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![]() Bibbo, 30 anni spritzino di Padova CHE FACCIO? Collaudo lozioni per la caduta dei capelli Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO Dante: Divina Commedia HO VISTO Tutto su mia madre STO ASCOLTANDO Jaaaazzzz e musica per ensemble di viole. ABBIGLIAMENTO del GIORNO Bho ORA VORREI TANTO... Dimagrire STO STUDIANDO... ABAP & SAP OGGI IL MIO UMORE E'... lumore è una cosa meravigliosa ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) Inserire nel mio profilone una paranoia melensa e non riuscire più a eliminarla, così che tutti i tuoi amici ti prendano per il culo... 2) viaggi in auto con tua madre...per una volta rispetti i limiti...e lei urla di andare piano 3) Sentirsi completamente inutili, sentire che tutto quello che fai è inutile e ti porterà solo al nulla...e non avere nemmeno qualcuno a cui dirlo. 4) ammettere che non hai capito nulla... 5) E se alla mia morte venissi svegliato da qualcuno? Tutta questo sarebbestato solo un sogno.... 6) ..paura di restare uguale a ieri 7) Pentirti per essere stato zitto tutte quelle volte che invece avresti dovuto parlare. MERAVIGLIE 1) svegliarsi accanto alla persona che si ama 2) Sentire che per qualcuno tu conti davvero 3) Le castagne appena cotte.. un caminetto, una bella boccia di vino rosso e una persona speciale accanto.. 4) Essere felicemente sospreso da una persona che mai pensavi capace di un simile gesto. 5) Sentire le note che scorrono dentro di te come se attraversassero le tue vene ed iniziare a tremare dalla gioia provocata da una canzone |
Quant’è bella giovinezza che sen fugge tutta via chi vuol esser lieto sia del doman (e dell’aggiornamento del BLOG) non c’è certezza Lorenzo DeMedici & Bibbo
lunedì 13 ottobre 2003 - ore 10:27 Il saggio Ci sarà la mia carezza lassù, te lo prometto. Tra mille sguardi ci riconosceremo. Verrai da me correndo a più non posso, spazzolerai con la tua coda in cielo. I tuoi amici saranno lì con te, non ci saranno lotte per il cibo. E ci sarà un posto per ognuno, lo giuro. Per territorio avrete l'infinito. Mi chinerò per prendere la palla, la lancerò per te ancor più lontano. E sarai libero di correre felice, lì non sarà mai ora di tornare. Non ascoltare chi nega sia per tutti quel luogo di gioia eterno e ameno: mente. Se ci sarai, fedele amico mio, ci sarò anch'io, giovane per sempre. Il tuo tartufo umido mi tocca, i tuoi occhioni chiedono: giochiamo? Non puoi capire quello che ti dico. Per i tuoi simili è altra la saggezza. Saremo solo quello che viviamo! Questo è il tuo monito, quello di chi ignora. Lassù non ci sarà la tua carezza! Mi posi calmo la palla nella mano. L'eternità è qui, ora. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK sabato 11 ottobre 2003 - ore 12:45 Grande serata inattesa Ieri sera gran serata al Bowling di Quarto d'Altino. Pensavo al solito concertino calmo calmo e invece... un casino notevole. I Bee-Hive in perfetta forma (Licia un po' meno) e l'aiuto dei supporters (grazie a Andrea, SOLU, Paola e a tutti gli altri per non essere rimasti seduti in panciolle) mi hanno fatto divertire un casino (alla fine leggermente sudato... quei fetusi metteranno sicuramente la foto sul loro sito per scherzarmi) SOLU hai finalmente dimostrato che sai total-desfarti e ormai sei una supporter ufficiale!!!! LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK mercoledì 1 ottobre 2003 - ore 10:25 Nuvole Capita spesso di coricarmi adagio adagio e di soffiare forme calde e voluttuose. E di sognare, tu ed io, insieme, che provochiamo, a poco a poco, il quieto cielo. Poi ci avvinghiamo in volute senza forma, ormai dimentiche di ogni dispiacere. E la magia portiamo a compimento che fa tremare uomo ed animale. Da questo abbraccio forte squarcia il Tuono] ed acqua fertile cade sulla terra. Non dire altro. Ci dobbiamo separare. Per noi la vita è questa. Sarà la quiete dopo la tempesta. Per noi di nuovo sarà specchio il mare. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK martedì 30 settembre 2003 - ore 18:28 Lo strano caso del signor Rossi [aprile 2001] La prima immagine che colpì Mario al suo risveglio fu quella di un enorme salone in cui aleggiava una luce naturale e fresca. Non riuscì subito a capire dove si trovasse e perché, sapeva solo che non erano state le sue gambe a portarlo fino a lì e che non conosceva nessun luogo che assomigliasse anche vagamente a quello in cui si trovava. L’enorme sala esagonale comunicava con altre sale ed altre ancora e in prospettiva si poteva viaggiare molte centinaia di metri prima di incontrare un muro che inibisse la vista ad andare oltre. La luce entrava da enormi vetrate sul soffitto e pareva diffondersi senza ombra e senza sfumature. Avrebbe dovuto farsi prendere dal panico, ma la sua curiosità e l’atmosfera calma del luogo lo indussero all’esplorazione. Tutte le pareti erano percorse da enormi scaffali che portavano fino al soffitto e offrivano alla vista dell’osservatore lontano un mescolarsi di legni pregiati e pelle ricamata d’oro. Mario si avvicinò incuriosito e dopo pochi metri si rese conto che quella che gli era sembrata una massa informe di vari materiali non era altro che l’effetto cumulativo di centinaia, migliaia di volumi rilegati, accatastati in modo ordinato e senza soluzione di continuità. Sulle prime lo stupore lo ammutolì; si riebbe solo quando, ad una più attenta osservazione, notò qualcosa di molto strano e sinistro. Prese a girare in cerchio guardando in alto e in basso e ad un certo punto uscì dalla sala in cui si trovava correndo a testa in su dentro le altre. Dopo neanche un minuto si accasciò a terra e si mise le mani nei capelli. Non riusciva a capirne il perché ma nessuno di quei libri aveva impresso sulla costa né l’autore né il titolo: nulla di nulla. Dopo un primo momento di sconforto la sua mente escogitò una spiegazione plausibile ed un sorriso leggerò gli si stampò sulla bocca. La tecnologia permetteva di catalogare e ritrovare qualsiasi cosa senza il bisogno di manifestare una identità esteriore evidente: un miliardario eccentrico avrebbe potuto farsi fare su misura quel mondo da bibliofili per poterne usufruire a suo piacimento ed in modo esclusivo, possedendo un interprete per i titoli, gli autori o i numeri delle sale e degli scaffali. Era assorto in questi pensieri quando senza accorgersene estrasse un volume a caso dalla massa e lo tenne in mano. La sua teoria venne confortata dall’aspetto del libro e dalle sensazioni che provò nel maneggiarlo. La rilegatura tradiva un lavoro completamente manuale e la carta e i materiali utilizzati erano di qualità eccezionale. Il volume si apriva con una sola mano e restava aperto in modo irremovibile alla pagina desiderata; i caratteri di stampa non erano né troppo grandi né troppo piccoli e lo scorrere delle righe durante la lettura sembrava connaturarsi con l’atto stesso del muovere gli occhi. Rimase sensibilmente affascinato dall’oggetto che teneva tra le mani e le sue pupille si infiammarono di desiderio. L’autore del libro era un certo Fausto Liberin e l’opera si intitolava “L’Impero del Male”. Non conosceva l’autore e scorse velocemente il libro fino alle prime pagine per vedere di saperne qualcosa. Di primo acchito un titolo del genere gli pareva potesse spaziare dal grande capolavoro sconosciuto alla porcata immonda da best-seller. Con stupore notò che mancavano sia l’introduzione che i cenni biografici e che al loro posto c’erano semplicemente un anno di nascita e di morte. Tutto questo gli sembrò compatibile con le esigenze di un uomo colto ed esperto quale poteva essere il suo miliardario, ormai smaliziato e disinteressato ad introduzioni e cronologie. Ripose con cura il volume e cominciò ad estrarne altri in modo più o meno casuale. La fattura era sempre la medesima ed al di là dell’opera principale non era mai disponibile nessuna informazione aggiuntiva. Dovette percorrere più di otto sale prima di trovare, nel suo peregrinare, un titolo che avesse almeno sentito nominare. Cercò di esorcizzare il senso di inquietudine che stava insinuandosi in lui e cominciò a guardarsi attorno per capire meglio dove si trovava. L’aspetto di quel luogo appariva sempre lo stesso. Le sale esagonali coesistevano le une con le altre in una struttura ad alveare e, arrivando la luce solo dall’alto e non essendoci sbocchi laterali , mancava qualsiasi punto di riferimento unico e facilmente riconoscibile. Ogni sala possedeva lo stesso identico arredo: un massiccio tavolo centrale con delle sedie dal design essenziale e sei scale scorrevoli, una per ogni lato, che permettevano di raggiungere qualsiasi libro. Mario si rese presto conto di tutto questo e non gli rimase altro che mettere in funzione la sua razionalità per riuscire ad aggrapparsi a qualcosa di più concreto. La sera prima (o almeno così credeva) era stato al circolo letterario e si era imbattuto in una discussione alquanto animata su quale fosse il ruolo primario della letteratura e dello scrittore. I pareri che ne erano scaturiti lo avevano colpito molto, non tanto per la loro specificità, quanto per il fatto che avevano fatto emergere in lui la coscienza di non possedere nessuna certezza. Quando venne interpellato non seppe cosa dire ed uno dei soci, un uomo che Mario invidiava per la cultura enciclopedica e la forza persuasiva, più per ingraziarsi i presenti che per umiliarlo realmente disse la seguente frase: ”Certo sarebbe cosa alquanto bizzarra che a insegnarci qualcosa sul senso della vita e della letteratura fosse proprio un Mario Rossi qualsiasi come il nostro Mario Rossi: non possiamo certo biasimarlo se non riesce a proferir verbo”. Mario Rossi uscì senza proferir verbo circondato da risolini beffardi e si andò a rifugiare in una bettola avvolto da pensieri strani e desideri ancora più irrealizzabili. I ricordi, da quel momento in poi, si facevano più confusi e si perdevano nell’oblio. Lo sforzo per riuscire a trovare una spiegazione razionale alla situazione in cui si trovava scaturì in un appiglio di certezza. Qualcuno lo aveva sicuramente trovato ridotto ad uno straccio e probabilmente lo aveva portato al vicino circolo letterario per affidarlo alle cure degli amici (tutti in città sapevano che era malato per i libri e passava più tempo lì che a casa). I famigerati amici avevano probabilmente pensato di tramutare la cosa in uno scherzo divertente e lo avevano trasportato inerte all’interno della biblioteca privata di qualche socio riccone lasciandolo accasciato sul pavimento. Non ebbe molti problemi a trovare una spiegazione alla struttura apparentemente infinita dell’edificio. Sicuramente le celle si susseguivano fino a formare una figura chiusa e solo la sapiente disposizione del tutto faceva credere a chi le percorreva di allontanarsi indefinitamente dal punto di partenza. Si calmò e decise di aspettare ancora provando a leggere qualcosa prima di cercare la porta nascosta (ve n’era sicuramente una) che gli avrebbe permesso di uscire. Cominciò ad abituarsi all’ultimo libro che aveva estratto passandolo da una mano all’altra. Ad un certo punto lo aprì. La carta era nuova e non poté fare a meno di assaporarne il profumo. Nessuno dei libri che aveva ancora toccato era stato mai letto, lo dimostravano le pagine attaccate in modo fittissimo e completamente intonse. Nessuno avrebbe potuto leggere se non una parte infima dei volumi ospitati in quel luogo e la cosa gli sembrò perfettamente plausibile. Il libro di cui si era impossessato era un libro di cucina. Sulle prime non ci fece caso ma, dopo aver sfogliato qualche pagina, fu preso da una sensazione strana. Aveva fame, e sete. Cominciò a sudare. Cosa ci faceva un libro di cucina in un posto come quello? A cosa poteva servire un libro di cucina in un luogo senza ingredienti, fornelli, cucine, tavole e persone? Provò ancora col solito grimaldello, ma il suo stomaco e la sua gola, il suo corpo intero ebbero la meglio sulla sua razionalità. Si accorse tragicamente che c’era qualcosa di incomprensibile in tutto quello che gli stava accadendo. Si fece prendere dal panico e cominciò a correre alla ricerca di una via d’uscita. Dopo qualche minuto, che a lui sembrò un’eternità, attraversò in preda all’ansia alcune sale con gli scaffali completamente vuoti. Si fermò, sorpreso, e prese a camminare lentamente. Ricordi confusi cominciarono a riaffiorare e a prendere corpo nella terra di nessuno che lo divideva tra sogno e realtà. …il bicchiere si riempiva prima ancora di venire svuotato. L’uomo dall’altra parte del banco continuava a parlare e sorrideva in modo gentile e servizievole. Il locale era vuoto. Ubriaco com’era rideva alle parole dell’oste senza nemmeno capire quello che diceva. In tasca non aveva l’ombra di un soldo e al momento di andarsene si era trovato davanti uno strano foglio: non era in grado di leggere e per evitare problemi ci aveva scarabocchiato sopra qualcosa che doveva somigliare a una firma. In preda ai fumi dell’alcol vedeva a malapena la sua immagine riflessa nello specchio e prima di svenire i suoi occhi cercavano ancora quella dell’oste, che avrebbe dovuto dargli le spalle... Dopo pochi passi entrò in una sala enorme, più grande di tutte le altre, adorna solo delle mura stesse che la delimitavano. Si fermò al centro. Comprese quello che era accaduto e uno sguardo atterrito gli si scolpì in volto. Era nel luogo dei libri mai scritti. Uomini, donne, vecchi, poveracci e bambini morti di ogni epoca e luogo contribuivano col loro silenzio alla gloria di quell’ultima sala infernale. Accecato dall’ira e dall’orgoglio ferito aveva ceduto la sua anima in cambio della solitudine eterna nella biblioteca del Demonio. La fame e la sete si fecero sempre più forti di pari passo con la disperazione. Si mise a piangere e la sala cominciò a girargli intorno. Girava, girava, girava, sempre più velocemente… si accasciò a terra allo stremo delle forze con l’unica speranza rimasta di non svegliarsi mai più. La prima immagine che colpì Mario al suo risveglio fu quella di un diavoletto con le orecchie a punta che gli soffiava sulla faccia. Emetteva degli strani suoni e lo osservava curioso con uno sguardo dolce e malinconico allo stesso tempo. Sorrise. Dopo una lunga pausa lo accarezzò e gli porse l’orecchio sinistro perché lo potesse leccare affettuosamente. Di fronte a lui si trovava una parete formata da vari rettangoli multicolore. Si alzò dal divano e andò verso la libreria. Toccò un grosso volume con l’intento di prenderlo. Stava per stringerlo tra le dita quando delle grida di ragazzini nel cortile sottostante lo interruppero. Appoggiò la mano sul libro come per farlo tacere e si avvicinò alla finestra aperta. Era vivo, libero come non mai. Guardò in alto verso il cielo e inspirò a pieni polmoni. La luce del sole e l’aria senza tempo lo strinsero in un unico abbraccio ed entrarono in lui per non lasciarlo mai più. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 25 settembre 2003 - ore 13:58 cari vecchi ricordi Ieri sera parlando con un amico mi sono venuti in mente gli spogliatoi di educazione fisica del mio liceo (E.Curiel di PD). Prima che qualche vandalo decidesse di ridipingerli erano fonte di facezie e cultura popolare. Praticamente non si riusciva a vedere il colore del muro sottostante da quante scritte vi dimoravano. Due cose a tinte forti mi sono tornate alla mente e, come la madeleine di Proust, mi hanno commosso. Una era una battuta volgare, ma audace, del tipo: CIAO BAMBINA, COME TI CHIAMI? ORCHIDEA, E TU?... ORCO*** e l'altra era una massima, che all'epoca mi colpì molto e a cui attribuivo come un valore sapienziale e di memento mori: MORIRE SENZA AVER SCOPATO E' COME PULIRSI IL CULO SENZA AVER CAGATO il ricordo di quegli anni mi è tornato alla mente con una forza indescrivibile. Anche volendo non riuscirei a ricreare artificialmente quella sensazione di ritrovarmi là, sudato, scazzato, pronto a due ore di lettere, pensando se mai sarei riuscito a pulirmi il culo della vita a pieno diritto. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 23 settembre 2003 - ore 12:09 Tutto quello che le donne sanno sugli uomini Anche se il tuo corpo dice Sì,sì...siiiiiì. Tu devi dire... NO! citazione da Porky's II (mi sembra) LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK lunedì 22 settembre 2003 - ore 21:37 Tutto quello che gli uomini sanno sulle donne bè ecco... COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 16 settembre 2003 - ore 23:56 ET 331547 C [aprile 2001] Uffa che caldo che fa qui dentro. Non si riesce nemmeno a respirare. Ragazze, secondo voi quand’è che apre? Oh, che sbadata, non mi sono ancora presentata. Il mio numero di matricola è ET 331547 C, Etcì per gli amici. Sono una banconota da mille lire e in questo momento mi trovo nel registratore di cassa di una tabaccheria del centro. E’ più di dodici ore che sono chiusa al buio e non vedo l’ora di ricominciare a lavorare. Aspettate un momento, sento il carrello che si apre… sì, è la padrona, si respira, finalmente. Eccola là, truccata come ieri mattina con quel sorriso malinconico sulle labbra e quella badilata di rossetto che la ricopre fino a farla sembrare un clown. Vi sembrerà incredibile, ma la vita che facciamo ci porta a viaggiare molto ed è raro che si rivedano le stesse persone per due mattine di seguito; questa volta, poi, il caso ha davvero dell’eccezionale, infatti non sono rimasta qui ferma a grattarmi, no! Ho girato mezza città e ne ho viste di tutti i colori prima di ritrovarmi qui. Chiudete la bocca e state ad ascoltare, ne vale la pena. Ieri mattina mi trovavo nello scomparto delle mille lire, ma non verso il fondo, come oggi; ieri ho cominciato la giornata proprio sotto il mollettone fermasoldi. Ad un certo punto sento aprire la porta ed un olezzo insopportabile invade il negozio. Penso: “Sarà una donna sopra gli -anta che pensa ancora agli -enta”. “Un pacchetto di Diana e una busta di tabacco da pipa Erik Adult nero”, “E’ fortunata , tengo l’Erik nero perché è il tabacco preferito di mio marito, è molto difficile da trovare”, “Ma guarda, che combinazione…quant’è?”, “Diciottomila”. Saluto due colleghi da diecimila e dico addio alle amiche mentre io e la squinzia che mi stava vicino veniamo prelevate. Come prevedevo la signora spende molto per vestirsi e forse si è anche ritoccata qua e là. Ci afferra e ci ficca tutte piegate nella tasca degli spiccioli. Odiosissime monetine, non le posso soffrire. Sempre in giro a velocità impensabili per alcuni giorni e poi stanno a marcire per mesi in qualche macchina distributrice o in qualche salvadanaio: tutte nevrotiche. Dopo un po’ di sballottamenti la fatalona mi fa uscire e mi appoggia su un libro assieme a due bei ragazzotti da dieci. Chissà cosa si è comprata. La commessa mi solleva e io riesco a leggere: “John Paralass - Il Filosofo che è in noi – guida pratica all’uso della sapienza nella vita di tutti i giorni”. Mentre il mollettone mi scatta addosso penso se comprerei mai un libro così; non so rispondermi e mi metto subito a far conoscenza con le nuove colleghe. La commessa apre per due volte a vuoto: “Paga Bancomat?…”. Non ho ancora capito chi sia questo Bancomat che paga, alcuni mi hanno spiegato che è una strana cosa che i biglietti di banca chiamano telelavoro, mah, valli a capire 'sti giovani d’oggi. La terza volta mi preleva stiracchiandomi e mi consegna ad un signore basso e pelato in doppiopetto. La mia curiosità non si smentisce mai e riesco per un soffio a vedere il titolo del libro per cui ho lavorato: “Remi Flancomçes – Racconti Futili”, sarà sicuramente uno di quei francesi fighetti che a parole ci disprezza tanto e poi gira solo coi nonni da centomila. Mi ripone con cura nel portafogli e comincio subito a lavorarmi un bel cinquantone che mi sorride solo soletto nello scomparto. Arrivati a casa cominciamo a sentire delle voci, delle grida per l’esattezza. Chiedo al mio compagno di tacere per un momento, voglio ascoltare. “Ma cosa ci facevi nel mio quartiere alle dieci di mattina eh? Non vorrai mica che la gente ci veda e vada a dirlo a mia moglie”, “Se proprio vuoi saperlo ci sono stata da quella lì e ho anche comprato il tuo tabacco preferito”. E’quella di prima, guarda che coincidenza! “Ma tu mi vuoi rovinare, lo fumiamo sì e no in dieci in tutta Roma”, “E’ora che lo sappia quella sgualdrina che non la ami più, che per te non significa niente e che la lascerai per vivere con me”, “Ma allora io sono l’uomo più imbecille del mondo! In dieci anni ti ho intestato case a Capri, appartamenti a Roma, ho dato più soldi a te di quanti ne ho investiti in borsa, che cazzo vuoi ancora?”. Un altro concetto che non mi è chiaro è questa Borsa. Una volta un saggio da cinquecentomila aveva provato a spiegarmelo. Diceva che in quel luogo perdiamo la nostra natura corporea per diventare puro spirito e possiamo moltiplicarci anche solo vivendo nello stesso posto. Non capisco. Per fortuna questo non accade in condizioni normali, altrimenti il portafogli del piccoletto starebbe per scoppiare, non so se mi spiego. “Cicci dai, ti prego, non volevo farti piangere. Non è da donnette il libro che hai comprato, è molto bello invece”, “Lo dici solo per consolarmi, in realtà pensi che io sia una stupida ignorante da portare solo a letto”, “Non dire stupidaggini, dai, ti prometto che domenica pago quel coglione di mio figlio per andare alla partita e pararmi il culo dicendo che lo accompagno”, “Davvero?”, “Sì, promesso. Ora devo andare. Giselda mi ha detto di prendere il pane per il pranzo.” Finalmente si esce. Dopo pochissimo ci ritroviamo a osservare il soffitto del panificio. “Quant’è?”, “Millessei…non ha seicento lire?”, “Nnno”. Ho voglia di cambiare aria e spero trovi quelle maledette monete. “Ah, sì, guardi…”. Saluto il mio amato, ‘ è stato bello finché è durato’, e me ne vado a riposare nel registratore del panificio, che sta per chiudere e non mi può mandar via. Sento aprire il carrello dopo poco. E’un ragazzo con gli occhiali da sole e i capelli impomatati da far schifo. Afferra quasi tutte noi mille lire e un bel mazzetto dei ragazzi da dieci, non degna di uno sguardo i signori e i nonni. Ci nasconde tutti stipati nella tasca interna del suo giubbotto in pelle e ci porta in giro per un’ora. Sentiamo suonare un campanello e delle voci confuse. Si toglie il giubbotto e ci butta chissà dove. Per cinque minuti sentiamo strani gemiti, urla e rumori. Una porta si apre e una voce tuona: “Via dalle palle, aria, il tuo turno è finito”. Ci afferra tutti e sceglie solo i biglietti da dieci. Dopo averci divisi mi prende, sola soletta, e mi lancia in aria. Nel mio volo vedo un tipo pelato tutto butterato coi ragazzi in mano, una negra vestita da un reggiseno che sta rannicchiata sul divano a testa bassa e il ragazzo coi capelli all’amatriciana tutto nudo, con ancora gli occhiali addosso. Mi sento afferrare e arrotolare. E’ la negra, che mi ficca al calduccio, appena sotto al medaglione che porta al collo. Riesco a vedere solo in alto. La storia si ripete per una decina di volte: campanello, dieci minuti, urla gemiti rumori sballottamento, faccia glaciale assente, pelato butterato, viadallepalleariailtuoturnoèfinito, colleghi, testa bassa. A un certo punto la negra si alza, entra in bagno, sciacquone, bidè. Si veste e fa per uscire. “Torna fra un ora, altrimenti…”. Finalmente respiro un po’ d’aria pura. Passeggia per qualche minuto ed entra in un edificio dal soffitto altissimo. Ci sono stata qualche volta, è una chiesa. Mi afferra e mi srotola. La vedo con una candela in mano che fa per gettarmi dentro una grata. Ferma, che fai, ti rimango solo io e mi usi così? Non riesce a sentirmi e cado sopra altre colleghe. Dalla grata riesco ancora a spiarla, incuriosita. Ha acceso la candela e la appoggia. Racchiude il medaglione che tiene al collo tra le mani giunte e comincia a pronunciare delle cose incomprensibili. Appena ha finito apre il medaglione e lo fissa. Scoppia in lacrime. Quando si è calmata si asciuga e volge lo sguardo ad una statua vicina che rappresenta una donna con un neonato in braccio. Accarezza quel neonato di plastica come se fosse vivo e si commuove di nuovo. Sento dei passi e anche lei li sente. Si ricompone e si allontana. Chiedo alle mie colleghe se ci hanno capito qualcosa, ma le trovo tutte rincoglionite. Il parroco evidentemente non passa da molto tempo… ma eccolo che arriva! Apre la grata con una grossa chiave e ci afferra a manciate. Ci stira con le mani; fa mucchietti di noi piccolette e lascia dentro in bella vista i biglietti da cinquanta e da cento. Oh no, usa gli elastici per farci a mazzetti! Da quel momento non vedo e non sento più nulla, sono stipata proprio nel mezzo. Com’è, come non è, dopo circa due ore sento togliere gli elastici e tiriamo tutte un sospiro di sollievo. Delle mani ci stanno contando. Arriva il mio turno e chi ti vedo? Il pelato butterato che fa fatica anche a contarci. Se ne avessi le forze riderei, ma sono stanchissima. Ci ritroviamo di lì a un minuto nella stessa situazione di prima, ma questa volta mi trovo vicina agli estremi del mazzo. Dopo dieci minuti sento rumore di gente. Ci troviamo in un bar. “Cambiami questi con un pezzo”, “Vergognatevi. Fate più soldi voi in un giorno che io in una settimana.” “Fallo anche tu, se ti riesce. Dai, su, dammi il centone.” Veniamo cedute tutte per un nonnetto spaurito. Il barista ci slega. Dopo un’oretta faccio il resto di un caffè per un signore molto distinto. Parla con un’ottima dizione e la sua voce è suadente e sensuale. Il suo portafogli è molto comodo e per niente puzzolente. Entra in una tabaccheria, saranno circa le sette di sera. Mi afferra tra le dita e lo sento dire: “Un pacchetto di caramelle senza zucchero, per cortesia”, “Quali vuole?”, “Dai, Giselda, non fare così. Non ce la faccio più. Ti amo e ti voglio, e questo lo sai. Lascia tutto e vieni a vivere con me, lo vogliamo tutti e due e da troppo tempo.” Era la tabaccaia della mattina, ero così stanca da non stupirmene più. “Cesare, per me il matrimonio è sacro, e poi mio marito in fondo non mi ha mai tradito, inoltre ha un ottimo rapporto con nostro figlio Luigino.”, “Se è questo che vuoi, ricordati che non tornerò più indietro. Soffro troppo a vederti sfiorire passando i tuoi anni migliori con quello lì”, “Cesare, basta, basta, vattene…” Entra in quel mentre un cliente, volto noto alla tabaccaia, Cesare paga con me senza destare sospetti e se ne va. Dopo aver servito l’ultimo cliente la tabaccaia decide di chiudere. Ci conta tutte e ci guarda una ad una assorta nei suoi pensieri. Alla parete è appesa, resa importante da una bella cornice, una banconota fuori corso; ci dice che ogni sera c’è sempre una sceneggiata simile, ed ogni sera si lasciano per sempre, da circa dieci anni. Siamo tutte stanche, non vediamo l’ora di riposare. Sfortuna vuole che io sia l’ultima sotto al mucchio e dovrò starmene tutta pressata. Ed eccoci qua a stamattina. Mentre vi raccontavo questa storia sono entrati molti clienti. Fra poco toccherà a me ed è ora di salutarci. Volevo solo ricordarvi una cosa. Molti uomini dicono che chi lavora col denaro diventa un cinico irrecuperabile. Nel nostro ambiente si dice che accada il contrario. Pensateci! “Ciao, Claudio”, “Ciao cara, mi dai un pacco del mio Erik?”, “Io te lo do, ma tu promettimi che non te lo fumi tutto subito, sai che ti fa male”, “Hai ragione, ho corso troppi rischi fino ad oggi; sai che ti dico? smetto di fumare!”, “Caro, dopo tanti anni che te lo chiedo, faresti questo per me?”, “Cosa non farei per te, cara!”. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 15 settembre 2003 - ore 15:38 Handicap (settembre 2003) Nessuno avrebbe potuto comprendere quello che lei sentiva in quei giorni. Per la grande stanza si librava come un battito continuo d'ali di farfalla e le pareti sembravano sparire per fare spazio ad alberi, fiori , profumi e suoni che aveva sempre desiderato conoscere, che aveva sempre desiderato assaporare in quello stato d'animo. Dall'altro capo c'era lui. Lui così diverso da tutti gli altri. Lui che sicuramente non sarebbe cambiato. Lui che la capiva, la consolava, l'ascoltava...in una parola:l'amava. Era da mesi che ormai si sentivano solo ed esclusivamente in quel modo così singolare. Non si erano mai visti ma, di questo ne era sicura, lui sarebbe stato diverso quando ne fosse venuto il momento. Si erano conosciuti per caso. Doveva mandare ad un'amica un messaggio di conferma per un'uscita serale e per sbaglio aveva digitato il nickname tutto in minuscolo; il sito non era fatto in modo intelligente e la lista utenti era sensibile alle maiuscole e alle minuscole. angel - guarda che devi aver sbagliato persona io e te non dobbiamo uscire stasera (purtroppo) Ucantseeme - Vuoi dire che tu non sei Monica? angel - no mi chiamo angelo e la tua amica deve avere il nick con la a maiuscola Ucantseeme - Scusami tanto...ma perchè purtroppo? angel - be contando che siamo nel 2001 è dal secolo scorso che non ho un appuntamento Ucantseeme - Forse non ci sai fare o sei un tipo timido? angel - il fatto è che io sono bello dentro e nessuno vuole guardarci! Ucantseeme - Ti capisco. angel - davvero?! [...] Cominciarono così a scriversi ogni giorno e, da cosa nasce cosa, si confidarono quello che nessuno dei due aveva mai osato. Così, come si sa, confidandosi le cose più intime, i cuori dei nostri due amici si aprirono e cominciarono ad abituarsi e desiderarsi l'un l'altro. angel - giovedì sarà il grande giorno Ucantseeme - Stai calmo. Pensa che sarà come fossi vicino a te. angel - ma sai che non è così Ucantseeme - Ne abbiamo già parlato. Non mi sembra il caso. angel - ti sentiresti in imbarazzo? Ucantseeme - Con tutti i tuoi amici e i tuoi parenti lì... e tu che mi vedi per la prima volta e mi devi presentare a mezzo mondo! angel - però quando torno dalle ferie.. Ucantseeme - Quello sarà davvero un grande giorno. Per la nostra amicizia almeno. angel - già Sapevano entrambi che l'amicizia di cui parlavano era qualcosa di ben più importante, ma entrambi avevano paura che, quando fosse calato il sipario, i soliti meccanismi di difesa avrebbero rovinato tutto. Non c'era nulla in quello che si erano detti che li denotasse fisicamente, che li facesse incarnare l'uno nella mente dell'altro, che li portasse giù giù verso i meandri della corporalità, dell'attrazione fisica, del desiderio animale. Lei aveva capito che non aveva a che fare con un adone, decisamente no. Già il fatto che fosse un ingegnere non deponeva a suo favore: lo immaginava vestito con camicie a quadrettoni e jeans slavati e larghi, il tutto ovviamente abbinato ad un paio di belle scarpone da basket bianco calzettonate e un marsupio stile survivor dove riporre un'intera officina di attrezzi. Rideva al solo pensiero ma, quando si spingeva più in là coi sogni, sentiva come un senso di protezione e di pace, come non aveva mai potuto sentire da troppo tempo. Lui aveva capito che Barbara aveva un problema con l'accettazione di sè. E' vero, non avevano mai parlato del loro aspetto fisico, però lei quando parlava degli altri, uomini o donne che fossero, sprecava elogi ed apprezzamenti e lasciava trapelare quasi un senso di inadeguatezza, di non appartenenza a quel mondo di normali. Intendiamoci: nessuno dei due poteva essere un mostro. Entrambi avevano avuto una storia fissa per alcuni anni e... va da sè che dovevano rientrare nei canoni della più ampia normalità, perlomeno... [...] - Così quando torni hai già un appuntamento al buio... vecchio porco ne sai una più del diavolo! - Non stare a rompere. Sai che è solo la tipa con cui chatto da quattro mesi. - Se fosse "solo la tipa con cui chatto da quattro mesi" non ne parleresti così spesso. E Barbara di qua, e Barbara di là. E questo lo racconto a Barbara quando torno, e chissà se a Barbara sarebbe piaciuto e bla bla bla... - Va bene basta. Stop. Chiuso. Mi sono rotto le palle di questa storia...il fatto è che sono emozionato. Vorrei vedere te. Quattro mesi! - Magari è un rutto da chilo e appena la vedi sei lì a pensare come scaricarla. -Bè anche se è un rutto potrebbe essere una gran porca, vero Angelino, non è tua la teoria che più cessi sono più lo fanno meglio. Com'è che dici...come se... - ...non ci fosse un domani! Ti ho detto mille volte di non chiamarmi Angelino, cazzo! - Appunto! Come se non ci fosse un domani! - E se fossi io a non piacerle? in fondo... -... sei una schifezza! Effettivamente hai ragione! eh eh - Vaffanculo! - No dai calmi. Per me comunque la peggior roba è se è una gran strafiga, che ti si fila di brutto...ma che è una suora della madonna. - Questa è cattiveria! - Sai quante... - Basta adesso! Lo stiamo torturando. Deve concentrarsi, sabato sera il nostro uomo deve castigare! - Pucciare il biscotto! - Farsi sotto! - Volete smetterla!... [...] angel - bè le vacanze sono andate bene. Ucantseeme - E coi tuoi amici come è andata poi? angel - con quei due cazzoni lì si sta bene, anche se a volte sono pesanti Ucantseeme - Perché? angel - sempre a parlare di calcio e di ragazze...sai com'è! Ucantseeme - mica tutti leggono classici mentre vanno al cesso! Lo sai Angelino. angel - non è questo. Ucantseeme - Cos'è allora? angel - ...domani sera, allora, ...sì? Ucantseeme - Va bene, ...davanti al Piter Pan, alle otto. angel - sarò puntuale Ucantseeme - Lo sarò anch'io. [...] Quella notte il sonno fu impossibile. Tutto lo era. Chissà se dopo...? L'odore dei libri, i neon della biblioteca, le scritte sui muri e il ticchettio dei tasti , insomma tutto il mondo ordinario e freddo che la circondava sarebbe rimasto quel paradiso straordinario che la aveva avvolta e coccolata in quei mesi? Ci sono cose che non ci è dato sapere in anticipo. Cose che per essere scoperte devono solo essere vissute, con tutti i rischi che la vita comporta. Lo sapevano entrambi. La paura sarebbe stata padrona, e non solo lei... Il viavai davanti al bar era notevole. Angelo si era già mangiato tutte le dieci unghie a portata di mano e si stava scarnificando le dita. Si guardava in giro guardingo, come un cacciatore di frodo. Voleva avere il vantaggio del primo avvistamento. Voleva avere qualche decimo di secondo in più per... non si sa mai. Il suo polso ruotava continuamente. Setteequaranta, Setteequarantacinque, Setteequarantanove, Ottomenodieci...alle otto e due minuti, un secolo dopo, passò! Doveva essere lei! In una frazione di secondo si sentì alleggerito di una tonnellata. Era un bel tipo, tonica, non tanto alta, ben messa nei punti giusti... "Scusa...Barbara?", "Come?"... Non fece in tempo a vederla allontanarsi stupita che una voce gli arrivò da dietro come da un altro mondo:"Non pensavo che il giallo canarino andasse tanto di moda... sono qua Angelo!". Il suo collo ruotò anticipando di una frazione di secondo tutto il resto del corpo e per un attimo gli occhi gli si sbarrarono e lo pietrificarono in quella posizione. Silenzio eterno... "Ebbene, eccomi qui..." Il volto di lui cambiò impercettibilmente. "Ciao"... Entrarono dentro e si sedettero. Gli occhi di tutti cominciarono a posarsi su di loro. Su quella strana coppia. Lui vestito come per un matrimonio di paese e lei...bè... lei qualsiasi cosa si fosse messa in testa di indossare, fosse anche un tubino giallo canarino... L'aria si poteva tagliare a fette. Le frasi che Angelo cominciò a tirar fuori diventavano sempre più affettate, artefatte, calcolate. Lei capì. Il suo volto mutò. Gli occhi di tutti erano puntati su di loro. Nessuno riusciva a racimolare un pò di pudore e a rimanere impassibile. Il ritorno alla tragica realtà fu così amaro che a stento tratteneva le lacrime. Angelo era cambiato in una frazione di secondo. Era diventato come tutti gli altri. Alcune persone uscirono dal locale apparentemente senza motivo, come per liberarsi di un peso. Quando ci si trova davanti qualcosa che esprime assolutamente ciò che è stata chiamata a ricordarci, il suo valore di verità e l'impotenza che ne consegue diventano insostenibili. Barbara era la prova vivente che non siamo niente altro che Forma, inesorabilmente suoi schiavi. Se lei era così un Dio doveva esistere e doveva essere sicuramente un essere superiore e spietato. Lui non fu capace di ricordare i mesi passati ad esplorarsi vicendevolmente nell'anima. Non riuscì a credere di poter ergersi sopra la massa e di essere capace di contare qualcosa per quella persona più di chiunque altro. E lei capì. Capì che avrebbe distrutto anche lui, che non sarebbe stato in grado di sostenerne il peso. Che si sarebbe dovuto violentare per comportarsi in modo normale vivendo una vita normale. Pianse, dentro. Dopo l'ultimo saluto e i propositi di rivedersi si allontanò a passo spedito, col capo leggermente piegato verso il suolo, lasciando Angelo in uno stato di inatteso sollievo. Tra le lacrime che stavano quasi per sgorgarle dagli occhi poteva quasi sentire le voci di chi nella vita era stato forse più fortunato. -Hai visto?... -...darei la vita per essere come lei! ---------------------------------------ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK mercoledì 10 settembre 2003 - ore 10:40 continua dal (to be continued) (...) come dicevo quindi se la memoria non e` un'ancora di salvezza per dare un senso alle cose che facciamo, il senso che diamo loro deve essere solo transitorio e volarsene via con il tempo stesso. Tutto questo mi porta a chiedermi: su cosa si puo' basare, se esiste, la felicita`? Sapessi rispondere a questa domanda... ci provo. Passiamo gran parte della nostra vita convinti che la felicita` sia qualcosa da costruire pezzo per pezzo, quando in realta` e` piu` verosimilmente paragonabile ad un flusso continuo che con il suo stesso scorrere ci allieta e ci rende appagati. L'unica cosa che a mio avviso dobbiamo ricordare e` di coltivare in noi la volonta` di rinnovare il flusso, non le cose che sono fluite e che sono gia` andate. Mi si dira` che allora anche le vacche contente di pascolare giorno dopo giorno sono felici. Proprio cosi`. Ma se sapessero che c'e` anche qualcos'altro oltre il pascolo? Qui sorge un problema: dobbiamo impedire a noi stessi di crearci nuove esigenze e vivere una vita vegetativa? Tutt'altro! Quel che e` a mio avviso importante e` capire che la creazione di nuove esigenze e` un fatto inevitabile, ma non e` un bene in se`. Imparando a conoscere noi stessi e il modo in cui si creano e interagiscono con noi le nuove esigenze della vita, possiamo imparare a goderci meglio il fluire di cio` che facciamo e a prenderle con quel tanto di confidenza ed esperienza per trattarle, o almeno cercare di farlo, per quel che sono:illusioni. Il discorso e` lungo e forse non deve portare a nulla. Comunque: non e` importante l'acqua che scorre nel fiume, l'importante e` che scorra. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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