutelari più i poeti francesi che i tedeschi. Posso chiederle il perché? >> << Guardi, madame >> feci con noncurante altergia << presumo sia una questione di estetica. I tedeschi sono volgari, si vestono come cani: ce li ha presente in sandali e calze mentre invadono col loro puzzo di crauti le nostre spiagge? Certo, è vero, qualcuno si salva: in fondo Baudelaire scrisse un saggio entusiasta su Wagner. Ecco forse i tedeschi sono eccellenti come musicisti e come nazisti, ma in tutta sincerità la poesia francese è di tutt’altro rango. Senza contare, poi, che i tedeschi hanno avuto il cattivo gusto di dichiarare due guerre mondiali perdendole entrambe. >> Lei annuiva con l’aria di colei che si inchina a un idolo; e continuò a tirare le sue monetine, credendo di gettarle nella bocca della verità, quando, al massimo, io ero un pozzo senza fondo. In fondo, per il rum c’è sempre posto. << Maestro >> proseguì << quando in Camaleonti, uno dei momenti più alti del L’attesa, lei scrive: “cambio pelle ma conservo le palle” intende riferirsi ermeticamente all’impossibilità del poeta e dell’uomo di estraniarsi dalle proprie radici, pur nel turbinio della contraddizione postmoderna che ha fatto del mutamento il suo nuovo vangelo? >> << Eh?! >> Pausa. << No. Era semplicemente per dire che l’erba cattiva non muore mai. Sarà forse perché nessuno se la fuma. Comunque, lasciando da parte queste facezie, arriviamo a una questione che mi sta a cuore: ha mica idea di dove stia il cesso qua? >> Mi indicò la via e non appena mi chiusi la porta alle spalle, trassi di tasca della cocaina. La stesi sul lavandino sminuzzandola per bene e mentre arrotolavo una banconota sentii bussare alla porta. << Occupato. >> << Babbo di mischia apri! Sono Lapo! >> sentii tuonare << Dai che mi faccio due tiri anch’io. Certo che li hai proprio menati per il naso quei quattro imbecilli… >> Aprii e quasi mi prese un colpo. Con quegli occhiali era ancora più brutto. << Cazzo, Lapo, ma da dove vai conciato così? Al circo? Vuoi ibridarti e passare per il primo uomo mosca? >> Rise e piegandosi sul lavandino contribuì anche lui al sostentamento dei poveri e sfruttati lavoratori andini: era un gesto sociale in fondo. Nonché allo sfacciato arricchimento dei colombiani del Cartello: era un gesto da capitalista. Un capitale sociale, insomma, finito in polvere. E comunque, signori, non è colpa nostra: siamo la generazione cresciuta a Magnum P.I. e Pollon. Abbiamo avuto questo imprinting nella nostra infanzia: da un lato il sogno di diventare investigatori privati alle Hawaii, guidando una Ferrari Testarossa e saltando dal letto di una modella a quello di un’altra; dall’altro l’Olimpo degli dei e quella canzoncina “sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!”. Che poi è sempre meglio che crescere vestiti come deficienti in una tutina rossa da Power Rangers e voler salvare il mondo dal Mostro Cattivo. Uscii dal bagno e davanti a me si parò Venere: mi sorrise e quell’istante fu eterno, fu Dio e dannazione. Fu lo stesso istante che dovette attraversare Dante, all’incontro con Beatrice. Che poi a me Dante non è che faccia impazzire: io preferirei diventare un aggettivo, come felliniano, non essere un participio presente. Perché il presente, si sa, prima o poi passa, mentre gli aggettivi restano. E io avrei voluto che quel momento si congelasse nell’infinito attimo che ripete se stesso, come la luce di un astro che si ripete sempre uguale, senza tempo né fine, nei milioni di anni di una galassia. Beatrice invece mi piaceva: un nome aristocratico ed elegante, che racchiudeva in sé un concetto dialettale di bellezza, nobile come una nobildonna veneziana, nobile come la mobile Venezia che si appoggia sull’acqua, tra cielo e mare. Speravo che Venere si chiamasse Beatrice. Almeno di secondo nome. (capitolo che si chiude con la speranza di un nome. E il nome “speranza” ben stampato a piè pagina. Tutto il resto è letteratura.) LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK domenica 4 marzo 2007 - ore 19:48 Inno alla bellezza Era il momento delle domande del pubblico. Una donna ingioiellata e impellicciata, sulla cinquantina, mi chiese di chiarire meglio il concetto di “dialettica tra alienazione e redenzione, tra spleen che involve ogni cosa e teatro dell’assurdo, che in uno scatto, in un gesto quasi disperato e clownesco, ribalta la situazione, facendo diventare quello che sta sopra il sotto e viceversa. Un movimento che scuote e attraversa come una risata la storia della letteratura e dell’uomo, con un ghigno liberatorio, a rappresentare la salvezza – o forse la sua sola illusione – per un’esistenza segnata dalla frattura tra ideale e reale.” Aveva letto la prefazione di Umberto Eco alla mia raccolta. << Signora >> mi schernii << Eco è molto più intelligente di me e sinceramente non ho la più pallida idea di cosa volesse dare ad intendere. Se vuole le parlo della dialettica tra alienazione ed Alien o della nazione extraterreste di Alien, ma ciò che più mi preme far capire e a lei e al pubblico è che questa raccolta vuole essere una raccolta di tanti punti di rottura. Non bisogna cercare ovunque, in ogni parola un senso, un significato che significhi. Vede, il significato ultimo è che sovente non c’è un significato, che la vita va presa. E basta. Non mille spiegazioni, ma una sola con cui cercare di mettere minimamente in ordine il mondo. E se non si coglie quella, può voler dire che, semplicemente, non c’è spiegazione. E’ vita. Vita pura, anche se inquinata, vita che va vissuta. Come la bellezza. >> Mi interruppi nuovamente. Avevo la sala in pugno, sentivo che il vento soffiava a mio favore, ma tutto ciò non mi interessava più, almeno non come prima, perché avevo incrociato gli occhi di lei, di quella sconosciuta passante seduta, il suo sguardo seducente e innocentemente malizioso, quegli occhi screziati di verde, quella posa da donna, fiera e sicura, superbamente estenuante come può esserlo solo chi domina il mondo sotto il suo tacco a spillo. E donne così si può solo che nascere, mai diventarlo. << Vede, signora, è come la bellezza. La bellezza è il mio senso, il senso di queste poesie, il senso ultimo dell’uomo. La bellezza salverà il mondo e se non ci riuscirà sarà pur sempre un dolce naufragare, un precipitare nell’abisso con la meraviglia negli occhi. Ricorda i versi di Baudelaire? “ Que tu viennes du ciel ou de lenfer, quimporte, O Beauté! monstre énorme, effrayant, ingénu! Si ton oeil, ton souris, ton pied, mouvrent la porte Dun Infini que jaime et nai jamais connu? De Satan ou de Dieu, quimporte? Ange ou Sirène, Quimporte, si tu rends, — fée aux yeux de velours, Rythme, parfum, lueur, ô mon unique reine! — Lunivers moins hideux et les instants moins lourds? ” E ancora: “Un éclair... puis la nuit ! - Fugitive beauté Dont le regard ma fait soudainement renaître, Ne te verrai-je plus que dans léternité ? Ailleurs, bien loin dici ! trop tard ! jamais peut-être ! Car jignore où tu fuis, tu ne sais où je vais, Ô toi que jeusse aimée, ô toi qui le savais ! ” Vede, signora, io con queste poesie ho provato quanto non era mai stato osato: abbattere ogni muro, ogni ostacolo, ogni impedimento, che fosse fatto di cemento o di parole, di concetti o di abiti morali che appesantiscono il passo. Ho cercato di eliminare tutto il superfluo e lasciare il necessario. L’ultimo, disperato segreto che può colmare di luce il vuoto: la bellezza. Di un verso, di un quadro, di una casa o un vestito. Di un paio di larghi occhi. Screziati di verde. Perché la bellezza è superiore al genio: in quanto non ha bisogno di spiegazioni. >> Dopo di me, il diluvio. Di applausi, di complimenti, di plauso. Uno mi tirò anche, in piena sindrome di Stendhal, un libro di Plauto. Lo schivai a pelo. Tutti erano in piedi, tutti erano metaforicamente ai miei piedi, ma non lei. Non lei che rimaneva seduta e impassibile, degnandomi solo di un fugace e fuggevole sorriso, quasi una smorfia sfuggita a quella sua sfinge di Bellezza. Per svelare il suo enigma, mi sarei fatto Edipo, ritenendolo meno pericoloso che farmi mia madre. Il dottor Freud mi avrebbe dato ragione. (capitolo accecato da colei che mi rapì l’anima. Non ne conoscevo il nome ma ne avrei ricordato la bellezza per sempre: perciò la battezzerò Venere) LEGGI I COMMENTI (10) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
|||