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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 16:45 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La carica dei single dEuropa Ritratto di tendenze e abitudini di FEDERICA FORTE
Focoso, dinamico, maniaco dello shopping, e naturalmente mammone. E il ritratto del single italiano, fotografato da Parship.it, leader europeo nella ricerca del partner on line, che vanta oltre 1,5 milioni di iscritti e che ha promosso uno studio su abitudini e tendenze del mondo dei single in otto Paesi europei. E emerso un quadro variegato anche se piuttosto frammentario.
Sotto la lente, le caratteristiche e le storie di 5.400 uomini e donne francesi, austriaci, olandesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi, inglesi e italiani, tutti tra i 25 e i 50 anni: una galleria di profili sentimentali che vivono un presente solitario in attesa dellanima gemella. E una serie di indicazioni utili per "prede" e "cacciatori".
La maggioranza dei single europei non vive un rapporto di coppia duraturo da circa tre anni. Fanno eccezione gli spagnoli, che riescono a trovare un partner nel giro di poche settimane: sono infatti i più fiduciosi nella possibilità di ritornare in coppia in breve tempo. Non è così per gli inglesi: molti sono divorziati o separati, e vivono con i figli avuti dalla precedente relazione. La loro condizione di single gli è indifferente, anzi, lasciano che le cose seguano il loro corso. Che tradotto vuol dire: non amo stare in compagnia, mi curo poco, in fondo sto bene così.
Peggio di loro solo i francesi, in assoluto i più pantofolai: restano intere serate incollati alla tv, ed è difficilissimo che escano di casa. Il cinema, poi, è quasi uno sconosciuto. Risultato: conquistarne uno è praticamente impossibile. Se siete a "caccia", programmate piuttosto una gita in Svizzera: è qui che vivono i single più ricchi, e ci sono buone probabilità di imbattervi in qualche buon partito. Parigi, invece, è stata riconosciuta quasi allunanimità come la città più romantica dEuropa: solo austriaci e francesi hanno indicato Venezia.
A sorpresa, i corteggiatori più attivi sono gli austriaci, seguiti da spagnoli e italiani, che considerano il sesso un elemento essenziale della vita di coppia. Ma cosa cercano nel partner? Lealtà e onesta, innanzitutto, seguite dalla simpatia e dalla capacità di ascoltare e comprendere. Aspettative che nelle donne, neanche a dirlo, sono sempre troppo alte, ma che tendono a ridimensionarsi in relazione alletà.
Lappartenenza alla stessa cultura e la cura per laspetto fisico rivestono una certa importanza per il 34% degli austriaci, che invece non sopporterebbero un partner col vizio del fumo. Estremamente tolleranti gli olandesi, che sono anche i meno interessati alla politica.
Fate innamorare un tedesco, e scoprirete cosa è capace di combinare dietro ai fornelli. Secondo la ricerca, i crucchi sono i più disponibili a cucinare per il partner. Per amore, invece, gli inglesi, sarebbero disposti persino a cambiare città, mentre gli italiani metterebbero in secondo piano la carriera.
E il futuro? Fiori darancio e un bebè per spagnoli e italiani. Probabilmente perchè solo il 5% dei single nazionali ha già un matrimonio alle spalle; o per andarsene finalmente di casa: l83% vive ancora con mamma e papà. E per il grande passo vogliono un partner che condivida la propria visione della vita e le proprie credenze religiose. Tutti gli altri, invece, si accontentano di costruire un rapporto a due stabile e basato sulla comprensione reciproca, rinunciando alla componente romantica dellamore.
Eppure è proprio lamore, con quellaura dolce e sognante, che spinge due persone ad incontrarsi, anche on line. Attorno alla ricerca del partner tramite internet ruota un business di 160 milioni di euro, e, stando alle previsioni, entro il 2010 si quadruplicherà. Ma davvero non siamo più capaci di guardarci negli occhi?
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 16:20 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Pride 2006. In memoria dei gay perseguitati di Delia Vaccarello
Orgoglio della memoria. Per tanto tempo le vittime gay dellodio nazifascista sono state dimenticate. Per tanto tempo il silenzio è stato rafforzato dalle stesse vittime sopravvissute perché denunciare la persecuzione subita equivaleva a dire di essere omosessuali. Non si conosce l’esatto numero, c’è una stima: 50mila. Adesso la memoria comincia a diventare motivo di orgoglio: si dice «io ricordo» e latto del ricordare è occasione di fierezza. È come affermare: posso denunciare le aggressioni perché non mi vergogno, non mi identifico, cioè, con il pensiero dei persecutori. Succede questanno a Torino. A gennaio si inaugura la manifestazione nazionale del Pride che avrà il suo culmine con la parata del 10 giugno. «Il Pride ha tre temi cardine: memoria, salute, apertura alle culture» dichiara Gigi Malaroda del comitato promotore.
La manifestazione celebra la giornata della memoria con un seminario su «Fascismo e omosessualità» invitando Lorenzo Benadusi e Gabriella Romano. Benadusi che ha analizzato linvenzione fascista del «demone» gay nel suo testo «Il nemico delluomo nuovo - Lomosessualità nellesperimento totalitario fascista» (Feltrinelli) e Gabriella Romano che nei suoi documentari ha stanato gli omosex mandati al confino durante il Ventennio aiuteranno a «ricordare». Tenendo sempre in mente il testo di Massimo Consoli «Homocaust» ed. Kaos, vera pietra miliare, cui Consoli ha lavorato per più di venti anni. Appuntamento a Torino nella sala conferenze del museo diffuso della Resistenza giovedì 26 gennaio dalle 15 in corso Valdocco 4 a.
Non è tutto, lintera cittadinanza ricorderà le vittime gay quando il 29 gennaio alle 20, allauditorium della Rai, in occasione del concerto di celebrazione della giornata della memoria, un rappresentante del comitato Torino Pride interverrà insieme agli altri. Alle vittime gay e allomosessualità comincia a essere restituita dignità, anche se il cammino è lungo. Solo dopo il 2000 il circolo Pink di Verona è riuscito a sfilare con il proprio striscione in ricordo delle vittime gay iscrivendosi allAned, associazione nazionale deportati.
Ed è in un libro che il circolo ricorda la difficoltà per le vittime di uscire dal silenzio: «I sopravvissuti omosessuali si sono raramente sentiti parte di un collettivo. Il silenzio loro imposto dalle società del dopoguerra li ha atomizzati. Li si è esclusi dalla cultura della memoria. Gli omosessuali che lasciarono i campi di concentramento nel 1945 non sono dei "sopravvissuti". Essi hanno unicamente sopravvissuto». Sono le parole di Klaus Muller che troviamo insieme a preziosi studi nel libro «Le ragioni di un silenzio» a cura del circolo omosessuale Pink, ed.Ombre corte. Libro che verrà presentato in occasione della giornata della memoria il primo febbraio alle 20.30 nella sala del Municipio di Fumane, mentre il 23 gennaio ci sarà la proiezione del film paragrafo 175. «Volevo restare zitto. Ormai sono passati tantissimi anni. Il mio ano sanguina ancora: i nazisti mi hanno infilato un bastone lungo 25 centimetri»: è la voce addolorata e rabbiosa di uno dei gay scampati ai lager, intervistato nel film «Paragraph 175» girato da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, ora distribuito in dvd dalla Emik.
Tra i documentari, ci sono le opere di Gabriella Romano. La regista racconta la difficoltà di trovare le voci dei perseguitati. Gli uomini, spediti al confino, di cui lei parla in «Ricordare», quando facevano ritorno spesso cambiavano città. «Il problema era la visibilità. Quanti hanno vissuto durante il fascismo e, dopo, negli anni Cinquanta, quando i modelli sociali avevano uninfluenza fortissima, erano convinti che bastasse non dire o non vedere un fatto per togliergli lo statuto di vicenda realmente accaduta.
Lomosessuale perseguitato era stato scoperto ed era diventato visibile, lomosessuale visibile dava scandalo, e chi dava scandalo era mal visto anche dai gay», dichiara la regista. Eterosessuali e omosessuali tendevano a trovarsi daccordo sulla doppia morale, quella del «si fa ma non si dice». Morale che resta sempre in agguato: non vi sembra che le crociate contro le unioni di fatto vogliano riportarci al clima dei tramontati anni Cinquanta?
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 15:55 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Caccia alle streghe all’università di LA Associazione di ex studenti della Ucla mette «taglia» di 100 dollari per chi denuncia un professore «troppo di sinistra»
NEW YORK – A mezzo secolo dalla fine del Maccartismo in America, la «caccia alle streghe comuniste» è più viva che mai. Almeno in una delle più prestigiose università americane, l’University of California a Los Angeles (Ucla) dove un’organizzazione di ex studenti conservatori ha istituito una «taglia» di 100 dollari per chiunque denunci un professore «troppo di sinistra». La controversa iniziativa, rivelata dal sito del Los Angeles Times, ha scatenato un putiferio di polemiche in un Paese che si sente sempre meno libero dopo lo scandalo di Intercettopoli: il programma di intercettazioni senza mandato, segrete ed illegali, ordinate alla Nsa (National Security Agency) dall’amministrazione Bush, dopo le stragi dell’11 settembre.
Il ruolo di Grande Fratello, questa volta, spetta a un’associazione di laureati, la Bruin Alumni, guidata dal ventiquattrenne Andrew Jones, ex leader studentesco repubblicano che ha lanciato la campagna «Smaschera i radicali della Ucla», sguinzagliando dei veri e propri studenti-spie nel campus per raccogliere materiale – trascrizioni di seminari, registrazioni segrete di dibattiti e discussioni tra docenti - per incastrare i prof ritenuti di idee «eccessivamente liberal». Le segnalazioni - ricompensate con 100 dollari per ogni corso monitorato – hanno già portato alla elaborazione di una hit parade dei «Dirty 30», i 30 insegnanti ritenuti «più pericolosi» perché promotori in cattedra di idee liberal e di sinistra. I 30 sono stati subito messi alla gogna sul sito Internet del gruppo www.uclaprofs.com, che offre dettagliati profili biografici e accademici, infarciti di giudizi ipercritici.
Nella lista nera sono finiti alcuni degli studiosi più autorevoli e rispettati della UCLA, dal docente canadese Peter McLaren, definito «il peggio del peggio»al filosofo Douglas Kellner, accusato di aver paragonato l’amministrazione Bush ad «un Reich”.
Immediate le reazioni dei diretti interessati. E’ un’iniziativa orripilante che trasuda maccartismo da tutti i pori”, punta il dito McLaren, mentre la storica Ellen DuBois, finita anche lei nell’elenco dei cattivi, ha definito le accuse di Bruin Alumni come «un abominevole invito a una caccia alle streghe contro i professori». Anche due docenti che facevano parte del comitato scientifico della Bruin Alumni, lo storico di Harvard Stephan Thernstrom e il prof emeritus Jascha Kessler, hanno deciso di dimettersi, in segno di protesta. «Non siamo affatto d’accordo con questi metodi da vigilantes, hanno protestato, le tattiche del gruppo sono antidemocratiche, controproducenti ed illegali». «Stiamo solo cercando di rifar quadrare l’ago di una bilancia che nei campus americani pende da sempre in favore della sinistra», si difende Jones. Ma intanto il Los Angeles Times rivela che «il gruppo ha già raccolto 22.000 dollari da 100 sponsor esterni», tra cui l’industriale discografico di destra Arthur N. Rupe e Linda Chavez, ex commissaria dei diritti civili durante l’amministrazione Reagan e oggi leader di un’associazione della Virginia che si batte per abolire le quote pro donne e pro minoranze.
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 11:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Lezione d’eutanasia al liceo, il medico della RU486 mostra un video choc
TORINO - « Che giorno vorresti morire, Micheline?... ». (I ragazzi, corridoio al secondo piano, ascoltano muti). « Ho una data preferita, dottor Sobel: il 22 ». (I quattrocento occhi non si staccano dal video). « E perché proprio il 22? ». (Gli studenti sono a bocca spalancata). « Perché è il numero che ho sempre giocato al casinò ». (Una si asciuga gli occhi). « E hai mai vinto, sul 22? ». (Qualcuno si copre la bocca con la felpa del Toro). « No ». Ore 11. Suona la campanella a morto, nel liceo scientifico Albert Einstein. Una morte vera. Una dolce morte: quella di Micheline, impiegata delle Poste di Losanna, malata terminale che un giorno chiese al medico Jerome Sobel di lasciarla andare Di Là, bevendo un succo d’arancia avvelenato e lasciando riprendere il tutto in un film, Exit: il diritto di morire , che commuove come Million Dollar Baby e, molto di più, propaganda l’eutanasia. Il dvd, in vendita su internet a 25 euro, in Italia non era mai stato proiettato in pubblico.
Ieri mattina ha rotto il tabù Silvio Viale, il «Dottor Morte» del Po, il ginecologo del Sant’Anna che impugna la Rosa radicale e propugna i diritti più controversi, dalla pillola abortiva al suicidio assistito. I liceali in autogestione, 200 su 700, l’hanno invitato: «È giusto riflettere sulla scelta di morire, quando si è condannati». L’ex allievo Viale ha accettato: «Seguivano con attenzione e maturità». I professori hanno consentito: «Questi sono bravi ragazzi, non teste calde». Il cardinal Poletto s’è indignato: «È discutibile che l’unico modo proposto per eliminare il dolore terminale sia quello dell’eutanasia - protesta la Curia di Torino -. Ci domandiamo se i genitori degli studenti siano stati coinvolti in una decisione che non può non chiamarli in causa».
No, molti genitori non ne sapevano niente. Ma anche il preside l’ha letto sui giornali: «A me avevano detto che veniva Viale e basta - dice Carmine Percuoco, 55 anni -. Pensavo che parlasse d’aborto, non d’eutanasia. Però l’autogestione è utile e io non ho voluto proibire nulla. Ho chiesto solo che Viale non facesse un comizio, ma affrontasse il contraddittorio con un altro adulto». Il medico c’è stato a metà: proiezione subito, domani il dibattito con un teologo. «Ho detto che non ero qui per convincere nessuno. Ho letto dieci righe di Benedetto XVI, una citazione di Umberto Veronesi e di Dom Franzoni, due passaggi di Derek Humphry e di Jacques Pohier. Ho spiegato che oggi non si pensa alla morte, ma a volte la morte è un processo lento. E c’è chi chiede di non soffrire».
Finiti sui giornali come i pariniani milanesi anni ’60, quelli della Zanzara , gli autogestiti dell’Einstein sono scioccati più dal clamore che dalle immagini. Fanno picchetto e silenzio stampa. Vogliono la proiezione a porte chiuse. Si sentono «strumentalizzati». Daniele, classe IV: «Magari siamo stati un po’ ingenui. Ma ci siamo sentiti usati, l’anello debole. Noi non abbiamo niente contro il Vaticano». Usati da chi? Il prof di religione, Alberto Pisci, è chiaro: «Da Viale. Che si candiderà alle elezioni e viene a farsi propaganda sulla pelle dei ragazzi». Il «piccolo boia» distribuisce in classe i volantini sulla Ru 486, logo dell’associazione Adelaide Aglietta, ma respinge: «All’inizio doveva venire un altro radicale, ma non poteva. Io sono uno che accetta da sempre i confronti. L’altro giorno volevo confrontarmi col presidente del Senato Marcello Pera, ma me l’hanno impedito». Quando suona la campanella (vera), i ragazzi applaudono. «È stato bravo, non ci ha influenzato». Ma alla fine com’è, questo film? Uno: «In tv si vede ben altro». Un altro: «Boh. Non si capiva, è in francese. Ed eravamo 200 davanti a un televisore: non si vedeva niente».
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 11:08 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 19 gennaio 2006
ore 10:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Le amnesie del Cavaliere di ETTORE LIVINI
UNO SCIVOLONE sulle presunte pressioni del centro sinistra su Generali, smentite prima dalle parti in causa e ieri da Tarak Ben Ammar. Più qualche bugia collaterale ("Non sono mai stato socio di Gnutti"), una gaffe giudiziaria ("gli incontri tra esponenti della sinistra e Generali in corso dOpa sono illegali") e alcune forzature temporali. Il forcing mediatico di Silvio Berlusconi sulla vicenda Unipol-Ds-Generali si è sgonfiato definitivamente ieri. Vittima - un po a sorpresa - del fuoco amico.
A smontare il castello daccuse del premier infatti è stato il vecchio alleato Tarak Ben Ammar. Che ha iniziato la sua conferenza stampa di ieri confermando "tutto quello che ha detto il presidente del Consiglio". Salvo poi smontare buona parte delle affermazioni ricostruendo nei dettagli il vertice tra loro due e Antoine Bernheim - presidente delle Generali, socie di Unipol con l8,7% - del 15 giugno scorso.
Prima smentita: "Né io né Bernheim abbiamo mai parlato a Berlusconi di pressioni politiche su Generali sulla quota Unipol", ha detto limprenditore franco tunisino. Solo una settimana prima Berlusconi - citando a "Porta a Porta" proprio le informazioni avute da Ben Ammar - aveva sostenuto lopposto: "Alcuni protagonisti della coalizione di centrosinistra hanno avuto incontri per cui qualcuno che era azionista Bnl si determinasse a vendere le sue azioni a Unipol". Pressioni che peraltro avevano già provveduto a smentire sia le Generali che limprenditore Francesco Gaetano Caltagirone. Tanto che Berlusconi aveva prudentemente derubricato i vertici carbonari denunciati da Bruno Vespa a "incontri conviviali penalmente irrilevanti".
Altro problema (al di là dei contenuti dei contatti di Bernheim con Massimo DAlema, Walter Veltroni, Romano Prodi, e Francesco Rutelli) sono le date. Il 15 di giugno, tanto per cominciare, il presidente di Generali non aveva ancora parlato né con Veltroni né con Rutelli. Il cui pressing, dunque, sembra più una deduzione del premier. Lincontro con Prodi, aggiunge poi Tarak, risale ad almeno due mesi prima. Quando lunica offerta per Bnl sul tavolo era quella degli spagnoli del Bbva e ben tre mesi prima del lancio effettivo di quella di Unipol. Dunque non "nei giorni caldi dellofferta pubblica", come ha sostenuto Berlusconi.
A voler essere pignoli, poi, anche sul presidente del Consiglio in tutta la vicenda aleggia come un convitato di pietra lo spettro del conflitto di interessi. Accade nello stesso incontro del 15 giugno a Roma con Bernheim e Tarak Ben Ammar dove il Cavaliere non è certo uno spettatore sopra le parti. Si parla di Opa bancarie mentre lui è socio della Hopa di Emilio Gnutti - alleata a Unipol nelle scalate a Bnl ed Antonveneta - ed è azionista di riferimento assieme a Ennio Doris di quella Mediolanum che al Leone di Trieste guarda da tempo (e spesso proprio con i buoni uffici di Ben Ammar) con un certo interesse. Non solo: le ultime informazioni sui vertici "calndestini" tra il centro-sinistra e Bernheim Berlusconi le raccoglie dallo stesso Ben Ammar in un incontro a Palazzo Grazioli alla vigilia di Natale. Per gli auguri, dicono le versioni ufficiali, anche se appena due giorni prima Mediaset ha acquistato da Europa Tv (società dellimprenditore franco-tunisino) un pacchetto di frequenze, con Tarak rimasto socio di Cologno Monzese al 20%.
Sul caso Hopa, tra laltro, il Cavaliere ha mostrato di soffrire damnesia finanziaria: "Non sono socio di Gnutti e Consorte", ha proclamato urbi et orbi il 10 gennaio a "Porta a Porta" prendendo le distanze dal discusso scalatore di Antonveneta e Bnl. Salvo poi dover registrare una perdita di 100 milioni in carico a Fininvest e Mediaset quando due giorni più tardi il Biscione ha venduto il suo 5,26% di Hopa, tagliando limbarazzante cordone ombelicale che lo legava da almeno tre anni al "parlamentino" dei furbetti del quartierino. Nel cui consiglio gli uomini Mediaset sedevano fianco a fianco di Consorte, Gnutti, Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani.
La stanchezza per loverdose mediatica ha giocato un altro brutto scherzo al Cavaliere durante la telefonata a "Ballarò" di martedì sera. Appurato che le pressioni su Generali non cerano state, spiazzato dal comunicato in cui i legali di Consorte confermavano che i 50 milioni di presunte consulenze intascate dal loro assistito ("che fine hanno fatto?" era la richiesta pressante del premier da alcune ore) era ancora "nella piena disponibilità del manager", Berlusconi ha rilanciato: "Gli incontri tra gli uomini della sinistra e le Generali mentre è in corso lOpa è non solo disdicevole, ma anche proibito dalla legge", ha sostenuto. Una valutazione sbagliata non solo per le discrepanze temporali (lOpa Unipol è stata annunciata un mese dOpa lincontro DAlema-Bernheim) ma anche perché - come hanno confermato ieri fonti della Consob - "non si tratta di incontri illegali visto che il Regolamento Emittenti vincola alla correttezza informativa solo le società e gli advisor coinvolti nelloperazione".
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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 18:34 (categoria:
"Vita Quotidiana")




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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 15:34 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Giovani, tanta voglia di vivere da soli E le banche iniziano a cambiare idea di AGNESE ANANASSO
"Vado a vivere da solo, anzi mi compro casa". Sembra questa la fase più ricorrente sulla bocca dei giovani, almeno secondo i dati dellultima ricerca condotta dal Censis per conto della Banca di Roma. Dovendo accantonare lobiettivo del posto fisso, di un reddito sicuro e di una famiglia tradizionale, i giovani si accontentano dei cosiddetti lavori atipici, con contratti a tempo determinato, a progetto, interinali, part-time. E anche gli istituti di credito e le banche si sono date da fare per far fronte al nuovo panorama del mondo del lavoro.
In Italia circa l81 per cento della popolazione è proprietario di casa ma la media scende drasticamente, al 35,2 per cento, quando si parla di giovani, intendendo coloro che sono in grado di mantenersi da soli, quindi la fascia che va dai 26 ai 35 anni. Non è una situazione "felice" visto che ben il 65 per cento dei giovani, che corrisponde alla quota di coloro che hanno unindipendenza economica ma non abitativa, vorrebbe vivere da solo ma non ha i mezzi sufficienti per poter comprare casa. Si parla di un bacino di potenziali acquirenti pari a 4 milioni di giovani, di cui il 56,7 per cento vive ancora con i genitori, il 33,9 per cento vive in affitto e il 9,4 per cento convive, con il partner (2,9 per cento) o come single (6,5 per cento).
Nonostante la precarietà però (Il 21,5 per cento ha firmato un contratto atipico), i giovani preferiscono comprare casa, sia per una favorevole congiuntura economica che vede dei vantaggiosi tassi di interesse applicati sui mutui (nonostante il recente aumento da parte della Banca Centrale Europea) sia per laumento vertiginoso degli affitti. Un dato interessante: più è alto il livello di istruzione, maggiore è la propensione allacquisto di unabitazione. I laureati rappresentano il 9,7 per cento dei giovani ma hanno una propensione allacquisto pari al 23 per cento; il 62,8 per cento dei diplomati (54,4 percento del totale) vorrebbero acquistare, mentre chi è in possesso di un titolo di studio inferiore oppure ne è privo (36 per cento) vede calare le sue probabilità dacquisto al 14,1 per cento. Un dato che indica come il percorso formativo diventi un investimento su una carriera più lunga e remunerativa, facendo accantonare il concetto di "prima inizio a lavorare prima inizio a guadagnare".
Per le banche infatti offre maggiori garanzie un giovane che ha cominciato a lavorare da poco ma che ha le basi per realizzare nel lungo termine guadagni più elevati che non un giovane produttivo da subito ma che vede vincolato il suo reddito alla mancanza di un titolo di studio.
Interessanti anche i dati sul livello economico dei compratori: l83,3 per cento si concentra nelle fasce di reddito medio-basse, solo il 15,7 per cento nella fascia alta e medio alta. I giovani più disposti a "sacrificarsi" per costruirsi il proprio nido sono proprio quelli che appartengono alla classe meno abbiente. Buona parte di questi giovani si concentrano nel Nord-Ovest (30,1 per cento) con il primato della Lombardia (18,7 per cento), seguito dal Sud (28,1 per cento), da Nord-Est e dal Centro, a parimerito con il 22 per cento.
Le stime del Censis (riferite al 2004 e ai primi mesi del 2005) in effetti sono state supportate dai riscontri della Banca di Roma per questa ricerca (in tutto simili ai dati di molti altri istituti): il 39 per cento delle domande pervenute, utilizzando il canale on line, sono arrivate dal Nord, il 38 per cento dal Centro, il 23 per cento dal Sud. La prima città in classifica? Roma col 22 per cento delle richieste, seguita da Milano con l8 per cento. Il 64 per cento degli acquirenti sono uomini, il rimanente donne.
Il proliferare dei mutui agevolati per i giovani e gli investimenti che stanno facendo le banche per sviluppare nuovi prodotti in tal senso, indica come questa situazione di flessibilità - o di precariato - sia una condizione non effimera ma destinata a durare e a consolidarsi come nuovo modello di rapporto di lavoro.
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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 11:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La terapia che vuole dissolvere la sinistra di EUGENIO SCALFARI
Lultima tempesta (in un bicchier dacqua) tra Prodi e i partiti dellUlivo, conclusasi con lennesimo accordo sulla presentazione delle liste elettorali, ha riportato alla ribalta la questione del futuro partito democratico, sui tempi e le modalità necessarie per realizzarlo e soprattutto sulla sua natura politica: questioni non peregrine poiché dalla loro soluzione dipenderà la qualità innovativa che la nascita di questo nuovo soggetto introdurrà nella democrazia italiana dopo dieci anni di avventure berlusconiane.
Fondere in uno stesso contenitore due culture politiche e due esperienze storiche profondamente diverse che derivano una dal Pci e laltra dalla Dc (sia pure dellarea di sinistra di quel partito) non sarà unoperazione semplice e tuttavia è la sola capace di dar vita ad un forte partito riformista, tanto più necessario in un paese che di un riformismo serio ha estremo bisogno; senza dire che tra gli effetti positivi vi sarà anche quello di facilitare la nascita dun partito conservatore moderno, adeguando finalmente la democrazia italiana ai modelli del bipolarismo e del bipartitismo che da molto tempo caratterizzano le democrazie occidentali al di là e al di qua dellAtlantico. Si tratta dunque duna iniziativa che non è retorico definire storica perché costituisce lindispensabile premessa alla modernizzazione della società nei campi delleconomia, del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, dei diritti e dei doveri civili, dellesercizio della giurisdizione, della scuola, della sanità e insomma di tutti quei "beni pubblici" che influiscono direttamente sul benessere dei cittadini e sui loro rapporti con le istituzioni.
Le fusioni tra entità diverse non sono processi facili. Per molte ragioni, la prima delle quali fu battezzata un secolo fa da due illustri sociologhi (Mosca e Pareto) la "persistenza degli aggregati". Ogni ente, ogni soggetto collettivo, per il fatto stesso di esistere, ha una sua forma, una sua organizzazione e un suo spirito di appartenenza.
È dotato dun proprio sistema immunitario (il corpo umano ne rappresenta lesempio tipico) che avvista i corpi estranei e, se può, li distrugge per mantenere integra la propria essenza. Questa è appunto la persistenza degli aggregati della quale parlavano Mosca e Pareto.
Per vincere questa forza di resistenza ci sono due modi: integrare i diversi aggregati dando vita a una nuova cultura oppure distruggerli, disperderli, polverizzarli ripartendo da zero, rimpastando la polvere, azzerando ogni continuità ed ogni memoria della storia passata.
La scelta tra i due modelli operativi non avviene, naturalmente sottovuoto. Gli aggregati non rappresentano infatti soltanto se stessi. Intorno a loro, nel corso della loro storia, si sono raggruppati interessi, ambizioni, prospettive, speranze. Nel momento della loro scomparsa tutte queste forze dovranno riposizionarsi sicché nella fase che precede la nascita del nuovo soggetto ciascuna di esse cercherà di ottenere le migliori condizioni di partenza. Di qui la complessità delloperazione che presuppone una volontà molto determinata nel superare le resistenze e nel facilitarne il riposizionamento.
Se guardiamo al passato prossimo non troviamo molti esempi riusciti di fusioni fra partiti diversi. Fu un completo fallimento la fusione tra Psi e Psdi tentata da Nenni e Saragat nel 1967. Eppure si trattava di aggregati derivanti da una comune matrice culturale e politica.
Analoghi insuccessi si sono avuti in Gran Bretagna con le iniziative "lib-lab" (liberali-laburisti) e in Francia tra gollisti e giscardiani.
A ben guardare la sola operazione riuscita è stata quella mitterrandiana ed è infatti proprio quella ad aver dato al suo autore il crisma e il carisma di grande uomo politico al di là dei tanti difetti ed errori che hanno costellato la sua biografia di statista. Ma loperazione mitterrandiana si svolse in condizioni molto particolari: la socialdemocrazia di Guy Mollet era in stato di avanzata decomposizione; così pure il vecchio arcipelago radicale sopravvissuto alla Terza Repubblica; il partito democristiano si era da tempo disperso e la cultura dei cattolici democratici sopravviveva soltanto nei club Jean Moulin. Infine il gollismo aveva fatto "tabula rasa" nel panorama politico e istituzionale francese. Aggiungo che il mitterrandismo si cementò in lunghi anni di opposizione e fu proprio in quel periodo che il nuovo aggregato culturale politico prese forma. Nacque la "gauche" e portò il suo leader al potere per tre mandati presidenziali.
Non sono queste le attuali condizioni italiane dove tra laltro la presenza vaticana nellarena politica è quanto mai influente e ingombrante. Ci vuole dunque un sovrappiù di creatività politica e di realismo. Creatività e realismo possono dar luogo ad un ossimoro, contengono cioè una contraddizione.
Eppure nel caso specifico sono entrambi elementi indispensabili in mancanza dei quali il partito democratico si rivelerà un flop o non nascerà affatto.
* * *
Tre giorni fa il professor Panebianco ha dedicato a questo tema unampia analisi con un suo articolo di fondo nel Corriere della Sera. Lo stesso giorno e nella pagina il Corriere ha pubblicato un articolo del professor Ichino dedicato alla struttura dei sindacati italiani e alle modalità contrattuali entro le quali essi operano. Li cito insieme perché, al di là dei temi diversi, lispirazione dei due articoli è comune, direi anzi identica, tanto da configurare una linea editoriale vera e propria alla quale del resto quel giornale è sempre stato fedele. E poiché il Corriere della Sera dà voce da centotrenta anni agli interessi e alla cultura della borghesia imprenditoriale padana, quella linea editoriale ha un peso che trascende i suoi autori e il pur importante giornale che li ospita. Per questo merita parlarne.
Panebianco è ben consapevole delle difficoltà di dar vita al nuovo partito democratico. Per arrivarci sceglie il modello di polverizzare gli aggregati esistenti. Cancellarli. Dissolverli. Disperderne identità e memoria storica. Scrive testualmente che la "base" è una realtà e un concetto ostativi alla realizzazione del progetto. Per creare il partito democratico bisogna che esistano soltanto persone, singoli individui, sciolti e liberati da ogni precedente appartenenza e disposti, in quanto persone, a dar vita al nuovo soggetto politico.
È fin troppo chiaro che questa terapia dattacco ha come obiettivo i Ds e non anche la Margherita di Rutelli e di Marini. Lì infatti non esiste né il mito né la realtà di una "base". Ciò che tiene insieme la parte ex democristiana di quel partito è di natura religiosa o meglio politico-religiosa. Quindi non può rientrare nella terapia di Panebianco. Tra i Ds invece leventuale religione di alcuni suoi membri non ha motivazioni di appartenenza; quanto allideologia comunista, essa è stata già frantumata dai fatti. Ma resta comunque unappartenenza molto forte motivata da memorie e identità comuni, valori comuni di eguaglianza nella libertà e di libertà nelleguaglianza.
Infine una visione del bene comune di natura genericamente ma intensamente socialista. Questo determina la persistenza dellaggregato e contro quellaggregato Panebianco propone il radicalismo della sua terapia, la riduzione di quel nucleo alla polverizzazione individuale. In pratica, il dissolvimento del gruppo dirigente se vogliamo dire le cose con il loro nome.
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Ichino lavora invece su un altro terreno. Il sindacato non è un partito, non esistono miti e sentimenti di appartenenza ma interessi allo stato puro. Il collateralismo politico è finito da tempo, sia quello "rosso" sia quello "bianco". Qual è dunque la diagnosi e la terapia di Ichino per modernizzare la struttura sindacale esistente e superare quella stagione di conflitti prolungati, di contratti non firmati, di scioperi frequenti e di scarsa comunicabilità tra lavoratori sindacalizzati e padronato? Si potrebbe pensare che la situazione attuale derivi dalla fine della concertazione che caratterizzò la politica sociale dal 1993 fino al 2001 e che dunque la giusta terapia sia quella di ritornarvi; ma non è questa la tesi di Ichino. Detta in breve essa mira piuttosto alla destrutturazione del sindacato nazionale, alla riduzione a livelli minimi della contrattazione collettiva esaltando al suo posto il contratto aziendale. In questo modo, sostiene Ichino, le imprese più innovative sarebbero in grado di associare alle loro prospettive di maggior profitto le loro maestranze mentre nelle imprese di retroguardia anche il salario dovrebbe adattarsi a livelli compatibili.
La terapia così delineata prevede anche una differenziazione territoriale con salari parametrati ai diversi livelli del costo della vita.
Ichino si preoccupa di estendere la sua proposta anche alle associazioni imprenditoriali e alla Confindustria per ragioni di equilibrio lessicale. Dico lessicale perché il fronte delle imprese ha tutto linteresse al frazionamento dei sindacati che è sempre stato di fatto uno dei suoi obiettivi. Non voglio dire - sarebbe un indebito processo alle intenzioni - che una proposta del genere sbocchi necessariamente in una sorta di sindacalismo "giallo" ma di fatto questo sarebbe lapprodo finale della destrutturazione sindacale e del profitto visto come "variabile indipendente" alla quale tutti gli altri fattori della produzione dovrebbero conformarsi.
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Le due posizioni Panebianco-Ichino sono dunque perfettamente coerenti e convergenti tra loro. Luna sul terreno politico e laltra su quello sociale. Massima fluidità sia nelluno che nellaltro e sui rispettivi mercati.
Marginalizzazione dei deboli e predominio dei forti. Di qui ad immaginare governi profondamente influenzati o addirittura direttamente gestiti dai "poteri forti" rinvigoriti da politiche che abbiano al centro le imprese il passo è molto breve, lasciando allo Stato il compito "supplente" di raccogliere gli sconfitti lasciati ai bordi della strada e di provvedere alla loro sorte con pensioni sociali, salario sociale, assistenza sanitaria sociale, scuola pubblica sociale, dove laggettivo "sociale" sta per rete di protezione minima in un sistema ispirato alla massima libertà individuale con leffetto di accrescere ulteriormente le già intollerabili diseguaglianze prodotte dal sistema.
Non entro in critiche di valore rispetto a questi schemi, ai quali mi limito qui ad obiettare la loro impraticabilità. Seguendo questa ricetta non si integrano aggregati diversi, al contrario se ne esalta la persistenza rendendo impossibile la novità di soggetti nuovi. Questo tipo di riforme in realtà rendono impossibile il riformismo, accentuano il conflitto sociale e politico, si configurano infine come vere e proprie controriforme condotte allinsegna dellantipolitica e di opzioni di natura tecnocratica.
P. S. Una parola sulla vicenda che può definirsi "Berlusconi in Procura". Non entro neppur qui nel merito della deposizione del presidente del Consiglio anche perché non se ne conosce ancora il vero tenore. Faccio unosservazione e pongo una domanda. Losservazione è questa: sia Berlusconi sia i suoi avvocati hanno dichiarato ripetutamente in questi giorni che la deposizione del "premier" non contiene alcun elemento penalmente rilevante. I magistrati della Procura tuttavia debbono aver ritenuto che qualcosa di penalmente rilevante vi sia, altrimenti non avrebbero disposto indagini sugli incontri di uomini politici con il presidente delle Generali.
La domanda è questa: qualora le indagini si concludano con un pugno di mosche, i pm riterranno che le denunce di Berlusconi raffigurano un reato di calunnia e procederanno dufficio nei suoi confronti come la legge prescrive oppure no? In questultimo caso ne dovremmo dedurre che le Procure si muovono anche alla ricerca di gossip oltre che alla ricerca di reati. Non sarebbe una novità di poco conto. La risposta lavremo dai pm romani e speriamo sia rapida e meditata poiché coinvolge i limiti dellazione penale e la natura della giurisdizione.
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mercoledì 18 gennaio 2006
ore 10:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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