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sabato 29 dicembre 2007 - ore 09:01


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"L’augurio di un allenatore e il sogno di Oscar Pistorius"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 29 dicembre 2007, pag. 6

Un allenatore vicentino l’ha scelta come biglietto d’auguri per i suoi piccoli atleti che, ogni pomeriggio, allena con indefessa passione al centro sportivo: è raffigurato un atleta – Oscar Pistorius, 21 anni - con i piedi bionici che nutre un sogno “proibito”: correre i 400 metri all’Olimpiade di Pechino. In quei piedi se ne sta nascosto un microcosmo: la fatica e il coraggio, l’ardire e la paura, una volontà agghiacciante e un mistero di sofferenza, il cuore e il cervello, l’urlo e la preghiera, il buio e la luce. La vita: nella sua complicata e indecifrabile bellezza. E sopra la foto, l’allenatore scrisse: “Perché prima di arrenderti, ci pensi due volte. Buon anno, campioncino!” Leggi quest’augurio e intuisci che a certi maestri basta il suono delle parole per risvegliare il talento celato nell’animo.


M’intrigano questi piedi. M’affascinano perché sono prete. Perché mi costringono a leggere i passi di Dio nell’anno che sta per entrare negli archivi celesti. Li guardo e, sullo sfondo, m’appaiono volti eloquenti che hanno affrescato il 2007. L’addio dell’Abbè Pierre, il “gigante della carità” e di Oreste Benzi, il prete dalla “tonaca lisa”. Il dramma di Daniele Mastrogiacomo e il martirio di Filippo Raciti. L’addio a Boris Eltsin, il “Corvo Bianco” e a Mstislav Rostropovic, il musicista che suonò il violoncello di fronte al muro sgretolato di Berlino. L’anno di Maddie McCann, dei bambini di Rignano Flaminio e di Padre Giancarlo Bossi, sequestrato – liberato nelle Filippine. L’anno di Antonietta di Martino e di Andrew Howe: l’altra faccia dello sport che non si chiami schifosamente calcio. Le braccia aperte di Benedetto XVI a Montorso e la rivoluzione silenziosa dei monaci buddisti in Birmania. Il volto di donne al potere: Christina Fernandez Kirchner, Michelle Bachelet, Aung San Suu Kyi, da 12 anni costretta dietro il cancello di casa sua. L’addio di Enzo Biagi, maestro di giornalismo, di Meredith Kercher e di Iole Tassitani. L’anno di Kakà, di Benigni e di Celentano.
Un anno offerto da Dio all’uomo per divenire adulto di fronte a Lui!
M’arrampico sulla splendida idea di quell’allenatore: prendo la foto e cambio la frase. Sopra i piedi bionici – sognanti medaglie olimpiche – ci scarabocchio le parole di un gigante: “Spe salvi” (“Salvati nella speranza”).
La speranza che, volendo, nella vita nulla c’impedisce di correre.
A testa alta!


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venerdì 28 dicembre 2007 - ore 16:30


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Vita Quotidiana ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Anno di storia: sacra e profana. Anno di Dio!

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 28 dicembre 2007, pag. 6

Champagne, fuochi e caviale serviranno fra qualche ora a Padova per dare l’addio all’anno 2007 e accogliere l’arrivo del nuovo anno. Che, si spera sempre, possa essere migliore di quello che si saluta.
365 giorni passati tra sole, cuore e amore. Giorni che troppe volte hanno visto la città di Antenore in primo piano.
Basterebbe l’archivio di Studio Aperto. L’anno di un muro eretto e smantellato: a cosa sia servito è motivo valido per accogliere il 2008. L’anno del metrobus: arrivato – deragliato – ri-tornato – pitturato: un sogno per alcuni, ossa fratturate per altri, inutilità per altri ancora. L’anno della caccia alle prostitute – decise ai saldi pur di non cedere - e del bracconaggio dei cacciatori di prostitute. L’anno del sindaco Bitonci da Cittadella e Claudio Luca da Montegrotto Terme. L’anno del maialino leghista al pascolo su terre poco fertili, dell’amore gridato e afono di un prete diverso, del V-day di Beppe Grillo. L’anno di Roberto Benigni e del suo “TuttoDante”, dei Rom che richiamano la paura, degli incontri di ring a Palazzo Moroni. L’anno della Polizia di Stato: unita nella morte di Raciti, decisa nella lotta alle nuove BR, esposta nella custodia della legalità.


Ma anche l’anno snobbato dai media. L’anno di 4 nuovi sacerdoti, impreziosito da vagiti di neonati, rafforzato da scelte audaci. L’anno di Valentina e della sua Casa Famiglia; di don Cesare e dei suoi 68 anni di sacerdozio; del primo vigile arrivato da lontano. L’anno dei giovani: la vacanza stile tintarella e ozio assoluto è roba passata. Non soddisfa più! O meglio: inizia a stancare. L’ha annunciato Klaus Davi nella sua ricerca titolata provocatoriamente “Gli invisibili”, termine – denuncia del modo in cui si parla dei giovani: perché o non se ne parla o se ne parla male. Giovani infastiditi dal qualunquismo di Padoa Schioppa che, sbagliando Costituzione, legge l’Italia come una Repubblica fondata sui bamboccioni.
Alle parole di un ministro che evito volentieri, preferisco l’incipit profetico della Gaudium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
Anno di storia. Profana e Sacra!
Anno di Dio.


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giovedì 27 dicembre 2007 - ore 15:45


Strategie celesti
(categoria: " Riflessioni ")


SANTISSIMA NOTTE DI NATALE
"Ditevelo voi Buon Natale se ne avete il coraggio!"

“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”

“Camminava nelle tenebre”:
- Una donna, Iole Tassitani, massacrata, tagliata e nascosta nella spazzatura
- Pierluigi Collina, designatore arbitrale, minacciato di morte
- Kabul, ennesima strage: quattro morti e tredici feriti.
- Prima pagina del New York Times: l’Italia è “il popolo più infelice dell’Europa occidentale”.
- L’augurio di un’attrice: “Auguro tanto sesso a tutti gli italiani”
- Calvene: cinque giovani morti nel 2007

“Vide una grande Luce"
- Cioè a Calvene nacque un Bambino per condannare la distrazione e svegliare le membra assopite. Un Bambino che, al pari di qualsiasi altro bambino, ti s’avvicina e dice: “Fatti un po’ in là che voglio starci anch’io”.

“Questo per voi il segno: troverete un Bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Cioè incrocerete a Calvene il volto di un Dio-Bambino venuto per cercare l’uomo e fargli capire che,se vuole crescere, deve smettere di essere distratto.
Un Bambino che ci chiede umiltà nel riconoscerci uomini peccatori bisognosi della sua misericordia.

di don Marco Pozza

Maglioni Napapijri? Esauriti. Perizomi da Yamamais? Solo uno: difettato. Scarpe modello Prada: cinque paia rimaste. Dell’anno scorso, però. La Vodafone annuncia un ciclone di perturbazioni e un anticiclone di intasamenti per la giornata di domani. Fuori dal megastore della Benetton sembra essere di fronte alla Mecca: migliaia di persone adoranti, mani tese a rapire l’ultima felpa, occhi lacrimosi sulle scarpe esposte. Dieci metri più in là una donna è stata trovata sgozzata e tagliata: chissenefrega? La parrucchiera sente i polsi tremare: troppi tagli, messe in piega, shampoo in una giornata che profuma più d’inferno che di Natale. La bottega d’alimentari ha chiuso alle due perché svuotata: i frigoriferi riempiti, le pance gonfiate. E poi lei, bellezza di casa nostra, intubata in una misera pelliccia d’ermellino, che varca il confessionale e al posto del perdono ti chiede: “Don Marco, come mai non riesco a trovare l’uomo della mia vita?”. Poi, sorridente, manda un bacio e se ne va’!
E tu, pensieroso e un po’ spaesato, guardi questa gente che sembra delirante e pensi che fra poche ore sarà Natale. Strano modo d’accogliere un Invitato!


Così quest’anno ho provato un esperimento. Ho tentato d’aggiustare il testo di Luca evangelista: quello appena ascoltato che parla dell’imperatore Cesare Augusto, del suo stupido censimento, di un certo Quirinio governatore della Siria. Me ne è uscito un Vangelo di Gesù Cristo, edito nel 2007: al tempo di George Bush, di Romano Prodi e di Nicolas Sarkozy, mentre si sgretolavano gli imperi miliardari di Callisto Tanzi, Bill Gates e Silvio Berlusconi, al tempo in cui Mastella Clemente da Ceppaloni spostava i magistrati per non venir infinocchiato e Beppe Grillo da Genova lo faceva dimagrire a colpi di frustrate nel suo blog, mentre si tiravano le somme dei morti da Kabul, si aggiornavano le statistiche dei malati di Aids, delle vittime della mafia, della droga, del racket; nei giorni in cui era scoppiato l’ennesimo scandalo a Garlasco e si era accesa l’ultima polemica in Vaticano, nella città di Calvene, al numero civico 12, in via x c’è stato il Natale. Ossia: si è verificato un fatto sconvolgente. Straordinario. Inaspettato: Dio è nato a Calvene! Certo: Dio stanotte nasce in questo pugno di terra, tra sentieri abitati da antiche tradizioni, profumato di liturgie e bestemmie, di stupori e tristezze. Nasce! Per l’ennesima volta: speriamo vivamente non sia l’ultima!


Migliaia d’anni fa l’angelo s’azzardò di disturbare i pastori con un messaggio celeste: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”. Stanotte… se la gioia è grande me lo dovreste dire voi. E che sia di tutto il popolo va dimostrato. Perché stanotte è sbarcato sulla terra Dio ma non ha scelto la via diplomatica. Non ha avvertito i grandi. Non ha informato i potenti. Non l’ha fatto sapere ai sacerdoti perché preparassero gli incensi. Ha semplicemente scavalcato e snobbato la gerarchia. Nessuna conferenza stampa per annunciare l’evento sensazionale. Ha sorpreso tutti. “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce” (Is 9,1) Lo davano per certo come super ospite al Billionaire in Costa Smeralda, in Parlamento da Prodi, a San Pietro dai cardinali. Nella Casa Bianca, al Cremlino, nella Piazza Rossa. Lo aspettavano alla Douglas, dalle parrucchiere, al Carrefour. Davanti allo specchio, dentro un negozio di gioielli, dal venditore di radicchi e clementine. Lo aspettavano: ma son rimasti fregati dimostrando pure di non conoscere Colui che a caso pregavano. Perché Lui s’è fatto trovare da quelli che stanno fuori: stanotte dai pastori, incolti e dannati. Domani dai Magi. Dopodomani dalla donna di Samaria e da quel Simone arrivato da Cirene. Che smacco! Noi, quelli che stanno dentro, i fedelissimi e gli integerrimi, gli uomini di potere e le donne truccate siamo snobbati da questo Bambino. Tutt’intenti nei salamelecchi natalizi, negli smalti e nelle leccornie varie, prigionieri di corse impazzite, isterismi collettivi e arrabbiature insensate, vittime di bellezze forzate, di propositi smentiti, di sogni sbiaditi… scopriamo che la nostra bellezza non affascina più di tanto l’Altissimo. Peggio: ne annebbia il passaggio!
“Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12). Da millenni attendevano parole così scendere dirette dal cielo: pensa la tenerezza di cui era imbevuto quest’annuncio! Eppure continuiamo a sentirci onnipotenti e scontrosi, ricchi sfondati e poveri infelici, uomini d’affari, d’azione e di pochissima contemplazione?


“Un Bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,5). Vi prego, amici: alzate il capo, stanotte. Sciogliete le membra infiacchite, le ginocchia vacillanti, incontrate e stringete forte la gente, lasciatevi stupire e disarmare da questo Bambino. Non vi dico “Buon Natale”, altrimenti voi lo collegate allo champagne, al panettone e allo zampone, alle lenticchie, ai pasticci e ai ravioli, alla Chiara Stella, agli angioletti sulle finestre e alla busta da portare in parrocchia. Che schifezza! Non ci sto a dirvi “Buon Natale”: vi prego di reagire, muovervi, scendere dal letto. Levate il capo. Fate qualcosa e il mondo cambierà. Anzi, sta già cambiando. Non li vedete i segni dei tempi? Basta un raggio di sole e la primavera scalpita per inondarti di bellezza, vince il freddo dell’inverno, il grigiore delle bufere. Gli alberi fra poco metteranno già le prime foglie e sul nostro cielo di uomini il rosso della sera non si è ancora scolorito.
“Buon Natale” ditevelo voi stasera se ne avrete il coraggio: io vi dico che voi siete testimoni di tutto quello che sta succedendo oggi. Immagino che anche nel vostro cuore c’è tanta tristezza perché vedete un mondo irrequieto. Per questo non obbedirei al mio dovere di pastore se vi dicessi “Buon Natale”. Preferisco rammentarvi che il mondo può cambiare, il mondo deve cambiare, il mondo sta già cambiando. E io vi vorrei felici di vivere, capaci di innamorarvi delle cose belle della vita: del cielo, della terra, del mare, delle persone che vi attraversano la strada, di quelli che camminano, studiano, lavorano, pregano vicino a voi. Vorrei tanto, la notte di Natale, sedermi accanto a voi e, come un fratellino, aiutarvi a scegliere per la vita… sempre. Altro che “Buon Natale” condito da quattro abbracci farabutti! Scegliere la vita significa amare la bellezza. La bellezza nella maestà delle vette innevate, nell’assorto silenzio di chi prega, nella forza furente del mare, nel brivido profumato dell’erba, nella pace della sera. Lo splendore nelle lacrime di un bambino, nell’armonia della tua donna, nell’incanto di sguardi trasparenti, nel bianco tremore dei vegliardi, nella tacita apparizione di una stella in cielo… Perché questo mondo che sta diventando così turpe, così osceno sarà la bellezza a salvarlo.
Non la vostra saggezza. Non la vostra arroganza. La bellezza!
Credetemi amici: il mondo ha bisogno di voi!


Non ti dico “Buon Natale”, ma sogno molto di più per te! Sogno che stanotte quel Bambino scappi dal presepio in cui l’abbiamo legato per bussare alla finestra di casa tua e, vedendoti seccato per il disturbo arrecato, ti dica che viene a cercarti solo per vederti o per parlarti. Non per portarti in Chiesa! Perché Lui stanotte è Bambino, soffre la solitudine, vuole compagnia. Suona il campanello perché ha bisogno della tua presenza, per capire meglio cosa significhi chiamarsi Emmanuele. S’aggrappa alla finestra proprio come un bambino, magari poggiando la punta del naso sul vetro: perché Gli piace quello che pensi e quello che dici. Perché dentro di te ri-trova le sue radici.
Un Bambino che non ti dice “Buon Natale” ma, spegnendo la tua televisione, ti prega di non accontentarti di piccole gioie quotidiane. Vuole di più: vuole che tu sia un’immagine divina della sua bellezza!
Questo è Natale: un Dio che ti viene a cercare perché, nonostante tutto, ti ritiene un essere speciale! E Lui ha cura di te…

"SVEGLIATI, SION!
Metti le vesti più belle:
scuoti la polvere ed alzati!"



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giovedì 27 dicembre 2007 - ore 15:17


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Vita Quotidiana ")


MEMENTO VIVERE
"L’ovvietà non credibile di Giorgio Napolitano!"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 22 dicembre 2007, pag. 6

Giorgio Napolitano non poteva dire altrimenti. Subito a negare l’evidenza. Quell’evidenza messa tristemente in prima pagina dal New York Times che definisce l’Italia “il popolo più infelice dell’Europa occidentale”. Magdi Allam, vice-direttore del Corriere della Sera , scrisse un libro dal titolo eloquente: “Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?”. Se ne sono accorti pure i pubblicitari che, respirando la voglia di fuggire del popolo italico, hanno pensato bene di coprire gli autobus con una scritta palliativa: “Sorridi, sei alle Canarie”. Ma siamo proprio alle Canarie? A guardarti attorno con un po’ di onestà avverti profumo di montagne innevate, arie invernali, nebbie di città. Spiagge, sole e cocomeri sono solo in quel pezzo di tram colorato. Sei qui ma sogni le Canarie. Ma se fossi alle Canarie sogneresti le Baleari. O forse Zanzibar. Insomma: ovunque ti trovassi sogneresti sempre altre sponde da abitare. O, più semplicemente, per nasconderti. T’invitano a sorridere: eppure c’è un blocco dei Tir che paralizza l’Italia, le pompe dei distributori chiedono da bere, i fruttivendoli supplicano l’avvento di radicchi freschi, i panettieri chiedono farina per sfornare profumi. Le montagne chiedono neve per rinforzare le banche. E poi la gente che corre impazzita, che suona quando il semaforo è ancora rosso, che spinge chi gusta un tramonto. Che deride chi s’inginocchia sul sagrato di una chiesa.



Ma, lor signori, mi potrebbero spiegare “come può vivere una vecchia tartaruga 300 anni ignara del cielo?” (A. KIAROSTAMI). Abbiamo autobotti d’alcolici: manca la sete! Abbiamo carrelli di cibo: manca la fame. Ci son Risposte Eterne: ma non abbiamo domande da dissetare. E allora corriamo. Fuggiamo. Ci nascondiamo. Firmiamo la schiavitù. Perché la terra ci fa paura. La Bellezza c’inquieta. Paura del mare in tempesta o del firmamento nelle notti d’agosto, del colore dei fiori nei crepacci o dell’incantesimo delle bianche vette. Dello splendore negli occhi di una donna… Ci fa paura annunciare la bellezza di Dio sull’arcata della storia!
“E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Cioè si tuffò nella storia. Ne gustò il sapore e l’odore, la bellezza e la mostruosità. Si fece uomo per insegnare l’arte di diventare come Dio! Perché quando la storia sembra offuscata, i coraggiosi ne approfittano per diventare migliori. Con più dignità!
Buon Natale, città di Vicenza!


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venerdì 21 dicembre 2007 - ore 21:48



(categoria: " Riflessioni ")


LA PAGINA PIU’ BELLA DEL MIO SACERDOZIO
"Signore, sapevo che non mi avresti tradito!"

E io ho rifatto la valigia a settembre con questo sogno sbiadito. Dopo tre mesi di “nuova vita”, ho scoperto due cose inenarrabili.
- Dio mi ha portato nel deserto per parlare al mio cuore, perché mi voleva tutto per Lui un po’ di tempo: a pregare, ad inginocchiarmi, a scendere nell’abisso dell’anima, a scrutare il suo Mistero. Si: Cristo chiede attenzioni come ogni grande Amore.
- Poi, alla fine di novembre, in una sera nebbiosa, scesi all’aereoporto Marco Polo di Venezia. Era quasi mezzanotte. Intravedo un volto che m’aspetta. Mentre m’avvicino… squilla il cellulare.
Un messaggio:
“Don Marco, io …”. Dentro di me è partita un’ovazione da stadio! Ho guardato il cielo e ho pianto. Dentro le lacrime c’era un messaggio: ”Signore, sei fantastico. Sapevo che non mi avresti tradito”.
Prima di scappar-mi, il mio Dio (sempre più figo) si raccomandò che la sera del 21 dicembre 2007 non prendessi impegni: m’avrebbe aspettato a Sacra Famiglia.
L’ho guardato come per ricordargli la fatica di tornare lì. Lui si voltò e mi disse: "T’aspetto dove una sera hai aperto un cerchio. Ero dietro di Te: dobbiamo chiuderlo, figlio mio!"
Ho pensato: la sera del mio compleanno, a Sacra Famiglia, un cerchio...
Chissà da quanto ci lavorava quest’Uomo!

don Marco Pozza

di Enrico Calvanese

Potrà sembrare strano. Sono qui per parlarvi di un messaggio, di un sms. Un messaggio strano. Strano: non abitudinale, stra-ordinario. Infatti, quella sera, quando gli scrissi:
“Don Marco, io voglio entrare in seminario” Dio aveva già messo le mani avanti sul progetto titolato Enrico.
Una chiamata che mi è arrivata nella semplicità di un Dio, così umile che i suoi disegni ai nostri occhi sembrano cartacce. Chissà quante volte si presenta, ma noi, incapaci di riconoscere in quel mendicante il Signore, Lo evitiamo senza neanche uno sguardo. Ci ho messo tanto a vederlo. Con la mia mente complicata, per mostrarsi deve fare le cose in grande. Guarda oggi: un Vangelo messo lì apposta di una Maria, la stessa Maria di Nazareth che poco tempo prima aveva detto il suo eccomi, che va da Elisabetta, sua grande amica, per annunciarle il frutto del suo grembo. Che gioia per Elisabetta, che gioia questa notizia.



Una gioia che traspare anche tra noi, nel vostro sorriso, stupore, pensieri, lacrime. Tanti piccoli volti che porterò con me, che mi daranno sempre la forza di andare avanti. E dietro questi volti si nasconde un Dio Bambino che mi accoglie con tenerezza, con semplicità. La mia è stata una chiamata semplice, tra campi-scuola e messe, sguardi e silenzi, lacrime e sorrisi, fatiche e gioie. Un eccomi costruito in mesi e mesi di pensieri, con i miei occhi che capivano e non capivano nel suo mare di semplicità complicata. Sì: semplicità complicata. Una semplicità che ci appare così scontata da arrivare a essere quasi impossibile da riconoscere. Una semplicità che mi ha commosso, che mi ha dato la forza di prendere le mie poche cose e partire. La forza che mi ha permesso di prendere la mia croce, rinnegare me stesso e seguirLo.
Che fatica? No, che felicità! Che gioia! Una gioia come l’atmosfera familiare che regna nel Seminario Minore di Rubano . Un piccolo orto dove coltivare il tuo sogno. Coltivare, non creare! Per quello c’è tempo. Un Seminario come una piccola oasi di pace dove verificare la tua vocazione. Perché io sono convinto, ora. Nella maturità acquisita nei miei quindici anni, ormai sedici, ho imparato a non dare niente per certo - tranne la Sua presenza e il Suo amore -. Così questa mia nuova avventura forse un giorno sarà un trampolino, forse no, ma di sicuro un tesoro me lo porto a casa. Un tesoro da custodire, se mai dovessi capire che questa è solo un’infatuazione temporanea, per arricchirmi nel futuro. La partenza però, la voglio fare in quarta, in prima classe, come dice lo strano strumento che Lui mi ha mandato per presentarsi. Voglio mettermi in gioco per volare un giorno.
Non volerò? Il rigore l’avrò calciato. Un giorno vedremo se la rete si è gonfiata.
Io voglio entrare in Seminario, voglio coltivare il mio sogno, voglio essere strumento di Dio. C’è chi dice che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re, se guardassero nel giardino del Re, forse qualche seme lo potrebbero trovare.


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venerdì 21 dicembre 2007 - ore 00:07


Buon compleanno, sacerdote di Cristo!
(categoria: " Riflessioni ")


APPUNTAMENTO A SACRA FAMIGLIA
Questa sera ore 19.00


CON I PIEDI PER TERRA
"Nè angelo, nè animale: semplicemente uomo"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 21 dicembre 2007, pag. 6

Lo bramavano così a lungo che l’Omero poeta lo tradusse in versi da celare nello scorrere dei millenni. Era sogno che abitava l’antichità poter un giorno abbracciare gli dei scesi in terra a trovare l’uomo viandante di confine in confine. Poi un Dio si fece uomo, e il sogno divenne realtà. Oltre che carne. Ma non bastò.



L’uomo, affetto della sindrome polverosa di Babele, s’interrogò sulla modalità d’afferrare l’orizzonte. Si sentì potentissimo: costruì e demolì imperi, muri e ideologie. Camminò: direzione cielo! Passeggiando nello spazio, poggiando piedi sulla Luna, piantando bandiere sulla cima dell’Everest. Corse: abbassò limiti cronometrici, s’ingegnò maratone d’allenamento, volle diventare il Filippide dell’abisso tra il mondo e Dio. Si scoprì poeta, cantautore e inventore: brevetti formidabili, spartiti melodiosi, trame di canti vestiti di meraviglioso intuito. Disegnò confini, allargò gli spazi, studiò costellazioni e atomi, analizzò pollini di fiori e fronde di querce imponenti. Dominatore assoluto dell’Universo. Di se stesso. Del pensiero! Tutto il mondo sotto di Lui. Camminò finchè riuscì. Poi s’arrampicò, s’aggrappò, saltò, tentò l’impossibile ma di sembianze angeliche nessuna traccia tra le sue rughe. Allora ne invertì il senso: camminò, scese, s’inabissò, fece leva sul suo lato umano. Scavò e distrusse. Uccise! Ma non si scorse frammento di animalesco viso dietro le ciglia. Né angelo, né animale: rimase uomo. Tra la stalla e il cielo! E non potendo cambiare natura, s’accontentò di cambiar sesso: ma la vetta non per questo conquistò.
“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Ci pensò Dio a correggergli la direzione. Mandò il Figlio suo, Parola per ringiovanire le parole. 60 km di lunghezza e 30 di larghezza: spazio necessario per viaggiare da Betlemme al Golgota sconfinando in Samaria. Poca geografia per stravolgente novità: si può divenire Dio e nello stesso tempo restare uomo! Lo stampò all’uomo nei muscoli del cuore: in passato lo incise su pietra. Reperita iuvant – ripeteva il padre falegname tra un legno da piallare e una panca da verniciare. Era Dio: s’innamorò dell’uomo al punto da svuotare se stesso per rivestirsi di umani servizi. Scese e incontrò l’uomo. Il viaggio non finisce: è sceso per tornare lassù con l’uomo. Allora sarà vittoria assoluta.
Buon Natale, città di Padova!


APPUNTAMENTO A SACRA FAMIGLIA
Questa sera ore 19.00

"Stavolta per il compleanno non ha badato a spese: che classe, signori! "
”Zaccheo, scendi in fretta!” era il titolo della Lectio Divina che ho costruito con i ragazzi di Sacra Famiglia il 16 marzo 2007. Il cerchio si apre.
Introducendo la lectio, ho spiegato loro che il cerchio è figura geometrica. Perfezione. Armonia. Ma il cerchio, quando t’accerchiano, è prigione, paura, tremolìo. E loro mi guardavano attoniti. Stefano, Francesca, Flavia, Carolina: non erano semplici nomi. Erano punti di un cerchio che si andava formando da tempo.
Cerchio. Cerchi. Punti di un cerchio. Punti segnati con una ferita. Con una lacrima. Con un sorriso. Quando parlavo di cerchio...vedevo che s’adagiava uno sguardo triste. A settembre il cerchio non divenne quadrato. Anche se volevo si chiudesse prima d’andarmene: io il grano non so aspettare che cresca. Tirerei volentieri il seme per accorciare i tempi d’attesa. Rimase cerchio da chiudere.
Ma era ovvio - anche se i geometri della tradizione non volevano vedere - che Qualcuno si stava avvicinando.
Per cercare. Per parlare. Per mostrarci che Lui c’era.
Rimase un cerchio da chiudere...! Per sempre?


TRENO IN TRANSITO
"Carrozze di prima classe in testa al treno"

di don Marco Pozza

Son partito con la faccia da bambino. Un pugno di cose tra le mie piccole mani: fantasia, birbanteria e passione. Tanta passione. E grinta! La grinta scesa direttamente dal Dna di mia mamma e la passione appresa alla scuola di papà.
Che non fossi solo è bastato poco per capirlo: Dio nei miei confronti è sempre stato di una tenerezza elegantissima. Per non parlare di sua madre, Maria di Nazareth.
Porte socchiuse ad aspettarmi, sorrisi pronti ad aprirsi, mani profumate di disponibilità. Diventato prete, scoprii che Dio c’era: nel profumo della mia terra natìa, negli sguardi dei miei ragazzi, nello stupore di affetti encomiabili. C’era il 15 gennaio 2005 tra la mia gente di Calvene, ma in quel mattino tutto invernale Dio aveva un volto faticoso da abbracciare. Stefano è stata l’orma più pesante che Dio ha messo finora nel mio cammino. Di sacerdote e di uomo. Ho sempre avvertito i suoi passi: e quando senti dei passi… germogliano attese, tremolii nel cuore, brividi sulla pelle.
Per 1000 giorni ho corso. Tantissimo: apparentemente ovunque, ma nel cuore Lui la direzione me l’ha additata. E ora, nella confusione di Roma, se ne sta nascosto dietro le sembianze di un Prete Gigantesco che mi tratta come un padre che ha a cuore la crescita del suo bambino. Ho supplicato i miei ragazzi di non essere sordi ai passi di Dio. Erano tremendamente sotto gli occhi d tutti: la storia di Carolina e Flavia, di Stefano e Francesca. Ma anche il silenzio di Colere, la fatica dell’ultima estate. Sempre: fino all’ultima messa.
Ma in cuor mio nutrivo un sogno che mi strapazzava l’anima. E per questo sogno ho sempre pregato: “Signore, mostrati davanti a questi ragazzi con un segno di quelli che sai mettere solo Tu. Stupiscili”. L’ho pregato per 1000 giorni, ho offerto la solitudine straziante di troppe sere in cui ero abbandonato a me stesso, volevo che mostrasse ai miei ragazzi che la preghiera sposta le montagne, che Lui c’è. Che la fede è vita, passione, stupore!
Nulla.




E io ho rifatto la valigia a settembre con questo sogno sbiadito. Dopo tre mesi di “nuova vita”, ho scoperto due cose inenarrabili.
- Dio mi ha portato nel deserto per parlare al mio cuore, perché mi voleva tutto per Lui un po’ di tempo: a pregare, ad inginocchiarmi, a scendere nell’abisso dell’anima, a scrutare il suo Mistero. Si: Cristo chiede attenzioni come ogni grande Amore.
- Poi, alla fine di novembre, in una sera nebbiosa, scesi all’aereoporto Marco Polo di Venezia. Era quasi mezzanotte. Intravedo un volto che m’aspetta. Mentre m’avvicino… squilla il cellulare.
Un messaggio:
“Don Marco, io …”. Dentro di me è partita un’ovazione da stadio! Ho guardato il cielo e ho pianto. Dentro le lacrime c’era un messaggio: ”Signore, sei fantastico. Sapevo che non mi avresti tradito”.
Prima di scappar-mi, il mio Dio (sempre più figo) si raccomandò che la sera del 21 dicembre 2007 non prendessi impegni: m’avrebbe aspettato a Sacra Famiglia.
L’ho guardato come per ricordargli la fatica di tornare lì. Lui si voltò e mi disse: "T’aspetto dove una sera hai aperto un cerchio. Ero dietro di Te: dobbiamo chiuderlo, figlio mio!"
Ho pensato: la sera del mio compleanno, a Sacra Famiglia, un cerchio...
Chissà da quanto ci lavorava quest’Uomo!


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lunedì 17 dicembre 2007 - ore 07:43


Strategie di cielo
(categoria: " Pensieri ")


III^ DOMENICA D’AVVENTO
"Dite a Giovanni Battista che i piatti vanno lavati. Subito, tra l’altro!

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

(Vangelo di Matteo cap. 11, 2-11)

di don Marco Pozza

Ci sarebbero i piatti da lavare: avete mangiato tutti! “Mamma, un attimo, per favore?”. Ci sono i compiti da fare. “Un attimo,mamma!”. La tavola: non son mica la vostra filippina, ragazzi! Chi la prepara? “Io, mamma. Ma aspetta un attimo”. Siamo tutti stanchi, stasera. Andate voi all’incontro in parrocchia. “Si, papà, aspetta un attimo, però”. La smetti di fare il cretino, per favore? “Si, esattamente fra un attimo”. E’ ora che cresci, mio Dio, sei sempre un bambino viziato. “Hai ragione, nonna. Fra un attimo cresco”. Il postino suona per la quinta volta. “Un attimo, per favore, cos’è questa fretta…”. Lo scuolabus attende da tredici minuti. Tu, calmi calmo, con la Nutella sulla punta del naso, guardi l’autista nervoso. “Un attimo, signor autista. Ho dimenticato lo zaino”.
Un attimo. Due attimi. Tre attimi. Ma quando ti deciderai? “Fra un attimo: promesso!”


Domenica scorsa stava nel deserto tutto indaffarato: maniche rimboccate, profezie appassionate, gola intristita ma feroce. Un leone strapazzato da un sogno dis-umano: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. Era una supplica. Forse un favore, un urlo innamorato. Dopo 7 giorni e un pugno di richiami, quelle dichiarazioni presentano un conto esigente: biglietto di sola andata dal deserto alla prigione. Voce scomoda non poteva nutrire pretese di abitazioni più comode: i cani randagi di Dio, vecchie anticaglie slegate nel deserto della storia, ruggiscono, sbraitano, svegliano. Disturbano. La pagano quaggiù! Isaia - vecchio ammansitore di cuori conosciuto e temuto nelle pagine del Primo Testamento - domenica scorsa sembrava ubriaco. Ad ascoltarlo ci guadagnavi confusione: lupi che dimorano con gli agnelli, pantere e capretti sdraiati assieme, leone e buoi a spartirsi la paglia. Lattanti a trastullarsi su busche di serpenti velenosi. Strane coppie sotto il cielo della Scrittura Sacra.
Ma il Battista era voce, era passione. Era amico dell’Uomo che stava compiendo le ultime rifiniture nel silenzio di Nazareth. Passione che oggi, rinchiuso dietro le sbarre, intenerisce. T’incanta per la sua grandezza! Pensa: poteva screditare Gesù (lo aspettavano da millenni invano), aveva l’occasione di rigirare la sorte a suo favore, poteva avvalersi di quel fascino – viaggiante tra sogni, pane e furore - che esercitava sul cuore della gente che lo seguiva, poteva… poteva! Poteva tutto: alla fine è rimasto l’affetto di un amico innamorato. Invece di mettere in crisi Cristo mette in crisi se stesso. Ma tu pensa: l’ha sognato, l’ha sentito vibrare nella casa della madre Elisabetta, l’ha predetto. Per lui ha giocato vita e reputazione, sogni e sonni, amicizie e amori. C’ha rimesso la testa. Adesso il momento è tremendo: credere a se stesso o fidarsi di quest’Amico che sembra “trovare traffico”? Aveva investito anni splendidi nella sua vita per raccontare di un Messia potente, di un personaggio forte, di un uomo radicale, deciso, severo… ma Lui stava deludendo le attese. All’incrocio della storia son attimi di terrore: Giovanni e Gesù sembrano non capirsi, sembra venir meno la loro divina complicità, sembra invecchiare il loro miraggio. O è stata sbagliata l’attesa, o Gesù non era Colui che attendevano. Insomma…in evangeliche parole: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”.


Fossi stato io non avrei formulato quella domanda. Non avrei rischiato. Perché alzarsi se possiamo dormire ancora un po’? Giovanni ha fretta. Scalpita. E’ stanco, innamorato, deciso. Vuole un segno, una sicurezza, una certezza. I patriarchi ne avevano spito l’arrivo sin dai secoli remoti: ma non ebbero la gioia di vederlo. I profeti ne avevano disegnato il volto, ma i loro occhi non ebbero conferma della fisionomia. I poveri, ogni primo mattino, sussultavano: ma lo inseguirono sempre nei sogni. Lottando con la fame. I pastori aspettavano, i padri additavano lo scorrere delle stelle, le ragazze interpretavano al chiar di luna le vecchie profezie. Tutti gli occhi verso di lui. Delusi per un ritardo millenario, stanchi di stare sull’orizzonte. Nervosi per improvvisi tremolii. Insomma, il Battista ha ragione. Meglio: si fa carico – lui che i peli ce li ha solo nel vestito e non nella lingua – di un’attesa angosciante: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Perché, sai, se dobbiamo aspettarne un altro…ci mettiamo il cuore in pace.
Domanda rischiosa, un boomerang, come quello che usano i bambini nei loro giochi primaverili. Se quello risponde “si”, l’uomo è spiazzato. Perché noi siamo così: aspettiamo sempre un’altra occasione. Spostiamo gli appuntamenti. I piatti li laviamo domani mattina. I compiti li facciamo tra un’ora. Dopo i trent’anni decideremo cosa far nella vita. La prossima volta c’impegneremo di più. Sempre un attimo in più chiediamo. Il politico s’impegnerà nella prossima legislatura. La mamma nella prossima giornata. Lo studente il prossimo semestre. Il camionista nel prossimo sciopero. Il prete l’anno prossimo. Il contadino il prossimo autunno. La maestra l’anno prossimo. Il marito la notte prossima. Il magistrato la prossima udienza. E quest’uomo, che per trent’anni ha pensato – inventato – riflettuto, spiazza l’uomo. Spiazza il Battista. Mette in crisi uomini, bestie e animali. Non dice: “sono io”. Magari! Dice ma non dice. Svela ma incuriosisce. Conosce l’arte della seduzione meglio di Maddalena, creatura conquistata da quegli occhi celesti. Rassicura ma spaventa. “Riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella”. Come a dire: “vedete voi…”. E mentre se ne vanno, direzione prigione, l’Uomo di Nazareth ricama l’elogio di quel carcerato. Ne esalta l’umile grandezza: “che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti?” E questi, tra timore, tremore e riconoscenza sembrano balbettare. Abitano attimi di silenzio. “Cosa siete andati a vedere? Un profeta? Si, vi dico, anche più di un profeta!" Riconoscimento più bello Scrittura Sacra non tramanda: Gesù di Nazareth, sulla scia dei vecchi profeti, raccoglie il mantello dell’amico Battista e lo esalta perché più che alla forma ha guardato alla sostanza. All’ossequio esteriore ha preferito l’umiltà. Alla diplomazia la semplicità. Agli incensi le mani sporche. Agli inchini un cervello pensante. Al silenzio meschino una testa decapitata.
Signori, questa è Amicizia verticale: uno prepara, l’altro raccoglie. Guardandosi!


Ci sposeremo l’anno prossimo. C’impegneremo dopo Natale. Risparmieremo morta la Befana. I piatti? Domani mattina li laveremo. La maestra l’ascolteremo il semestre prossimo. La conversione è momentaneamente rimandata: ma solo per un attimo. Domani, mamma, promesso: farò il bravo. Ma oggi proprio non me la sento.
Domani, tutto domani. E se non è domani è fra un attimo. Un secondo dopo. Un istante in più: tanto per cambiare. “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”: capite perché non possiamo rischiare di fare questa domanda oggi?
E se rispondesse affermativamente

GOD BLESS YOU!


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domenica 16 dicembre 2007 - ore 06:53


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
"Scappa. Ma in realtà non scappa, perchè scappa"

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 15 dicembre 2007, pag. 2

Si attende! Sempre e solo attesa! Si attende un treno, un autobus, un taxi. Lo sbocciare di una gemma, l’esplosione di un fiore, il maturare di una mela. Un amore, un bacio, la nascita di un figlio. A scuola s’attende: l’alunno il voto, il maestro la risposta, l’autista la campanella. Si attende a casa: il marito la moglie, la moglie il marito, la mamma e il papà il figlio. L’attesa ingozza tutto: il mondo, la politica, lo sport. La fede: anche qui c’è attesa! L’uomo attende Dio! Anche Dio attende l’uomo! L’uomo: era un pugno di polvere. Dio ci soffiò la vita: affiorò un’opera d’arte voluta per sfidare i millenni. Pugno di polvere ambita dal Creatore. Assurdo: Dio cerca l’uomo! L’infinito cammina per braccare il finito, la Perfezione sulle tracce del peccato, l’Immenso ad incrociare il perduto. Solo Lassù riescono queste umane contraddizioni!
Scrisse Leonardo Mondadori: “Ovunque l’uomo è costretto ad andare alla ricerca di Dio… Solo nel cristianesimo… è Dio che va alla ricerca dell’uomo. Anzi, che si rivela a lui proprio come uomo, in una storia vissuta di cui abbiamo testimonianza nei vangeli”. Paradosso di un Dio incapace di vivere senza l’uomo: smarrito, lo cerca! Ma cosa si cerca nell’umano vivere?
Si cerca una persona che c’interessa trovare, una casa bella da abitare, un volto che sogneremmo di addolcire, un oggetto che brameremmo nostro. Si cerca ciò che fa per noi! Pensa te: Dio ha necessità dell’uomo tanto da cercarlo! E l’uomo lo ricambia… fuggendo: dal giardino dell’Eden, dal Monte Sinai, dai suoi templi, dalle sue responsabilità, dalla sua vita. Da tutto: sembra impaurita questa creatura tanto misteriosa quanto pregiata! Si nasconde nelle borse di un politico, nel letto di un regista, nel fascino di una telecamera, nel sogno di giorni migliori, nella velocità del vivere. Si nasconde trasformandosi in formica che trascina nella tana quanta più roba è capace. E la vigilia della festa si farà murare vivo nel formicaio stuccando ogni fessura perché la felicità non scappi!




Scappa: ma la sua confusione scappa con lui. E allora trema. Poi impreca, s’arrabbia, maledice, dice e si contraddice, urla, sbraita, ruggisce, s’arrossa. Calcia, pugna, s’innervosisce.
Scappa, ma non scappa: vorrebbe scappare! E Dio – stregato dalla confusa bellezza del suo tesoro – s’ammanta di pazienza e lo cerca… attendendolo. Ad un incrocio, al chiaror di una giornata di festa o nelle tenebre di una notte faticosa: per stringergli la mano, per calmarlo. Per sedurlo. O più semplicemente per contemplarlo!
Fissarlo negli occhi per fargli assaporare la nostalgia di Lui. Del suo Dio: del Genio che modificò granelli di polvere in regalità celesti! “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64,7). Stralci di poesia sacra, inarrivabile stupore, mistero lontanissimo e profondo. Una logica di follia: l’ha messo al mondo perché voleva poi cercarlo. Lo cerca perché prima l’ha messo al mondo!
Lo cerca, ma non sempre lo trova. Perché l’Amore battaglia con la libertà: la libertà di ripudiare l’Amore. L’uomo rifiuta, ma Dio non dispera: seduto, le pensa tutte pur di non perderlo. Non s’arrenderà facilmente!
Anche a costo di farsi Uomo per incontrare l’uomo!


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sabato 15 dicembre 2007 - ore 00:01


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Pensieri ")


MEMENTO VIVERE
"La conclusione è che... Baggio è Baggio!"
UNA PRECISAZIONE
Pietro Milan anagraficamente per me è un signor nessuno. Stando ai dati ufficiali della Diocesi di Padova l’incarico che riveste è di “cooperatore festivo nella parrocchia di Murelle”. Stando al carattere sacerdotale, però, è un mio confratello.
Dopo aver letto il suo pezzo su Il Mattino di Padova di oggi, penso che il "burn out" può colpire anche oltre i 60 anni. Il suo pensiero ne è la dimostrazione lapalissiana.
Non spreco parole a commento delle sue affermazioni: dogmi autorevoli di un ambasciatore ucraino - caldeo – maronita nella città di Padova. Se vuol capire gli basta la mazzata di un lettore che la Difesa del Popolo pubblica nell’edizione di domenica. Penso solo che se avesse avuto un rettore come il mio, a 60 anni non passeggerebbe di certo nella nebbia autunnale di pensieri ingialliti... E coglierebbe il valore della provocazione e dell’ironia nell’ambito linguistico!
In Italia c’è libertà di pensiero e libertà di masochismo: don Pietro Milan le ha centrare entrambe. Contemporaneamente, tra l’altro: bingo!

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 15 dicembre 2007, pag. 6

Si andava allo stadio per vederlo. Poi, appese le scarpe al chiodo, di lui rimase solo un indirizzo. Virtuale, come virtuali parevano le sue prodezze: www.robertobaggio.com. Se ne andò in punta di piedi da quel mondo che aveva reso grande. E l’aveva reso grande. Un assist, un tunnel, un’acrobazia e lo stadio s’accendeva. Piedi di cristallo, genio lucidissimo, fantasia vagante nei verdi prati. E’ caduto. S’è risollevato. E’ ri-caduto. S’è innalzato. La resa non conosceva abitazione tra le mura della passione. Di lui si parlò, perché il genio – qualsiasi campo se ne attribuisca la paternità – disturba. Di lui si s-parlò. Con lui s’esagerò. Ma nulla infranse la magia di un cervello che, alleatosi con la potenza del cuore, partoriva geniali intuizioni in quella testa coccolata da un proverbiale codino. Da Vicenza a Brescia. Passando per Firenze, Torino, Milano e Bologna. L’Italia rimaneva attonita di fronte a quel pallone che sapeva emozionare al pari della parola sulle labbra di un poeta.



Il lunedì mattina, Gazzetta dello Sport alla mano, ne studiavi le moviole. Ma talvolta, come risultato, rimaneva solo una testa scossa. Non ci si capacitava di come si potesse gonfiare la rete direttamente dalla bandierina. Pensavi. Calcolavi la proiezione del pallone. L’assetto del terreno: morbido, asciutto, bagnato. Estivo. Invernale. Riflettevi sulla geografia del piede calciante. Aggiungevi la variante del genio. Ma il teorema non riusciva. Concludevi tra te e te: “perché Baggio è Baggio”. Rimasto fedele ai suoi affetti, il tintinnio di monete lontane non lo distrasse alquanto. Scendeva in campo con due nomi sulle scarpe: Mattia e Valentina. I suoi due goal più belli! Ha voluto chiudere la carriera come l’aveva aperta: calciando un prato di provincia. Ha calato il sipario sul campo di Brescia, all’ombra grintosa di Carletto Mazzone. L’uomo che di Baggio conosceva l’altra faccia della medaglia: il bisogno d’affetto, la nostalgia di una carezza, la lusinga per un tocco. La delicatezza del genio. Roberto gli rimase riconoscente a vita.
Sbagliò il rigore mondiale. Uno si sarebbe nascosto. Lui se ne uscì dicendo: “I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di batterli”.
L’ho scelta come sfondo per il mio giovane sacerdozio.
Perché nella mia terra la sapienza non s’arresta ad una differenza di credo religioso!


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venerdì 14 dicembre 2007 - ore 14:41


Collaborazione con Il Padova
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Ci guadagno... un paio d’occhiali"

UNA PRECISAZIONE
Pietro Milan anagraficamente per me è un signor nessuno. Stando ai dati ufficiali della Diocesi di Padova l’incarico che riveste è di “cooperatore festivo nella parrocchia di Murelle”. Stando al carattere sacerdotale, però, è un mio confratello.
Dopo aver letto il suo pezzo su Il Mattino di Padova di oggi, penso che il "burn out" può colpire anche oltre i 60 anni. Il suo pensiero ne è la dimostrazione lapalissiana.
Non spreco parole a commento delle sue affermazioni: dogmi autorevoli di un ambasciatore ucraino - caldeo – maronita nella città di Padova. Se vuol capire gli basta la mazzata di un lettore che la Difesa del Popolo pubblica nell’edizione di domenica. Penso solo che se avesse avuto un rettore come il mio, a 60 anni non passeggerebbe di certo nella nebbia autunnale di pensieri ingialliti... E coglierebbe il valore della provocazione e dell’ironia nell’ambito linguistico!
In Italia c’è libertà di pensiero e libertà di masochismo: don Pietro Milan le ha centrare entrambe. Contemporaneamente, tra l’altro: bingo!

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 14 dicembre 2007, pag. 6

Dopo più di 100 giorni, stasera trovo il coraggio di ringraziarti, carissimo Sante, fratello in Cristo. E’ un grazie sincero e motivato, emozionato e posato, amaro e dolcissimo. Perché – nonostante l’almanacco di balle che hai srotolato a giornalisti pendenti dalle tue labbra – hai evocato dentro di me sogni giganteschi. Te ne sono debitore!
Grazie perché m’hai rammentato che sono un uomo! Che a volte, la sera, mi sento solo, triste, sfiduciato. Dove busso? Conosco anch’io l’emozione di avvertire qualcuno/a che mi dice: “Ti voglio bene, don Marco!”, che mi regala un abbraccio, una carezza. Che mi dischiude la porta di casa sua. Che abbevera la mia umanità! Grazie perché m’hai dimostrato, magari non sapendolo, che la verginità è ancora profezia in un mondo sessualmente malato. All’uomo che vado incrociando ho imparato a non nascondere la meraviglia altissima e la fatica sudata della verginità: voglio che m’aiuti, che non m’annoveri tra eroi senz’affetti, freddo, arido d’umanità. Grazie perché stasera me ne andrò a letto e come ogni sera guarderò – al pari di Marcellino pane e vino - il mio Cristo aggiungendo un altro giorno di fedeltà. Domani sarò prete? Non so! Dovrò conquistarlo a denti stretti. Non posso assicurarlo perché, per fortuna, non mi sono abituato alla Bellezza. Grazie perché mi hai fatto inginocchiare di fronte alla trasparenza di due ragazze che ho scelto come “sorelle”: quante volte i loro occhi mi guardano, ma mi lasciano libero. Quante volte le loro mani mi abbracciano, ma non mi trattengono. Quante volte il loro amore mi avvolge, ma non mi chiude. I suoi profeti Dio non li abbandona! Grazie perché stasera le parole giovani di un papa ultra-ottantenne (non ultra – scomuniKato) hanno sapore di pane appena sfornato: “Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno”. La fedeltà: ovvero la versione moderna dell’alleanza racchiusa in versi di Storia Sacra. Generosità in risveglio, stupore e invenzione instancabili. Eterno spirito di riforma, di superamento. Di folle attaccamento!



Ma più di tutto grazie che mi hai fatto risparmiare soldi: quei soldi che, imitandoti, avrei dovuto sborsare per acquistare finti occhiali come stampella per uno sguardo triste.
Ho guadagnato anch’io grazie al tuo business!


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