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COSA COMBINO: Lettere e Filosofia
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STO LEGGENDO
Sigmund Freud - Il Sogno, Also Spracht Zaratustra - Nietzsche, Poesie - Andrea Zanzotto (2a volta), Il Garofano Rosso - Vittorini, i due manuali di storia contemporanea.


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La Città Incantata, Shrek 2, Fuoco Cammina con Me, L’ora di religione.


STO ASCOLTANDO
The Future Sound Of London, Mark Hollis, Mouse on Mars, Flaming Lips, Sonic Youth.


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Nu ginz e ’na maglietta.


ORA VORREI TANTO...
Guardare la capovolta del cielo.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
Storia contemporanea, Letteratura contemporanea, Filmologia.


OGGI IL MIO UMORE E'...
So, why so sad?


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




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“"Per limina effrangessi per lumina arachnea" ”

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giovedì 30 marzo 2006
ore 19:39
(categoria: "Musica e Canzoni")


Recinzione

DJ Shadow
Endtroducing…
(Mo’Wax 1996)

Ok, partiamo dal titolo. Potremmo guardarlo di traverso e chiamarlo neologismo, o storpiatura, o quel che volete; sta di fatto che questo vocabolo, Endtroducing, sin da subito testimonia l’intelligenza del lavoro e dell’autore stesso. Ci si imbatte a volte in prodotti che manifestano aspetti, particolari non giustificati, dettagli poco curati o lasciati al mero ruolo riempitivo; c’è sempre una componente casuale in ogni lavoro, tanto più grande quanto minore e superficiale è l’attenzione rivolta alla sua realizzazione. Un titolo però che faccia quasi forzatamente germogliare dubbi e quesiti, beh, di certo non si può ritenere frutto di un’associazione libera di idea e suono: è una traccia, un indizio, la porta che separa la superficie dall’essenza. E la chiave che scioglie l’enigma Endtroducing la si trova nella terza di copertina del booklet; una nota dell’autore (Josh Davis all’anagrafe) dice: This album reflects a lifetime of vinyl colture. Una nota che ha il sapore dell’epigrafe.
Nel 1996 infatti la vinyl colture è giunta oramai all’inesorabile tramonto; il CD si è sostituito all’LP fra i normali fruitori e appassionati di musica, e si è insinuato pure nei club, fra i banchi di lavoro della nuova generazione di DJ. E per chi ha speso una vita fra gli scaffali dei music store di mezza America, dando luogo a un rapporto quasi fisico, sicuramente feticistico, con l’oggetto-vinile, una inconsolabile nostalgia è un sentimento che sentiamo di poter capire e condividere. Lo si vede sin dalla foto in copertina come questo album voglia essere una testimonianza, un atto dovuto, un omaggio a una realtà in declino, che ha dato soddisfazione e fama a nomi storici della scena hip-hop (e non solo) dal calare dei ’70 fino alla prima metà degli anni ’90: Jazzy Jay, Grand Wiz Theodore, Grand Master Flash, DR. Dre e molti altri.
End-troducing, quindi. Quando una parola dice tutto, pur non significando nulla -almeno a un livello linguistico codificato da dizionari e grammatiche. Eppure l’assonanza con il verbo To Introduce è palese, e palese e paradossale è pure la volontà di caricare il titolo di un significato opposto a To Introduce. Quando ci si affaccia a un qualcosa di nuovo è lecito aspettarsi che qualcuno o qualcosa ci prepari alla nuova esperienza. Ci introduca, appunto; ma nel caso di una realtà uscita dal ghetto al tramonto della propria esistenza?
Ecco, immaginate di accodarvi all’ultimo momento al corteo funebre di una persona che in vita non conoscevate affatto. Immaginate il cammino, l’ultimo, e una voce narrante pensieri, parole e opere del defunto -magari attenta a tralasciare le faccende più nefaste, intonando invece una gigantesca apologia; ecco, immaginate... Ok, un po’ macabro come pensiero, e forse pure controproducente (dico: io che dovrei star qui a invogliarvi all’ascolto, e invece vi parlo di morti e funerali...). Insomma, in altri termini, questo lavoro di Dj Shadow si propone di entrare dalla porta sul retro, si propone pure di spiegarvi un libro partendo dall’ultima pagina; non inizia con “c’era una volta a una festa in Jamaica un tale che si mise a parlare a ritmo su basi be-bop e nacque l’hip-hop”. Inizia con “toh, questo è il bagaglio di tecnica e cultura riempito a furia di consumare solchi e puntine”, e parte scratchando (vabbè, pessima italianizzazione, ma per capirci: è quando il DJ fa il su e giù con le dita facendo scivolare il vinile sul piatto -!?!-) come un forsennato; per dire. E poi comincia col taglia e cuci.
(Voce dal coro) Eh? Taglia e cuci?
Sì, insomma, …cut’n’paste. Cavolate a parte, questo procedimento è ciò che caratterizza Endtroducing. Ed è ciò che giustifica pure tutta la lunga digressione para-storica che finora vi siete sorbiti. Insomma, Dj Shadow non suona una nota che sia una. I 65 minuti circa dell’album sono riempiti di sample, loop, campionamenti e chi più ne ha più ne metta. E qui entra in gioco la “cultura del dj”; perché per pescare dalla California un verso di Michele Zarrillo (in: What Does Your Soul Looks Like part. 1) e inserirlo in un contesto musicale hip hop-downtempo, beh, una certa cultura musicale la si deve pur avere. Che poi, non ho fatto altro che parlarvi di hip-hop e vinyl culture, e allora uno, dall’album in oggetto, si potrebbe aspettare –chessò- la classica ostantazione di abilità rimatoria, catene d’oro, auto lussuose, bills bills bills, big booties (e questo non ve lo traduco) che fanno tanto luogo comune del genere. Ebbene, nulla di più lontano da ciò. Tanto per capirci: è un lavoro totalmente strumentale, e le brevissime schegge di cantato (ma più spesso trattasi di semplice “parlato”) non hanno alcun valore comunicativo; sono –invece- parti integranti della texture ritmica e melodica del brano. Nulla più che corredo, arrangiamento.
Il buon Josh Davis quindi piglia dalla sua vastissima collezione musicale spezzoni e spezzoncelli di melodie, loop di basso e batteria, tappeti di tastiere, organi e organetti, li miscela nel cilindro magico (con un pc, un paio di piatti e un mixer si fanno miracoli) e partorisce 13 mini-suites eterogenee, capaci di colpire al basso ventre l’ascoltatore più depresso con ritmi downtempo-lounge-buddhabar, suadenti come solo il più blue dei blues del Mississippi (What Does Your Soul Looks Like, Midnight in a Perfect World, Changeling e altre), e allo stesso tempo prendere alla gola lo zoticone metallaro, magari con un magistrale campionamento del basso dei Metallica (The Number Song) o magari con una cavalcata hardcore in salsa drum’n’bass psichedelica e pure un tantinello classica di viola e violoncella [gulp?! (Stem/Long Stem)]. Ma non mancano, appunto, capatine in territori classici, magari dalle bande di J. S. Bach (Organ Donor) farcito di hip-hop fino al midollo. E poi ancora sperimentazioni e tanto trip (hop) in quello che forse è il brano che più vale la pena: Napalm Brain/Scatter Brain. 9 minuti e mezzo di campionamenti di dialoghi dai film più disparati e tanto cazzeggio sfruttando quintalate di materiale che a elencarlo ci vai in pensione. Summa massima e onesta di tutto il capo-lavoro. E poi, insomma, non bisogna dimenticare altri passaggi importanti dal sapore prettamente dub e funk e funky.
Ecco cosa si ottiene grazie alla passione decennale per la musica a 360 gradi, grazie a deviazioni feticistiche aventi come oggetto le rotondità del vinile, grazie a una sopraffina padronanza tecnica di piatti, campionatori e pc. La vinyl culture c’entra con i primi due aspetti; ma pure col terzo. Poi col ciddì e gli mp3, certo, tutto più facile; ma l’idea di prendere cose altrui e de-contestualizzarle per produrre una nuova forma di espressione musicale, beh, nasce grazie a questi mori qua (oddìo, ho detto “mori”. Scusate: nigga ).
Eggià; il discorso doveva più o meno vertere sull’interculturalità e io me ne salto fuori con un “moro”? … Beh, non è colpa mia se con la musica –i mori- c’hanno un rapporto viscerale, quasi fosse una loro manifestazione esistenziale che si intreccia, in forme molteplici, con un filo lungo tutta una storia. Dico: il Jazz e il Blues, presente? Charlie Parker, Miles Davis, John Coltrane da una parte, John Lee Hooker, B.B. King, Johnny Copeland dall’altra… Che poi si rischia di cadere nel luogo comune un po’ grottesco del tipo “I neri c’hanno il ritmo nel sangue” e allora si banalizzerebbe tutto il discorso, lo si ridurrebbe a mero folklore, quando invece la musica, per un popolo, è un percorso narrativo continuo; mettere un cd qualsiasi dei “signori” qui sopra elencati vuol dire sfogliare una pagina di storia. Una storia che va al di là di dati, fatti e misfatti, persecuzioni e lotte: una storia che germoglia dal personale e fora l’universale, che adotta tutta la gamma dei sentimenti come chiave di lettura della realtà. Ci sono il sangue, l’odio, le lacrime, la tristezza, il fiato grosso, la festa, il sale sulla pelle, l’amore… C’è l’uomo dietro la musica di un popolo, in carne e ossa. Nessun massimo sistema. Solo le confidenze di un volto davanti allo specchio.
E qui, ancora, dopo i decenni trascorsi dall’età dell’oro del jazz e del blues, negli ambienti borderline dei ghetti, delle periferie, ancora emerge la volontà di legare indissolubilmente musica e storia, scrivendo il capitolo di una generazione che, pur ribadendo la propria identità, vuole l’integrazione nel tessuto sociale e lo manifesta con l’abilità e i mezzi che più le sono congeniali. L’enciclopedica cultura musicale si manifesta, qui nel mondo di vinile di DJ Shadow, nel modo più “interculturale” possibile, come una mano tesa a 360 gradi: un invito, una introduzione a un mondo in cui si ponga fine a confini menzogneri di generi e di razze e si cooperi alla conquista di un futuro dove si possano mettere a frutto esperienze, abilità e sentimenti acquisiti e provati lungo percorsi diversi.
E se di ciò non è un esempio sufficiente l’assonanza trovata/creata da Davis fra un sample preso da “Afro American Suite of Evolution” e un gorgheggio smieloso di Zarrillo… Cioè, dico: Michele Zarrillo che incontra l’Africa in California: tre continenti nei 6 minuti di brano che chiudono il lavoro…


Simone Lago.


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domenica 26 marzo 2006
ore 16:58
(categoria: "Vita Quotidiana")


The other day...
...entro alla Mondadori di Padova, prendo il primo Meridiano tarocco della Recherche e me ne esco contento, con un pezzo di belle lettere che desideravo da anni. Me ne avvio tranquillo tranquillo verso la facoltà -io e miei ultimi minuti o, come in questo caso, i miei anticipi snervanti del tipo 35 minuti in piedi all’ingresso dell’aula- quando un ragazzotto di brutta presenza, rasta wannabe di circa la mia età, mi ferma e mi chiede quanti libri leggo in un anno e che generi. Io un dio**** già lo ingoio perché pur sapendo preventivamente che con questi qui m’infilo sempre nei guai, sono di natura accondiscendente e gli rispondo un po’ così, a precipizio dalle nuvole, "beh tipo 30 l’anno, testi universitari compresi, il che fa circa un 16-18 libri per gli affari miei equamente ripartiti fra saggi e classici e poesia, e magari qualche outsider". E insomma, tagliando corto, comincia a imbambolarmi con l’offerta di mondolibri e il libro ogni trimestre sennò ti cucchi la selezione (che leggo poi in internet essere mai sotto i 25€). Sarà che avevo tempo da perdere, sarà che sono ingenuo più di Pozzetto col monolocale a Milano ("taaac... e taaac, il letto taaac..." rotfl), fatto sta che col ragazzotto comincio a parlottare nel mentre, di nuovo dentro la Mondadori, mi compila la cedola di adesione. Orbitando attorno alle offerte mondolibri estese a cd e dvd giungiamo al discorso musica, con lui che mi chiede che cosa ascolto e io che cortesemente idiota gli dico "mah, guarda, nella caldera del rock, mi oriento fra i classici sempreverdi, l’elettronica, e indie per buona parte...". Alché, alla parola indie, gli si illuminano i rastaborti e mi dice che ci sta provando anche lui (a disintossicarsi penso, ma penso male) ci sta provando, dicevo, con l’indie rock; che gli piacciono gli artic monkeys, i commerciali franz ferdinand (e intercala con "conosci?, eh?, conosci?"), ma più di tutti stima i The Strokes. Io rimango basito che abbia detto proprio "the strokes" quando invece le persone normali volgarizzando dicono "gli strocs"; c’è del marcio in lui, penso subito, c’è del preciso, mica è uno come me, virginale, che vive di anticipi e ritardi. E lui (-conosci? conosci?- Sì dio**** che conosco) motiva questo affetto per gli Strokes dicendo che si sono evoluti, mica come i ferdinand che fanno due album uguali identici. Io faccio spallucce e annuisco per cortesia e, mentre scopro che è dell’83 come me, penso che per fortuna non siamo tutti uguali. Però lo sento che mi sta fottendo con ’sta storia dei libri e dei cd-dvd mondolibri, lo sento che incalza e mi chiede di ripetergli le tre condizioni necessarie e sufficienti affinché al check-in (che mi verrà fatto al telefono) lui possa pigliarsi la percentuale del contratto procurato. Porco*** e come me ne libero ora?, penso. Questo è uno preciso; si ritorna sulla musica e mi dice che viene dall’heavy metal, che si coniuga bene al fantasy che legge in misura prevalente, che è approdato all’indie grazie a un brano in cui ci ha sentito un doppiopedale. .................
Un doppiopedale. Un doppio pedale. La razza è quella, dei cammmina-in-linea; che la capacità e la bravura la colgono nel quanto fai in un tot e te lo calcolano in nanocosi, in picocosi. Non poteva che trovarsi un lavoro a tot percentuale su tot contratti, penso. Sbianco. Mi sento male, all’improvviso mi sento roteare nel girone dei coglioni, mi accorgo come la libreria mondadori sia in realtà un antinferno, con il mondolibri-shop un piano sotto la cinta della città di Dite (su per il culo). Per la cedola gli dico dove abito, in uno slancio di autopersecuzione, gli do il numero di telefono. Borbotta, lui, a bassa voce, dice "ah, Tombolo, vicino a Galliera Veneta". Penso che conosca Galliera Veneta per chissà cosa, magari per i Valentina Dorme; e come al solito sono troppo ottimista. Sai, mi fa, frequento spesso quei posti per le adunate Scout.
Penso che se lo sa il prete che gli piacciono i maghi e gli elfi lo scomunica, penso che è un ipocrita cattopagano. Penso, dopo aver dato 8.60€ per un decente "Todo el amor" di Neruda, obbligatorio sennò mi sarei persi gli arcobaleni del mondo mondolibri, dopo aver detto "ciao" al tipo rasta wannabe, penso che mi son fatto fregare da un metallaro doppiopedalista (forse pederasto poco cresto molto crespo) che legge solo fantasy e che gira cogli scout che c’hanno sempre la cacca attaccata al culo.
Penso il rimanente pomeriggio a cosa scriverò nella raccomandata per la disdetta. La sera mi telefona una tizia: vuole le tre condizioni. Dico che da me non avranno un centesimo perché la raccomandata parte domattina. Il Johnny, con me, ha solo perso tempo; non vede una palanca per la cedola; che si pulisca il culo alla prossima adunata.
Io però penso che non sono tarato per la città.
Ciao.


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giovedì 12 gennaio 2006
ore 23:34
(categoria: "Vita Quotidiana")


Affari propri mascherati

Ciao.
E’ la prima volta che mi metto a scrivere una mail partendo da Word, e non dalla solita finestra di Outlook (anche se per la posta uso Thunderbird, ma vabbè). C’è da dire che di solito faccio il contrario, ossia, dopo aver riletto decine di volte, in maniera assolutamente narcisistica, le canoniche –pare impossibile, ma per me è così- ottocento parole, ecco, prendo e apro questo programma e ci incollo tutto lo scritto, sistemando font, corpo del carattere, formattazione e quant’altro. Forse ho paura di un improvviso riavvio del pc che proprio nel bel mezzo del sudato lavoro mi tolga la gioia un po’ morbosa del rileggermi e dello specchiarmi nelle parole. E allora ci sarebbe da preoccuparsi, dico, se arrivassi davvero al punto da prevenire una eventuale “perdita dello specchio”… Vorrebbe dire, anzi, sarebbe palese dimostrazione dell’ulteriore passo verso un più profondo stadio morboso. Perché alla fine, vedi, scrivo un numero discreto di mail ad amici e conoscenti, e il più delle volte proprio quando non ho alcun motivo per scrivere loro; potrebbero essere dei pupazzi di neve, questi amici, dei “cosi” bianchi da macchiare di nero, e poi il sole, un attimo più di razionalità, e questa imamgine di loro che si scioglie e con essa pure le parole. Scrivo perché vorrei “lettori” ideali che si fermassero -più che sulle parole- sull’interlinea, sul bianco, sul vuoto. Vuoto, che non mi ha dato altra scelta se non il confino fra righe di segni in “Times New Roman” corpo 12. Confino del vuoto? Ossimoro, quasi. Confino di me? E’ già più probabile.
E allora che succede? Succede che mi rendo conto di parlare molto e comunicare poco e di pormi in modo assolutamente implicito, lanciando segnali nello spazio senza navigare nel canale della relazione con l’altro. Senza andare incontro all’altro. Altro da sé; non solo amici o poli del desiderio (una donna, più donne; 21enni o 33enni che siano) ma addirittura il mondo stesso, inteso come percezione della materialità, del tempo, della rete di relazioni che unisce tutto nella fattualità come nella metafisica. E questa è già la terza volta che mi propongo di arrivare al dunque e di cambiare poi chiave della melodia; e resto invece incastrato in questo spazio dove posso coccolarmi, masturbarmi –se vogliamo- in santa pace e al riparo da tutto. C’è del patologico in questo? Mi viene un sorriso di riflesso. Sì, perché volevo fare tutt’altra impressione questa volta, cioè, niente discorsi sulla felicità irraggiungibile (ma poi, ci credevo davvero?), niente atmosfere grigiofumo londinesi alla Charles Dickens; qualcosa, invece, di più piacevole, di più tiepido e radioso, del tipo farti strada fra la gente tenendoti per mano. Ma poi niente; ti sto facendo a forma di un qualcuno di ideale, a colpi di spatola e bulino, che poi andrà perso come la neve di capodanno.
-Scrivimi qualcosa di tuo- mi hai detto, e forse non ricordi. Il problema è che non so fare altro che scrivere qualcosa di mio, con la speranza che qualcosa di mio arrivi. Ho smesso di dare colpa agli altri di questo “non mai giungere”; smetterò pure di farmene una colpa. Stanno così le cose, e vorrà dire che mi ci siederò sopra. Non si può risolvere tutto: si deve anche accettare, alla fine, una situazione di comodo o una sconfitta che sia. Tipo il “non mai giungere” a una reciproca comprensione fra me e L.; tutta la nostra amicizia, da più di 15 anni, non è altro che uno slittare perenne di due piani diversi. A volte va bene, quando combaciano, i piani, e allora c’è empatia; altre volte invece qualcosa si dissesta, e uno o l’altra –solitamente lei- prende le distanze. Ma c’è da dire che comunque scivolino i piani, restano sempre uno sull’altro. E senza andare alla ricerca di chi stia effettivamente sopra e chi sotto (ma credo sia io a mirare a raggiungerla, a farmi accettare), c’è che la comunicazione non passa; lei che mi racconta le sue cose e io che mi dissocio dalle “cose” e tento di analizzare piuttosto lei, la sua radice, nel tentativo, nella speranza, nell’illusoria convinzione di possederla attraverso la piena conoscenza della sua personalità. Lei che con me si ferma alla fattualità quando invece vorrei mi infilasse una mano nel più osceno punto del cuore; e nella speranza di ciò, faccio con lei tutto un gioco simbolico, continue “allusioni a”, nella speranza colga e completi. Mi completi.
E quest’ ultima parte l’ho esposta tutta come fosse una faccenda erotica, con vago gusto pornografico; che poi pornografia è mostrare senza remore ciò che l’etica suggerirebbe di tener nascosto. Ma chissene frega. C’è tensione erotica che mi spinge verso lei, voglia di possederla, e non solo fisicamente. E allo stesso momento qualcosa di lei che mi reprime, come avessi paura poi di essere assorbito completamente, toccato –appunto- in quel mio luogo più osceno, più interiore, dove sento il rifugio della mia autenticità. Assorbimento nell’Altro che è perdita di sé, smarrimento, morte. Eros e Thanatos.
Autenticità che, per quanto scomoda, è qui in questa pagina, con la sua malattia e tuttavia con la sua potenzialità, col suo egoismo e tuttavia con la voglia di accogliere l’Altro. Sintesi dei contrari che si semplifica in uno zero; un posto vuoto dove tutto è possibile. Il vuoto-positivo, il punto zero che non è solo in me, ma in tutti, riconosciuto o meno che sia. La neve bianca che precede la gemma.
***
Di te so solo la tua mano. “Scrivimi qualcosa di tuo”, se ti va.
Buonanotte.



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lunedì 12 dicembre 2005
ore 18:26
(categoria: "Poesia")


Canzonetta

Avessi trovato modo quest’oggi
di riempire di spilli questa stanza,
nelle fitte uniformi dei muri scivolando sentirei
come la serpe di sabbia nella tana del deserto.

Le onde del mondo a me verrebbero
come piccoli righi sulla pelle e pure
la luce, di un rimbalzo indifferente,
in punta di piedi su capocchie, abbarbicata,
agli occhi chiusi in frammenti di fosfeni.

Pochi punti per uno spazio bastano
e fra le righe pure in un linguaggio;
nella trasmissione forse il vento
qualcosa del mio sentire più disperde
e delle tracce del rettile fra le dune
solo qualche puntura in altre squame,
un altro infilarsi fra i pertugi del lamento.


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lunedì 14 novembre 2005
ore 18:10
(categoria: "Vita Quotidiana")


Now Playing

YouGottaLookkaIntoDDeLLight light light light light light light light light light light light light
Ad Libitum per 14 minuti.


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lunedì 10 ottobre 2005
ore 18:37
(categoria: "Poesia")


Presenza della Notte


E come di consueto è lì la Notte.
Sopra il piccolo muro che cinge la casa, seduta
a cavallo fra prato e cortile aspettando
che qualcuno di noi accusi il colpo.
A poco a poco è venuta col passo incosciente del fiore notturno,
così invisibile quanto più regolare.

Non s’introduce, Lei, con un saluto cortese:
noi, l’accogliamo come un dato di fatto
e dovunque si trovi –sgarbatamente- in strada o per casa,
con un gesto consueto la ficchiamo nell’ombra.
Noi, non la conosciamo. E un cieco la può solo intuire.

Eppure la Notte mostra cose inconsuete:
un aereo che gioca d’effimero con stelle e pianeti
(e la scomparsa delle distanze amalgama
e illude esplosioni convettive, pressioni turbinose),
una mimesi offerta dallo sfondo neutrale
che premia il quieto e imbarazza l’eccentrico.

Democratica è la Notte e in equilibrio
fra pubblico e privato:
odorosa s’insinua sottopelle, regale
presiede a cerimonie ufficiali.
Eppure

appena oltre la soglia di casa
-ma mai del tutto estranea- acuisce
il suo senso totale e attende
che qualcuno si svegli.
E tema
un decadere inesorabile in luce.


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lunedì 1 agosto 2005
ore 16:19
(categoria: "Poesia")


Esercizio di Scrittura
"Noi siamo un segno non significante
indolore, quasi abbiamo perduto
nell'esilio il linguaggio ..."

F. Hölderlin - Mnemosyne, 1-3


Fra gli esercizi che si fanno alle scuole di scrittura
c’è la consueta descrizione della stanza:
elencandone oggetti e precise posizioni,
dimensioni e cromatici scenari,
s’intende fornire allo studente
il senso dello spazio e d’iscrizione,
l’abc dell’idea di dimensione.
Si dice sia importante porre l’attenzione al più piccolo dettaglio
dire se i libri sostino su mensole o comodini
se siano prevalenti brossure o cartonati
se agli angoli alloggino piante e di che tipo
oppure ancora gli indumenti
negli armadi se gonne o pantaloni, culottes o reggicalze.
Si dice di fissarsi su Van Gogh, di far caso
all’uso del colore, all’incisione
dell’elemento grafico perché
pure la parola ha la sua resa e significante
autonomia.
E non importa quindi se la stanza
fosse ubicata o meno ad Arles
s’egli sia o meno vissuto ad Arles:
i tutor della Holden si concentrano sul segno
e rovesciano Hölderlin non dando credito
al segno senza alcun significato.

Concludo il mio esercizio di scrittura
(la lista della spesa dell’Ikea):
il foglio è uno show-room a righe nere
e fanno bella mostra precise architetture
a sé stanti strutture dense di significato;
non ho dimenticato alcuno spazio
vuoto oppure tracimato oltre il necessario.
Ma fa notare il tutor l’eccedenza
di un paio di aggettivi a stella:
dice però che non importa,
che farò in tempo ad adeguarmi.


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venerdì 22 luglio 2005
ore 17:56
(categoria: "Poesia")




Ho come l’impressione ci ritroveremo, guarda,
nel giro d’anni o forse lustri,
con un prefisso “neo” appiccicato
al collo dell’idea di medioevo. E me li vedo lì
buoni padroni, dottori e opinionisti menarla
quest’idea al guinzaglio, farla pisciare
sopra la carta di giornale, di fianco
al box della TV satellitare.
Spanderanno parole sull’alzata dei barbari,
dati alla mano dimostreranno che gli arabi
non sono giunti a cavallo per miglia:
gli ipertesti di History Channel – in sei puntate- diranno
celate invasioni, colate per bus e metrò sfrigolando.
Si leveranno nostradami in coro, e da destra
a manca scriveranno Londra e New York
come le nuove Gog e Magog;
ma si confuterà la bibbia con norme preventive,
si calcherà la mano attorno al mito
del purgatorio e dei suoi gorghi *
e di chi osò schiantare le due torri.

E in mezzo, noi, ignari
come cavalli scossi da fantini ignoti.


* Dante, Inf. XXVI


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domenica 3 luglio 2005
ore 18:53
(categoria: "Poesia")


Oggi - Redazione di cronaca


"E' nato un filo dell'erba
verso le sedici e un quarto"

"Mario, di tredici anni appena, ha letto
una pagina di Grazia Deledda"

"Ridha B. e la moglie Sufiana G.,
sua sposa con rito civile,
sono alle prese con depressione post-parto
-evidente segnale, afferma il caporeparto
di perfetta integrazione sociale-"

"La pecora ha dato tre grammi di lana
senza scioperi né straordinari"

"Cinque pani hanno bruciato i fornari:
un colpo di sonno alle sei di stamani"

"Ermanno L. tutto solo al terzo piano
ha ascoltato un saluto alla radio:
se l'è aggiudicato chiamando
il sedici trentasei trentasei
-Un programma di soccorso Cristiano-"

"L'amore ha colpito Mattia
il quarto più brutto scolaro;
un tumore invece consuma pian piano
il vice ministro vicario"

(ndr: da quanto ci risulta,
a volte non ci risulta nulla.)

«Se qualcuno si spegne:
nome cognome e didascalia.»


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venerdì 1 luglio 2005
ore 18:42
(categoria: "Poesia")


Una Rappresentazione
I

Un invito, un temporale, ed è bastato, camminando
da un’ala all’altra della casa: “bella” dicevo, distratto
–i tuoi fianchi spingevano i miei nell’intento
di trascinarsi l’un l’altro alla pari-
varcato il limitare della stanza, sostando
ognuno nel suo quadro di finestra, cornice,
teca che teme la voce dei tuoni: e sublima
(nel presente il ricordo si fa oggetto) l’odore
acido di polvere e pioggia, ed è subito storia,
l’asfalto:
corso Capitello –lo vedi- è un segmento fra due curve,
lo puoi misurare a passi, scordandoti del tempo, mentre,
scese le scale, mi scopro in terra, e tu al riparo fra gli archi.
Ti sei offerta con un bicchiere d’acqua: -tutta
questa pioggia- hai detto -non mi scivola di dosso- eppure
non ti sfiorava la tempesta;
la casa era un guscio di pareti screpolate, e s’è fatta
poi, giudice ineffabile e censore; ma lì
ci metteva al muro, lì -con in mano i nostri nomi,
facce in alto alle luci della strada.

II

Lo spazio si spoglia, si libera del tempo,
non varca la soglia lo sguardo; di là
tutto tace allo zero assoluto, non segue
un poi, nessuna azione alcuna reazione,
non fonde il ghiaccio nel the, rimane la luce
aggrappata al soffitto: e a noi aderiscono
macerie di foderi viola. Qualcuno è morto,
si fa calda l’occasione: dici
qualcosa a proposito del letto, mórmori
che la morte la si affronta con la lingua;
contraggo i muscoli, le dita dei piedi
e ricominciano a cadere cose, staccarsi le spine.

III

Qui ti conosco la veste cubista, di mille volti vestita
-e la compassione- dici –è nel dolore- e ti fai
catena: -in amore- ripeti –indossa la benda;
nessuno là fuori passeggia né scosta tendine, nessuno
lavora o muore o respira: tutto sta
nell’attimo che ci divide-
I giorni, in lamenti, ti spogliano un poco alla volta;
sul volto, i segni, trascinano a turno una madre,
un’amante, un notaio oculato,
la mendicante:
rappresenti –e te ne accorgi distratta allo specchio- l’idea
che non sei e non sai.



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