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Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci

HO VISTO

tante cose, ma ne vedrò ancora molte...

STO ASCOLTANDO

l’assordante rumore del silenzio

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

abbigliamento del giorno? noooooo

ORA VORREI TANTO...

entrare in un acquario e capire come ci si sente ad essere un pesce rosso

STO STUDIANDO...

al primo anno di Psicologia Clinica

OGGI IL MIO UMORE E'...

...altalenante come al solito...

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) quanta cioccolata posso mangiare oggi per non essere depressa domani??

MERAVIGLIE


1) guardare negl'occhi una persona a cui vuoi bene e capire tutto al volo senza bisogno di parole...
2) mettere le mani attorno ad una tazza di cioccolata calda con panna in pieno inverno


Parlare di sè stessi è come parlare dei propri prodotti... Voi credete a tutta la pubblicità che vedete?!?!?!
[M.J.W.]


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sabato 3 settembre 2011 - ore 08:01



(categoria: " Vita Quotidiana ")



Non so cosa mi irriti di più.
Se l’essere circondata da foto tue. Appese dappertutto per averti sempre vicino, per averti sempre attorno, quando non credevo di poter respirare senza di te.
Se l’inciampare di quando in quando in tutte quelle cose acquistate per "casa nostra". Rigorosamente ancora imballate. Che non volevo prendessero polvere. Che non volevo si rovinassero. Persino una batteria di pentole in mezzo a tutto il resto.
Se il posare l’occhio su tutti i regali. Quelli che tu hai fatto a me. E quelli che io ho preso per te, ma non ti ho mai dato. Una candela, un pupazzo, un enorme poster decorato. Tutte cose che non hai nemmeno visto. Che sono lì a ricordarmi che avrei messo qualcunque cosa da parte per un tuo minimo interessamento.
Se i capelli che non arrestano la loro crescita. Raccoglierli con l’elastico inizia a non dare più un risultato così misero e ridicolo. E io non so che farmene di questo taglio che non è ne carne ne pesce.
Se le tue aspettative di poter rimediare a tre mesi di silenzio con un messaggio. Con un’offerta d’aiuto che sicuramente ti mette in pace il cuore, che tanto tu l’hai fatta, son io che l’ho rifiutata.
O se io che ancora ci sto male per tutto questo. O se io che mi son chiusa in una nuova clausura fatta di me e di libri e di libri e di me.
Sì mi irrito molto di più io. Mi detesto quasi.
Alla salute comunque! Brindiamo e balliamo sulle ceneri.
Alla salute!


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venerdì 2 settembre 2011 - ore 18:34



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Fottutamente consegnata la domanda di laurea.
Passo e chiudo.


Questo lo dedico con tutto il cuore all’impiegata della segreteria studenti. Quante possibilità ci sono di beccare allo sportello, nel momento di massimo bisogno (dopo tre anni di pratiche burocratiche con i soliti operatori), una fra le abitanti più antipatiche del paisello che si caratterizza per non tingersi i capelli per il timore radicato che Dio si offenda nel vedere la sua opera contraffatta?
Approfitto di questo post per ringraziare la suddetta per aver distrutto ogni residuo di ottimismo e di serenità nei riguardi della laurea con i modi sgarbati tipici di chi porta i segni di una vita sessuale insoddisfacente. D’altronde chiedere gentilmente informazioni su come muoversi in una situazione così in bilico merita un tono astioso e irritato di risposta.
Ma sì, signora, sorrida pure soddisfatta del senso di superiorità che le rimane nel disilludere studenti sull’orlo di una crisi di nervi.
A me non resta che sorridere nel pensare a sua figlia, cresciuta sotto la campana del moralismo e dell’educazione rigido cattolica, che infila la lingua nella bocca di chiunque e che gira sempre con gli occhi strafatti dal troppo frequente ricorso alla cannabis.
Ognuno trova le sue maniere di sorridere alle giornate storte. Ed oggi sono cattiva. Son fottutamente cattiva.

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giovedì 1 settembre 2011 - ore 19:36



(categoria: " Vita Quotidiana ")



Non son capace a fare gli aereoplanini di carta. Neanche gli origami mi riescono bene.
Troppie pieghe precise, troppi bordi da seguire con minuzia, troppe sequenze di gesti da rispettare.
"Fallo con più amore" diceva mio padre guardando con aria di rimprovero i miei disegni: tendevo sempre ad uscire dai bordi quando coloravo.
Poi un mio disegno dai bordi sbavati vinse il primo premio in un concorso. C’è pure una foto in cui è immortalato il momento. Nella quale tengo l’attestato all’incontrario in mezzo al secondo e al terzo classificato che, invece, lo reggono tronfi nel verso corretto.
Non mi sono mai neanche lontanamente avvicinata alla perfezione che mio padre si aspettava da me. E che poi ho iniziato ad impormi anche io. Senza mai raggiungerla ovviamente. Manca sempre qualcosa, sempre qualcosa per.
Non ricordo più dove ho archiviato tutti i disegni.
E, a dire la verità, nemmeno dove ho archiviato i pomeriggi di domenica in cui arrivavi da me e mi toglievi dal viso sbaffi di colore di cui non mi ero accorta. Ma allora tutto era diverso: io giocavo a fare, senza troppa convinzione, la piccola artista e tu, bè, tu trovavi ancora speciali tutte le mie stranezze.


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giovedì 1 settembre 2011 - ore 15:40



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Giovane esploratore Tobia,
nato da un padre d’acciaio
e da una madre distratta.
Alle spalle un’infanzia igienicamente perfetta,
morbillo, tristezza e nessun’altra malattia,
giovane esploratore Tobia.


così la donna cannone
quell’enorme mistero volò
tutta sola verso un cielo nero
nero s’incamminò
tutti chiusero gli occhi
l’attimo esatto in cui sparì
altri giurarono spergiurarono
che non erano mai stati li
e con le mani amore
per le mani ti prenderò
e senza dire parole
nel mio cuore ti porterò
e non avrò paura
se non sarò bella come vuoi tu

e voleremo in cielo
in carne ed ossa
non torneremo più
e senza fame e senza sete
e senza ali e senza rete
voleremo via

[De Gregori]


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giovedì 1 settembre 2011 - ore 11:20



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tempo incerto e riflessioni timide.
La vita scandita dagli orari di Trenitalia.
Stamattina dovevo prendere un treno. Non l’ho preso. E questo è un peccato.
Anche qualche mese fa dovevo prendere un treno. Quello l’ho preso. E anche questo è stato un peccato.
Rievocazioni di una notte passata completamente in bianco, con gli occhi spalancati, a girarmi piano e a non far rumore. Una mattina arrivata senza bisogno di svegliarsi. Qualcuno che canta sotto la doccia e io che non vedo l’ora sia tutto finito. E poi il treno giusto al momento sbagliato. Chiedermi cos’ho di tanto diverso dagli altri studenti che stanno andando a Padova. Chiedermi perchè non sono capace di tanta leggerezza.

Quasi speravo che non arrivassi più
Quasi credevo che non mi mancassi
Eppure stavo aspettando
Distrarsi sembrava piuttosto facile
Credevo di sopportare la tua indifferenza
Cercando pretesti e rimedi inutili
Eri tu quel tasto dolente eri tu
Autunno dolciastro eri tu
Eri tu quel tasto dolente eri tu
Autunno dolciastro eri tu
Autunno dolciastro autunno

[Carme Consoli]

Era un po’ che non ci pensavo.
Ma poi le gocce di pioggia. Poi il sole fra le nuvole. Poi di nuovo i tuoni in lontananza.
Però non fa più male. Solo un vago senso di fastidio.
E il bisogno di una doccia lunga. A lavare via segni di cui, ancora adesso, mi sento sporca.


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mercoledì 31 agosto 2011 - ore 19:29



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Bisogno di rimanere in silenzio a contare tutte le paranoie.
Desiderio prepotente di perifrasi, di frasi che circumnavigano argomenti senza mai toccarli veramente.
Fancuore la schiettezza. Fancuore i modi diretti. Fancuore i discorsi che arrivano in fretta al dunque.
Indoratemi la pillola per favore. Non mi piacciono le cose amare. Son fatta solo per la dolcezza. Per la dolcezza e la tenerezza.
Non posso combattere lotte che non sono mie.
Mai avuto problemi a confessare che sono di indole codarda.
In questi giorni mi sembra così ossessivamente importante che tutto quello che più desidero ha -in linea di massima- cinque lettere. E cinque lettere sono così poche. Del resto non è tanto nemmeno quello che vorrei.
Son condannata al martirio delle evidenze e della realtà. Nessuno ovatta mai le "cose come stanno". E a sbatterci contro mi faccio male.
Eppure non mi convinco ad indossare le protezioni.
Non sono abbastanza scaltra da concedermi il lusso di filtrare quello che provo o quello che esprimo. E questa mancata ipocrisia non concede sconti quando è ora di pagare.
E allora ben venga anche questo male calmo e atroce.
E allora ben venga pagare fino all’ultimo centesimo questo ingenuo inseguimento di limpidità.


Nobody said it was easy,
It’s such a shame for us to part.
Nobody said it was easy,
Noone ever said it would be this hard,
Oh take me back to the start.

[Coldplay]

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mercoledì 31 agosto 2011 - ore 16:33



(categoria: " Vita Quotidiana ")


-Allora sei contenta di essere ormai giunta alla fine?

Alla fine di che, alla fine di cosa, alla fine di quando?
No, non sono contenta.
Perchè "fine" non è la parola adatta.
Perchè "fine" è una parola che non voglio sentire.
Perchè "fine" significa chiudere. E "chiudere" significa prendere, inscatolare e mettere da parte.
Scartoffie a manetta e il pensiero di essere altrove.
Il libro sbagliato in borsa: troppo volgare, troppo crudo, troppo nudo. O forse son io che son talmente abituata ad essere vestita, da non saper più spogliarmi.
Son quasi giunta alla fine. Son quasi alla fine e non sento nulla. Nulla a parte il mal di pancia e un vago senso di nausea.
Le pedine son disposte. A me le mosse successive quindi.
Trovava di pessimo gusto
le smanie d’onnipotenza,
quei cani grotteschi in ceramica esposti nell’atrio,
l’indiscrezione, sproloqui gratuiti.
[Carmen Consoli]
Ricomincia la vita universitaria. E questo è un sollievo.
Di nuovo l’odore della città in cui vorrei vivere, di nuovo i ritardi dei treni, di nuovo il caos della stazione, di nuovo le solite facce, di nuovo abbracci attesi per mesi, di nuovo la biblioteca, di nuovo la proffa, di nuovo l’aula pc, di nuovo la mensa, di nuovo la sensazione tanto rara quanto desiderata di trovarmi al posto corretto.
Comunque è tutto pronto. Si procede con la domanda di laurea. Comunque mentivo: non è vero che non sento nulla. E’ che non voglio ammettere di star provando quel che sto provando.
Tutti i nodi vengono al pettine. O tutti i pettini vanno dai nodi.
Magari si vogliono solo bene e fa loro piacere incontrarsi quando ce n’è occasione.
Di nuovo un’insalata di parole.
Qui si sta degenerando. Ma almeno per oggi non ho mai detto che l’amore fa schifo.
Almeno fino a un secondo fa.
Ecco, visto? Non ne faccio mai una giusta!


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martedì 30 agosto 2011 - ore 18:42



(categoria: " Vita Quotidiana ")


-Puoi fare una cosa per me?
-Sì, dimmi.
-Puoi abbracciarmi per favore?


Caro W.,
da lì che ne sai di quante braccia mi hanno stretta in questi mesi?
Da lì che ne sai degli abbracci che ho supplicato, dei baci che ho desiderato, dei sospiri che avrei voluto?
Ho avuto paura W. e tu non c’eri. Tu non c’eri. Avevi promesso saremo stati sempre insieme. Invece te ne sei andato.
Non ti permettere di pretendere spiegazioni a cui non hai diritto. Le mie visite si sono diradate perchè anche le tue han fatto lo stesso. E non me ne frega nulla se per te è diverso. Tu dovevi esserci. Dovevi esserci e non ci sei.
Scusami, scusami, perdonami ti prego. So che non è colpa tua.
Ma ho avuto paura. E la paura è una delle emozioni più invalidanti che esistano. La paura assieme all’ansia. E, visto che queste cose le studio, lo dovrei sapere bene.
Sono ripetitiva, lo so. Non imparo mai nulla. Mai nulla di utile almeno.
Volevo solo dirti che sì, tutto apposto. Esiti negativi. Vedi che avevo ragione: le cose brutte accadono solo agli altri.
E allora cos’è questa sensazione che mi copre come un mantello spesso? Cos’è questa cortina di fumo nero che mi offusca occhi e anima?
E poi lo sai che abbiamo un conto in sospeso te ed io. E sai quanto odio i conti in sospeso. Specie quando è colpa mia.
Scusami. Tu che sai, tu che puoi. Scusami.

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martedì 30 agosto 2011 - ore 12:57



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Allontaniamo sempre dagli occhi quello che non vogliamo vedere.
Gli ospedali ne sono un classico esempio.
Non siamo più abituati ad accettare la morte come conseguenza ovvia e naturale della vita. La spostiamo nelle anonime e fredde camere tutte uguali di reparti da nomi astusi e difficili, che si riempiono fino a straripare di vecchi moribondi contro cui ci accaniamo talmente tanto terapeuticamente da toglier loro la dignità di morire nel proprio letto con accanto le persone amate. E tutto in nome di una concezione falsa e perbenista che mette la vita davanti a tutto. Vita intesa oscenamente e brutalmente in termini di durata e mai di qualità.
In ogni caso vagando e perdendomi nei corridoi di un immenso ospedale mi trovavo a riflettere sul fatto che la paura più grande del nostro tempo non è tanto quella di morire, quanto quella delle malattie gravi. Cancro. Fa talmente paura come parola che tendiamo pure a censurarla.
E procedendo man mano dall’entrata verso il reparto che mi interessava pensavo proprio a quanto siamo diventati bravi a nasconderci tutto quello di cui non sopportiamo la vista.
E così i vasi di piante diventavano sempre più rari, le luci sempre più suffuse, i materiali dei corridoi sempre più ingialliti e decrepeti. Fino a giungere al posto che cercavo quasi completamente immersa nella penombra. Entrando, tutti gli occhi puntati su di me. Un misto di compassione e tristezza. Troppo giovane per essere lì. Cosa che non mi era sfuggita nemmeno la prima volta del resto. Zero voglia di dar spiegazioni.
Finalmente ottengo quello che per cui sono venuta. Costringendomi a non sedermi, a non fermarmi un secondo anche se il polso duole.
Quanto può essere grande il peso di un referto?
Quanto può essere grande il peso di una vita stretto fra le dita?
Può la paura invaderti così tanto da rallentarti il cuore ed il respiro? Sì, può.
Finirà lo strazio di quest’attesa?

PS per W.: Caro W. non imparo proprio mai. Sono ancora pervasa dall’idea di immortalità. Persevero nella convinzione che le brutte cose possano accadere solo agli altri. Scusami, scusami se non imparo mai niente. Scusami se pare sia tutto vano.


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