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ORA VORREI TANTO...

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STO STUDIANDO...

Appunti per lezioni, libri adottati e collaterali, e-mail di allievi e di colleghi, regolamenti di condominio e estratti conto.

OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare
2) veder morire la goliardia
3) Essere beccati dall'autovelox due volte nella stessa sera!!!
4) i siti ottimizzati per explorer

MERAVIGLIE


1) insegnare
2) ...Trovare il semaforo verde alla Stanga
3) Svegliarsi con la convinzione che sia ora di alzarsi, guardare la sveglia ed accorgersi che invece mancano due ore...
4) la sicurezza che c'è qualcuno sempre disposto a ascoltarti e crederti.
5) vedere attorno a te le persone a cui vuoi bene che ti guardano con ammirazione... e sapere di aver fatto tutto quello che potevi per meritartela



(Thanks Sanja, anche se lo preferirei senza "d" eufonica)

Mi piace che il mio blog sia un porto franco,
riposo per il navigante stanco,
finestra da cliccare rilassati
e a volte, forse, un po’ disimpegnati;

se pure qualche giorno resta in bianco,
non sono io che della voglia manco:
viviamo infatti in tempi concitati,
non sempre si può stare collegati.

Ma in quello che ci scrivo, sono vero:
scrivo di getto, scrivo senza ingegno
sia ai nomi noti, sia agli sconosciuti;

se mi si lascerà, passando, un segno,
che il commento lasciato sia sincero,
amici e ospiti: siete i benvenuti.




Le mie rubriche:


Sono benvenuti suggerimenti, segnalazioni, insulti gratuiti.
E, se non fosse che le musichine di sottofondo dei blog mi danno l’orticaria, qui ci sarebbe questa.





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giovedì 16 novembre 2006 - ore 09:58


La parabola del ciclista
(categoria: " Riflessioni ")


In verità, in verità vi dico, disse Galvan, che c’era un tale Ponzio, quindicenne aspirante ciclista, la cui media in pianura prima di iniziare gli allenamenti era di venti chilometri l’ora. Egli decise di sottoporsi a un serio programma che garantiva un miglioramento della media oraria del cinque per cento ogni quindici giorni.

Seguendo scrupolosamente i dettami di quel programma, il nostro si accorse che effettivamente dopo le prime due settimane di allenamento la sua media era salita a ventuno chilometri l’ora. Dopo un mese, la sua media era di ventidue virgola zero cinque spaccati. Il giovane non cessò i suoi sforzi e moltiplicò la sua determinazione.

Alla fine del primo anno di allenamento, il giovane Ponzio già superava la media dei cinquantacinque ed era pronto per correre le più importanti competizioni internazionali. Ma non si accontentò: il miglioramento del cinque per cento ogni quindici giorni era troppo soddisfacente, e gli allenamenti continuarono.

Dopo poco più di altri tre anni e mezzo, durante l’allenamento quotidiano, Ponzio sentì uno scoppio fortissimo: aveva cozzato contro il muro del suono. Dopo circa altri dieci anni, al culmine della sua forma fisica, superò anche la velocità della luce. Da allora, nessuno lo vede più.


Questo racconto è evidentemente una puttanata e penso che chiunque lo legga non possa che pensarla così. Eppure tutti trovano assolutamente ragionevole chiamare "patti di stabilità" alcuni accordi dementi secondo i quali il prodotto interno lordo di uno stato deve aumentare del tre per cento l’anno.

Meditate, gente. Nel frattempo, buona giornata a tutti.

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domenica 12 novembre 2006 - ore 10:32


Sogno e son d’estro
(categoria: " Pensieri ")


Per ovvie ragioni (quando si hanno tre o al massimo quattro ore ogni notte per dormire tutto l’organismo si rende conto che non può mica perder tempo a cazzeggiare in sogni e divagazioni varie) da un bel po’ non mi capitava di ricordare la mattina che cosa avevo sognato durante la notte. Complice però il fatto che ieri e avantieri ho poltrito per (rispettivamente) nove e sette ore, la mia parte irrazionale è finalmente tornata a parlarmi.

Ieri mattina, in effetti, mi sono svegliato perplesso, perché non mi era chiaro quale potesse essere il significato dello strano episodio. Ma questa mattina, dopo che ho nitidamente sognato altre due simpatiche scenette che ribadiscono genialmente il concetto, non ho più dubbi: il mio subconscio sta semplicemente cercando di spiegarmi che non valgo un cazzo.

Tu quoque, Brute.

Buona giornata a tutti.

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venerdì 10 novembre 2006 - ore 09:11


Gli improbabili dialoghi con Galvan [2]
(categoria: " Vita Quotidiana ")


(Scena: un’amica, forse un pelino troppo tendente all’autotensione, si è tinta i capelli di rosso. Sulle prime, Galvan non la riconosce.)

Galvan: Piacere, G... Mioddio, ma sei Xxxxx!
L’amica: Eh, già!
Galvan: Beh, in realtà non stai neanche male!
L’amica: (sarcastica) Tu sì che sei uno che sa fare i complimenti alle donne!
Galvan: Solo a chi se li merita. Uno pari?


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lunedì 6 novembre 2006 - ore 11:57


Parti in fretta e non tornare
(categoria: " Vita Quotidiana ")


C’è poco da dire su questo romanzo di Fred Vargas e quel poco non può che essere positivo. Si tratta di un "giallo" quasi tratteggiato all’acquerello, nel quale si muovono personaggi semplicemente deliziosi (dall’ex marinaio bretone che reinventa con successo la professione di pubblico banditore al burbero e svanito commissario di polizia, dal "consulente in cose della vita" alla superficiale Marie Belle). La stessa trama è tutt’altro che banale e, anzi, in alcuni risvolti decisamente geniale e ben architettata: il mosaico si scopre dal nulla e poco per volta, tanto da far sembrare scorretto anche solo tratteggiarne i punti principali. L’unica cosa che mi sento di fare, in tutta semplicità, è ringraziare chi me l’ha prestato.

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sabato 4 novembre 2006 - ore 10:12


La noia
(categoria: " Riflessioni ")


Avevo sentito parlare molte volte dei "romanzi psicologici" di Moravia (la cui opera omnia era stata messa all’indice dalla Chiesa Cattolica nel 1952), ma non avevo mai avuto l’occasione di leggerne uno. Mi sono quindi accinto alla lettura di questo, prestito di un amico psicologo, con quel misto di curiosità, riverenza e timore di delusione che forse è inevitabile provare per tutto ciò intorno a cui si fa un gran rumore.

La tentazione sarebbe di dire che il libro è tutt’altro che avvincente. In effetti, lo stile di Moravia è tutt’altro che liscio e scorrevole; nonostante questo, però, "La noia" si lascia leggere senza strappi, anche potenzialmente tutto di un fiato. La storia è presto detta: Dino, un figlio di madre straricca che non accetta la sua condizione di ricco e preferisce vivere facendo il pittore bohémien, lamenta di non riuscire a mettersi in rapporto con le cose, di trovarle vuote e prive di senso (è questo che lui chiama "noia" e che tutto sommato si potrebbe benissimo chiamare "alienazione" à la Marx). Poi Dino conosce Cecilia, una ragazza affascinante e soavemente impenetrabile, e inizia un affascinante percorso psicologico. Così, il lettore si trova portato per mano attraverso le azioni e i pensieri del protagonista, venendo colpito come da uno schiaffo dallo scollamento di tra questi e quelli, tra constatazioni apparentemente lucide e annoiate e azioni che indicano chiaramente sentimenti opposti, tra prorompenti manifestazioni di sé e maldestre mancate accettazioni di quello stesso sé.

Sarebbe quanto meno irresponsabile consigliare la lettura di questo libro a tutti. Parlandone con l’amico che me l’ha prestato, gli ho detto più o meno testualmente che nella mia opinione questo è un libro che può seriamente destrutturare una persona, senza però offrirgli alcun materiale per ricostruire sulle macerie: lui si è detto assolutamente d’accordo. Probabilmente, quindi, solo due categorie di persone possono leggerlo senza rischio: quelle che hanno già un grosso, robusto e stabile equilibrio con se stessi (e che probabilmente sorrideranno rivedendo in Dino errori già affrontati e superati) e quelle, invidiabili, che riescono a lasciarsi scivolare addosso la vita con straordinaria leggerezza (e delle quali Cecilia, la protagonista, è senz’altro una campionessa). Per tutti gli altri, si declina ogni responsabilità.

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giovedì 2 novembre 2006 - ore 18:12


Multa acciderunt
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non son mica riuscito a rimuovere completamente quello che mi hai detto, sai, Dario? E allora via si va, via si va, si va via; sia Nash se ha da essere Nash, sia Pareto se, qualche volta ogni tanto, la sorte vorrà esserci benigna e gl’intelletti vorranno essere illuminati.

Un po’ di luce s’intravvede, finalmente. Papà è stato dimesso, a onor del vero anche prima di quanto ci aspettavamo; ci siamo presi una giusta dose di spaghetto, ma sembra che tornerà sostanzialmente come nuovo o poco meno. Anche mamma si sta rimettendo, velocemente quanto può; è stato in effetti un test impegnativo che, se da un lato mi ha fatto capire quanto giusta sia stata la mia scelta di non trasferirmi all’ombra della madonnina, dall’altro lato dovrebbe portare a riflettere anche qualcun altro e speriamo che lo faccia. Il rogito è stato firmato, all’ultimo ultimo ultimissimo momento che neanche i gol del Milan al novantaseiesimo; certo, questa incertezza fino all’ultimo momento si sono ripercosse sui tempi di organizzazione dei lavori, che a questo punto probabilmente non saranno finiti nemmeno per Natale, ma intanto la casa è lì e ha il frigo pieno di birra. Le prove parziali per le balde matricoline sono state consegnate al nostro "centro stampa", anche qui dopo un travaglio assolutamente incredibile, ma tutto è bene quel che finisce bene, diamine. Gli esami dei dottorandi sono andati a dir poco benissimo; Guzzanti è decisamente provvisto di cervello e favolosamente simpatico, anche se forse il suo film ogni tanto supera le righe un po’ troppo.

Queste e altre cose sono accadute. Ognuna di queste genera varie riflessioni, ognuna ha le sue conseguenze, ognuna meriterebbe un post da sola. Ma non oggi: domani, forse. Per oggi mi limito a tenere saldo a mente che mi restano le mie promesse e i miei maroni e che è bene continuare a non rompere né queste né quelli, per quanto difficile a volte possa essere.

Buona giornata a tutti.


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giovedì 12 ottobre 2006 - ore 10:19


A proposito di Nash [4]
(categoria: " Riflessioni ")


L’epifania

Torniamo ai nostri due prigionieri. Al loro posto, quale dovrebbe essere la scelta giusta da prendere? La letteratura economica è piena di considerazioni in proposito e si fa un gran parlare di ipotesi sulla "razionalità" degli altri giocatori o sull’adozione di "obiettivi globali" (un articolo dal titolo emblematico, "Learning to reach the Pareto optimal Nash equilibrium as a team", risale solo al 2002).

Ebbene, la mia epifania è stata che al posto di uno dei due prigionieri non avrei dubbi e sceglierei di non confessare. Anzi, di più, l’epifania è stata che nel corso della mia vita, trovandomi molte volte in situazioni analoghe a quella di uno dei due prigionieri, ho ripetutamente scelto di non confessare.

Naturalmente, nella quasi totalità dei casi, l’altro giocatore ha deciso di confessare e se n’è beatamente tornato a casa dopo un anno, lasciandomi a passare il mio allegro ventennio al fresco. Non solo, ma in una vasta maggioranza dei casi, l’altro giocatore mi ha pure sbeffeggiato impietosamente per l’idiozia che, secondo lui, ho dimostrato scegliendo come ho fatto, o si è messo a pontificare sul fatto che scegliere come ho fatto era sbagliato e che "non si fa così".

Qual è la soluzione, a questo punto? Decidere di "confessare" anche io? Il passato è passato, ormai; le decisioni prese sono state prese, i poliziotti non mi crederebbero più. Ma comunque, se anche avessi la possibilità di tornare indietro, con quale coraggio potrei scegliere diversamente, sapendo che condannerei anche l’altro a dieci anni di carcere, quando invece così almeno lui se n’è risparmiati un bel po’? Come potrei rinunciare a un ottimo secondo Pareto, sia pur non conveniente per me, in favore di una situazione orrenda per tutti? Certo, mi sono disperato più volte constatando che la mancanza di cooperazione mi ha danneggiato pesantemente e avvantaggiato altri soltanto grazie al mio sacrificio; trascinare però quegli altri nel baratro con me non sarebbe poi stata una grande fonte di consolazione.

Allo stesso modo sento che, anche nel futuro, non potrei scegliere di "confessare". Trovarmi incastrato in uno stupido equilibrio di Nash mi farebbe soltanto sentire stupido. Sperare di trovare l’ingenuo come me che mi permetta di cavarmela in un anno beccandosi tutti i danni e le beffe sarebbe ancora peggio: senza nulla togliere alla legittimità delle scelte di chi, con le mie, ho avvantaggiato in passato, non potrei essere in quei panni senza sentirmi quotidianamente indegno di me stesso.

Insomma, pare che io sia incastrato in un dilemma tutto mio. Per il mio obiettivo, cioè quello di essere degno di me stesso, la mia strategia è ottima. Contemporaneamente, questa strategia porta anche gli altri a ottenere il miglior obiettivo possibile (cioè, quello di farsi meno anni di galera possibile). Insomma, è praticamente un equilibrio di Nash che però è anche quasi ottimo secondo Pareto.

Credo perciò che esista soltanto una soluzione: smettere di giocare. Rimarrò nella mia cella, tutto sommato pulita e illuminata bene, a trascorrere i raqquanti anni che mi restano da scontare e mi limiterò a sperare che qualcuno dei buoni amici che mi sono rimasti (a molti dei quali, fortunatamente, è riuscito di non incastrarsi in stupidi equilibri di Nash) mi porti un cesto di arance ogni tanto.

Buona giornata e buona vita a tutti.


Some things in life are bad,
They can really make you mad.
Other things just make you swear and curse.
When you’re chewing on life’s gristle,
Don’t grumble, give a whistle!
And this’ll help things turn out for the best...

...always look on the bright side of life!
Always look on the bright side of life...

If life seems jolly rotten,
There’s something you’ve forgotten!
And that’s to laugh and smile and dance and sing,
When you’re feeling in the dumps,
Don’t be silly chumps,
Just purse your lips and whistle -- that’s the thing!

And... always look on the bright side of life...
Always look on the bright side of life...

For life is quite absurd,
And death’s the final word.
You must always face the curtain with a bow!
Forget about your sin -- give the audience a grin,
Enjoy it -- it’s the last chance anyhow!

So always look on the bright side of death!
Just before you draw your terminal breath.

Life’s a piece of shit,
When you look at it.
Life’s a laugh and death’s a joke, it’s true,
You’ll see it’s all a show,
Keep ’em laughing as you go.
Just remember that the last laugh is on you!

And always look on the bright side of life...
Always look on the bright side of life


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mercoledì 11 ottobre 2006 - ore 11:24


A proposito di Nash [3]
(categoria: " Riflessioni ")


Equilibri di Nash e ottimi secondo Pareto

Il dilemma del prigioniero è un esempio di "gioco" matematico, cioè di una situazione dalla quale due o più "giocatori" traggono un profitto (o una perdita) determinata in qualche modo dalle scelte di tutti. Più precisamente, il dilemma del prigioniero riguarda un gioco non cooperativo, cioè un gioco nel quale si suppone che i partecipanti non possano (o non vogliano) concordare la linea di azione con gli altri.

In un gioco matematico, un risultato si definisce ottimo secondo Pareto se non ne esiste un altro migliore per almeno un giocatore e non peggiore per altri. In altre parole: non è possibile migliorare il risultato per un giocatore senza peggiorare quello per qualcuno degli altri. Nel dilemma del prigioniero esistono tre ottimi secondo Pareto: quello in cui entrambi non confessano (non esistono risultati in cui uno prende meno di due anni di carcere e l’altro non di più) e quello in cui uno dei due confessa e l’altro no (non esistono risultati in cui uno prende meno di venti anni di carcere e l’altro non più di uno). Non è ottima secondo Pareto, invece, la scelta di confessare per entrambi, perché esiste una situazione in cui entrambi prendono meno di dieci anni (cioè, un risultato addirittura migliore per entrambi).

Un risultato si definisce invece un equilibrio di Nash se nessuno dei giocatori può migliorare la propria situazione cambiando unilateralmente strategia. L’unico equilibrio di Nash nel dilemma del prigioniero è quello in cui entrambi confessano, perché (come giustamente valutato da ognuno dei due), a parità di scelta altrui, la scelta di confessare dà sempre, per chi la fa, un risultato migliore di quello che corrisponde alla scelta di non confessare.

Il Teorema di Nash dice semplicemente che, in un gioco non cooperativo, esiste (sostanzialmente) sempre un equilibrio di Nash. La parte interessante della cosa è però che in un gioco non cooperativo, in condizioni piuttosto generali, un equilibrio di Nash non è necessariamente ottimo secondo Pareto. Questo ha sconvolto il mondo economico, sbugiardando l’idea di Adams (fino a quel momento accettata senza discussione e tuttora talvolta incautamente portata a sostegno delle tesi liberiste) secondo la quale "l’ambizione individuale serve al bene comune" o, in altri termini, "il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé" (le citazioni vengono da opere dello stesso Smith).

Nash ha mostrato che, al contrario, in un’enorme vastità di situazioni, il fatto di "fare ciò che è meglio per sé" può portare ognuno dei giocatori a ottenere un risultato molto peggiore di quello che avrebbe potuto ottenere scegliendo una strategia che tenesse conto del "bene comune".

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martedì 10 ottobre 2006 - ore 09:52


A proposito di Nash [2]
(categoria: " Riflessioni ")


Il dilemma del prigioniero

Due individui sono stati arrestati dalla polizia per un reato lieve, diciamo il furto di frutta da un banchetto. I poliziotti, sia pur senza prove, sono però convinti che i due siano colpevoli anche di una rapina in banca avvenuta il giorno precedente. Perciò, piazzano i due prigionieri in due celle separate e li lasciano decidere se confessare la rapina o no, con queste condizioni:
  • se entrambi confessano, verrà dato a entrambi il minimo della pena per la rapina, cioè dieci anni di carcere;

  • se uno dei due confessa e l’altro no, sarà dato il massimo della pena (vent’anni) a chi non ha collaborato e, grazie alle leggi sui collaboratori di giustizia, soltanto un anno di carcere al delatore;

  • se nessuno dei due confessa, sarà dato a entrambi il massimo della pena per il furto di frutta, cioè due anni.
Va da sé che, se i due si potessero parlare e concordare la strategia, probabilmente si troverebbero d’accordo sul fatto che la scelta migliore è quella di non confessare e godersi così assieme il bottino della rapina dopo due soli anni (perché, sì: i due sono effettivamente colpevoli della rapina). Lasciati però a sé stessi, il ragionamento di ognuno dei due procede così.
  • Supponiamo che l’altro confessi. Allora io mi becco dieci anni se confesso e venti se non confesso: mi conviene quindi confessare.

  • Supponiamo che l’altro non confessi. Allora io becco un anno se confesso e due se non confesso: ancora una volta, mi conviene confessare.

  • In definitiva, mi conviene confessare qualsiasi cosa faccia il mio compare: allora confesso.
Questo, chiaramente, fa sì che entrambi decidano di confessare e, quindi, che si becchino dieci anni di carcere a testa.

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lunedì 9 ottobre 2006 - ore 11:31


A proposito di Nash [1]
(categoria: " Riflessioni ")


Perché ancora John Nash?

Più di una volta, ultimamente, in giro per blog ho visto venir fuori qualche osservazione a proposito del Teorema di Nash. Ora, sono pur sempre un matematico e, oltretutto, il teorema in questione è assolutamente pertinente al "settore scientifico disciplinare" nel quale sono inquadrato. Ogni volta, quindi, sentivo la forte pulsione di intervenire e commentare; in qualche modo, però, sentivo una "vocina" interiore che mi suggeriva di non farlo.

Pensavo che la ragione principale fosse il fatto che spiegare il Teorema di Nash in quanto tale è inutilmente complicato. A dire il vero, il suo enunciato matematico è davvero molto vicino alla totale astrusità, dal momento che è un teorema di punto fisso per cambiamenti di coordinate in una varietà (e già qui sento la voce di qualcuno che, comprensibilmente, chiede: xela roba che se magna?). In realtà, però, trovare un modo abbastanza efficace per dare l’idea della questione è possibile (e in fondo è il mio lavoro), per cui sentivo che il motivo che mi frenava era probabilmente un altro.

L’illuminazione, come accade a tutte le illuminazioni degne di questo nome, è arrivata di botto. Credo di aver finalmente capito perché mi sentivo tanto a disagio all’idea di parlare del Teorema di Nash e, soprattutto, che cosa ultimamente mi faceva sentire tanto a disagio in tutta una serie di questioni apparentemente scollegate con esso e fra loro. Credo anche di avere ormai le idee abbastanza chiare da poterne parlare in modo abbastanza ordinato, forse (come molto spesso) più per me che per altri.

Visto che ne è venuto fuori un post di una lunghezza quasi intollerabile, ho deciso di dividerlo in quattro puntate, cioè questa più altre tre: nella seconda mi dedicherò a raccontare un po’ il "dilemma del prigioniero", grazie al quale, nella terza, potrò spiegare che cosa si intende per "gioco non cooperativo", "ottimo secondo Pareto" e, dulcis in fundo, "equilibrio di Nash". Infine, nella quarta, proverò a raccontare le mie riflessioni in proposito. A presto, quindi.


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