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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor

***********************
C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.
***********************

"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".

Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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martedì 10 maggio 2005 - ore 20:30
...se il buongiorno si vede dal mattino...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi alzo decisamente di buon umore stamattina, nonostante aprendo la finestra mi si fosse prospettata una giornata grigia e fredda. Ma io sorrido alla vita, può sempre sorgere il sole. Mi guardo allo specchio: ho un piccolo
brufolo proprio fra il labbro superiore e il naso, ma non è molto visibile: si mette bene, ho un brufolo minuscolo appena percettibile che posso nascondere. Sorrido di nuovo alla vita e mando un sms carino al mio amore dicendogli che potrei passare a trovarlo per un caffè, e aspetto. Non ricevo risposte per 20 minuti, allora scendo sorridente in cucina e trovo la mamma, che vistami pronta vestita e preparatissima mi trova mille cose da fare. Smetto di sorridere: giornata bruciata, bastava scendere un paio di minuti dopo e usciva lei.
Allora salgo in camera e scrivo al mio amore che non fa niente, che ci vedremo in biblioteca poi, e mi risponde entusiasta di andare da lui che mi aspetta: il mio primo messaggio gli era arrivato in quell’istante, 40 minuti dopo. Ma ormai ero stata
blindata dalla mamma. Litigo un attimino con Maury che dice che è colpa del mio telefono, quando invece il mio cellulare è uno dei pochi che non abbia mai dato problemi. Fattostà che il mio mess non è arrivato in tempo, non sono andata a casa sua e mia madre mi ha incastrata.
Magari fosse finita. Sento rumore di camion, di macchinari e uno strano odore. È arrivato
Zanier. Zanier nel mio paese è famosissimo e temutissimo perché è colui che pulisce e libera le fogne. Si trascina dietro un odore di marcio che se passi davanti a un bar basta aguzzare l’olfatto per sentire se lui è seduto dentro al tavolo in fondo. Stamattina Zanier era a casa mia, per pulire le nostre fognature. Il pavimento della cucina era un
merdaio, io non me ne sono accorta e ho sporcato i calzini rosa appena messi puliti.
Torno in camera, mi cambio calzini e mi accorgo di avere un
bozzo terribile sulla mano: forse una zanzara di dodici chili mi ha punta, non so come non so quando ma sicuramente, a giudicare dalle dimensioni della chiazza rossa che mi porto dietro, di meno non pesava. La mano è in fiamme e il bozzo brucia. Non posso nemmeno andare in bagno perché la casa è monopolizzata da Zanier, e l’odore che infesta le stanze mi ricorda quando, col treno che porta a Trieste, si passa di fianco alla
discarica a cielo aperto.
Non è tutto. Scendo di nuovo, demoralizzata e sofferente – il bozzo della zanzara gigante si espande a macchia d’olio e brucia da morire – mi faccio dare la nota della spesa dalla mamma e vado a prendere la macchina. Ho i capelli davvero sporchi, ma non ho tempo: il bagno poi è sotto il controllo di Zanier. Accendo il motore e mi accorgo che la macchina è in
riserva: mio fratello non fa benzina nemmeno se gli dai i soldi apposta, piuttosto la fa spingere a sua morosa ma fare la benzina è plebeo. Aveva lui la macchina ieri e domenica, e mia mamma gli aveva detto di fare benzina. Mi girano i coglioni. E sono senza cicche. Il
pessimismo sale e mi logora.
Vado a fare la spesa e il posto in cui parcheggio di solito è occupato, vado in fondo, prendo il numero al banco e mi capita lo
00, non sono mai stata un doppio zero. Mi serve la commessa più lenta del mondo. Vado al reparto frutta e verdura: si inceppa la bilancia elettronica, finisce il rotolo degli scontrini e dobbiamo aspettare. Di fianco a me una signora napoletana che parla dialetto trevigiano. Fastidiosa quanto la zanzara gigante e ancora più brutta da vedere.
Torno a casa, salgo in camera cercando di non calpestare i duecento tubi che passano per il mio salotto. L’odore che mi accoglie mi stordisce per qualche minuto. Quando rinvengo mio padre è giù che parla con Zanier, hanno quasi finito. Vado in camera, metto un po’ di ordine quando mi si ribella contro la spilla che ho comprato a NY con scritto
I love NY col cuore, e mi pungo. Sanguino.

Decido di fare una lista delle cose andate di merda in questa mattinata. Scendo in cucina così non mi rendo conto che la mia camera sa di merda.
Penso bene di farmi la doccia per togliermi di dosso l’odore di fogne. Tricchetrac e entro in bagno, mi chiudo a chiave e mi faccio una super doccia, rilassante e profumata di
mandorle e miele. Sto per finire quando sento le pompe riprendere: non aveva finito. Apro la porta e l’odore è ancora più acuto, più fetente. So di nuovo di fogna. Salgo in camera, sa di
fogna.
Scendo sconsolata cercando vacue gioie nel mio cibo leggero e dietetico: causa ritardi mia madre ha occupato tutti i fornelli della cucina, non ho spazio per cucinare. Torno in camera affamata e desolata, mi distendo sul letto e invoco la fine dei tempi.
Trovo un mess di Maury che mi dice che in Giappone ci sono vagoni dei treni riservati alle donne per evitare la
mano morta. I musi gialli mi hanno esaurita, è stato il colpo di grazia. Nella mia mente sognavo che prendessero il treno per Trieste passando per la discarica.
RIASSUNTO: se il buongiorno si vede dal mattino, questa è stata una giornata di merda.
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lunedì 9 maggio 2005 - ore 21:11
comunionismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il massacro delle comunioni (e feste di famiglia in genere) non ha nulla di paragonabile sulla terra. Forse un’immersione di
filologia romanza o essere costretti a guardare
Vacanze Sul Nilo,nulla di più.
Le comunioni per i bambini significano due cose solamente, cioè primo ricevere regali e secondo essere al centro dell’attenzione per un intero giorno facendo quello che vogliono – aggiunta per le bambine che possono indossare la coroncina di fiori bianchi e vestitini graziosissimi. Ma le mamme… assumono il ruolo di dominatrici incontrastate.
Le mamme diventano regine, sono le generatrici del piccolo miracolo con la tunica e la coroncina, sono le organizzatrici e responsabili della festa e meritevoli di lode; la comunione diventa esibizione, la comunione nobilita le mamme.
Passano mesi a preparare nei minimi particolari l’intera giornata con rinfreschi in soggiorno, pranzi luculliani al ristorante, tappe e orari calcolati al minuto, inviti, abiti nuovi e soprattutto la casa, che deve splendere di luce propria, nonché illuminare d’immenso la matrona. L’unica cosa contro cui non possono lottare è il
meteo: se splende il sole sei la vincitrice morale della tua giornata di gloria e in culo la bambina, se piove sei “mi dispiace per mia figlia, alla fine la festa era la sua” e “maledizione alla pioggia se no era davvero perfetto, anche se non è che ci avessi lavorato così tanto alla fine…”
È andata bene a mia zia per la comunione di mia cugina, la piccola irritante biondissima Elena: 90
(novanta!!) bambini che devono ricevere il corpo di Cristo tutti nella stessa mattinata, tutti vestiti di bianco, tutti nella stessa chiesa, tutti novanta che cantavano con le loro stridule voci che uscivano dalla chiesa e arrivavano alle mie serene orecchie tramite appositi megafoni posti in facciata.
Cerimonia di quasi 2 ore, sole caldo e niente mare, piazzale strapieno e stracolmo, famiglie riunite dopo mesi e mesi di lontananza e loro, le nonne, con i tacchi e le caviglie gonfie, che si siedono sulle panchine e tolgono le scarpe sventolandosi col volantino della mostra dei fiori. Perché ieri, a Paese, in provincia di Treviso, oltre alle comunioni c’erano in ordine casualmente sparso:
1- la festa dei fiori e dei sapori con bancarelle
2- mercatino artigianale
3- mostra dei veci mestieri
4- la partita di rugby Paese vs Venezia.
Immaginate il fottio di gente presente in un centro minuscolo come Paese. Io ero li, seduta pacifica e beata su una seggiola di plastica sotto un delizioso ombrellone giallo e beige di fronte alla chiesa, a sorseggiare acqua naturale in compagnia dei sani della mia famiglia che avevano come me deciso di bruciare la messa e ripiegare su una rilassante chiacchierata all’esterno. Ci tengo particolarmente a citare le 3 ore di (devastante) squisito pranzo total <b>asparagi</b>, mio padre che monopolizza la platea con un una interminabile mezz’ora di spiegazione sull’alta tecnologia della sua nuova videocamera, uno zio ubriaco che sproloquia barcollando (esilarante ma deprimente, strano a dirsi ma è così), l’improvviso inatteso spaventoso incontro al ristorante con il mio ex professore di economia e il nonno di mia cugina che non mi vedeva dal 98 e mi ha imbollata (non sono riuscita a scappare) in una discussione infinita sul matrimonio e su quando lavorava in Canada e costruiva ferrovie nelle foreste.
In ogni caso giornata decisamente piacevole. Ma preferisco ricordare le cose che mi hanno fatto ridere, quelle che mi hanno sconvolta, quelle che mi hanno infastidito e quelle che mi hanno schifato.
Così mi sembra che sia stata tutto sommato anche una giornata interessante e indimenticabile.
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venerdì 6 maggio 2005 - ore 13:38
Estatismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Siamo nel 2005. E devo ancora combattere per la parità. No, non dei sessi, che avete capito, quella è roba da suffragette, dico la parità tra donne. Ho seri problemi con la gestione del
"fattore estate". Possibile che il Signore doti delle ragazze di dubbie facoltà mentali di corpi assolutamente straordinari e limiti me, dico me!, povera piccola dolce tenera Silvietta, a un paio di gambe che sogno di scambiare come figurine Panini e una pancetta geneticamente modificata?
No, non è ragionevole, Dio mi deve delle spiegazioni. Perché ogni primavera, ogni raggio di sole che sbuca dalla mia finestra, mi devo preoccupare della prova costume? Perché devo essere terrorizzata dalla gita al mare con gli amici e soprattutto con le amiche degli amici degli amici delle amiche? Voglio le gambe di Elle MacPherson e la pancia di
Gery Halliwell nel video di It’s raining man.
Credo però che dovrò adattarmi io alle vetrine, non il contrario. Non avrò mai una casa di produzione di moda tipo i
Forrester a Beautiful, e non sarò mai talmente ricca da permettermi vestiti su misura ogni santo o maledetto giorno. Non avrò nessuno che mi disegna gli abiti addosso, non ho potere contro la Miss Sixty e le teenagers.
Con la Fede si discuteva
seriamente davanti a uno spritz, l’altro giorno, discorsi maturi e consapevoli. Si parlava di scambi, di compravendita, prestiti a lungo o breve termine, ma non nel campo dell’economia: bensì delle cure estetiche.
Della serie, vai da una col fisico che piace a te, ci fai due ciaccole e poi, a metà spritz, la guardi e con tutta la serenità interiore del mondo dici: facciamo cambio, tipo io ti do le mie cosce di pollo già fritte e tu mi dai quelle belle gambette magre e dritte? Se dice si è fatta. Se dice di no, colpo in testa con un solido e multifunzionale
badile ed è fatta lo stesso. Poi bisogna solo trovare un dottor Frankenstein che faccia il trapianto.
Credo che sia contro Ippocrate.
GIURAMENTO DI IPPOCRATE
Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest'arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro.
Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa.
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, nè suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo.
Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività.
In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi.
Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell'esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili.
E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell'arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro".
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PERMALINK
giovedì 5 maggio 2005 - ore 13:38
modellismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
ho deciso. fondo una casa di moda per conto mio, e faccio fare vestiti per gente normale, donne che non sono modelle veline o troie a passeggio.
non è possibile andare avanti in questo modo,
voglio delle spiegazioni. è inaccettabile che non ci siano taglie per tutti. non che io trovi taglie piu grandi, che la roba mi stia larga, no. trovo sempre tutto piccolo, piccolissimo, minuscolo, microscopico.
"bella questa camicetta, mi sta un po' strettina, non è che avete una taglia in più?"
"no, noi non la facciamo la L, arriviamo alla M..." e poi: se a me le maglie con l'ombelico fuori mi fanno schifo, devo comprarle per forza perchè non ci sono altri modelli più lunghi? perchè non esistono maglie che coprano la pancia?

maledetti. io l'ombelico lo voglio coperto, mi piacciono le maglie che arrivano alla cintura, se no viene fuori il palloncino che ho in pancia. mi piacciono le maglie comode, che non devo stare li a tirarle giù ogni tre secondi.
mi piacciono le magliette strette, ma non incollate al corpo che sembro un serpente che cambia pelle ogni volta che mi muovo e si arricciano.
sono
infervorata. voglio uno studio tutto mio e creare abiti per chi si ribella allo strapotere delle magre.
abbiamo anche noi gli stessi diritti.
no che per le magre c'è tutta la roba figa e io devo vestirmi come mia nonna!!
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tutto questo perchè stamattina ho visto una giacca che mi piaceva un casino e mi era piccola, e non facevano
la L.
fottetevi tutti.
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PERMALINK
lunedì 2 maggio 2005 - ore 21:07
viaggi nei paesi inesistenti
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Non ci sono in fin dei conti momenti giusti per scrivere. Se un’alba ispira amori che non sono avvenuti, una notte regala emozioni di viaggi mai vissuti. Scrivere non ha tempo e non ha luogo, è tutto quello che tu vuoi che sia quando lo vuoi.
Scrivere è tutto per chi scrive; per chi legge è qualcosa che prende senso solo se vuoi capire.
Scrivere non è solo ricordare, fissare, ricamare inchiostro su carta: scrivere ha mille significati diversi, la stessa parola poche ore dopo assume tutt’altro significato, e per vite diverse ha significati sconosciuti. E il significato del tuo scrivere è tuo, solo tuo, perché scrivere è la cura migliore.
[...] Scrivere è un modo per ricordarci che vogliamo farci male pensando. Scrivere non è esporsi agli altri, dissimulare è di una facilità disarmante se conosci le armi delle parole. Scrivere è ammettere quello che si ha realmente dentro, quello che la testa non aveva ancora accettato, e scrivendolo per noi capiamo cosa ci fa del male e lo possiamo combattere. Scrivere è anche capire perché vuoi stare male pensando, perché nulla fa male quanto i ricordi. Scrivere è insieme aver superato e non voler superare, con la coscienza che nulla viene veramente mai superato. Aspettare nonostante ci sia già stata la resa, sapendo che nessuna battaglia con se stessi è mai vinta. Sperare che passi sperando che non passi, per paura di perdere un ricordo. Scaricare, mettere tutto al sicuro e lasciarcelo, lì, via dalla testa almeno un po’ e materializzato davanti agli occhi increduli, e vedere cosa c’era e capire che li è tutto vero perché chi scrive per se stesso non mente. E scrivere a se stessi significa mettersi davanti alla vita, leggerla sincera come non ce la possiamo raccontare davanti a uno specchio. Leggersi su un foglio per leggersi dentro, e vedere la verità che viene fuori lettera dopo lettera, in frasi e pagine che hanno senso solo per chi vuole capire.
E in un certo senso scrivere è aspettare cercando di non stare male, anche se il dolore fa sentire tutto più vero, meno lontano, più tangibile e reale, come se lo meritassi di più, quello che hai. E anche quello che non hai.
S.M. "viaggi nei paesi inesistenti"
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domenica 1 maggio 2005 - ore 14:00
lavorismi
(categoria: " Lavoro ")
Qualcuno guardandomi ieri sera, in maglietta nera con super gatto argentato e spettinata come ai bei vecchi tempi, mi ha chiesto se voglio lavorare in tutti i locali di Treviso, e se sto cercando un
guinnes dei primati.
Qualcuno mi ha chiesto se il Bulli e Pupe si era trasferito.
Qualcuno ha detto che era davvero felice di vedermi e che fossi li.
Ieri sera ho lavorato qui.
LINK
Sono distrutta. Ho fatto l'inizio della serata in ristorante, a una festa di ricchi [e se mi esprimo in così diretti e semplici termini un motivo c'è] e stavo al bancone.

Erano una 70ina. Ho stappato e versato 55 bottiglie di vino, tra prosecco, pinot, cabernet e merlot.
Ho i calli sul palmo della mano: malissimo. Non erano tutte bottiglie da cavatappi a vite. C'erano anche quelle maledette a cui devi svitare il tappo con le mani, che fanno il
BUM quando apri: ho aperto più di 20 bottiglie di prosecco, indipercui ho i calli.
Poi sono scesa in sala bar, e li la borgia, il casino, la massa, le corse, le facce, i bicchieri: devastazione.
[NB - e i tiri di cicca che ho scroccato ai miei amici passando.. ventolin...]Ma ho conquistato un po' tutti perchè una cameriera che alle 2 e mezza ancora ti sorride non la trovi spesso.
In bocca al lupo al nuovo locale, in bocca al lupo Mario...
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PERMALINK
sabato 30 aprile 2005 - ore 14:01
padovismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ogni tanto capita che ci passi. Quanto bella sei Padova in primavera... Ma per cortesia, quei tamburi fastidiosissimi in prato!! Per favore, basta!!
Passi per la Col, la Svampa e la Chobin che parlano, ma anche i tamburi!!!
..e Tonizzo che si porta la cena fuori, pizza con la
cipolla!! Insomma!! Dove sono le margherite? Dove sono i fiori? Voglio fiori e margherite!! Quello è vero odore di primavera!! Non la pizza con la cipolla!!
[nonostante io adori la pizza tonno e cipolla... ma insomma, è fetente!]Padova resta bella... molto bella.

..e devo assolutamente fare spese in un negozio che ho visto passando in via Altinate.
è stato istantaneamente
LOVE!!
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PERMALINK
mercoledì 27 aprile 2005 - ore 13:35
giardinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
quando mia nonna è nervosa viene a casa mia a tagliare l'erba.
io ero tutta contenta del nostro giardino, perchè finalmente erano spuntate le
margherite, e io adoro le margherite.

ma mia nonna ne sa una più del diavolo, e pur di portare acqua al suo mulino direbbe qualsiasi cosa, e visto che lei voleva assolutamente tagliare l'erba del mio giardino e le mie margherite, ieri se ne è uscita con:
e margherite xè come a neve, dopo un fià e te stufa..mia nonna pur di avere sempre ragione cambia opinione quattro volte al giorno. in questo modo può usufruire di 4 opinioni diverse in 4 momenti diversi, e avere sempre ragione.
le
ovvietà le danno il sollievo della parte del giusto, sempre. i luoghi comuni la fanno sentire saggia.
i
proverbi inventati, come questo delle margherite, oltre a farla sentire dalla parte del giusto e saggia, la fanno anche sentire creativa e ingegnosa.
viva la nonna Adriana.
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PERMALINK
martedì 26 aprile 2005 - ore 11:30
Tutto Può Succedere
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Brillante commedia del 2003 con Jack Nicholson e Diane Keaton, film che consiglio vivamente alle folle e che ho visto ieri pomeriggio, sbagliando clamorosamente sulle previsioni del tempo visto che c’era un sole da gita al mare e io e Maury eravamo in camera a guardare la TV.
Non voglio sperimentare commenti da critica cinematografica, ma voglio parlare di questa coppia: lui 63, lei sopra i 50 (l’età delle donne non si dice mai) che in un impeto di focosa passione si fanno la loro bella – scusate la franchezza – scopata liberatoria con il temporale che bussa alle finestre, un cielo grigio e blu che si accende di lampi, e lenzuola stropicciate, mani e corpi che si intrecciano, pioggia sui vetri.
Lei, a un certo punto, dopo l’esplosione massima di erotismo dice:
quindi è questo che si fa quando fuori piove!
Sconsolata, sono esplosa anch’io in un
“...già...” molto significativo, voltandomi a guardare il mio uomo che si scriveva SMS con Fede Hotel. Ho guardato la finestra e il sole che splendeva alto lì fuori, e ho sospirato forte, come se avessi dovuto urlare piano, uno di quei sospiri che vuoi far sentire e che non devono essere fatti piano, se no non ne vale la pena.
Non ci ha messo molto a capire!!

La prossima volta che c’è il sole prometto che non prendo film a noleggio!!

POST SCRIPTUMMaury sa della mia passione per Jack, e per la passione ancora maggiore per Dustin Hoffman. Mi fa una domanda assurda, di quelle per gioco, ieri guardando il film:
- ma se Dustin Hoffman ti invita a cena fuori, tu ci vai?
- io e lui soli?
- si..
- amore, lui è sposato, gli chiedo se facciamo una cena a 4, io e te, lui e la moglie..
- ma se vuole andarci solo con te?
-
ovvio!!! ti sembrano domande da fare?
..ti pare che non vado a cena con Dustin mio!!?? Io lo adoro!!!

...io a maury le domande assurde le devo fare con Charlize Theron...
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sabato 23 aprile 2005 - ore 12:06
vestitismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Una delle peggiori fissazioni di mia madre è sempre stata quella per i vestiti della festa.
Ero piccola piccola che mia madre mi portava con lei a fare spese, mi prendeva i vestiti nuovi perché crescevo ed era ora di cambiare, io mi ci immaginavo già cucita dentro giorno e notte perché ero davvero stufa dei pantaloni di velluto verde smeraldo con le facce di Paperino e
Qui Quo Qua sopra, e lei mi sussurrava dolcemente all’orecchio “questo lo teniamo per la festa”.
Quale festa? Ho 7 anni ma, Cristoddio, lo so che feste non ce ne sono tante di feste, soprattutto in estate!
E quando si accorgeva del mio totale disappunto e delle mie sopracciglia aggrottate, sempre sorridendo, aggiungeva “oppure per la domenica”.
La domenica? Che differenza c’è tra il mercoledì e la domenica? Che stai a casa da scuola, nient’altro! Oppure con l’aggiunta che ho sempre trovato così sarcastica “lo sai che la domenica si va a trovare
i parenti, così ti vesti per la festa che te par tanto bon”: ma è festa andare da una zia cicciona che appena arrivo mi distrugge le guance a pizzicotti e la cui unica gioia è ingozzare di cibo i nipoti? Poi finiva che prima di andare dai parenti mia mamma mi diceva “no dai, che dopo ti sporchi. I vestiti per la festa li teniamo per un’altra volta”.
Da piccola ero convinta che per mia madre la domenica fosse un giorno particolare, una vera festa. Per me era un giorno infausto, mi toccava pure andare a messa. Però mi mettevo i vestiti più belli che avevo, ed ero soddisfatta, e arrivavo sul piazzale della chiesa facendo la ruota con la gonna, giravo su me stessa come una trottola finché mi veniva da vomitare e vedevo tutto a pallini. Sempre se non pioveva. Allora niente vestiti della festa, se no si rovinavano.
Ho sempre odiato la definizione vestiti per la festa, trasmettevano un non so che di eccessivamente serioso e impettito, mi facevano pensare al piccolo
Lord Fauntleroy, e alla gorgera che gli toccava mettere, lui che arrivava dalla strada e si era trovato catapultato “nella festa” continua.
Se per caso avevo voglia di mettere qualcosa di nuovo dal lunedì al sabato, tipo un vestitino a fiori coloratissimi, o i jeans un po’ più alla moda (quelli che generalmente usavo erano stati dei miei cugini più grandi e prima dei loro cugini più grandi), senza dire niente andavo in camera mia e mi cambiavo, soddisfatta e compiaciuta della trasformazione. I vestiti per la festa erano una vittoria, metterli faceva sentire felice, una scarica di
adrenalina, solo toccarli mi emozionava. Ma mia madre è un cane da caccia, nessuno lo sa ma capta qualsiasi cosa anche a chilometri di distanza, e riusciva a sentire l’odore del vestito nuovo che si spiegava e si muoveva sul mio letto: allora scattava sulla sedia, qualsiasi cosa stesse facendo veniva dopo il salvataggio, saliva le scale di corsa e mi guardava implorante, quasi delusa di me – che è peggio – dicendo, con tono tristissimo e quasi piangente “quello è per la festa” e io mestamente mi spogliavo e mi rimettevo i pantaloni di velluto verde.
I vestiti più belli praticamente non li ho mai messi. E questo fino ai
16 anni. Siccome i soldi erano suoi compravo questi benedetti vestiti per la festa, ma non li portavo, al massimo a natale e pasqua da mia nonna, con ingiunzioni del tipo “tienilo da parte se una sera fai qualcosa di diverso, così sei vestita di nuovo”. Vestita di nuovo non lo sono mai stata, la roba nuova era tutta in armadio. Una delle cose più deprimenti della mia infanzia, fanciullezza e adolescenza.
Qualche mese fa, diciamo 5 mesi fa (e cioè l’ultima volta che mi sono comprata qualcosa data la carenza economica) ho preso una maglietta molto carina insieme a mia madre, e quando sono andata a pagare, con i miei soldi sottolineo, mi ha detto sorridendo “questa è bella per la festa, no?” L’immagine mentale che mi si è piazzata davanti è stata di mia madre con gli occhi sgranati e spaventati, e io con un mitragliatore grande come un palazzo, da non riuscire a tenerlo in braccio. E sparavo.
Sorridendo, però…

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