Penetrare i segreti di questo blog potrebbe mettere in contatto i destinatari con un’ignoranza non classificabile dai canoni umani. L’esposizione prolungata ai miei scritti può causare dipendenza, assuefazione, perdita di certezze, trasvalutazione dei valori, tendenze utopiche, manifestazioni di creatività incontrollata. Si consiglia pertanto di non superare le dosi consigliate. Leggere attentamente il foglio illustrativo. Aerare il locale prima di soggiornarvi.
(questo BLOG è stato visitato 746 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
venerdì 27 luglio 2007 - ore 19:23
De Hexagonalis Borgesiana Bibliotheca Limes Mirabile Stabilitu.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali.[...]. A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque
scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero.[...] Il numero dei simboli ortografici è di venticinque.
[...]
la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue."
(Ficciònes,
Jorge Luis Borges)
---------------
"[...]E si poteva continuare ancora, osservò il Buddha, con il calcolo del numero degli atomi contenuti in tutto il regno, nel nostro mondo e nei tre milioni di mondi contenuti nell’Universo."
(
Scritto Buddhista)
Di quanti Libri consta l’universo? Quanti esagoni servono a contenere il Tutto?
Un libro contiene 40*40*410 =656000 lettere.
Il numero di tutti i libri possibili è dato dalle combinazioni con ripetizione dei 25 elementi dell’insieme alfabeto, presi a 656000 alla volta.
Pur se elevato, questo numero è ancora immaginabile ed è
6504068142351275082394047621454284690071036752994491619096
3221641673934662757798746545042627736017598465767752165001.
Chiamiamo questo numero L. babele contiene L libri. Ogni esagono contiene 6*5*32 = 960 libri. Il numero di esagoni è quindi
Lo chiameremo E. Purtroppo il numero non è intero, ma possiamo arbitrariamente pensare alcuni esagoni (quelli finali, se effettivamente di una vera fine si può parlare, data la postulata periodicità della Biblioteca) come non completamente pieni, costruiti per permettere all’Universo di raggiungere L.
Ora, quanto spazio servirebbe a Babele per realizzarsi? Supponiamo, di nuovo arbitrariamente, che un esagono sia in realtà un prisma a base
esagonale (Non esistono infatti solidi regolari, platonici, che abbiano come facce esagoni.) con lato 3 m, apotema 3sqrt(3)/2 m (in modo che i triangoli che formano l’esagono di base siano equilateri, per amor di Simmetria) e altezza 3,5 m. Il volume di un esagono è quindi di circa
81.84 metri cubi.
L’intera Babele occupa quindi un volume di
Chiamiamo questo volume V.
Tale volume è uguale a quello di una sfera che ha raggio di circa
Ora, dato che l’universo osservabile (il nostro, quello senza libri) è equiparabile ad una sfera di raggio 10^26 m, Babele starebbe comoda in 10^12 (mille miliardi) dei nostri Universi o, se vi piace di più, in un Universo mille miliardi di volte più grande del nostro (ipotesi elegantissima, data l’impossibilità pratica di dimostrare l’infinitezza del Mondo: un mondo infinito è filosoficamente e fisicamente difficile da sostenere e caratterizzare, laddove invece un mondo finito, ma bastevole a contenere TUTTO sarebbe più equo ed elegante. La legge che vuole le equazioni più belle quelle più concise e semplici, vorrebbe anche che, in assenza di dèi impotenti o sadici, l’Universo sia grande almeno quanto Babele...)
Come per Archimede, che nel suo Arenario cerca di calcolare quanti granelli di sabbia può contenere l’Universo, (inventando a questo scopo anche un sistema di numerazione a parte), il senso del calcolo non è tanto il numero in sè, quanto ciò che esso ci porta a capire. Le posizioni arbitrarie, di dimensione o di collocazione, sono utili solo ai fini di un risultato preciso. Ma poco ci interessa di QUALE sia il numero degli esagoni. A noi come ad Archimede importa di più concludere che per quanto alto possa essere il numero delle combinazioni, esso sarà inevitabilmente finito, risultando da operazioni tra numeri finiti e non nulli ( un esagono di grandezza nulla, un libro dallo spessore infinitesimale... l’inconcepibile pagina centrale non avrebbe rovescio). L’Universo (letterario, ma quale a quale altro campo non si adatterebbe un ragionamento del genere?) si riduce ad un numero, seppur elevato, non infinito di possibilità. La letteratura combinatoria di Queneau, i Centomila miliardi di poemi ... pallidi esempi o miraggi del vero senso della letterautra, che è realizzare Babele. Piccole unità che loro malgrado figurano già nella Bibliotheca, totale ex ipothesi.
Lo stesso ragionamento (già utilizzato dallo stesso Borges, ne Storia dell’Eternità) può condurci a dire che, noto il numero di atomi di cui consta l’Universo osservabile, potremo calcolare senza troppe difficoltà il numero di combinazioni possibili (o di legami chimici, o di reazioni fisiche, o di cambiamenti di stato, o altro) che l’Universo nella sua interezza è destinato a compiere prima di ripetersi, inevitabilmente, in una nuova ekpìrosis. Verrà subito alla mente che comunque la si prenda, il numero di permutazioni che l’Universo è destinato a compiere è di sicuro limitato dal fatto che gli atomi sono vincolati a reagire solo con altri determinati atomi (non tutti i possibili composti dei 92 elementi naturali sono realizzabili, perchè fisicamente impossibili). Meglio ancora, ai fini di questa disquisizione: tale numero è a maggior ragione finito, seppur smisurato oltre ogni immaginazione.
Già Borges scrisse che in un mondo infinito (e giocoforza eterno) tutto accade, e peggio, tutto accade in ogni istante. La vita acquista il senso del vago e del recitato, se qualunque atto compiamo è stato è e sarà compiuto infinite e infinite volte. Infinite volte ascendiamo al dominio dell’Universo, infinite volte moriamo in un duello allepistole la mattina dopo aver passato insonni le nostre ultime ore a delineare la rivoluzionaria teoria dei gruppi. Infinite volte nasciamo e moriamo e infinite volte infiniti noi si accorgono che infiniti altri noi guardano infiniti noi guardarci mentre osserviamo infiniti noi che prendono atto che questo domino dalle tessere giganti e simultanee non avrà mai fine... Questa ipotesi è però ben più elegante, e non scomoda il concetto arduo di infinito, che ha scosso più di un animo nel passato (l’irrazionale e aperiodico dipanarsi dello sviluppo decimale della diagonale di un qudrato di lato 1 è costata un "incidente in acqua" ad un adepto di un non troppo innocente Pitagora.) L’infinito ha in sè tutto e proprio per questo si porta dietro il peso della contraddizione: prendete zero volte infinito (moltiplicate zero per infinito). Cosa avete in mano? Come si fa a "prendere zero volte" una cosa che non può per definizione esser "chiusa" avere "fine"? Ancorchè interessante, questo è altro discorso...
Perchè succeda TUTTO il concepibile, basta che ci sia spazio sufficiente a dare luogo a tutte le possibili permutazioni, combinazioni e ricombinazioni che il numero di atomi (nel senso di componenti ultime della realtà in esame) consente. Ancora una volta, tale numero è, seppur smisurato, non infinito, quindi possibile e soprattutto PASSIBILE di analisi.
Archimede e il suo immenso (ma finito!) Arenario l’hanno dimostrato. Tutto sta a dare un nome ai numeri che si devono utilizzare, e avremo in mano una nuova unità di misura (di confronto, mens-mensura-mensis-metròn-mann hanno tutte la medesima radice: per l’uomo, misura di tutte le cose, esiste ciò che ha misura, ciò che ricade sotto l’afferrabile) utile a stabilire su quali basi inopinabili poggia l’Universo. Ancora una volta l’infinito si trova ad esser altro da Noi, si trova a giacere tra i numeri naturali, opera divina per Kronecker, e l’iniseme di Mandelbrot, opera divina per Penrose.
Mille Miliardi di Universi grandi come il nostro contengono Babele. Che Babele (riferita a tutti i libri possibili, come a tutte le possibili combinazioni di atomi, come a tutte le possibili qualsiasicosa) sia allora definita l’unità di misura del mondo in questione, così come la mole (e con essa il numero di Avogadro) è l’unità operativa della chimica.
Il nostro piccolo mondo è una PicoBabele. Senza dubbio ha un suo fascino linguistico.
LEGGI I COMMENTI (2)
-
PERMALINK
giovedì 26 luglio 2007 - ore 17:03
Con un coltello piantato nel fianco, gridai la mia pena e il tuo nome
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Vi è una
parola che non può essere pronunciata, che non è
mai stata pronunciata.
Proibita da sempre, di essa si è persa la pronuncia. Si è fatta nei secoli orpello, inutile somma di segni che non hanno mai calcato la lingua di nessun mortale.
In una delle trecentocinquantamila sillabe del Clementinum è nascosto Dio: nessuno ha messo in conto che il suo Nome potrebbe essere impronunciabile: se a sillabare la possanza di un nume fossero necessari eoni ed eoni di fiato, che utilità potrebbe avere conoscerne la natura? Il nome di Dio, o di una semplice rosa, sarebbe nei secoli e nei millenni monito della nostra limitatezza, della nostra mortalità. E ancora risuona la prima sillaba che ha dato i natali al creato, quellOm primigeno che è, nella nostra percezione azzardata, è la radiazione cosmica, il vagito iniziale di un Universo che, tolto dallutero caldo del Possibile, entra nel Reale e si fa Cosmo, fecondato da uno degli (infiniti?) spermatozoi della combinatorica.
Non è mai stato detto, nè a ragione nè invano, questo nome di Dio. Tutto ciò che popola questo mondo è indegno della sua perfezione? Un Dio che crea un mondo che non può dirne il nome, che "Dio" si trova ad essere? Nessuno ne può testimoniare la presenza, se non con una perifrasi, nessuno può dire che "Egli è" perchè è tradizionalmente (psicologicamente) bloccato da un Verbo che non è tale (non può nemmeno esser fatto parola, come potrebbe poi farsi carne?).
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
sabato 21 luglio 2007 - ore 20:48
Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
(categoria: " Pensieri ")
Quei giorni in cui c’è una tale luce (potrebbero essere questi giorni di caldo, denso di un’aria vera di vetro) in cui hai paura di sorridere, per non mostrare i denti al Sole perché sai che quei raggi di luce ti entrano dentro e non escono più, e la bocca e lo stomaco non sono fatti per contenere Sole, cibo sì, anche tanto, troppo a volte a volerlo finire tutto, che il mio piatto è quello del Nord, pieno a sufficienza per tre me che hanno dieci delle mie fami. Io non devo cercare le mosche.
Quelle notti che hai un tale buio davanti che sembra solido, un petrolio fradicio che sai di stare attraversando a fatica, denso troppo denso per qualunque luce, un buio che sembra volerti mangiare, e i fari non servono a niente, illuminano ad interim una notte che forse ti porti nel cuore perchè va bene il buio, ma adesso si esagera. Scuro\chiaro, leggi il margine, il confine tra la luce dei lampioni che fanno da oasi nell’abisso scandisce irregolare (nè sai dire dove SIA l’irregolarità, in te o in loro) il tempo, quadretta uno spazio che ormai lo sappiamo, non esiste finchè non vi giustapponiamo una rete, un filtro, nemmeno fosse la sigaretta che ci fuma. Dove finisce quella luce, quel buio? Esiste o no Buio o Luce, che siano perfetti in sè stessi?
Ho ancora l’odore dei tuoi vestiti addosso.
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
sabato 7 luglio 2007 - ore 12:15
La Vampa Delle Impressioni (I) --- 29:30
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La forza dell’indignazione aveva scosso quel flusso dei pensieri senza corpo. Il rapimento era sbilenco e di colore indefinito,e la testa tesa, il tempo perso, e un gran uncino di boato come spina dorsale. In qualche istante speciale un brivido dipinse la smorfia dello sdegno. Uno schiocco all’emozione riscaldò dal freddo.
Le narici che ingoiano nausee ed espellono fiele, gli occhi che giurano abbandono, il cervello che bolle per il fuoco in superficie. L’indignazione ha questa faccia, indossa stivali neri come la pece per schiacciare le tentazioni. L’omelia dell’indignazione ha dunque scosso quel flusso dei pensieri senza corpo, ma un sacro paonazzo ardore scacciato coi colori lontani e ha acceso di rosso scarlatto il pulviscolo delle impressioni. Nuvole bianche sottili nervose di candore schiaffeggiano l’aria malata. Sublima il buon gusto s’accascia la comune opinione.
L’indignazione è rara, quella vera. E io odio il carcere.
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
venerdì 27 aprile 2007 - ore 15:35
(categoria: " Vita Quotidiana ")

"Ogni cosa si rompe" ho pensato mentre raccoglievo tutto ciò che rimaneva della "mia" bici da universitario ("mia" perchè prima di passare nelle mie mani fu daltri,e prima di loro daltri ancora, e prima di loro fu forse un Demiurgo benevolo ad assemblare materia informe in due aste di ferro e due ruote e a insufflargli la vita chiamandola "Graziella").
Ogni cosa si rompe, si consuma. Basta trovare il dente abbastanza duro da spezzarla.
Catene, metaforiche e non.
Legami, metaforici e non.
Idee.
Aspetterò dunque. Il tuo legame sarà eroso dal mio scorrere acquatico: io sono lacqua, che nei secoli scava la pietra. Con calma. Dedizione.
Non sono (non so essere) la tenaglia che spezza gli anelli, quelli di ferro di una catena o le vere con cui si imprigionano le dita gli amanti, illusi dal sogno di sopravvivere alloro: meglio per me, per lidole che il Cielo mi diede, essere il fiume, che se trova la roccia a sbarrargli il cammino la evita scorrendogli ai lati. Nulla più che un ruscello montano. Nulla più della piena del Nilo.
LEGGI I COMMENTI (2)
-
PERMALINK
domenica 8 aprile 2007 - ore 00:33
Ceci n’est pas une metaphysique
(categoria: " Pensieri ")
Il modus dell’essere è forse l’alternanza. Giorno/notte, caldo/freddo, alto/basso, bianco/nero, uomo/donna. Ogni cosa trova delimitazione e senso nell’avere una nemesi. L’esperibile si basa sul concetto di contrapposizione. Ciò che non può essere contrapposto non ha senso nè misura, non ha norma per poter essere confrontato con l’altro da sè. Il limite e non il contenuto. Non ciò che le cose sono in sè stesse, ma ciò che esse sono nel loro essere diverse dal resto. Lo sciente non parla dello scibile in quanto da-sè, ne parla in quanto differenza. L’interloquio è nientemeno che tracciare un margine, limitare l’esprimibile dalla potenza all’atto, calare nei panni miseri del linguaggio (lineare) la sequenza circolare di puro gesto. Ed è anzi di più (di meno?). Esprimersi è SOLO quel margine. L’essere sta in bilico su un filo, e anzi esso è il filo in sè. Senza troppa retorica l’Io e il Non-Io si autodeterminano. L’autoctisi è comoda, no?
Il tutto per dire che... ... ... ... troppo sonno arretrato danneggia me e chi mi sta intorno.
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
martedì 3 aprile 2007 - ore 14:09
Brains In a Vat
(categoria: " Accadde Domani ")
Immaginate che un essere umano (potete immaginare di essere voi) sia stato sottoposto ad un’operazione da parte di uno scienziato malvagio. Il cervello di quella persona (il vostro cervello) è stato rimosso dal corpo e messo in un’ampolla piena di sostanze chimiche che lo tengono in vita. Le terminazioni nervose sono state connesse ad un computer superscientifico che fa sì che la persona a cui appartiene il cervello abbia l’illusione che tutto sia perfettamente normale. Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona (la vostra esperienza) è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose. Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che "veda" e "senta" il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima "esperisca" (ovvero allucini) qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia. Può anche offuscare il ricordo dell’operazione al cervello, in modo che la vittima abbia l’impressione di essere sempre stata in quell’ambiente. [...] Potremmo anche immaginare che tutti gli esseri umani ... siano cervelli in un’ampolla. Naturalmente lo scienziato malvagio dovrebbe trovarsi al di fuori. Dovrebbe? Magari non esiste nessuno scienziato malvagio; magari l’universo ... consiste solo di macchinari automatici che badano a un’ampolla piena di cervelli. Supponiamo che il macchinario automatico sia programmato per dare a tutti noi un’allucinazione collettiva ... Quando sembra a me di star parlando a voi, sembra a voi di star ascoltando le mie parole. Naturalmente le mie parole non giungono per davvero alle vostre orecchie, dato che non avete (vere) orecchie, né io ho una vera bocca e una vera lingua. Invece, quando produco le mie parole quel che succede è che gli impulsi efferenti viaggiano dal mio cervello al computer, che fa sì che io ‘senta’ la mia stessa voce che dice quelle parole e ‘senta’ la lingua muoversi, ecc., e anche che voi ‘udiate’ le mie parole, mi ‘vediate’ parlare, ecc. In questo caso, in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi. Hilary Putnam
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
lunedì 2 aprile 2007 - ore 15:49
Autunno sullo Yang Tze
(categoria: " Riflessioni ")
Oh! Si comincia un altro blog... in attesa di grandi idee rimaneggio vecchie riflessioni. Buon sonno.
Accorgersi che c’è qualcosa che non va, nel tesuto stesso delle cose, non è difficile. Basta acquistare il "Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari" di Decio Cinti, ed. DeAgostini.
Pagina 43. Alla voce "arte" leggiamo:
Arte, sf.: Attività umana (volta a creare o che si compia con l’intelletto). || mestiere. || tecnica - metodo || abilità - mezzo ingegnoso - artificio - accorgimento. || astuzia - lusinga. || CONTR. naturalezza - semplicità - ingenuità.
Ora riflettiamo. Cosa vuol dire tutto questo? L’ottimo Cinti (forse un po’ ebbro di Futurismo: "Non v’è più bellezza, se non nella lotta.") dice che l’arte è il contrario della naturalezza, della semplicità e dell’ingenuità. D’altra parte l’arte, si pensa di solito, è tutt’altro che affettata, fittizia, falsa... Espressione dell’arte è proprio ciò che il Cinti classifica come suo contrario. Dai meandri della lingua appare però un aggettivo, immenso e insormontabile: "artificiale".
L’artificio è il fittizio, il falso, l’ambiguo, il contraffatto. Ha il senso greve di un qualcosa che noi usiamo nell’accezione più dispregiativa possibile, eppure è innegabilmente fratello etimologico dell’arte che però noi classifichiamo come esterna agli schemi della logica messa al servizio della finzione, regina di una landa di naturalezza e spontaneità, negazione della freddezza propria di un meccanismo, dell’innaturalezza propria di una copia mal riuscita. Contraddittorio alquanto: cosa è cambiato, cosa si è capovolto nel passaggio dall’arte all’artificio?
Può essere interessante una riflessione etimologica, che non porta però molto lontano: talmente è caricato di accezioni successive questo termine da non permettere di costruire nessun parallelo.
Ampliare la visuale è invece interessante. Per chi ha letto Pirsig: la risposta qui è un deciso "Mu".
Nella sua Repubblica Platone disprezza l’arte, la condanna senza pietà: nel suo folle sistema essa è copia del mondo, a sua volta grezza imitazione del mondo Vero, quello ideale, quello oltre le stelle: copia di una copia dunque, copia di un mondo che di per sé stesso è imperfetto e corruttibile. Nella stessa repubblica Platone parla della Virtù, il "saper fare bene quello che si deve fare".
Tutti i problemi nascono forse da questa divisione indebita, cui poi si è aggiunta la (dubbia) auctoritas di un filosofo un po’ troppo proto-nazista: dividere in due il campo, ammettere anche solo per un momento che esista da una parte l’arte (la technè) e dall’altra la virtù (l’aretè) è niente meno che un arbitrio, regolato ad arte dall’abilità retorica di Platone, ma sempre e comunque tale.
Per la mente greca la destrezza si misura con due metri diversi: esiste la technè (madre della tecnica, della tecnologia, degli antipodi dell’arte) , cioè l’abilità razionale, quella del geometra, perito della misura, che pochi secoli dopo ancora "s’affige a misurar lo cerchio", ed esiste (o perlomeno è esistita fino ai sofisti, gli ultimi filosofi) l’aretè, cioè la capacità intesa come eccellenza in tutti i campi del sapere dell’uomo, l’applicazione olistica dell’abilità di essere in sintonia col Cosmo (il kòsmos originario, definito come opposto a Kàos). La prima si palesa nelle abilità di concetto, la seconda nelle abilità "d’intuito". Già si può fiutare l’errore: chi ha deciso cos’è di preciso il concetto? Chi ha deciso cosa sia di preciso l’intuito? In che modo saper passare sapientemente dall’uno all’altro, dato che per discernere quale "arte" tra le due sia meglio usare in un dato momento, si dovrebbe disporre di una terza abilità disgiunta, indipendente e superiore dalle due di cui sopra? Logicamente non se ne esce: forti del sapiente uso della reductio ad absurdum sappiamo che dove le conclusioni contraddicono le premesse è impossibile proseguire. Presupponendo l’esistenza di due sole "arti" è poi necessario postularne una terza che doni il discernimento con cui distinguere i rispettivi campi d’uso di technè e aretè. Non paghi di questa indebita analisi, i falsi amici della sapienza costituiscono una gerarchia d’importanza: figli dell’arithmos, (tra l’altro etimologicamente comune ad arte, ed è qui che l’indagine storico-etimologica avrebbe dovuto arrendersi al paradosso) essi affermano che l’arte del geometra è superiore a quella dell’aedo, che Euclide merita più rispetto di Omero, Saffo, Fidia, e che questi ultimi, se vogliono essere considerati degni, devono subordinarsi alla Ragione (la Divina Ragione, la Proporzione per cui così tanti si sono sgolati sotto le stoà, nelle Accademie Peripatetiche, nei Licei...) e alla fissità compositiva delle sciocche regole che Aristotele fissa per giudicare la bontà di poemi e declamazioni. Per questi due motivi, a chi voglia risolvere la questione, urge un ampliamento della prospettiva di osservazione: l’ambiente è infatti troppo angusto per dare risposte soddisfacenti.
Chi dunque provi ad allargare le sue veduta, dando un occhio ad altre culture scoprirà che a i popoli pronti a perdersi in tanto bicchiere d’acqua sono veramente in pochi. Prendiamo ad esempio i Cinesi. La virtù per loro è il te, l’abilità di conformarsi al principio primo (il Tao), di leggerne i segnali di mutamento e di agire di conseguenza in armonia col Tutto. Questa è cosa che sanno anche i più digiuni di filosofia orientale, ma invece cosa che pochi sanno è che anche per i Cinesi esiste una "ragione" un "ordine delle cose" un "senso" in cui il mondo si dispone.
Lo chiamano li: ideograficamente rappresenta le venature del legno o la striatura delle fibre muscolari. Cosa più interessante è la già evidentissima separazione dalla visione del mondo occidentale: per i cinesi la virtù non è "dentro" l’uomo, non è una categoria che la mente applica al mondo che vede. La virtù è il mondo stesso, e tutto è già virtuoso solo perché esiste: nessun bisogno di postulare etiche o morali. L’ordine è infatti sotteso al cosmo stesso, la norma che il reale adotta per "trattare tutti come cani di paglia" non può venire dalle declamazioni dei dotti, moisti, confuciani, letterati e ministri del re: essi non partecipano delle trasformazioni su cui si poggia l’Universo. Chiusi nelle loro portantine, come chiusi erano i nostri filosofi, tutti tesi a creare un mondo nuovo, comprensibile ai loro schemi una volta resisi conto che quello Vero di mondo aveva altre logiche, altri piani che non i loro folli ordinamenti, essi non si soffermano in una notte d’estate a contare le nuvole che oscurano la luna, non guardano nascere le farfalle o gli alberi perdere le foglie. Su QUESTO, non su altro, si basa il Reale.
Questo è ciò che va indagato, l’ordine di idee in cui è opportuno mettersi. Entrare in sintonia, adeguarsi ai ritmi, partecipare alle trasformazioni per mutare il proprio animo di conseguenza. Non c’è nessun bisogno quindi di postulare un "senso dell’arte" o anche solo semplicemente un "concetto" di arte. Per i cinesi arte è un fiore di ciliegio che cade da solo, nella misura in cui il modo con cui lo ha fatto è il più perfetto possibile. Musica è la canzone irripetibile che ogni onda del mare porta a riva, nella misura in cui senza spartito né strumenti sa piacere a chi la ascolta. Poesia è "vecchio stagno / tonfo di rana / -plunf!-", nella misura in cui vecchio stagno tonfo di rana plunf non copia il mondo ma lo è senza mediazioni di sorta.
L’arte è il mondo vissuto "da-sé" "così come deve essere": si narra che un famoso pittore di sete preziose avesse chiesto tre anni per creare la miglior opera della sua carriera, ed avesse chiesto ospitalità a palazzo del signore che lo aveva assunto. Passava tutte le giornate oziando per la tenuta del signore. Due giorni prima della scadenza egli doveva ancora cominciare a stendere un progetto, e tutti gli attendenti del palazzo erano assai preoccupati. Il giorno prima della scadenza, il pittore chiese un telo di seta di vari metri, una gallina e inchiostri rosso e azzurro. Si posizionò al cospetto del signore del palazzo. Prese la gallina e le immerse le zampe nell’inchiostro rosso lasciandola zampettare sulla tela. la riprese, la immerse completamente nell’azzurro e la trascinò per tutta la lunghezza della tela. Volgendosi al suo signore disse "Autunno sullo Yangtze!"
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK