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il_poetO
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CITTA': Around Cittadella. Onara nolla conosce nisciuno.
COSA COMBINO: Lettere e Filosofia
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Sigmund Freud - Il Sogno, Also Spracht Zaratustra - Nietzsche, Poesie - Andrea Zanzotto (2a volta), Il Garofano Rosso - Vittorini, i due manuali di storia contemporanea.
HO VISTO
La Città Incantata, Shrek 2, Fuoco Cammina con Me, Lora di religione.
STO ASCOLTANDO
The Future Sound Of London, Mark Hollis, Mouse on Mars, Flaming Lips, Sonic Youth.
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Nu ginz e na maglietta.
ORA VORREI TANTO...
Guardare la capovolta del cielo.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
Storia contemporanea, Letteratura contemporanea, Filmologia.
OGGI IL MIO UMORE E'...
So, why so sad?
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

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domenica 9 gennaio 2005
ore 03:23 (categoria:
"Poesia")
Divertissement: Sonetto d'amor Scortese (27/02/2004)
Mi stendi, in sogno, le braccia a guanciale, quasi un abbraccio ad accoglier la mente, -vana dimora di un corpo sensuale- che un giorno stringevo e che ora lamento.
M’accendi di notte un volto infuocato, due labbra sciolte e un parlare violento; per vincerti ho sparso l’ultimo fiato e giaccio sfinito al cuore irruento.
E’ stato dolce sentirti implorare mentre a calci ti schiantavo le ossa; ma sia mai dì che tu possa tornare
da quella profonda e gelida fossa, -nei dintorni del vecchio casolare- oh mia piccola bambolina rossa.
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domenica 2 gennaio 2005
ore 15:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Prove tecniche di comunicazione.
Pomeriggio d’inverno, bruma; parco, panchina. Ordine: lui, lei.
-stai facendo merenda con le unghie?- -è che non ho mangiato a pranzo…- sorriso d’intesa. -non fare mistero d’essere nervosa; quando non parli, fai. Sei, siamo, come una scatolina molle che a volte trabocca di cose stipate, e spesso schiacciate e taciute a forza.- Sguardo sbieco; istante di silenzio, respiro -mi dici dove le leggi queste cose? No, perché se le leggi mi tranquillizzo; dico, almeno mi tolgo l’illusione che tu sia così sfacciatamente originale e profondo- sorriso malizioso –ecco, lo vedi? mi fai ridere; e dovrei essere così seria… invece tu mi capiti con parole buffe, che non so mai se lo fai apposta o no. E sei così serio quando fai il fiocco alle sentenze, che mi fai tenerezza- grattino alla nuca. Sussurrando -Packt like sardinas in a crushed tin box …- -Stai bene?- -No, cioè sì; è un titolo, e m’è balenato in mente così. Ecco da dove arriva la cosa, come la chiami tu, la sentenza ecco. Impacchettata e infiocchettata e tutto. Sì, ammetto che le parole a volte sono buffe, e spesso inappropriate, a volte fuori tempo. Intendevo dire che in certi momenti, a volte in brevi istanti, ci capitano delle cose che hanno la forza di condizionarci l’umore, lo stato d’animo, il comportamento; un messaggio al cellulare, un incontro sperato, o insperato, situazioni che hanno il sapore della “resa dei conti” e che per questo sono state minuziosamente preparate, con una crescente tensione verso la perfezione; tensione che invece di sciogliersi in nomi, verbi e proposizioni al momento opportuno, soffoca, disfa i pensieri e li tace. E allora cresce la rabbia, la frustrazione per non saper comunicare questo bisogno impellente; è allora che interviene il corpo: la carne, i nervi, la pelle. C’è chi come me trema, chi come te si divora le unghie, chi come altri lavora di stomaco. Qualcosa deve uscire, essere espulsa, staccata; è per questo che credo ci sia sempre un qualcosa di fisiologico, nei pensieri come nelle emozioni. Chiamala banalmente “chimica”, se vuoi, questa cosa. Cancellando ogni espressione -E se non la chiamo e basta? … I sentimenti, so che esistono perché li sento e non perché sono una procedura fisica, predeterminata, che risponde a una catena causale. Da come me ne parli sembra quasi che per te ogni emozione sia come eroina; te la liberi nelle vene, e sai per certo quali effetti avrà di lì a un istante…- La interrompe –se tu mi dicessi che non mi ami più, credi che non saprei prevedere la mia reazione? Eh? Credi che…- -…si fa freddo…-
–Ok, si è anche fatto tardi; me ne torno dentro.- Lei, scende dalla panchina, lo bacia sulla fronte –Ci sentiamo presto; ora chiuditi dentro.-
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mercoledì 29 dicembre 2004
ore 00:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Oltre "il suicidio di angela b."
Firmerò la mia copia del "Suicidio di Angela B." di Casadei e la lascerò in giro, da qualche parte, a Padova. E' un libro che lascia una traccia fantasmatica di sé, in sé, e nei luoghi più noti di questa "nostra" città. E' un libro nato e cresciuto a Padova, geneticamente autoctono, come chi vi abita, come i giovani che la città la bevono, come i ragazzi che in città vi studiano. Nel "suicidio" vi sono gli zaini nella nebbia delle mattine di gennaio, le panchine e i motorini dei sedici anni, i "negri" dell'oltrestazione; lo sfascio delle famiglie che raggiunge le campagne, e i casolari che si sgretolano: via la tradizione contadina, dentro le pulsioni erotiche da luogo insolito, proibito, come certe favole che s'insinuano fra i cristi delle chiese. Non c'è un casolare nel "suicidio"; c'è un passo oltre; c'è la casa, così moderna, così borghese che si disgrega, che si sfa, sotto i colpi delle pulsioni sopite, dei rancori celati, delle sopportazioni mutue, per il bene del piccolo. Nella facciata familiare c'è la crepa della casa degli Usher. Un grano di luce, e in un attimo l'inghiottire dello stagno. E niente neve a seppellire i vivi e i morti; una donna alla finestra è una donna che guarda oltre, fuori, e il marito alle spalle, a interpretare ricucendo con le forbici. Perché questo desiderio di scappare? Questa voglia di libertà, questa preminenza per l'istinto, anche al di fuori dell'età dell'istinto. Chi è sciocco? Chi segue l'istinto o chi vuole capirlo? Non comunicare con l'istinto altrui; se femminile, peggio; sottolineare la distanza: non fa altro questo inutile conversare. Quando le parole assumono il colore del cristallo per la donna alla finestra, all'uomo alle sue spalle non resta che soffrire; non capire. Incomunicare.
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martedì 28 dicembre 2004
ore 23:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Santa Claus is comin' to house
Babbo Natale non l'ho mai capito perché lo chiamano Babbo. Ma Natale sì. C'è però che solo noi lo chiamiamo "babbo", che in toscano vuol dire "papà", no? E invece gli albionici lo conoscono come "santa claus". Ora, dato che Santa Claus pare non sia altro che San Nicola da Bari, probabilmente rottosi dei soprusi alla sua attività commerciale ad opera della sacra corona unita e trasferitosi quindi nella più democratica e liberal Lapponia, perché "Santa" e non "Saint"? Forse nella fuga dalla troppo pudica Puglia, per perfezionare il suo piano di fuga e di mimesi, decise allora di cambiare sesso? Ma perché allora solo gli inglesi avrebbero registrato questo cambio di gender? Perché "babbo" non è passato a un corrispettivo tipo "mammuzza" -che cambia il regionalismo, ma non perde l'accento espressionista- ? Sono intrecci linguistici e onomastici che fanno girare la testa.
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domenica 19 dicembre 2004
ore 23:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
So, why so sad?
C'è che l'ho finalmente rivista ieri sera. Dopo tre mesi e più trascorsi in Spagna, lei è tornata. Ed è tornata col suo carico di potere suadente, che a volte scambiavo per un qualcosa di mellifluo; lei così brava a volte a nascondere antipatie e risentimenti, per poi sfogarli in privato, ieri sera faceva viso di sincera compiacenza di fronte ai miei amici -o comunque conoscenti, se proprio non. Ma non a me. Lei era in una prigione che ama, stretta e avvinghiata alle sbarre, forse per lei forti e calde, accoglienti, sicure. Io, di fuori, potevo solo guardare, nascondere l'imbarazzo e trattenerne le propaggini affinché non la toccassero, e non la destassero dal suo momento al centro del mondo. Io non l'ho mai fatta sentire al centro del mondo. Forse stare al centro del mondo delle marionette è più confortevole e rassicurante che sostare nella melma superficiale di quello reale; è una scelta che non si può giudicare. Un bacio, Desy, e bentornata.
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mercoledì 8 dicembre 2004
ore 04:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Istruzione
Dei se e dei ma somatici non so o forse disconosco impaurito in preda alla convulsa afasia del sonno / rappreso nella taciturna epilessia dei tratti orizzontali, germogliati, nelle mani nere della maestra nera, comune nel '43, quando mio nonno giocava a sapere, disconoscendo il fatto / e l'antefatto.
Che poi figli peregrini si nasce, coi germi del laissez faire / tanto poi qualcuno sutura gli ipocentri e allora -mi veniva impartito- grattare solo il sale dalla crosta superficiale / là c'è il guadagno, il pendolare verso il futuro verso la fusione crepuscolare dell'oggi col domani.
-Aggiusterà qualcun altro la faglia: tu pensa al chiodo nella trave- e tutte leggi similari / ma c'è il ma del non saper fare, delle regole del faire apprese e dopotutto rapprese e riposte in bacheca che semmai mi torni l'idea (che non si sa mai).
E allora mi maschero di sì o di no, ai magazzini della felicità generale, sottocoperta, pensando ai nodi migliori, giunture e congiunture / per riprendermi la parte del nulla famigliare.
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mercoledì 8 dicembre 2004
ore 04:17 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Senhal
Ti ho vista camminare lungo i bordi delle case: nervosa passeggiavi (o passavi cornici di vetrine), mano in tasca, e poi furtiva in un bar, a bere latte di vaniglia. Le chiavi dalla borsa ( un piccolo tocco magnetico, e si chiude), lo scorrere dei cardini dal rumore di Bastiglia, e la casa seppellita / da luce urbana, da pioggia metropolitana, non ha i colori del giorno né gli odori della notte.
Conosco tutto di te / di fuori, delle tue pause in piedi accanto al giradischi (oscillando di un ballo forzato) e ti vorrei piantare, virgulto di lauro, in una buca più in basso dove il vento non bussa: e tranquilla giungeresti alla fine, a concludere la messa in posa / priva di quel tuo percuoterti, perpetuo, nervoso, fatto di tic e controtic inafferrabili / fantasmatici come di pagina lacaniana / e allora come una piuma indiana, di novembre oscilleresti di meno, composta e legata.
Perché il tuo mondo che fa Di ventri e creste il proprio feudo quotidiano, non afferro, non sublimo mielina, non cospargo di parole / non so. Non so di te -donna- quale mano, quale tocco faccia vivere e quale impronta / morire il senso che è in te e in te muove e sovrasta.
E nei nostri incontri, nei rari casi d'inverno, di lontano mi parli / e io ascolto la dilatazione del vento.
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venerdì 19 novembre 2004
ore 22:56 (categoria:
"Poesia")
Storia Accidentale
Non c'è traccia di una storia che sollevi dalle colpe o di un segno che disarmi eroi, cacciate e liberazioni, dal fatto programmato, dai piani cartacei / gli affissi, le parole forti a cornice degli slogan; e le manovre un unico senso non hanno / mai avuto, nemmeno tratto solido e retto, continuo, poiché continuità non è di questo tempo spezzato e ciclico nel suo / frantumarsi e ricostruirsi a medesimi soggetti.
La storia stessa è un accidente, la parola sbagliata / sovrappensiero, (e così poi non ti trovai al tuo solito posto) e allora qual è la colpa? Qual è questa colpa non più / imputabile a un io -soggetto- ossia vittima di un fatto accidentale?
Poteva andare diversamente / e allora avrei scelto il silenzio / sarebbe annegata la nave e il bacillo della peste / oppure una Waterloo soleggiata e il ghiaccio sul fiume avrebbe tenuto.
Da tempo si impara che sempre c'è merito e colpa, ma il maestro magari / allo specchio non nota un accidente.
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mercoledì 10 novembre 2004
ore 23:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Io e Lei
Impugnare la penna equivale a parlare con una donna sofisticata. C'è lei che sembra così altera, inarrivabile, protetta da cortine di idealizzazioni fantastiche, cataste di storie su avventure passate, dimenticate, o fresche e ancora palpitanti. Va accarezzata ai lembi, sfiorata sulle pareti, fino a trovarne il punto debole, la spaccatura che ne rivela la natura fragile, lo scisma nel granito. Ecco che, fatto breccia in lei, aver proteso la mente e la mano in lei, dà una sensazione calda, familiare; pur rimanendo due entità estranee, ecco che i tratti di entrambe cominciano a confondersi, i fili narrativi s'intrecciano, le storie si fondono, e lei ha il tuo passato, e anche tu il suo passato. Forse un istante assieme basta per scrivere un programma sul futuro; forse un istante assieme basta per scoprire che a volte il caso la vince, oppure che uno non sostiene l'altro, e l'aborto. Tutto finito prima che sia troppo tardi per potersene dimenticare.
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sabato 6 novembre 2004
ore 16:22 (categoria:
"Musica e Canzoni")
Space Is The Place
Grazie ad Andrea per avermi fatto ascoltare questo mastodontico pezzo dei Sun Ra che, mammamìa uuuh wow, ci vogliono due palle quadre quadrate per arrivarci al minuto ventidue che chiude il pezzo così com'era iniziato appunto ventidue minuti prima, con space is the place space is the place space is the place (ad lib.) con canto e controcanto e pigiata sui bottoni dell'allarme; sì, che più che moog o farfisa, allarme, sì. Suvvìa, a chi non piace il free jazz? Con quel perenne controtempo -tzè, un eufemismo- e gli strumenti, fiati chitarra batteria percussioni, perennemente in assolo per i cazzi loro che, com'è come non è, ti ritrovi violentemente coinvolto in questo cataclisma orgiastico, con le sinapsi che fanno a botte fra loro, non trovando manco per il cazzo una protoforma di filo di Arianna. Voto: 9
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