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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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"La bellezza salverà il mondo."

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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."


Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"



Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877

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lunedì 9 gennaio 2006 - ore 23:28


La fata dei dentini è una donna di malaffare
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Come direbbe Linus, "ho sprecato una buona preoccupazione".





I fantasmi, quando ti entrano in casa, tirano bene le tende.

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giovedì 5 gennaio 2006 - ore 17:35



(categoria: " Vita Quotidiana ")




"L’elefante che rideva sempre è stato giustiziato"


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giovedì 5 gennaio 2006 - ore 03:02


Manie...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Grazie al sempre caro AkiraFudo (te vansi un frullato di caccole) , eccomi anch’io intrappolato nel meccanismo infernale delle "manie". No paura: sono abituato ai meccanismi infernali, anche se di solito cado in quelli preparati da me medesimo (bravo pirla).

Il grosso guaio è che io, in qualità di persona tra le più noiose e banali dell’intero globo terracqueo, non possiedo manie vere e proprie, nè disgustose o orripilanti nè normali e insignificanti: purtroppo sono una persona noisamente e perversamente equilibrata (Dio, quanto mi odio).

Non ho riti scaramantici, manie, persecuzioni, macumbe, totem o quant’altro. E, probabilmente, se ne avessi potrei anche essere più psichicamente alterato di quanto già sono.

Insomma: la mia spaventosa mancanza di fascino viene riequilibrata da una scandalosa carenza di attrattiva.

Comunque sia, in onere dei fasti e in onore dei posteri, vò a ricercar qualche stupida e noiosissima inclinazione nella mia goffa e insignificante personalità.

1) Se, in qualsiasi occasione, sento una canzone che conosco, in qualunque condizione, un demone sconosciuto mi obbliga a cantarla. A squarciagola se sono solo, sottovoce nel caso sia presente qualcuno o, nei casi limite, mentalmente, ma non riesco davvero ad impedirmelo, con grande noia e fastidio di chiunque mi circondi in quei momenti, che viene bellamente ignorato e si trova davanti un lobotomizzato cafone, e vorrebbe ficcarmi in gola una puzzola affetta da metabolismo alterato.

2) Scrivo solo di notte. A meno che non sia lavoro, intendo. Probabilmente, è una misura inconscia di difesa per salvare il mondo dall’oscenità dei miei prodotti, sperando - illuso - che nessun occhio mortale possa mai accedere a cotanto tormento.

3) Qualora il fato voglia, mi fregio dell’utilizzo di un gergo iscritto (e, occasionalmente, favellato) alquanto desueto a ampolloso, al fine di suggerire all’altrui persona un qualche tipo di magniloquenza che, evidentemnete, il mio animo contrariamente non possiede. Si nota?

4) Controllo maniacalmente le tasche dei miei vestiti per controllare di non aver perso nulla. Sforzo alquanto inutile, visto che tendo, con grande creatività distruttiva, a mettere ogni cosa nel posto ad essa più inappropriato.

5) Mi passo spesso il pollice e l’indice della mano destra sul naso, impugnandone la punta. Probabilmente, controllo di non averlo perso.

Con infinita magnaimità, ricerco tra i miei contatti qualcuno che non sia ancora caduto in questo infernale giochetto, e dunque condanno alla esibizione forzata delle loro manie:

Zorrobobo

Alex1980pd

Thelma

Ienaferox

Miogaror

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giovedì 5 gennaio 2006 - ore 02:30


12.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Spiegai tutta la situazione a Lazzaro, mentre il suo sguardo si spostava velocemente da me alla bambina. Era assorto; se era sorpreso sapeva nasconderlo bene. Dietro i suoi occhiali, la lucentezza del suo cranio, i suoi occhi neri e profondi incastonati nella pelle nera e raggrinzita, sembrava valutare e soppesare ogni mia parola, alla ricerca della verità. Quando finì, tacque. Mi guardò. Era chiaro, che stava cercando di chiedermi se si poteva fidare di me. Compresi quello sguardo e dissi:

- Avrei forse ragione di mentirti?
Riflettè qualche secondo.
- No, immagino di no - disse in un sospiro, abbassando legegrmente la testa.
Si voltò verso Eva, che lo guardava con la testa appoggiata sulle braccia, a pochi centimetri di altezza dal tavolo, come se fosse affacciata, curiosa, ad un alto muro. Sorrise.
- Seguitemi – disse.

Uscimmo dalla sala, e ci avviammo attraverso i corridoi dell’ospedale. Durante il tragitto, Lazzaro scambiò qualche battuta con alcune infermiere e altri medici. Scendemmo delle scale, verso il piano seminterrato. Qui entrammo in un’altra sala, sempre illuminata dalla luce verde e densa del neon. Al centro della stanza, vicino ad un tavolo di metallo, un giovane africano stava in piedi a scrivere qualcosa su di una cartella.

- Okwe, lasciaci un attimo soli – disse Lazzaro.
Il giovane annuì, ed uscì.
Lazzaro si avvicinò ad una parete, completamente coperta da quella che poteva sembrare un’enorme cassettiera in metallo, coi “cassetti” regolari, quadrati, grandi. Prese in mano una maniglia di un cassetto, e fece ad Eva segno di avvicinarsi. Quando lei gli fu accanto, aprì il cassetto, facendolo scivolare davanti a sè.

Quando apparve ciò che vi era contenuto, Eva distolse lo sguardo, voltandosi istintivamente dall’altra parte. Una donna nera, giovane, completamente nuda, le era apparsa di fronte, immobile lungo distesa sul piano di metallo freddo che era apparso allorché Lazzaro aveva aperto il vano.

Ci fu qualche secondo di silenzio, quasi che ci aspettassimo che quella donna potesse a dirci qualcosa. I suoi lineamenti erano distesi, la pelle liscia, gli arti lunghi e rilassati. Solo il torace dava segno di un qualche tipo di patimento: aveva una vistosa cicatrice nel basso ventre e i suoi seni, nonostante l’apparente giovane età, erano già cadenti e con i capezzoli ampi come delle piccole lampadine scure. I capelli, neri e raccolti in lunghe treccioline, le scendevano da dietro la testa fino a metà della schiena. I suoi occhi erano chiusi. Era chiaro che ci trovevamo nelol’obitorio dell’ospedale, e quella poveretta doveva essere morta di recente.

- Eva: sai cosa è successo a questa donna? – chiese Lazzaro alla bimba.
Titubante ma anche spinta dalla sua giovinezza che la spingeva ad avere una naturale ma morbosa curiosità, Eva voltò di nuovo la testa e tornò a guardare il corpo nero e immobile davanti a sé. Per un istante mi domandai se quell’apparizione avesse potuto ricordare alla bimba l’apparente ma traumatica “morte” del padre. "Come poteva rapportarsi quella bimba con l’idea di morte, avendo visto suo padre, squassato dalle pallottole, tornare da lei?", mi domandai, tra me e me.

- Guarda – disse ancora Lazzaro, voltando la testa della donna verso di lui e verso Eva.
Delicatamente, con i polpastrelli delle dita, aprì gli occhi della donna. Erano un pozzo scuro e rotondo di buio. Le sue pupille, larghe e piatte come due scarafaggi neri in una tazzina di latte, stavano immobili a fissare Eva. La piccola si irrigidì. Sembrava spaventata, e tuttavia sembrava non voler smettere di sostenere lo sguardo di quella donna. Una forza magnetica e oscura sembrava trascinarla dentro quei grossi bottoni neri e piatti.

- Eva: sai cosa è successo a questa donna? – ripeté Lazzaro.
Eva deglutì.
- E’ morta – disse, sottovoce.
- Sai perché ha gli occhi così neri? – chiese Lazzaro. Poi, senza aspettare una risposta, disse:
- Perché, quando gli esseri umani muoiono, la loro pupilla si rilassa, si ingrandisce; come se stessero guardando nel buio.
- Ora – continuò Lazzaro -, molti sostengono che questo avvenga perché il corpo, morendo, smette di esercitare il suo comando sulla pupilla e questa, senza più funzioni, si rilassa definitivamente. Ma questo non succede in tutto il corpo; anzi. Molte parti degli esseri umani si irrigidiscono fino a quasi paralizzarsi al momento della morte. Ma questo non avviene per la pupilla.

Si fermò un secondo. Guardò me. Poi riprese a parlare, senza che si capisse bene se stesse parlando a me, alla bambina o a sè stesso.
- Sai: tempo fa fu fatta una ricerca su di un gruppo di persone che erano state riportate in vita dopo un grosso incidente; grazie alla medicina moderna erano stati “risuscitati” proprio quando sembravano spacciati. Queste persone, nonostante fossero di cultura, religione e provenienze diverse, hanno tutte dichiarato di aver visto un tunnel di luce prima di essere riportate in vita. Strano, vero? Ma se è vero che c’è un tunnel di luce dopo la morte, perché la pupilla si restringe, perchè la pupilla non si restringe ma si dilata?

Riportò la testa della donna in posizione eretta e la guardò negli occhi. Poi disse:
- Non c’è luce perché la stanno oltrepassando –.
- Oltrepassare cosa? – dissi io, dubbioso.
- La luce! – affermò.

- Vieni Eva, facciamo un piccolo gioco – disse Lazzaro, portandoci tutti e tre intorno al tavolo al centro della stanza. Tirò fuori una penna dal taschino.
- Eva: tu sai che tutto ciò che è al mondo lo vediamo tramite la luce, giusto? La luce è come un messaggero, un postino. La luce rimbalza sulle cose, ne prende l’immagine e poi arriva al tuo occhio dove la deposita. Ora: supponiamo che questa penna sia la tua immagine.

Eva fece cenno di sì con la testa. Sembrava che, in qualche oscuro modo, potesse davvero capire.
- Io farò la luce; sarò il tuo postino. Vengo da te e prendo la tua immagine, la penna, e cerco di portarla dall’altra parte del tavolo. – disse. – Ora: io sono velocissimo, recapito la tua immagine quasi subito. Però, neanch’io sono istantaneo. Sebbene sia pochissimo, anch’io ci metto del tempo a recapitare
la penna. Supponiamo che tu sia ancora più veloce di me, d’accordo?

Eva annuì di nuovo.
- Allora io prendo la tua penna e comincio a girare intorno al tavolo. Però tu sei più veloce di me, e allora passi sotto il tavolo e arrivi all’altro lato prima di me. Avanti, vai sotto il tavolo.

Eva allora passò agilmente sotto il tavolo e sbucò dall’altra parte, divertita dal gioco. Lazzaro la raggiunse e le diede la penna.
- Ecco. Adesso hai la tua penna. La tua immagine è arrivata a te, che hai corso più veloce di me. Adesso ti vedi dall’altra parte del tavolo, ma vuoi sapere un segreto? – e si abbassò sulle ginocchia, avvicinandosi all’orecchio di Eva – In realtà non tu ti sei mai mossa. Non è un immagine quella che vedi dall’altra parte del tavolo: sei sempre tu. E sei tu anche quella qui. Tu vedi lei, e lei vede te. Ti sei sdoppiata. Adesso, esisti in due punti diversi nello stesso momento. Hai piegato lo spazio.

Guardai Lazzaro confuso. Non ero certo di aver capito bene quello che stava cercanmdo di dire Lazzaro, ma Eva esibiva un’espressione sicuram, quasi a voler dire di aver compreso tutto.
- E adesso ho una domanda difficile per te, Eva: se l’altra Eva, quella dall’altra parte del tavolo da cui è partita l’immagine e ora ti sta guardando, decidesse di non muoversi? Di non passare sotto il tavolo?

Questa volta, anche Eva sembrò confusa. Lazzaro lo notò.
- Anch’io ho visto quel tunnel di luce, sai Eva? Anche i miei occhi sono diventati neri. Però per me è stato diverso. Io non sono mai uscito dal tunnel, ma ho continuato a muovermici dentro, come se non dovesse finire mai, fino a che qualcuno non mi ha riportato indietro. Però l’ho visto. Ho visto il tunnel, e la luce passare alle mie spalle. Questo è quello che ti posso dire.

- Sicchè, secondo te, quando gli esseri umani muoiono viaggiano ad una velocità più veloce della luce e cominciano a viaggiare nel tempo? – dissi io, non riuscendo a mascherare una leggera nota di incredulità nella voce.
- E’ la mia teoria – rispose, riavvicinandosi al corpo della donna e impugnando la maniglia -. Non posso dirvi altro – e respinse il corpo della donna nel buio freddo del metallo.

Uscimmo dalla stanza. Eva passò per prima avanzando lungo il corridorio. Io rimasi a guardare Lazzaro che chiudeva a chiave la porta a vetri dell’obitorio.

- Senti Lazzaro... com’é? - gli chiesi.
Si voltò verso di me.
- Com’è cosa?
- La morte.
-Oh.
Mi guardò come dall’alto, alzando il mento, come se volesse mostrare di essere sorpreso di uan domanda che si aspettava però benissimo.
Giocherellò unattimo con le chiavi sospirando, e poi mi guardò di nuovo.
- E’ come tornare a casa di notte, salire le scale verso la propria camera nel buio, e pensare che ci sia ancora un gradino da fare, ma il tuo piede cade con sorpresa nel vuoto.
- Oh - dissi io, e ci avviammo lentamente lungo il corridoio.

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lunedì 2 gennaio 2006 - ore 01:17


Solo una piccola idea.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il progresso non potrebbe essere semplicemente la scoperta di significato nel piccolo? O nel "prima insignificante"?

Il progresso è forse l’espansione (e dispersione) del significante?

Pensiamoci.



P.S. Sì. Mi drogo molto.


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venerdì 30 dicembre 2005 - ore 14:07


Grazie e buon anno!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Volevo ringraziare sentitamente tutti gli innumerevoli spritzini giunti coraggiosamente al greenwich iersera (ma quanti casso eravate? Girando per i blog continuavate a saltare fuori! E soprattutto: perchè non siete venuti a salutarmi? ). Speriamo di aver offerto una almeno degna contropartita alla biscottata di freddo che vi siete pigliati per venirci a vedere.



Il concerto mi è davvero piaciuto (anche se qualcuno lo pensa in maniera leggermente diversa). Stiamo lavorando bene, e a poco a poco stiamo migliorando sempre più. Questo non vuol dire che non ci sia ancora lavoro da fare... ma con un supporto del genere, come potremmo fallire?



Grazie a tutti e buon anno!




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giovedì 29 dicembre 2005 - ore 02:12


11.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi faceva male il collo. Con gli occhi chiusi, sentivo il corpo rugoso della plastica spingere alla base del cranio. Il mento, vicino alla sua massima distensione, puntava l’aria.

Ero seduto su una piccola poltroncina di plastica dura e stavo cercando di prendere sonno, con le gambe lungo distese, le braccia conserte e il collo, appunto, rovesciato all’indietro, alla ricerca dell’appoggio dello schienale. La barba a graffiare gentilmente il petto sulla camicia aperta.

Faceva caldo. Non potevo nemmeno quantificare da quanto tempo ero sveglio. Non ero davvero stanco, ma sapevo che le occasioni di poter tirare il fiato di lì in avanti sarebbero state ben poche, e sarebbe stato meglio approfittare di quella pausa forzata per racimolare un po’ di forza. Ma non serviva: il mio corpo sembrava non voler staccare la spina. Troppe cose erano accadute in quelle ultime ore; troppe anche per uno come me.

Essendo il sottoscritto invischiato in tutto quel casino colossale, sarebbe stato sensato aspettarsi dallo stesso qualche tipo di scoramento; il peso della responsabilità che ti schiaccia, l’agitazione del momento decisivo che ti assale, la paura che ti circonda per proteggerti dal pericolo. Sarebbe stato normale. Ma cosa lo era, in quei momenti?

In realtà, non ero affatto stanco o spaventato o ansioso. Ero preoccupato, questo sì. Preoccupato di non sentire nulla. Ancora vagavo in quella strana sensazione di abbandono mista a fatalità, come se stessi vivendo una specie di sogno cosciente, in cui si è protagonisti ma si può fare ben poco per determinare gli eventi a venire.

Un sogno senza sonno, dato che, seppure di fronte all’oscurità delle mie palpebre e agli espliciti messaggi della mie mente, il mio corpo non ne voleva sapere di spegnersi; nemmeno per un attimo. Vagavo nell’ombra di un certa subcoscienza intorpidita, alla ricerca di un po’ di pace; guardavo ovunque, ma non c’era.

Niente riposo ma, perlomeno, avevo smesso di farmi troppe domande inutili.

Sentii un ronzio fastidioso avvicinarsi da distante e farsi sempre più intenso, fino ad arrivare all’altezza del mio orecchio destro. Era una zanzara. Mi diedi uno schiaffo al volto, nel tentativo di ammazzarla, ma fallii.

Mi resi conto ch era inutile; riaprii gli occhi. La luce sguaiata e senza volume dei neon difettosi si spanse grassa come marmellata di albicocche tutto attorno. Il mio sguardo riprese lentamente fuoco, rendendo più definito quel che stavo guardando: un soffitto bianco. Il collo mi doleva, e non volli forzarlo subito per rialzarmi; dunque rimasi qualche secondo in quella posizione.

La vista lentamente si schiarì, cominciando ad incasellare la superficie bianca e ruvida del soffitto, fino a che notai una piccola macchia nera perpendicolare sopra di me. All’inizio pensai potesse essere un insetto, ma poi appurai che non si trattava di questo. Era una piccola macchiolina nera, grande come un pollice, appiccicata la muro come fosse una monetina scura.

Mi domandai, distrattamente, cosa avrebbe potuto provocarla. In effetti, quella macchia, lì, non aveva senso. Nessuno avrebbe potuto procurala, e non sembrava nemmeno una di quelle cose che si producono naturalmente: un’infiltrazione o la traccia di qualche animale.

Chi può procurare una macchia sul soffitto? E come? Tirandoci qualcosa contro forse? E perché? Più ci pensavo e più non aveva senso. Poi, per un attimo, pensai che quella macchiolina su di un soffitto bianco era come me: dove non avrebbe dovuto essere, gettata nel mondo da una mano potente e invisibile.

- Che idea stupida! - pensai.

Scacciai quel pensiero e finalmente mi destai. Con un mugugno di sforzo e di disapprovazione mi risollevai sulla sedia. A fianco a me Eva, la bambina, dormiva, rannicchiata sulla sua seggiola. Se era davvero quello che Shaitan diceva che fosse, non c’era da stupirsi troppo se, seppure in quella situazione nuova, pericolosa e irreale per lei, stesse dormendo.

Guardandola, mi domandai come avrei potuto assolvere il compito che mi aspettava. Anche se fossi riuscito ad estrapolare qua e là tutte le informazioni necessarie per capire il segreto, la quintessenza di quella matassa ingarbugliata e puzzolente che è la condizione umana, come ci si sarebbe potuto aspettare che quella bimba potesse non solo immagazzinare tante informazioni, ma anche comprenderne il significato? Sarebbe stato come cercare di insegnare il sunnita ad un ubriaco dislessico.

Certo... certo... quella bambina non era "normale", però comunque stentavo a credere che quei quaranta chili scarsi di carne e ossa potessero cogliere anche solo in minima parte una tale enormità; una realtà così maledettamente profonda e complessa. Ma ancora dimenticavo che quella bimba doveva salvare il mondo. Tuttavia, seppure Eva evidentemente nascondeva qualche asso nella manica, la sua apparenza fragile e silenziosa dava tutt’altra idea di quella di poter assolvere un compito così gravoso, e l’idea che il destino di tutti noi fosse chiuso in quelle piccole e paffute mani mi fece rabbrividire.

- Accidenti! Siamo messi bene... - pensai, diffidente.

Mi alzai a fatica dalla sedia, scrollando la testa e staccando dal sudore la schiena appiccicata allo schienale della sedia. Ero intenzionato ad andare a svuotare la macchinetta del caffè dall’altro lato della sala.

Sulla strada, passai davanti ad anziano signore che, nonostante il caldo, tremava e si teneva stretta una coperta introno alle spalle. Più avanti, due giovani stavano discutendo animatamente, gesticolando ampiamente con le braccia, uno tenendo una piccola borsa da ghiaccio sulla tempia e uno sorreggendosi sulla gamba destra grazie ad una stampella. Davanti al tavolo dell’accettazione una signora grassa, seduta su di una sedia a rotelle, chiedeva con voce lamentosa qualcosa ad un’infermiera, che sbrigativamente le rispondeva con qualche frase poco convinta per poi sparire via tra i corridoi del pronto soccorso.

Una sala d’aspetto a Kinshasa era probabilmente il tipo di ambiente in cui avrebbe dovuto concretizzarsi il fondo della condizione umana.

Arrivai alla macchina del caffè, introdussi la moneta e aspettai. Intanto mi guardavo attorno. La sala era semivuota; il che già era strano. A parte i personaggi che ho già descritto, nell’angolo lontano vedevo una giovane madre curva sul proprio bimbo in grembo. Poco lontano da lei, un giovane solo stava dormendo lungo disteso sulle panche, covando tra le sue braccia conserte chissà quale malattia incurabile.

Sì: poteva davvero sembrare, come avevo appena detto, il fondo della condizione umana. Uomini e donne passate attraverso l’atrocità della miseria, il livore della povertà e la violenza dell’ideologia. Uomini e donne stuprati e violentati dai machete delle guerre e da una natura che, quando poteva, si ricordava ancora di avere i muscoli e si prendeva la propria rivincita sugli esseri umani. Uomini e donne nati e cresciuti sotto un’unica certezza: quella di essere spazzatura.

Ma questa, a dire il vero, era solo l’impressione superficiale, svagata che si poteva trarre dai fatti; era l’idea che poteva farsi uno che non osservava davvero. Era, infatti, evidente ad un secondo sguardo, quale era la vera forza di quelle persone, la leva per cercare di elevarsi dalla loro condizione. Lo si vedeva dalle mani sicure della madre che cullava un bimbo che rischiava di perdere, e forse non era nemmeno il primo. Lo si vedeva nella fermezza dello sguardo del vecchio; fisso e immobile tra i tremiti del suo corpo come un masso in mezzo ad una tempesta. Lo si vedeva nella spudorata e magnifica negritudine dei due giovani che discutevano tra di loro. Lo si vedava: quella gente aveva solo due strade per scrollarsi di dosso il fango che il mondo gli aveva sputato contro: la dignità o la violenza. E quelli erano coloro che la violenza l’avevano subita, e sceglievano l’altra difficile via.

Il caffè era pronto. Lo presi e, lanciando un ultimo sguardo ad Eva, che dormiva sempre tranquilla con la testa appoggiata alla mia giubba rossa, lasciai momentaneamente la sala, dirigendomi verso la grande finestra di un corridoio lì vicino.

Fuori pioveva a dirotto. Il fiume Congo seguiva il suo corso. Avanzava, melmoso, col passo lento e sacrale di un vecchio sciamano. Veniva dalle regioni a nord, vittime verdi dalla foresta e dalla violenza, e scendeva, grasso e limaccioso, fino alla "Stanley Pool", dove pigramente si addentrava e si nascondeva, scavando con la testa una delle rughe più profonde dell’Africa. Poi, lentamente, silenziosamente, entrava possente e circospetto nel santuario degli edifici portuali, nell’intrico zone di carico e scarico, tra il colonnato delle gru sospese a mezz’aria sull’acqua, attraverso il più grande porto fluviale del continente. Qui si confondeva e infilava le dita nella pioggia acida e negli gli scarichi illegali delle navi e delle industrie portuali. Infine, con un ultimo e testardo moto d’orgoglio, lanciava la pesante testa oltre Brezzaville e Kinshasa, che come due tetri alfieri lo guardavano, una di fronte all’altra, mentre scivolava fino al mare, portandosi via con sé i residui mangiucchiati del tempo africano. Un tempo eterno che sembrava mutare sempre e non cambiare mai.

Presi la bottiglia di grappa che avevo opportunamente tolto dalla giubba e portato con me. Svitai il tappo con la bocca, mentre reggevo il bicchiere del caffè. Feci per inclinare la bottiglia per correggere la bevanda quando una mano, fulminea, scattò da dietro di me e mi afferrò il polso.

- Caffeina e alcool fanno male. - disse una voce alle mie spalle -. Se poi la caffeina è quella di una sala d’aspetto africana, il cocktail può diventare addirittura letale.

Mi voltai. Davanti a me stava un uomo basso, ricurvo, con spessi occhiali, faccia scavata e un’aureola di capelli bianchi intorno alla testa. Indossava un camice bianco, sotto il quale il suo corpo sembrava combattere una perenne e lenta battaglia contro la gravità e i dolori lombari, al fine di mantenersi eretto in un’espressione di solidità che oramai appariva chiaramente una menzogna.

- Deve fare molto più male essere cacciati all’inferno ed esserne tirati fuori a calci in culo solo qualche giorno dopo - dissi io.
- Già. Ma, come per alcool e caffeina, dopo un po’ ti ci abitui. E ci prendi quasi gusto.

Davanti a me stava colui che stavo cercando. Lazzaro; l’unico uomo ad aver fatto davvero la spola tra aldilà e aldiquà grazie ad un "pass vip" procuratogli proprio all’ultimo secondo da qualche personalità di alto profilo. Non solo: rappresentava una delle pochissime promozioni "ah honorem" da uomo ad entità. Dopo quella faccenda di Cafarnao, infatti, non ci si poteva permettere di lasciare ad un uomo la facoltà di aver visto l’aldilà e di ritornare a raccontarlo: quella era una prerogativa, semmai, delle entità. E così fu promosso seduta stante nel cerchio superiore. Questo lo rendeva un caso unico: un conoscitore unico di entrambi i mondi: quello umano e quello celeste.

Il nome di Lazzaro non c’era nella lista di persone che, secondo Shaitan, avrei dovuto contattare, ma avevo voluto incontrarlo subito per primo. Troppe cose mi erano ancora poco chiare riguardo a tutta quella faccenda, e il fatto che avessi deciso di aiutare Shaitan non voleva certo dire che mi fidassi di lui. Avevo bisogno di apprendere qualche informazione in più sulla dinamica dei trapassi di esseri umani ed entità, e sulle possibili implicazioni che tutte quelle strane lotte e uccisioni potevano portare. Lazzaro era certamente la persona più indicata a fornirmi tutte quelle informazioni.

- Vieni. Ti offro un caffè decenti in sala dottori - disse.

Senza dire niente, lo seguii. Passando per la sala d’aspetto, svegliai e portai con me Eva, che silenziosamente ubbidì. Attraversammo un paio di porte ed entrammo in una stanza dalle pareti gialle, una serie di mobili sulle pareti, alcuni armadietti e un grande tavolo bianco al centro. Poco prima di entrare, mi voltai verso Eva.

- Sta molto attenta a quello che dice quel signore, intesi? - le dissi.
Lei fece cenno di sì con la testa.
Una volta dentro ci sedemmo, e Lazzaro tirò fuori due tazze e vi versò dentro del caffè da una caraffa a riscaldamento elettrico in funzione. Si avvicinò al tavolo e me ne porse una.

- E’ strano vederti qui proprio oggi - disse.
- E’ strano anche vedere te qui, nel bel mezzo dell’inferno in terra. - risposi io, riprendendo al bottiglia di grappa e correggendo il caffè, rivolgendo a Lazzaro un’occhiata di divertita sfida.
Fece spallucce. - Lo sai: sono sempre stato affascinato dal fenomeno morte. Dopo tutto, sono un umano di nascita e un’entità di adozione. Così la fine del "film" della vita umana mi ha sempre interessato, anche se sapevo già cose mi aspettava fuori dalla sala di proiezione.
- Una specie di guardone, insomma.
Sorrise. - Credo che, poco prima che scorrano i titoli di coda, gli esseri umani diano il massimo. Il colpo di scena finale, se conosci già il film, è il momento perfetto per cogliere le lacrime, lo stupore, la paura o la sorpresa del pubblico, che proprio perché sa che tutto sta per finire non si trattiene più dietro la schermata di una composta indifferenza.
- Ma perché medico? E perché qui?
- Perché, nel film, i medici sono i protagonisti. Loro sono i primi spettatori della morte; sono loro che la comunicano al resto del mondo, loro che la gestiscono, loro che addirittura decidono quando è arrivata. Una volta si moriva quando avevi smesso di respirare. Poi quando il cuore finiva di battere. Poi ancora quando il corpo non rispondeva più. Poi ancora solo quando l’encefalogramma era piatto come una tavola. E sono i medici che decidono.
- E perché qui?
- Perché i medici, come tutti protagonisti, spesso esagerano e vanno sopra le righe. Sentendosi alfieri della vita contro la morte, non la accettano mai come un fenomeno naturale. Dovendola combattere allo strenuo, la categorizzano e trovano una causa per ogni tipo morte. Ma così facendo, mettendo tutto nelle proprie mani, se ne assumono anche al responsabilità, e dunque è sempre colpa loro se qualcosa va storto. E così ti trovi con le mani legate, con la paura di sbagliare e miriadi di cause per errore medico nel cassetto. Qui, invece, come puoi facilmente immaginare, si è notevolmente più liberi, e in pochi notano errori o possono permettersi di denunciarli. Qui, la morte è considerata ancora un’evenienza tutt’altro che remota.
- E tu, invece?
- Io cosa?
- Per te è un’evenienza? Un caso? O una prassi?
- Le entità non muoiono, lo sai. Cambiano solo ruolo.
- Tornano indietro?
- Già.
- Beh, farai meglio a preparare le valige stavolta. Perché potresti non trovare più dove tornare.

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mercoledì 28 dicembre 2005 - ore 16:09


Record Mondiale
(categoria: " Vita Quotidiana ")


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mercoledì 28 dicembre 2005 - ore 12:35


Visto???
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il concorso letterario in prima pagina! Che bello. Non che avessi mai dubitatto del webbone, ma vederlo lì è stata una grande soddisfazione.

Grazie di nuovo a tutti, in particolare ai fidi giurati Thelma e Ienaferox, a tutti i partecipanti e tutte quelle persone che sono state così gentili da supportare l’iniziativia inserendo il logo nel blog!

Grazie a tutti! Buon anno! Buone feste! E bon tutto!



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domenica 25 dicembre 2005 - ore 21:13


Concorso letterario.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E’ finito. Ringrazio tutti: sostenitori, giurati, partecipanti, votanti. Non si può dire sia stato un successo, ma nemmeno un fiasco.

Grazie davvero a tutti: ci abbiamo provato

I vincitori sono stati decretati; alcuni di questi dalla giuria, come da regolamento, a causa di due ex-aequo popolari. Non ne rivelo ancora i nomi, perchè vorrei che fosse una sopresa.

Ora: tutti si staranno domandando: "dove sono sti link?". E io rispondo: "bella domanda".

Opere e vincitori sono in mano al webbone, il quale (ne sono certo) presto rispetterà le sue promesse e inserirà l’apposito link in home page. Io, a parte sollecitamenti doverosi in caso di ulteriori ritardi, considero chiuso qui il mio lavoro.

Grazie di nuovo a tutti, e scusate per la brevità di questo messaggio dovuta a cambio di pc casalingo e dunque alla scarsa disponibilità di accesso on-line.

Grazie di nuovo a tutti e buone feste.

Rimetto comunque tutti i riferimenti del concorso su questo post, in modo che possano rimanere ancora un poco a disposizione degli smaniosi lettori spritzini.

CONCORSO LETTERARIO SPRITZ.IT



SECONDA PARTE:
LINK

VOTA LA TUA OPERA PREFERITA!
- puoi votare una sola volta per ogni categoria -

Prima categoria: poesia
Finaliste:LINK

"Senza titolo II": 3
"Vette": 3
"Senza titolo III": 3

Altre opere eliminate:LINK

Seconda categoria: racconti
Finaliste:LINK

"Per l’ultima volta": 5
"Senza titolo II": 3
"Senza titolo III": 2

Altre opere eliminate:LINK

Terza categoria: opere sul Natale
Finaliste:LINK

"Frammenti da: ’l’ultimo Natale’": 4
"Il Natale di...": 4
"Senza titolo": 1

Altre opere eliminate:LINK

BANDO:
LINK

Domande, commenti e quant’altro
LINK



Aggiungo anche un racconto che mi è giunto solo oggi, e dunque fuori concorso, ma che comunque mi sento di accumunare agli altri.

Mi avvio verso il mio semaforo. Oggi fa molto freddo per strada.
C’è un nuovo volantino attaccato al palo del semaforo, qualcuno che avrà perso il cane o che si è sposato, penso istintivamente. No non è così. Leggo e me ne vado.
Via della Libertà presso la Casa del Popolo. L’edificio è a due piani, di colore rosso con la vernice che inizia a scrostarsi. Il cortile è coperto da un leggero strato di neve, caduto nella notte, e pieno di impronte di piedi. La porta è sul lato opposto al cancello che da accesso al cortile. Suono e una persona mi invita cortesemente ad entrare.
Il rumore di posate che raschia contro i piatti, il vociare sommesso mi avvolge le orecchie mentre il caldo scaccia il gelo dai miei piedi e dalle mani. Lo stesso ragazzo che mi ha aperto mi fa vedere dove posso lasciare la giacca, dove si trova il bagno e la sala da pranzo. È così gentile. Non mi dà l’impressione di fingere, e ciò mi consola.
Ringrazio e mi dirigo prima al bagno a lavarmi le mani e poi vado verso la sala da pranzo.
Nel raggiungere la sala passo davanti a quelle che sono le cucine. Un profumo di minestra arriva alle mie narici. Il caldo tepore del brodo è proprio quello che ci vuole in una giornata come questa. Sento anche il profumo di carne arrosto. Dalla cucina escono i piatti diretti in sala, sono ragazzi giovani a portarli e sono tutti vestiti con una divisa blu e fazzolettoni al collo “ Ciao, sei arrivato da tanto? Vieni che ti faccio vedere dove puoi sederti”. Mi fa accomodare ad un tavolo al quale sono già sedute altre persone. Ci saranno una quindicina di persone sparpagliate lungo i tavoloni apparecchiati. Clochard, ambulanti, forse dei tossici e un paio d’anziani.
Un cartellone appeso al muro opposto alla porta recita “due bicchieri di vino a testa e basta”.
Arriva una ragazza e mi posa davanti il piatto con la minestra. “ Vuoi del vino? ” “Bianco o rosso?” “Porto subito il bicchiere”.
La minestra è proprio buona e ricca. Ci sono carote e piselli, patate e cavoli verza, sedano e fagioli.
Mentre mangio con calma i ragazzi continuano a portare avanti e indietro i piatti e ad accogliere le persone che arrivano o ad invitare a tornare chi se ne và. Due ragazzi sono seduti a chiacchierare con un clochard e altri sono seduti sparsi tra gli avventori a mangiare la stessa minestra che hanno servito. I due pensionati hanno finito di pranzare e giocano a carte.
Finita la minestra arriva qualcuno a chiedermi se ne voglio ancora o può portarmi il secondo. Ne prendo ancora e mi faccio portare l’ultimo bicchiere di vino. Sempre rosso.
L’arrosto è servito con tanto sugo e le patate come contorno. Il bicchiere di vino finisce. L’ho centellinato ma non sono riuscito a farlo durare per tutto il pasto. Sulla tavola c’è abbondanza d’acqua e di bibite. Ho mangiato a sazietà ma non rifiuto il piatto con due mezze fette di pandoro e panettone ed una manciata di frutta secca. I dolci sono tiepidi e il profumo che sale alle narici è assai invitante. Mangio con gioia il pandoro caldo mentre il panettone l’ho avvolto in un tovagliolo e infilato in tasca per dopo. Il mio pasto è così concluso.
Mi rivesto, ringrazio i ragazzi che mi hanno servito ed offerto il pasto e mi appresto ad uscire. “Ciao Mohamed, torna a trovarci questa sera!”. La porta si chiude alle mie spalle, l’occhio mi cade nuovamente sul cartellone che è appeso a lato della porta. “MENSA NATALIZIA. Aperta a tutti. Dal 20 al 24 dicembre. Pranzo e cena”.
Questa sera ci sarò. Ora torno al semaforo a vender le rose.

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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
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