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I fiori del male

Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

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la gente della mia età andare via, ma non lungo strade che non portano mai a niente, è che si è semplicemente persa...

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PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Tutto quello che i quotidiani non hanno il coraggio di scrivere. E ci sarà pure un perchè se non lo fanno...
http://ecceyomo.ilcannocchiale.it/







- NOOO!!! Non bene! Ferma! Non bene! Che cosa fai? Hai dato fuoco al cibo, alle palme, al rhum?
- Sì! Ho bruciato il rhum!
- Perchè hai bruciato il rhum?!??
- Primo perchè è un’ignobile bevanda che muta anche il più rispettabile degli uomini in un perfetto furfante. Secondo, quel segnale raggiunge almeno cento piedi e l’intera marina britannica è in giro a cercarmi. Tu non credi che ci sia una remota possibilità di essere visti?
- Ma perchè hai bruciato il rhum?!??

Tu li hai giocati tutti
senza avere in mano i re,
pieno e cavalli o niente:
tutto il resto che cos’è?
Ti sei giocato donne
che impazzivano per te,
eppure un giorno hai pianto in un caffè

Una bottiglia, una bottiglia, il mio regno per una bottiglia!
(Riccardo III, forse)

Liberté, Égalité, Beaujolais!
(Maximilien Robespierre, forse)

Cogito ergo rum
(Cartesio, forse)

E’ del poeta il fin la bottiglia
(Giovanbattista Marino, forse)

-Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
-Non so di che parli, non lo sento.
-Cosa sta passando per la tua mente?
-Che non credo a niente.
(Roberto Vecchioni)

Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi il rum
(Charles Bukowski, forse)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.
(Charles Baudelaire, sicuramente)

I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri. E in più pretendono anche di mettere in comune il rum.
(Winston Churchill, forse)

Ed io con la bottiglia in mano
le risposi:
"Nessuna donna può fermare
quelli fatti come noi, my darling"
volto il cavallo e addio per sempre nel tramonto
non pensarmi più.
(Roberto Vecchioni, più o meno)


Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio
(Brancaleone, sicuramente)


....................COMMEDIA RELIGIOSA..........................
PRETACCIO (citando Luca 2,12)
- Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.
POETA DEI LUPANARI (mormorando tra sè si rivolge a Dio)
- Tutto qui? Mille volte meglio, allora, una gnocca in autoreggenti pronta a fare del mio letto giaciglio e fuoco...
PRETACCIO (che ha sentito, con voce nervosa)
- Blasfemo saltimbanco, ho udito le tue eresie! Pentiti, bestemmiatore, pentiti!
POETA DEI LUPANARI (sorridendo di luciferino sorriso)
- Pater, voluntas sua, voluptas mea...


venerdì 2 marzo 2007 - ore 16:58


Quando Beltè splendea.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il cellulare tornò a squillare. Era la mia press agent infuriata perché da lì a mezz’ora avrei dovuto essere in una libreria del centro a presentare la mia ultima raccolta di poesie e non mi ero fatto vivo tutta la mattina.
<< Dove diavolo sei stato tutto il giorno? Credevo fossi morto! >> mi urlò tra il disperato e il rassegnato dal telefono.
<< Poteva andare peggio, potevo essere già ubriaco. E’ che ho avuto un imprevisto. Piacevole come tutte le cose non previste, ma questo parecchio più piacevole… >> provai a scusarmi, mentre cercavo una giacca da mettermi e mandavo già un sorso di rum.
<< Una donna, una delle tante insomma… >> si rassegnò definitivamente.
<< Di più, un angelo… >>
<< Certo… come dici di ogni tua conquista… Vabbè, cerca di darti una mossa. Va bene fare l’artista, ma abbiamo dei tempi da rispettare. >>
<< Non temere. Tra poco arrivo. E se qualcuno protesta, digli che sono con Godot al bar a prendere un caffè. >>
Io odio le presentazioni, perché ti trovi sempre in mezzo a un mucchio di persone sconosciute, alcune ingenuamente innamorate delle tue parole, altre ingenuamente critiche, perché invidiose del tuo genio. Altre ingenue e basta. E c’è sempre qualcuno che inizia a riempirti di domande, convinto di aver trovato un senso in parole e frasi, in cui tu stesso, tu che ne sei l’autore e il creatore, non ci hai trovato nulla, se non una certa eleganza di stile e una certa musicalità. Ma forse è per questo che continuo ad andare alle presentazioni: perché qualcuno mi spieghi cosa mai ho scritto.

Arrivai alla libreria Feltrinelli e prima di entrare in sala, cavai fuori di tasca la fiaschetta in acciaio. I prestigiatori, in genere, cavano conigli o colombe dal cilindro, ma i conigli e le colombe non si bevono, al massimo si mangiano. E io avevo bisogno di un sostegno liquido per quel pomeriggio: bevvi d’un fiato tutto il rum della fiaschetta ed andai a prendere posto, accolto dagli applausi della sala.
L’inzio fu un classico, sebbene io fossi uno scrittore postmoderno, con addosso i postumi di un amore e della sbronza del giorno primo: le solite parole, la solita presentazione del contesto in cui si colloca l’opera dell’autore, le solite frasi sul senso della raccolta. Preferisco raccogliere il senso della vita, ma non si trova purtroppo facilmente: così mi limitai a raccogliere tutte quelle parole dimenticandole un attimo dopo, raccogliendo anche gli sguardi interessati della sala, salendo lungo i corpi delle persone sedute, finchè la mia attenzione non fu catturata da una cascata di neve: cappelli e barba bianchi e luminosi agghindavano un viso gentile e placido, scavato però dalle ruspe del tempo.
Sorrideva.
Era Giovanni Raboni, il noto critico e poeta lombardo? O Babbo Natale? Ci pensai un po’ su e ne conclusi che, dal momento che Raboni era morto, doveva essere per forza Babbo Natale. Fuori stagione, come una svendita promozionale. E in effetti io stavo promuovendo il mio libro: o meglio, io l’avevo bocciato appena finito, gettato tra le carte da bruciare di una vita bruciata, ma la mia editor, che aveva letto la vita di Kafka e che amava paragonare certi miei lati a quelli del grande ceco, era andata a recuperarle nella spazzatura. Non dev’essere stato difficile, d’altra parte: gli unici fogli in un bidone di bottiglie vuote.
Soddisfatto del mio ragionamento, per ingannare la noia, proseguii ad auscultare il pubblico.
E d’improvviso con lo sguardo raggiunsi lei, elegante e altera, maestà di bellezza. Non proprio una passante che fugge via nell’eternità, dal momento che era seduta, ma bella della bellezza dei vent’anni, come le colline dolci che si stagliano dietro Conegliano.
<< Chissà perché mi è venuto in mente Conegliano >> pensai << in fondo, a me il prosecco non piace… Già meglio Gorizia ed i vini del Collio, ma comunque speriamo che dopo ci sia del Cristal, che così almeno diamo un senso a questo pomeriggio… >>
La mia mente non terminò neppure di pensare la frase che sentii una voce che mi chiamava.
Iniziava la mia parte e partii subito in quinta. Un discorso senza capo né coda, d’altra parte cosa fatta capo ha e io ero anarchico libertario, oltre che non abbastanza ubriaco per dirmi fatto.
<< Signori, con questa raccolta >> esordii << ho voluto compiere una circumnavigazione dell’esistenza umana, scandagliandone i fondali e gli abissi: le ansie, le disperazioni, i drammi e le rappresentazioni del teatro che tutti noi, goffmanianamente e spesso goffamente, recitiamo. Avendo però avuto la sensazione che una simile operazione non fosse poi così tanto originale e fosse stata compiuta già da qualche altro poeta, ho deciso di mutare chiave di lettura: ho preso la storia della letteratura e l’ho svuotata di senso, ho ribaltato il senso fino allo sputo, fino al non-senso, che un senso in realtà ce l’ha. Ho abbracciato la logica del paradosso e dell’assurdo. Vedete, al contrario di quanto molti pensano, l’assurdo ha una sua logica, ma non posso spiegarvela perché è assurda. E’ come cercare una sveglia che non suoni, così uno non si sveglia: dorme e non piglia pesci, ma tanto che gli frega? Mica fa il pescatore. >>
Pausa. Facce perplesse e accigliate, con quell’espressione che non capisci mai bene se sia quella del pensatore di Rodin o di uno che sta sulla tazza del cesso, pronto a liberare il proprio sfintere.
Ripresi. Da sventurato, lanciandomi in un parallelo quantomeno ardito con uno dei sommi poeti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi da Recanati.
<< Vedete, io ho molte affinità con Leopardi: il Leopardi era contemporaneamente un genio e, per via dei conosciuti problemi fisici, un handicappato. Un po’ come me. Solo che il mio handicap è sempre stato il genio. Entrambi, inoltre, non siamo nati a Milano ed entrambi siamo discepoli di Lucrezio, entrambi abbiamo amato una Silvia anche se ho ragione di ritenere che non fosse la stessa donna, sebbene stronza in egual misura. La Silvia delle rimembranze perché non la diede al poeta di Recanati, la mia Silvia perché la diede a un po’ troppa gente al di fuori del tollerabile. Ma quel che più mi preme sottolineare sono due cose: entrambi siamo di sangue blu – e l’aristocrazia non è una cosa che ti insegnano a scuola – ed entrambi abbiamo riflettuto e dato corpo teorico al concetto di pessimismo. E qui sta anche la principale e direi fondamentale differenza: Leopardi, come presumo sappiate, parlava di pessimismo cosmico. Io, invece, di pessimismo comico. In quella vocale caduta… >>
<< Guarda che la esse è una consonante >> mi sibilò la mia editor.
<< Pardon, in quella consonante caduta, la esse, si sente tutto il peso della distanza. Il peso di una storia che torna su se stessa, come l’ouroboros e la distanza di secoli e di sentimenti, di sillabe e di sibille, di studi e di storie, di visioni letterarie e di visioni tout court: all’epoca infatti credo non ci fossero le lenti a contatto. Ecco, in sintesi e per sommi capi questi sono i punti che da un lato segnano il contatto e dall’altro marcano la differenze tra me e il Leopardi. Ah, un’ultima cosa: io non so neppure come sia fatta una ginestra: se qualcuno di voi ne ha idea me lo spieghi, che sono sempre stato molto curioso. Ho provato anche su Google, ma niente. >>
Mi sedetti e presi fiato, nell’attesa di capire se ero un genio o solo un cretino.
Bevvi un lungo sorso dalla bottiglietta di fronte a me: era un luminoso carminio. Era Beltè.

(capitolo sparito. Tra le Operette morali del Leopardi, che, devo dirlo, ci guadagnerebbero di molto con quest’aggiunta)


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mercoledì 28 febbraio 2007 - ore 17:36


Dove si racconta dell’estasi senza pastiglie
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Pensando che la rivoluzione è una moda che non muore mai, un po’ come il nero che sta bene sempre su tutto, mi ero quasi dimenticato del caffè. Stavo per correre in cucina, quando sentii la sua voce alle mie spalle che mi chiedeva se volessi zucchero: d’altra parte era un angelo di donna e una donna angelo, soave come poche altre. Anzi, come mai prima mi era capitato di incontrare: e in fondo ero anche giustificato, essendo la prima Angela di nome e di fatto che conoscevo.
<< Sai >> mi fece sorridendo << io vorrei fare l’amore con te. Vorrei provare con te il piacere e l’orgasmo, raggiungere l’estasi della carne e il paradiso dei sensi, anche perché l’altro Paradiso posso dire di conoscerlo fin troppo bene. >>
<< Immagino >> replicai << potremmo andare sulle orme degli antenati e ricercare il paradiso terrestre insieme… Speriamo solo che le orme non le abbia cancellate la pioggia. Al massimo chiamiamo un archeologo… >>
<< Per una cosa a tre? >> ammiccò maliziosa.
<< Così facciamo il numero perfetto. Però, non vi facevo così libertini, voi angeli… >>
<< Beh tesoro, siamo come voi umani, con le stesse virtù e gli stessi vizi, anche se per noi i vizi sono sempre virtù, non avendo il problema della morale, nata dalla storia del peccato originale. >>
<< Originale come teoria. E’ quanto sostengo da anni, solo che in pochi mi danno retta. E in molti, troppi, cercano di ricondurmi sulla retta via. >>
Terminai quelle parole e sentii la bocca riempirsi del suo sapore, del sapore dei suoi baci: molto meglio di quello del caffè, per quanto io beva Illy. Ve lo posso garantire.
Si avvicinò a me e mi strinse a sé, facendo scivolare le mani lungo la mia schiena, lungo il bacino, baciandomi ora le labbra ora il collo, ora incollandosi a me ora distaccandosi, in un gioco di rimandi e di rimbalzi, di contatti e di fughe. Era una meccanica divina, un movimento mistico e sensuale che m’imprigionava. Chissà perché nell’aria mi sembrava di sentire risuonare una canzone di Battiato. Sarò franco: mi sembrò davvero di vivere l’innocenza erotica del paradiso terrestre, di tornare agli inizi dei tempi, quando il bene non era e il male non si conosceva, quando tutto era bellezza, calma e voluttà.
Eravamo ormai nudi, uno di fronte all’altro e iniziai a sfiorarle il corpo, baciando il cavo delle spalle e cercando di cavare fuori da quegli istanti ogni goccia di eternità e di piacere, come un succo di mela in offerta speciale al supermercato Esselunga, quello del serpente. E si sa, si può resistere a tutto tranne che alle tentazioni di un’offerta speciale.
Premendo il mio viso contro il suo corpo, percorrendolo e baciandolo in ogni suo centimetro, arrivai al primo porto, arrivai alla prima scelta che dovette fare Adamo. La prima scelta, che dimostra come, in fondo, siamo tutti manichei: perché le tette sono due e bisogna scegliere.
Per fortuna abbiamo anche due mani e poi io alle tette non sono mai stato molto interessato: così scesi ancora per il suo corpo, scesi fino a tuffarmi tra le sue cosce, in quell’abisso di calore e vertigine che spalanca le porte di un inferno e di mille paradisi, della città di Dite e del suo infernale paradiso.
Dite pure quello che volete, ma tra il sesso caldo e pulsante di una donna e l’inferno al di là dello Stige qualche affinità c’è: in questo, i padri della Chiesa non avevano proprio torto. Solo che poi, come sempre, hanno mal interpretato l’analogia e combinato un disastro con la morale.

Ci unimmo, per attimi che sembravano eterni, per eternità che si perdevano in un attimo per risorgere nuovamente a nuovi piaceri, a nuove estasi, come una fenice che rinasce dalla propria piccola morte.
L’amai come fosse stata la prima e l’ultima volta, ci amammo sopra un tavolo, sotto una volta, sopra il divano: i nostri corpi si univano e si lasciavano, quasi a disegnare un arco. Di trionfo, ovviamente.
Quando tutto fu finito, e le cose belle si sa finiscono presto, rimanemmo abbracciati. Sentivo il suo respiro e il suo odore, sentivo il suo cuore pulsare e il cellulare squillare.
Lo lasciai squillare rimanendo a sfiorare con lo sguardo la sua bellezza, il suo corpo divino, finchè anch’io non mi abbandonai tra le braccia di Morfeo.

Quando mi risvegliai, lei non c’era più: mi alzai e vidi sullo specchio della mia camera, una scritta rossa. Erano ghirigori strani, marchiati come un bacio sulla mia immagine riflessa, marchiati a rossetto bordeaux. Ci misi un po’ a capire cosa c’era scritto, perché io l’ebraico non lo mastico poi tanto, però poi dedussi e tradussi queste semplici parole: TI AMO. GRAZIE DAVVERO.
Che è sempre meglio che trovarsi scritto, BENVENUTO NEL MONDO DELL’AIDS.

(capitolo pronto a entrare nel nuovo capitolo, che dovrebbe essere il trentesimo. E a trent’anni c’è chi mette la testa a posto: banale e noioso. Io invece ho sempre avuto un posto dove mettere la testa. Peccato non fosse mai quello giusto.)


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lunedì 26 febbraio 2007 - ore 17:10


La rivoluzione di moda
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Perfetto come il corpo di Angela, che però non era a forma di bottiglia di rum. Grazie a Dio.
<< Vuoi che ti prepari un caffè? >> le domandai, per rompere l’imbarazzo del momento e rimuovere quel dubbio da principe di Danimarca che mi stava iniziando a tormentare: aveva o no pronunciato quel “purtroppo”? Dubbio, tra l’altro, che resta comunque più stuzzicante e delizioso di quello che si poneva Amleto, un mio amico idraulico, ad ogni perdita per la quale era chiamato a porre rimedio: tubi or not tubi?
<< Grazie mille >> rispose << intanto io mi rivesto. >>
Andai in cucina e dopo aver messo sul fuoco la moka, confidando che il metano mi desse una mano a preparare il caffè, aprii la finestra per vedere un po’ cosa accadeva alla civiltà umana. Io abito in un attico con piscina coperta e coperte di cachemire nonchè lenzuola di seta, al nono piano di un condominio che domina la città: dentro le mura, così posso disinteressarmi di ciò che accade fuori, tanto sono protetto. L’ho preso per accontentare il mio egocentrismo, che così può dominare, per interposto attico, tutta la massa urbana sottostante. Inoltre, è felice anche il mio spirito goliardico, dal momento che, nelle ore di punta o durante le partite a Risiko, posso arrischiarmi sul balcone e arringare, in fez e camicia nera o con una scolapaste in testa e il mestolo nella mano destra, le folle contro la perfida Albione o contro l’ancora più infida Kamchatka, territorio da conquistare costi quel che costi.
Quel giorno, però, mi volevo solo limitare ad osservare il brulicare ordinario delle formiche umane, senza farmi dux e senza fiat lux, compito, questo, che spettava biblicamente a Dio. O in alternativa a Lapo, nuovo condottiero dell’industria automobilistica torinese, nonché amico cocainomane, privato del benché minimo senso del congiuntivo.
Il traffico umano non era però quello dei giorni soliti, c’era qualcosa di diverso: un’atmosfera strana, un senso di rivolta e una rivolta contro il senso comune, contro l’ordine costituito.
C’era, in città, una rivoluzione. Un nuovo Sessantotto? Non lo so, io nel Sessantotto non c’ero, però ho visto Sapore di Sale dei fratelli Vanzina, che nel Sessantotto c’erano eccome, anche se erano tutto il giorno in spiaggia a non fare un cazzo dalla mattina alla sera. Da quel poco che ho capito vedendo i loro film, non mi pareva proprio un moto sessantottino e neppure un moto perpetuo, piuttosto un motorino truccato Chanel o forse Dior; non una rivoluzione, ma più che altro un tentativo di evoluzione. Del gusto e della moda. Guidata dalle fashion victims.
Non la Rive Gauche di Sartre e degli intellettuali a la page, ma la Rive Gauche di Yves Saint Laurent e di un’altra moda, l’haute courture: senza pret a porter, quello lasciamolo al popolino delle seconde linee. E le masse si sa, non hanno mai fatto una rivoluzione che fosse una: l’hanno sempre fatta le avanguardie e le elite. Culturali o fashion che fossero.
Durante quei moti, quella rivolta contro il sistema moda, era diventato imperativo ammollare fendenti alle sorelle Fendi, mettere ai ferri e fuochi Ferrè, armarsi contro Armani, coprire di insulti e versacci Versace, usare carta moschicida contro Moschino, mandare una missione punitiva contro Missioni, far ubriacare e poi picchiare da Galliani - con la scusa che era interista – Galliano.
E ancora: rubare a Richmond per dare ai poveri, caricare Cartier, dare fuoco ai distributori per bruciare Diesel, occupare Sofia per sottomettere i Bulgari, fare casino in maglieria tra Cashmere e Pakistan - coinvolgendo l’India, fare del sushi con Yamamoto, crucciare Cruciani, fare di Prada una preda, indire la giornata del pirla contro la Perla. D’altra parte, il corteo era pieno di Agent Provocateur e la parola d’ordine era diventata: pagherete Karan, pagherete tutto.
La rivoluzione, in quel momento storico, come direbbe l’elegante compagno Bertinotti, era lo sbocco necessario alla crisi irreversibile del fashion-capitalismo: una crisi di struttura e di tendenziale caduta del saggio del profitto, ma soprattutto del buon gusto, che coinvolgeva anche la sovrastruttura valoriale del pensiero unico glamour. Insomma, per dirla come si mangia: ci si era rotti le balle di vedere tutti con la stessa scritta o quelle cazzo di alette sul culo dei jeans, per altro pagati a caro prezzo.
Poteva essere l’alba di un giorno nuovo, di una nouvelle Vogue, ma si sa come finiscono le rivoluzioni. Tutti dolci e gabbati. E la colpa era essenzialmente loro, delle fashion victims. Sognavano un mondo diverso, un altro mondo della moda possibile, un altro modo di vivere la moda, ma dove vai se la banana non ce l’hai? C’è chi va al supermercato, ma se mancano gli strumenti critici per capire il problema di fondo o se non sai dov’è il reparto frutta&verdura, non c’è supermercato che serva.
Loro, infatti, non capirono che la vera rivoluzione è intima, come un sensuale perizoma in pizzo nero. La vera rivoluzione, soprattutto se la si vuole vincente, è argomento per iniziati, è un segreto: insomma, è un perizoma di Victoria’s Secret.
Non bisognava lavare i panni in Arno, a Firenze (sede di Gucci), ma, come diceva Guicciardini, guardare al proprio particulare, cercando di curare un proprio stile e di ricrearlo, in un’intertestualità di nuance e colori, in uno stile dandy e unico perché individuale (come diceva Max Stirner: più o meno). Ma coloro che sono in grado di comprendere questo concetto e metterlo in pratica, passando marxianamente dalla teoria alla prassi (direbbe quel fusto del Fausto), sono davvero pochi.
Un’elite, appunto, antidemocratica, ma non conservatrice: le collezioni, si sa, cambiano ogni stagione. E poi si buttano via.

( capitolo Vanity fair. E attenzione: come dice Gigiù, la settimana dei saldi è come quella del giovedì santo. Una sofferente passione per il dandy, da allontanare come l’amaro calice. E’ la morte in croce della moda e la felicità dei farisei. Grazie a dio, dopo tre giorni risorge una nuova collezione primavera-estate)


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sabato 24 febbraio 2007 - ore 13:30


Un cieco in un vicolo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il giorno dopo mi svegliai di buon’ora. Era mezzogiorno e mezzo: proprio un’ora buona per alzarsi e affrontare una mezza giornata di irresponsabilità e ricerca. Il sole sulla finestra batteva col calore delle estati più torride: un mezzogiorno di fuoco. Accesi così la fiamma di un cerino e l’avvicinai alla sigaretta tra le labbra.
La prima sigaretta della giornata è come l’ultimo rum della notte: danno sensazioni speciali. In genere, di bocca impastata, soprattutto se tra l’uno e l’altra non sono passate poi molte ore di sonno rigenerante.
Mi tornarono alla mente le avventure della sera prima: di Gallo, dei demoni e degli angeli che mi avevano accompagnato al Rome Club, di quei baci dal sapore francese e poi… quasi mi prese un infarto.
Andando in bagno vidi un’ombra muoversi dentro la doccia. Sussultai, spaventato, come in un film di Hitchcock, ma mi tranquillizzai quando mi accorsi che non ero io dentro la doccia, ma qualcun altro. In genere, nei film del maestro del thriller, è quello sotto la doccia a fare una brutta fine.
Tuttavia, per essere sicuro, andai in camera e presi una scimitarra dalla lama ricurva e affilata, un cimelio storico, un bottino di guerra che un mio antenato aveva sottratto a un turco durante la battaglia di Vienna nel 1683. Così armato e con la sigaretta tra le labbra, facendomi largo tra le volute grigie di fumo, scivolai in bagno. Muovendomi con cautela, senza fare rumore, ero pronto a trasformarmi in un animale che lotta per la sua sopravvivenza, per difendere il suo territorio e la sua vita. Era il momento: ero pronto, spirai per bene il fumo, sperando di non spirare per sempre di lì a poco e mi avvicinai al box doccia, aprendolo di scatto.
Lei urlò, nuda e spaventata, urlò, nuda e insaponata, urlò a perdifiato, nuda e molto gnocca, finchè non lasciai cadere la scimitarra e non feci un passo indietro cercando di calmarla.
Dopo qualche istante, eravamo in silenzio uno di fronte all’altra. Lei nuda, io in boxer e con la sigaretta che si stava spegnendo tra le labbra. Mi fissava con un’aria assurda e stralunata, incuriosita come stesse indagando un animale mai visto. Evidentemente doveva avermi preso per matto.
<< Da dove diavolo spunti tu? >> le chiesi, porgendole un accappatoio << Ma soprattutto, chi sei e perché stai puffando in casa mia? >>
Inarcò le sopracciglia in una smorfia che rendeva il suo sguardo ancora più perso e perplesso: era acclarato, ormai. Per lei ero matto da legare.
<< Io sono Angela, di nome e di fatto. Sono la sorella di Eliogabalo. Ieri sera vi ho incontrati al Rome Club e dato che abito fuori città mi hai gentilmente invitato a stare da te. Non ricordi? >>
In effetti non ricordavo. Avevo la mente annebbiata e ricordi vaghi e confusi: ricordavo le labbra di Cristal, il Gallo, ma non lei. D’altra parte non ricordo quasi mai come torno a casa: che strade percorro e faccio. Alla fine, si sa, le vie del Signore sono infinite e quindi è inutile sottilizzare tanto.
<< Ma io e te, stanotte… >> provai delicatamente a indagare.
<< Non preoccuparti, non è successo nulla >> sorrise lei, sussurrando sottovoce, quasi impercettibile << purtroppo… >>
Vabbè, sul sussurro non sono pronto a mettere la mano sul fuoco e probabilmente neppure Muzio Scevola sarebbe disposto, però posso dirvi che quel <<purtroppo>> di sicuro io l’ho pensato, pensando e guardando il suo corpo avvolto nell’accappatoio. Soltanto un cieco non avrebbe saputo riconoscerne la bellezza e la sensualità.
Il suo corpo tra l’altro dimostrava senza ombra di dubbio che i padri della Chiesa hanno preso una cantonata pazzesca nel definire gli angeli puri spiriti: se ne deduce quindi che erano ciechi, tanto più che andarono a cacciare la nuova religione in un vicolo di sessuofobia senza uscita. Se solo avessero visto Angela nuda, avrebbero cambiato idea. E probabilmente la storia stessa della Chiesa e del Cattolicesimo sarebbe stata diversa.
D’altra parte, che fossero un branco di ottusangoli, poco perspicaci e capaci solo di fare casino con i concetti lo si era capito sin dagli inizi. Come i miei cinquanta lettori certamente sapranno, il primo miracolo che Giugiù fece fu quello di trasformare alle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-11) l’acqua in vino. Mutare l’acqua in vino! E un vino dei migliori, mica Tavernello o scarabattole da un euro! Poteva farne altri mille: far risorgere Lazzaro o chi per lui, moltiplicare i pani e i pesci, diventare miliardario scommettendo a colpo sicuro (era onnisciente) sugli incontri tra gladiatori nelle arene, scoprire l’infinito di pi greco, guarire qualche lebbroso scelto a caso tra il pubblico, liberarci dal pubblico ululante di Uomini e Donne, parlare con gli animali o convertire alla causa della Maria di Magdala numerose donne (anziché convertire lei alla castità delle altre).
Invece niente, il suo primo miracolo fu alcolico: ci sarà stato un motivo o dobbiamo credere che Gesù, Figlio di Dio, facesse le cose alla cazzo di cane? Peccato che fosse solo vino e non anche rum, altrimenti il miracolo sarebbe stato perfetto.

(capitolo morto e risorto. Miracolato da Giugiù e festeggiato con una bottiglia di Matusalem. Per chi vuole campare cent’anni e oltre. Sempre nel solco della tradizione biblica.)


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giovedì 22 febbraio 2007 - ore 23:20


Un vicolo cieco
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Gallo mi guardò con gli occhi smarriti. Qualcosa aveva capito, anche se non potevo pretendere avesse capito tutto. Anche perché forse non c’è nulla da capire come cantava Francesco o forse è difficile da capire se non hai capito già, come cantava Francesco, un altro però.
<< Vedi >> provai a spiegare con altre parole << i veri amori non sono mai ricambiati. Un amore a senso unico può continuare all’infinito; un amore ricambiato è come avere due orologi. Uno dei due prima o poi prende qualche colpo: si rompe o si ferma. E tu allora inizi a non capire più nulla: incasini il tempo e le giornate, guardi lei come fosse il primo giorno, mentre lei guarda al giorno dopo. Ovviamente immaginandoselo senza di te. Finchè quel giorno dopo non arriva davvero e allora che fai? Resti con i cocci rotti: poi ogni tanto si possono riaggiustare, ma, come ho letto poco tempo fa in una ricerca del dipartimento di Statistica della Cattolica, ci sono più chance di trovarsi con una scala reale in apertura. E’ una questione fisica, perché qualche frammento va sempre perso ed è una questione di educazione perché conviene mantenere sempre un briciolo di dignità e di amor proprio. E’ una questione di educazione fisica, insomma: forse è per questo che in tanti, appena mollati, si iscrivono in palestra. D’altra parte, non si dice forse mens sana in corpore sano? Basta che però non segui i consigli di Men’s Health: valgono come una coppia di due contro un full. >>
Sorrise. Finalmente sorrise. Era sulla strada della guarigione. Un percorso probabilmente lungo, faticoso, fatto di passi di gambero e passi di lato, ma il primo passo l’aveva appena fatto: ed era in avanti.
Per festeggiare ordinammo una bottiglia di Cristal. A proposito, chissà dov’era lei? Forse addormentata a fianco del suo fidanzato ignaro di quello che qualche ora prima era accaduto? O forse l’ignaro ero io, che la immaginavo là nel letto a sognarmi quando mi aveva magari già dimenticato, relegato nel cassetto delle follie di una notte e dei baci perduti?
Non me ne interessai più di tanto, ma, brindando, brindai anche a lei, a lei che sarebbe potuta essere il mio amore eterno, il mio amore a senso unico, a lei, sperando di rincontrarla e sognando di non vederla mai più, se non nell’eternità sola di una poesia.


Io non so esattamente quanto debba durare un capitolo: alcuni mi vengono lunghi, altri brevi. Quelli lunghi, nella vita di un uomo, tendono a trasformarsi in romanzi brevi, come la storia tra il Gallo e la sua promessa mancata. E tutti allora che ti dicono: sai la mia vita è un romanzo. Mai uno che ti dica: la mia vita è un epigramma. Qualcuno vorrebbe buttare il romanzo e riscriverlo da capo, tutti o quasi sperano che le pagine più belle siano quelle ancora da scrivere.
Uno, poi, quando fa due conti con un’esperienza sentimentale fallimentare scrive: Capitolo chiuso. Io lo invidio, non sono mai riuscito a chiudere nulla: né gli occhi (soffro d’insonnia e sono curioso) né la bocca (per una battuta darei la vita e per un bacio l’anima, se non me la fossi già giocata a poker col diavolo), né una storia d’amore.
Soprattutto quelle degli altri.

(capitolo chiuso.
Per ironia della sorte e scherzo di un destino burlone)



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mercoledì 21 febbraio 2007 - ore 16:46


Requiem – rust in peace
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Così fu per Cambronne e così non è stato per Gallinari.
Gallinari, quella notte al Rome Club, pianse le lacrime di una vita, senza sapere avvitare parole su parole, che come rampicanti s’attaccano al nulla di un sogno frantumato; senza quelle parole che forse danno solo illusione di sopravvivere e di vincere, ma che importa cos’è illusione e cosa realtà, se aiutano a rendere meno grave l’istante e meno pesante l’esistenza? In fondo, avrei potuto dargliele io, che di parole ne avevo sempre pronte, ma nell’istante in cui stavo per pronunciarle mi resi conto che sarebbero servite a ben poco: anche Cambronne, che sfigurò il volto della storia, ribaltando come un guanto la scene e agguantando una vittoria nella sconfitta, dopo quell’attimo immortale sentì il vuoto e il nulla. E nel silenzio che seguì la latrina capì che la vita alle volte è più forte della frase.
Quindi mesi in atto il piano B: per uno che non ha mai avuto neppure un piano A, il piano B significa solo una cosa. Prendere al volo la prima idea che ti passa per il cervello e metterla in pratica, pregando che sia quella giusta: in genere le preghiere non vengono mai ascoltate e quell’idea si revela sempre una cazzata madornale, di quelle che passeresti anni a chiederti “come cazzo mi è venuto in mente?”
In questo caso, però, feci la scelta giusta. Fu forse un’illuminazione del mio amico Giugiù o forse fu solo la legge dei grandi numeri a favorirmi: in fondo, prima o poi, in un mare di sbagli, errori, esperienze e notti bruciate, una cosa sensata sarebbe venuta a galla.
Comunque sia, lo abbracciai.
Semplicemente questo: un abbraccio, un gesto di vicinanza che racchiude in sé tutta la comprensione e la fratellanza di cui siamo capaci. Lo abbracciai a lungo, per non sentire il vuoto di una sillaba spezzata, per non spezzare il sillbario di frasi in cui ancora credevo, nonostante tutto, nonostante sapessi che alle volte non basta.
Abbracciai il Gallo attendendo che l’abisso si richiudesse sotto di noi e cercai un appiglio in quel mare in tempesta, per evitare che il vortice ci risucchiasse nei fondali d’un oceano di miseria e disperazione. Grazie a dio, trovai una botte, caduta da qualche mercantile o da qualche nave pirata: per la precisione, una botte di rum.
Con la botte imbottii per bene il Gallo, come fa Amadori con i suoi polli o come faceva Vanna Marchi con altri polli un po’ più ingenui e in quel liquido scuro che scivolava lungo la gola ritrovai il senso della frase, il non senso della vita e l’assurdo che tanto ci attrae e tanto ci spaventa. Gallo intuì qualcosa e mi chiese quale fosse il segreto, la ricetta per vivere e per la felicità.
<< Rum quanto basta – e stai attento che non è mai abbastanza… E poi, mio caro, non posso dirti altro: è il senso dell’assurdo su cui galleggiare, su cui, come un trapezista del circo, stare in equilibrio. Evitando, se si può, di baciare la donna baffuta. O la donna cannone. Meglio mangiarsi un cannolo a quel punto, o farsi una canna. >> risposi.
<< E come faccio a riconquistarla? A scrivere il nostro lieto fine? >> domandò quasi implorante, a cercare di capire come uscirne, come tornare a sperare.
<< Vedi, Gallo >> ripresi a spiegare << una storia non deve per forza avere un finale edificante. Non è un ingegnere edile. Non è questo il suo compito: lei la casa può anche costruirla con mura di cartapesta e farla crollare sulla tua testa e non ci sarà nessuno a poterla processare e condannare. O, meglio, puoi tentare un processo, ma tanto è inutile: lei continua ed avanza, è un processo lei stessa, continua senza curarsi di me e di te, di chi ci abbandona e di chi abbandoniamo. Così è una storia, così è la vita: questa è la vita, senza girarci attorno e senza tante storie… >>
Sospirando, vuotai il bicchiere e sul suo fondo vidi tra le gocce rimaste il sorriso di quell’adolescenza perduta, di quelle estati in spiaggia, dell’innocenza dei suoi occhi che riverberavano d’amore e del gelo di quel pomeriggio d’autunno in cui, non riuscendo a parlare, mi scrisse che non era più mia, che doveva andare, per sempre.
Goodbye, ruby Tuesday? Magari, almeno avrei salvato l’onore perdendo tutto il resto che è sempre meglio che perdere tutto con l’onere in più di ripagare i danni.
Invece no: scelsi il Requiem. Di Wolfang Amadeus Mozart.
Ora, non so quanti di voi ce l’abbiano presente, ma posso assicurarvi che di peggio c’è solo Masini: un classico della musica per aspiranti suicidi. Anche Wagner è cupo e disperato, ma almeno, ascoltandolo, ti incazzi col mondo, diventi nazista e ti viene voglia di invadere la Polonia.

Immaginate la scena: lui – che sarei io - lì senza parole, lei idem, ma almeno qualche parola a casaccio la sta buttando sulla carta per spiegare l’inspiegabile che non si vuole accettare e capire; un tramonto morente d’autunno e le note di Mozart a riempire l’aria. Sembra la scena di un film fintamente drammatico, una scena mal riuscita, una uscita di scena che scivola nella farsa.
Sorrisi al ricordo di quella scena che all’epoca mi sembrava la fine del mondo. Invece era solo la fine del bruco e il primo passo per diventare farfalla.
<< Ecco >> dissi << bisogna diventare farfalle. Leggeri e spensierati, liberarsi della pesantezza del mondo e dei suo accidenti e cogliere l’essenziale: che nulla ti è essenziale fuorché te stesso. E che gli occhi sono essenziali, oltre che per distinguere il bello dal brutto, per vedere dov’è la rosa del piccolo Principe. Se non altro per non calpestarla. E’ questo l’essenziale da cogliere: essere farfalle ed evitare di farsi cogliere dai retini e dalle retate di una polizia morale che ci vuole arrestare allo stadio di bruco. >>

(capitolo non finito. In continua evoluzione, da bruco a farfalla a erba brucata da una mucca. A buco nero, per finire: almeno stando a sentire alcuni astrofisici. )


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lunedì 19 febbraio 2007 - ore 20:29


Merde!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Almeno così credevo.
In realtà le parole del Gallo mi fecero capire che la situazione era assai differente. Per usare un eufemismo, era nella merda.
La sua donna da promessa sposa si era rilevata una promessa mancata, un po’ come quegli sportivi che a diciotto anni fanno intravedere grandi cose, ma poi a ben guardare il loro orizzonte promette solo un mesto viale del tramonto. Insomma, lei lo aveva piantato sull’altare: effettivamente un gesto poco elegante e un ambiente alquanto deprimente. Non per altro, ma se vuoi bere l’unica cosa a portata di mano, lì piantato, è il vino dell’eucarestia: come bar, alla fine, una chiesa non è il paradiso.
Il Gallo, comunque, quella sera era ridotto a uno straccio, uno straccio sudato e bagnato, uno straccio buttato sulla panchina dopo una partita tirata punto a punto, quaranta minuti più i supplementari, persi ovviamente all’ultimo tiro. Gallo aveva sbagliato tutto, il tiro era rimbalzato sul ferro del canestro, sul cerchio di un anello troppo stretto e quando è troppo stretto la palla e il dito non entrano.
Iniziò a sfogarsi, con le classiche parole che usa un classico uomo in una situazione simile: insomma non era una prima visione, ma un classico. Come i film dei Vanzina a Natale.
Non vi riporto le sue parole perchè, ahimè, mancano di classe. Gallo purtroppo aveva il senso della posizione in campo, ma non possedeva affatto il senso della frase, quel senso che ti permette di trasformare qualsiasi sconfitta in vittoria, qualsiasi evento sfortunato in un colpo vincente, facendo girare il vento in un vortice di vocali e consonanti che portano sillabe e parole a comporre il tuo senso. Parole in senso contrario e contrarie al senso comune, parole contrite e contrariate dalla mancanza di leggerezza del mondo che un dio forse sadico, forse burlone, forse solo un dio che abbaia ma non morde ha creato.
Ecco cosa diceva al riguardo un contemporaneo di un mio antenato:
“Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone sconfitto, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque si dispera, non è Blücher che non ha proprio combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una tale parola il nemico che vi annienta, vuol dire vincere.

Dare questa risposta alla catastrofe, dire questo al destino, dare questa base al futuro leone, gettar questa ultima battuta in faccia alla pioggia della notte, al muro traditore d’Hougomont, alla strada incassata d’Ohain, al ritardo di Grouchy e all’arrivo di Blücher.

Portare l’ironia nel sepolcro, fare in modo di restar levato sulle punte dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell’ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere questa vittoria in una parola impossibile da ripetere, perdere il campo e conquistare la leggenda, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza di Eschilo.”

Forse vi ha annoiato, ma non disperate, in fondo Victor Hugo non ha nulla da invidiarmi come scrittore.
Poiché presumo che vi stiate chiedendo quali fossero queste due sillabe capaci di annegare la coalizione europea, vi racconto la storia, così come andò secondo la mia fantasia e la mia immaginazione storica, a Waterloo, quel giorno, il 18 giugno 1815 dell’era cristiana. Sebbene, durante quella battaglia, di cristiano non ci fu nulla, se non le bestemmie lanciate assieme alle pallottole contro il cielo.
Quando ormai tutto il suo esercito si era trasformato in una marea di uomini in fuga, Napoleone diede ordine a quello che restava della Guardia, tre battaglioni, ciascuno di circa 500 uomini, di schierarsi in quadrato per agire da retroguardia.
Il quadrato del 2º battaglione del I reggimento Grenadier-Chasseur si stava arrampicando sulla salita de La Belle-Alliance quando fu raggiunto e circondato dai nemici.
Gli ufficiali inglesi, di fronte alle uniformi della Vecchia Guardia, non più inamidate, ma ancora fascinose nella loro regale maestosità, rimasero intimiditi.
Per alcuni istanti un silenzio glaciale, come una vodka appena uscita dal congelatore, e irreale, come un periodo ipotetico congelato nell’iperuranio grammaticale, bloccò vinti e vincitori, come quando al casinò il banco gira le carte della mano di poker, fino a quando la voce di un ufficiale inglese offrì ai veterani della Guardia l’onore della resa. Ma la Guardia era della razza dannata ed eletta: la resa non rende all’onore e non ti fa finire nei Libri di Storia.
Fu allora che il Generale Pierre Cambronne che si ergeva a cavallo al centro del quadrato scolpì nella Storia le immortali parole e gridò, sprezzante:
Merde!

Viva Cambronne. Viva Napoleone. Anche se sconfitti, hanno vinto. Per il verbo pronunciato e il riverbero di quell’eco nei secoli.
E poi siamo sicuri che furono proprio loro gli sconfitti? In fondo i sogni muoiono all’Elba, ma erano entrambi assolutamente tipi svegli. E i tipi svegli sono quelli che non perdono mai la loro battaglia contro il sonno.


(capitolo sveglio. In attesa di un nuovo giorno. In attesa di una nuova Storia in cui a Waterloo trionfi Napoleone)


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venerdì 16 febbraio 2007 - ore 14:09


Le sette note legali di un avvocato suonato
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il mio avvocato si trova alle Caymann, io a Milano.
Contrariamente a quanto potreste pensare, io sono in vacanza, lui invece in prigione. Una prigione dorata, certamente, che si è anche scelto da solo, dal momento che quello è il luogo fuori dall’Italia che più preferisce.
Ha dovuto andare in esilio, in seguito ad alcune divergenze di opinione con la Giustizia italiana: lui sosteneva di essere nel giusto, loro, invece, che fosse un evasore totale. Non volendo evadere anche dalle patrie galere, s’è deciso a partire per una lunga vacanza.
E nell’attesa di un chiarimento o della prescrizione, mi prescrive e consiglia di pubblicare quanto segue.
A mia maggiore gloria e soprattutto a mia completa tutela legale.


Chiunque si riconoscesse in un fatto, un luogo o un personaggio è pregato di non rompere troppo i coglioni e di evitare altresì di mandarmi SMS intimidatori. Sono negato per la tecnologia e per le querele.
Ps. (che sta per post sbronza, dal momento che è stato scritto dopo aver consumato una cassa di rum in conference call). Se siete donne giovani e di avvenente bellezza, potete mandarmi MMS al numero 349.2231053 con vostre foto, preferibilmente in desabillè. Decolté a tacco a spillo (c’est chic!) e autoreggenti nere, possono andare bene. La vostra privacy sarà tutelata dalla normativa vigente e dalla Norma di Vigevano, garante della mia privacy nonché mia segretaria. Inoltre, così facendo, potreste anche convincermi a seguirvi lungo le strade della perdizione. Sempre che io non m’imbatta prima in una cassa di rum: in quel caso, non c’è guepiere che tenga.


Il romanzo continua nella riga contigua. Quella di sotto, a capo.

Cercai di venire a capo della situazione e che c’è di meglio che immergersi in una nube di fumo per schiarirsi le idee? Così entrai nella saletta fumatori del Rome Club.
La nube mi travolse: sapore acre, sapore familiare come il lessico della Ginzsburg, scrittrice ormai morta, ma nata in Toscana. Io però ai toscani, preferivo, i cubani: mi accessi un Romeo y Julieta, in onore dell’amore. Degli amori passati, di quelli presenti e di quelli, soprattutto, futuri, perché, si sa, il passato ormai non esiste più, se non come ricordo che tormenta, come tormenta di neve che può ghiacciare il cuore impedendogli di battere nell’oggi, nel giorno che ora inizia e ora finisce, nell’attimo da cogliere e pescare, come una carpa in un lago di montagna. Il passato è una passione già vissuta, consumata e finita, il presente ci sfugge, come una carpa che cerchi di prendere a mani nude. Orazio la sapeva lunga, ma Clarabella ancora di più e proprio per questo gli rispose per le rime, in rima: terza egloga pubblicata sul Topolino numero 1923, in cui considerava che fermare il presente è un po’ come cercare di afferrare l’acqua o il vero amore, che la poetessa, amica di Saffo nonché gran bella vacca (in senso scientifico, appartenendo precisamente alla famiglia dei Bovidi) paragona ad un fantasma. Tutti ne parlano, ma nessuno l’ha mai visto.
E chi lo afferma, aggiungo io a piè di pagina, è un baro o un romantico: ma il romanticismo è passato da un pezzo. Quindi se ne deduce che il presente è un po’ un fantasma: attimo per attimo scivola leggero e dolce, senza corpo o come il corpo di un uomo, che si distacca, dopo un orgasmo, dalla vertigine di carne e sensualità dell’amante. Non resta quindi che il futuro e l’attesa: di un nuovo amore, di un nuovo orgasmo, di un nuovo bicchiere di rum.
E poi, pensai, non resta che attendere lei e i suoi quei larghi occhi chiari.
E se fossero poi scuri?, mi replicai - come la notte, come il tabacco arrotolato del sigaro che sto fumando.
Stavo parlando da solo. Per non saper né leggere né scrivere, tirai una boccata, poi un’altra e una terza. Il numero perfetto, dicono, come la Trinità o un menage a trois, come il terzo piano di un condominio dell’Arcella, come l’ora che si era fatta. Era ancora presto, per chi vive la notte, tardissimo, invece, per il gallo, che va a dormire con le galline. A meno che non sia gay, ca va sans dire.
Mi alzai, spensi il cigarillo, come un amante che se ne va e spegne le illusioni dell’altro. Uscendo mi imbattei in Gallinari, Danilo Gallinari, giovane promessa del basket italico e promesso sposo a una rompicoglioni che non vi sto a raccontare.

(capitolo finito. Addormentato col suo nuovo amante, come un gallo. Ve lo D.I.C.O. io)


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lunedì 12 febbraio 2007 - ore 22:02


Io, non io, neanche lei…
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tornò a sorridere e quel raggio di luce significava solo una cosa: il ghiaccio era rotto o, meglio, si era sciolto di fronte a quel calore.
<< Tu quanti anni hai? Io ventisei >> continuò allora lei << Secondo te li dimostro? >>
<< Assolutamente no, figurati. Non te li avrei mai dati. >>
Gliene avrei dati, infatti, una trentina, per com’era truccata: un trucco pesante e marcato, che avrebbe sfigurato tanti visi, ma non il suo. Lei lo sapeva portare, con classe e decisione: peccato solo che la facesse un po’ più vecchia di quello che era.
<< A me un po’ pesano. Sai, una ragazza dopo i venticinque vuole vedere i suoi progetti realizzarsi >> rimarcò lei con espressione contrita.
<< Ti capisco. Conosco il genere. In effetti frequento ragazze solo fino ai venticinque, poi se ne vanno. Non rientro più nei loro progetti. Ma cosa fai di bello, oltre che sorridere, nella vita? >>
Sorrise.
<< Studio giurisprudenza e ogni tanto lavoro come modella e ragazza immagine. Dopo vorrei fare il giudice però. Tu invece? >>
<< Io sono stato modello, copy pubblicitario, declamatore, scrittore e oggetto di tesi di laurea, enfant prodige, cowboy, playboy e boy scout, disertore, imperatore delle Sette Steppe e pirata di Tortuga, principe azzurro, mago di corte e corteggiatore di Circe, aruspice e veggente, una volta ho pure visto la Madonna… giornalista free lance e inviato di guerra, giocatore d’azzardo e gambler sui battelli del Mississipi… devo continuare? >>
<< Sì, ti prego… >>
<< Bevo rum - solo scuro - a casse e poi negroni e Cristal, ma solo per tirarmela un po’: preferisco il Franciacorta. Soffro un po’ di vertigini e fino a dodici anni ho dormito con mia madre perché avevo paura del buio. Ah, dimenticavo, se il bagno è occupato piscio nel lavandino e provo ancora a fumare nei locali per libertario spirito di trasgressione. >>
<< Affascinante >> sentenziò lei << da vero poeta maledetto. Scrivi poesie magari? >>
<< No >> ammiccai << però ne ho sentita una mentre precipitavo nel burrone della mia vita. >>
<< Immagino fosse molto profonda… >> Quella donna aveva il senso della frase, oltre che una minigonna da urlo e un paio di gambe che sfidavano, in perfezione, la geometria di una statua rinascimentale. Ordinò una bottiglia.
<< Cristal? >> mi chiese
<< Solo se dell’Ottantatrè. A occhio e croce, una delle annate migliori >> sorrisi.

<< Facciamo un brindisi! >> esortò, ammiccando sorniona come una gatta, catwoman come Hall Berry ed elegante come la hall di un hotel a cinque stelle.
<< Alla tua bellezza, a questa serata d’inverno… e al nostro addio. >>
<< Ruffiano, ma perché poi “addio”? Mi vuoi abbandonare, di già? >>
<< Non è che ti voglio abbandonare. Come ti dicevo, sono veggente oltre che poeta. Sono poeta veggente, insomma, come Rimbaud, anzi sono Rimbaud. D’altra parte non era lui a dire che io è un altro? >>
<< E con questo? >> interrogò dubbiosa, non capendo dove volessi andare a parare.
<< Con questo niente, ma se io è un altro, io non ti avrò mai, perché in qualche modo c’è e ci sarà sempre un altro… >>
<< Forse, tu aspettami, però. E se non lo farai, non importa: tanto so dove venire a cercarti… >>
Mi baciò queste parole sulle labbra sfiorandomi leggera come un sogno, come l’alba di un nuovo giorno. Sapeva di Cristal, sapeva di Francia quel bacio, senza essere un bacio alla francese, sapeva di cristallo, tanto era stato fugace e fragile, leggero e malinconico. E d’altra parte i cristalli migliori sono quelli di Bohemia, patria etimologica dei poeti maledetti: vedete, alle volte, tutto torna. Lei, quella sera, tornò dal suo uomo.

( capitolo chiuso. Come la matita che torna sullo stesso punto a disegnare e chiudere un cerchio)


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sabato 10 febbraio 2007 - ore 18:03


Il ragazzo fico che sale sull’albero
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il colpo mi colse di sorpresa, ma fui ancora più sorpreso nel vedere chi si nascondeva dietro le dita che mi avevano ferito. D’altra parte si sa che non è conveniente nascondersi dietro un dito, meglio una colonna o un buttafuori, soprattutto se dovete cercar riparo dalla mia ira funesta.
Quando vidi però il corpo che là, dietro quel dito, si nascondeva l’ira trapassò in lira, a scelta ex conio nazionale dello stato italico o strumento di piacere (uditivo) con cui i poeti vantavano le grazie dell’amore. Mi persi in ricordi di notti e albe, di sesso e di amore (più sesso che amore a essere sinceri), di percorsi erotici tra le sue cosce e lungo il mio bacino. Il pensiero mi tradì, ammutolendomi sul più bello, così fu lei che parlò per prima e le sue non furono parole d’amore, ma parole di sesso.
Il sesso con la sua migliore amica, per la precisione.
<< Sei uno stronzo! Te lo meriti tutto… con tutte ma non con lei… cosa credevi, che non sapessi? >>
<< Io non lo so, ma forse neppure tu sai che la gelosia, oltre che essere un mostro verde, come diceva Iago, è della stessa sostanza gli assegni. Post-datata, non vale >> provocai.
Lei mi aveva provocato un dolore alla guancia, un dolore sordo, ma non muto e infatti le risposi per le rime, epigrammi al vetriolo in assenza del vetro di una bottiglia da romperle sulla borsetta Vuitton. Perché io sono un gentiluomo: una donna non la picchierei mai, neppure con una rosa; la sua borsetta però è un altro discorso.
La storia con la sua amica, la sua migliore amica, era vera, ma erano inesatti i tempi e a riportare male i tempi si rischia grosso, un quattro segnato a matita rossa sul compito, come avevo imparato al ginnasio confondendo aoristi con presenti e futuri con imperfetti. D’altra parte nessuno è perfetto e ognuno prova a dare la sua versione: versione con testo a fronte e versione di una verità scritta in fronte, versione tradotta, che poi qualcuno tradisce o forse siamo noi stessi a tradirla e a non rendercene conto. Così capiamo male e fraintendiamo la storia: il ragazzo fico che sale sull’albero, come tradusse un mio compagno di classe. Insomma, ero davvero finito tra le lenzuola di seta della sua amica, assetato del suo corpo e dei suoi umori, delle sue labbra e del suo orgasmo, però ci finii quando tra me e Laura era finito tutto. Che poi fosse accaduto solo due giorni dopo, questi sono dettagli che non dovrebbero fare la differenza: un particolare veniale, un errore da matita blu col sorriso sulle labbra, ma fu poi vero errore? Ai postumi l’ardua sentenza.

Nell’attesa del giorno dopo, giorno in cui sarebbero giunti i postumi per sputare la loro sentenza, proseguii il gran tour in compagnia di Belzemù, lasciandomi alle spalle, come si lascia un passato andato per sempre, la mia ex e le sue gelosie fuori tempo massimo. Il gong era suonato e lei mi aveva colpito dopo il suono: scorrettezza che nell’antica Grecia veniva punita con l’ostracismo nei confronti del boxeur colpevole.
Avanzammo nel caos primordiale della discoteca, tra suono, musica e corpi che ballavano sensuali e passando davanti al bagno feci cenno a Belzebù che andavo a controllare la guancia colpita, i danni che quello schiaffo aveva provocato sul mio viso.
<< Va bene, fai con calma. Io intanto vado al bar… >> replicò il satanasso.
Entrai e trovai, piegato sul marmo del lavandino, un casco di ricci biondi e dorati.
Mmmmmmmmfffffffffff… sniffò il suo naso.
<< Cazzo Lapo! >> esclamai << Sei ovunque? E poi sempre a tirare, non è che ti converrebbe tirare un po’ il freno invece? >>
<< Ma dai, non preoccuparti, è tutto sotto controllo. Davvero, fidati! >>
Fidarmi o non fidarmi di uno che nell’ambiente era conosciuto come Lapo-aspira-tutto? In fondo eravamo amici e temevo che eccedesse ancora, però, in fondo in fondo, dove finisce il mondo, sull’orlo finale, pure nonno Gianni s’era rifatto il naso rivestendolo d’oro.
Speriamo che Lapo, almeno, scelga oro bianco; è più elegante: così pensai, mentre controllavo palmo a palmo la guancia sinistra.
Nessun segno, nessun livido, neppure un arrossamento (merito questo della linea viso Shiseido): ero stato fortunato.
Uscii dal bagno e la Fortuna, dea di tutti noi e imperatrice del mondo, mi arrise un’altra volta. La Fortuna è cieca, ma per nulla gelosa: non teme rivali e mi concede scappatelle su scappatelle, perché sa che da lei sono sempre tornato e sempre tornerò a implorare ancora amore, ancora un bacio, ancora un sorriso. In questo caso, poi, la Fortuna dimostrò di non essere cieca, ma di vederci bene sotto la benda, visto che mi mise davanti lei.
Lei.
Lei sorrise nel suo metro e settantacinque di ordinaria bellezza con il biondo sole dei suoi capelli a illuminare la scena. Dopo una scenata, è l’ideale a cui si possa aspirare.
<< Scusa se te lo dico ma c’è uno che ti fissa >> le feci con noncuranza.
<< Chi è? >> fece lei guardandosi veloce intorno e rabbuiandosi per un istante, come un cielo annuvolato.
<< Sono io, per tua fortuna… >> replicai, sorridendo di lato, curioso della sua reazione, curioso di lei.

(capitolo e puntata finiti. Per le repliche, consultate il televideo di Spritz.it o scrivetemi uno speedy)


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