Il 28 aprile 1945 la vita si pose fine alla vita di Mussolini Benito: certamente qualcuno avrà detto: “Finalmente, era ora!”. Il 30 dicembre 2006 la giustizia americana condannò all’impiccagione il rais Saddam Hussein: certamente qualcuno avrà urlato: “Finalmente, era ora!”. Un anno fa terminò il mandato di Silvio Berlusconi al governo: qualcuno avrà certamente detto: “Finalmente, era ora!”. Gli altri aspettano quattro anni, o forse meno, per dirlo. Dopo cinque anni, forse, è stato posto fine al mistero del delitto di Cogne. La gente inizierà a pensare: “Finalmente, era ora!”.
“Finalmente”…l’espressione che accomuna il tramontare di eventi o persone che hanno creato fastidi dentro la società. Di ieri, di oggi, di domani. Anche a Gerusalemme, dopo un disturbo durato trent’anni e accresciutosi negli ultimi tre, avranno gridato in tanti: “Finalmente, era ora che Cristo se ne tornasse in cielo!”.
Almeno il legno della Croce aveva lasciato una salma da imbalsamare di lacrime e di unguenti, da visitare con fiori e lanterne. Un sepolcro in terra, per noi uomini, riesce a dar maggior conforto che un punto irraggiungibile lassù nel cielo. Gli apostoli capiscono solo che era tra di loro e adesso non c’è più, che potevano toccarlo e adesso, invece, sulla terra non rimane che l’ombra dei suoi piedi che presto il vento disperderà. Uomini sono. Meglio: animali senz’ali siamo tutti noi, apostoli e santi compresi. Incredibile come il difficile della storia inizi proprio e solo in questo momento. L’aveva immaginato, per questo aveva detto:
“Ancora un poco e mi vedrete di nuovo… vado al Padre ma ritornerò”: ma loro non ci credevano, non capivano, non volevano comprendere! E adesso vanno in panico!
Vorrebbero fermarsi lassù migliaia di anni, perché – dentro la malinconica tristezza – hanno sentito che ritornerà nella stessa maniera nella quale è partito. Vorrebbero fermarsi, ma non possono: devono discendere con gli altri, non fissare il cielo. Non servirebbe a nulla. Anche perché tutto questo sembra solo un gioco: sale lassù per poter abitare dappertutto, ma loro non capiscono (come non capiremmo noi) che tutto lo spazio per loro diventerà una casa, una patria. Che quella fuga verso il cielo è solo l’inizio di un viaggio in giro per il mondo.
“Uomini di Galilea, perché state a fissare il cielo?”. Un invito, forse un ammonimento, una constatazione. E loro – ci tiene a precisare l’evangelista Luca –
“tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Ma perché questa sorprendente contentezza? Qual è il motivo di un così grande stupore che lascia perplessi? Il vero motivo non lo sapremo mai, il vero motivo sta in quel gioco di sguardi, di sospiri, di battiti avvenuto lassù sul monte. Non lo sapremo mai come non sappiamo spiegare un guizzo fulmineo del cuore, l’emozione palpitante di un bambino, la lacrima sul viso di una donna. C’è, non te ne devi dare una ragione. C’è stato, c’è stato sicuramente, c’è stato in profondità…e la loro gioia ne rende testimonianza. Di più non saprai, non sapremo, non ci è dato sapere. Come non sapremo mai quali sono state queste istruzioni date ai discepoli. Forse ha voluto fare un ultimo check-up per rendersi conto se qualcuno aveva imparato bene il mestiere. Che non consiste nel ripetere, ma nel creare nostalgia di qualcuno che va oltre, che ti sovrasta, che ti spinge sempre più in la’.
Sembra di vederli: Fissato il cielo, tornano a Gerusalemme e stanno sempre nel tempio! Sembrano imbambolati, addormentati da una favola durata 36 mesi e pochi spiccioli d’ora. Pensa che bello! Sarebbe la Chiesa che tanti sognerebbero: una chiesa che contempla le nuvole, che coltiva i fiori nel giardino, che si occupa delle cose dell’anima. Una chiesa che sta in sacrestia, che non disturba nessuno, rincitrullita da qualche compromesso (magari economico). Una Chiesa che addormenta, che rassicura, che intontisce, che dorme al centro del quartiere. La tentazione degli apostoli è quella di cominciare ad impantanarsi nei ricordi, nei rimpianti, nei trasalimenti per quello che è stato, per quello che potrebbe essere stato, per quello che non è stato. Vivere nella nostalgia, mangiare i ricordi del passato fino a scoppiare, bere acqua di nostalgia fino a sentire la pancia gonfia, collezionare gli amarcord di un tempo perché tutto era più semplice, più affascinante, meno indisponente. Cristo è chiarissimo, quasi seccato: ritornare in città subito! A Gerusalemme, tra le risa, gli sberleffi, le malignità di chi sta gioendo. Rimanere lì, finchè non irromperà lo Spirito Santo e li costringerà ad uscire, annunciare, predicare…a prezzo di una morte assicurata, promessa, certa!
E loro, discepoli impauriti – motivati - impacciati, subito a porre una domanda terra terra:
“Quando succederà tutto questo. Avvisaci per tempo. Signore: abbiamo paura!”. Ma non t’accorgi che l’uomo è sempre lo stesso: ieri, oggi, sempre. Subito fretta, impazienza, pretesa di essere tra quelli che assistono in anteprima alla soluzione finale. Ansia di vedere dei risultati, smania della promozione finale, istinto del successo immediato. Come a casa: tutto, subito, “si, signore”. Vuoi un contrappasso? La domenica succede proprio questo: Cristo ti porta in disparte, di da delle istruzioni e poi t’invita ad uscire “scortato” dal suo Santo Spirito. Ma ti rendi conto: noi avremmo un giorno intero per stare con Lui: la domenica. E non è solo questione di messa! Riposare la mente, dilatare il tempo, rispettare il riposo è legge divina. E’ legge al punto tale che tu pagherai quaggiù tutto il tempo che non hai usato per il riposo. Dio non scherza: ti obbliga a riposare per poter fare tutto quello che negli altri giorni ci è reso difficile: dalla scuola, dal lavoro, dagli impegni, dalla fretta. La domenica è poter fare delle cose gratis che nessuno ci chiede, ci impone, ci paga: stare con gli amici, visitare un ammalato, stare in famiglia senza orologio, organizzare una partitella, una passeggiata… Invece?
Eccoci di nuovo con gli occhi sull’orologio:
“Forza! Via! Corri che si fa tardi!”. Suona la campanella… tutti al mare d’estate. Tutti in montagna d’inverno. Ingorghi sull’autostrada, incidenti, litigate: stress! Poi c’è il torneo di basket o di pallavolo, la gara di nuoto o di pattinaggio, il saggio di chitarra o di mandolino. E bisogna vincere, riuscire, sgomitare! Bisogna fare bella figura: che palle! Poi c’è lo stadio: e allora botte, lacrimogeni, assalti… E poi? La cosa più assurda: ragazzi e ragazze che dormono fino alle tre del pomeriggio perché sono tornati alle sette dalla discoteca, come zombi, rimbambiti dal rumore, dalle luci, dal sonno, dalle droghe, dalla fatica.
Mi sa che i farisei al nostro confronto erano dei geni!
Lo vorresti in braccio e invece ti scappa. Lo vorresti qui e invece si trova là. Il Signore è fatto così: difficilmente lo trovi dove pensi di averlo lasciato. E’ un po’ come in certi problemi di matematica dei tuoi libri di scuola dove al fondo, tra parentesi, viene indicato il risultato. Tu sei felice quando, al termine dei tuoi calcoli, ti accorgi che il risultato coincide con la risposta del libro. Ebbene, con Dio questa soddisfazione ti viene quasi sempre negata. Eppure, ti assicuro, solo nel cercalo provi gioia immensa. Che non conosce paragoni.
Questo è Cristo: prendere o lasciare!
Buona settimana!