Un maestro giapponese ricevette la visita di uno studente che voleva apprendere la saggezza. Il maestro servì il tè. Riempì la tazza del visitatore e poi continuò a versare. Lo studente osservò il tè che stava traboccando, fino a che non potè più contenersi: “E’ strapiena. Non ce ne sta più!”. “La tua mente – rispose il saggio – è come questa coppa: colma di opinioni, di informazioni e di pregiudizi. Come posso insegnarti qualcosa di nuovo se non svuoti la tua tazza?”
Coloro che sono considerati “grandi” hanno la capacità di attirare e trascinare le folle. Sono però scadenti a livello di contatti personali, nel
tu per tu. Concentrati nei grandi progetti, amano le folle che riempiono le piazze, non le piccole persone con i loro piccoli problemi. I grandi non cercano confidenza e amicizia, ma fedeltà e obbedienza. Anche in questo
Gesù di Nazareth fa eccezione. Trascina le folle, seduce i cuori ma quando tutti pendono dalle sue labbra svela un’attenzione puntuale per le persone.
“E vide una povera vedova che vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino”. In mezzo alla folla, aggancia il suo sguardo alla povertà onorevole di quella donna. Il Vangelo è pieno di uomini e donne che, dopo averlo incontrato, non sono più gli stessi, sono trasformati, cambiano radicalmente vita. I lineamenti di due vedove per dipingere la grandezza comunicativa di Gesù di Nazareth nel vangelo di oggi.
Seduto di fronte al tesoro del tempio, Gesù osserva come i tanti ricchi vi gettano tante monete. Bravissima gente, davvero. Poi ecco sopraggiungere una povera vedova che vi getta appena due spiccioli. Gesù allora chiama a se i discepoli per dire loro: vedete? Quella povera vedova ha messo più di tutti gli altri, perché il molto degli altri è superfluo, mentre quel “poco” è
“tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,41-44). Forse quella povera vedova non sapeva nemmeno chi era Gesù, eppure qualcosa dentro di lei la portava ad essere molto vicina al messaggio di Gesù, tutto sommato non molto diverso da quello che gli scribi e i farisei le avevano insegnato. Probabilmente li aveva poco prima salutati con gratitudine somma per questo mentre a lei, quelli, le avevano divorato la casa. La vedova metteva in pratica quello che essi, professionisti del sacro, scimmiottavano con ipocrisia. E anche la
vedova di Zarepta di Sidone non era messa bene: appena
“un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio”, nient’altro per sfarmarsi lei e suo figlio quel giorno. Avrebbero mangiato, e poi… chissà! Forse non restava che morire. Eppure, con prontezza, si dimostra capace di obbedire al profeta Elia che chiede prima per lui quel poco, in cambio di un’abbondanza impossibile solo promessa.
Gli occhi di Gesù: un miscuglio di stupore, riconoscenza e puntualità nello scorgere la bellezza scritta da Dio e nascosta nella storia dell’uomo. Un motivo ci sarà! Gesù di Nazareth era innamorato della bellezza perché, come nessun altro, sapeva che Dio ha creato il mondo, e soprattutto le donne e gli uomini, per donarci la sua bellezza. Per questo la sua bellezza è stata un impegno a recuperare la bellezza offuscata, minacciata, cancellata dalla malattia, dall’invalidità, dall’emarginazione, dalla morte, dal peccato. Era un
talent scout specializzato nello scovare i gesti di bellezza e di sincerità nascosti nel mucchio delle volgarità, della banalità, della falsità. Fra i ricconi panciuti e impettiti che sfoggiano rumorosamente le offerte date al tempio, individua e addita a tutti la povera vedova che, zitta zitta, quatta quatta, mette nella cassetta due spiccioli. Questo è il Gesù dei Vangeli che vogliono rubarci: un uomo forte, battagliero, libero, ma tenero e amante della bellezza. Chi s’innamora di questi lineamenti sentirà un forte desiderio di amarlo e di seguirlo per imparare a guardare il mondo con i suoi occhi, farà di tutto per avere una vita bella e si dedicherà a recuperare bellezza da tutto ciò che la nasconde e deturpa.
Come fare? Il trucco è nascosto nelle mani di quella vedova: possiamo “giocare con la fede” o “giocarci nella fede”. Gli scribi giocano, la vedova si fa giocare. Gli scribi, cognati manco a dirlo dei farisei, sanno tutto della religione, giocano con la loro sapienza, si permettono di dare dei “poveracci” alla gente che, zoppicando, sta scrivendo la sua storia. La vedova, al contrario, butta sulla bilancia la sua vita e, avendo dato tutto quello che ha, gioca tutto quello che è. A Dio, con mano umile e leggera, dona i suoi spiccioli, le sue piccole monete, i suoi pochissimi talenti. E siccome sono pochi, li depone con delicatezza di donna nei vasi del tempio. Gettandoli…svuota la sua vita, spalanca il suo cuore, gioca il tutto per tutto! Imbarazzante questa vedova. E’ l’esatto contrario del giovane ricco. Di lui i vangeli tramandano la tristezza sul volto nell’attimo del rifiuto. Anche se conosceva e osservava tutti i comandamenti ma… era lontano dal Vangelo. La vedova, ricca della sua nobilissima povertà, si mette in cooperativa con Dio e gioca assieme a lui i suoi poveri spiccioli. Furbissima, perché intuisce che le sue povere risorse fruttano l’eterno legandosi in cooperativa con il Signore. Cosa che fa subito screditando i calcoli notarili di chi le cammina attorno. Tremendo il Maestro di Nazareth quando smantella la ricchezza con una furbizia di impronta evangelica!
Mi guardo allo specchio e questa donna – vedova, povera e magari un po’ poco seducente – mi sfreccia vicino senza possibilità di riscatto. Corre troppo veloce, è fuori dei limiti orari umani, verrebbe da multarla…ma è vietato perché quella è la strada del Vangelo e li i criteri di velocità sono opposti: o corri o la vita ti ritira la patente. Quella velocità mi fa paura perché mi urla che i sogni di Dio non accettano calcoli, chiedono di strappare la mia storia, di accelerare i tempi, di non vergognarmi del mio poco. Mi ricorda che non ci può essere fedeltà senza rischio! Il rischio di chi rischia la faccia pur di giocare la sua credibilità nella storia!
La storia ritorna… Al tramonto dei secoli ci sarà ancora un
Anno Zero , ma non sarà certo firmato
SantoroTravaglioProdi, non sarà illuminato dalla sapienza-manovalanza del vignettista
Vauro e non dovrà riscattarsia fatica di nessun “editto bulgaro”. Un
Anno Zero in cui la conduzione sarà precisa per l’onestà del
Conduttore: o giochi con la fede o ti lasci giocare dalla fede. Stando in attesa di questa puntata, io preparo la mia difesa nello studio della vedova del vangelo, assistito dalla donna – vedova pure lei - di Zarepta di Sidone. Voi, se preferite, continuate a dormire con le ambiguità serpentose…ma non costringetemi a mangiare i vostri minestroni.
Mi spiace, ma io a letto con i serpenti non ci vado. Lei faccia pure come vuole, sign. Santoro.
Cordiali saluti e i migliori auguri di ogni bene.
Buona domenica! "Spiacente. Ma a letto con i serpenti io non ci vado!"
di don Marco Pozza
Il Corriere del Veneto, sabato 11 novembre 2006, pag.5
Un velo islamico, uno spritz e il disagio di una storia a volte distratta potevano essere l’appiglio per riflettere con criticità sulla vita di una città che della sua cultura, della sua e delle sue tradizioni è sempre stata paladina nel mondo. Poteva essere…alla fine è uscita la difesa a spada tratta di una società musulmana che, complice la distrazione di chi ci vive e la dovrebbe difendere, esibisce la pretesa di imporsi come identità primaria. Il concetto di “identità italiana e cristiana” che a Michele Santoro stava un po’ stretto visto che si è premunito di controbattermi. Ma siccome sul mio capo non pende per ora nessun “editto bulgaro” e tantomeno vivo con il fantasma del vecchio premier alle spalle, la ribadisco per non passare come colui che sta andando a letto con i serpenti.
La via che porta all’integrazione poggia su tre pilastri. Il primo: l’integrazione è un dovere e non un fatto facoltativo per chi sceglie l’Italia. Il secondo: l’integrazione si realizza grazie ad un processo di “interazione obbligatoria” – come definisce puntualmente Magdi Allam – con la società italiana che prevede la conoscenza della lingua, della cultura nel senso più ampio, la condivisione dei valori fondanti della nostra identità nazionale e il lavoro come diritto e dovere. Il terzo è la consapevolezza che il traguardo dell’integrazione è la cittadinanza basata su un’identità nazionale italiana forte, una cornice entro la quale possono convivere religioni, lingue e culture differenti. In concreto: si alla pluralità culturale, no alla pluralità identitaria nazionale o confessionale. La storia ha insegnato che non possono esistere più identità pena la crisi identitaria. Concetto semplice ma “scomodo” per chi vuol livellare tutto. Un’altra moschea? Prima riscattiamo quelle già esistenti con la certezza che non vadano nelle mani dei predicatori d’odio ma siano luoghi che ispirino fiducia a tutti. Ma prima non sarebbe meglio formare gli imam? O integrare i musulmani con la casa, il lavoro,l’istruzione, la sanità, la cultura? Sapendo che un matrimonio sboccia con l’adesione ad un insieme di valori, suoni, colori e profumi dipinti nell’identità di un popolo ospitante.
Mi spiace che chi rappresenta Padova (e poteva uscirne con dignità e rispetto, senza offendere nessuno), abbia fatto trasparire una città che vive una sfida che culturalmente e politicamente la trova impreparata. Mi è venuta in mente una battuta di W. Churchill quando parla dell’uomo conciliante: “Uno che nutre un coccodrillo nella speranza che questo lo mangi per ultimo”. Padova non è solo questo! Ma questo è il modo in cui si gestisce un frammento difficile di storia. Piaccia o non piaccia: la Padova, e l’Italia, dell’islamicamente corretto che si fa in quattro per condannare le vignette su Maometto e tace l’oltraggio a Gesù di Nazareth. E si scopre che gli avversari più intransigenti non sono gli immigrati ma gli italiani che si son dati la missione di regalare l’Italia all’Islamismo! In nome di chi? Non si sa!
Non è tempo di compromesso e di dialogo. E’ il tempo della chiarezza e della fermezza! Il tempo in cui i figli di questa terra la smettano di leggere “Tre metri sopra il cielo” e s’innamorino della loro storia per diventare cittadini di un mondo pluralista! Sapendo che il vuoto di quanti disdegnano i valori dell’Occidente, dell’identità italiana e delle radici cristiane crea appetito alla guerra islamica.
In treno ho ritrovando l’ottimismo. Il cristianesimo fu insidiato dal fascino suadente del “vangelo della giustizia” di Karl Marx (nipote e pronipote di ebrei), venne bersagliato dall’attrazione del buddismo e prima o poi apparirà la sapienza di Confucio, più antica di mezzo millennio. Ma da credente, messo con le spalle al muro, l’uomo dell’Occidente scopre che, malgrado tutto, “cristiano è meglio”. E posso dire con il sorriso che ancora una volta, grazie a chi ha voluto smussarne le sue ricchezze, la Provvidenza potrebbe star scrivendo dritto su righe storte.
Fatto sta che io a letto con i serpenti non ci vado!
don Marco Pozza *** "E avviene pure che chi si mostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio suo pari, e non è più rispettato, che il maetro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti, la stessa considerazione dei vecchi, e questi per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo nè rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia" (Platone,
La Repubblica, VIII)
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mercoledì 8 novembre 2006 - ore 14:24
"Anno Zero" di Michele Santoro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"ANNO ZERO" - RAIDUE "Padova, figli del Dio Maggiore."
giovedì 9 novembre, ore 21.05 su RaiDue
Un velo islamico, un bicchiere di spritz, un viaggio tra la gente di Padova. La puntata in prima serata di "Anno Zero" - programma ideato e condotto da Michele Santoro - giovedì 9 settembre 2006 farà tappa nella città del Santo.
Un’occasione per riflettere, spiegare, interrogarsi su una "vita ordinaria" che sembra oltrepassare i limiti del Veneto per scelte, motivazioni e superficialità.
Con lui in studio (dalle 21.05 alle 23.15) - ospiti fissi - il vignettista Vauro, l’opinionista Marco Travaglio e la giornalista Rula Jembreal.
Il filamto dell’inchiesta, della durata di circa cinquanta muniti, realizzato dai giornalisti Paolo Mondani, Alessandro Gaeta e Natascha Lusenti vedrà come ospitidella serata don Marco Pozza e un gruppo di ragazzi della parrocchia di Sacra Famiglia in Padova, parte attiva del reportage filmato dalla troupe di RaiDue il mese scorso. Accanto a loro il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero e l’onorevole di AN Daniela Santanchè.
Buona visione!
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mercoledì 8 novembre 2006 - ore 08:22
Un libro da leggere!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
MAGDI ALLAM "Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?"
Magdi Allam ama l’Italia: non solo come punto di riferimento di un’infanzia vissuta in Egitto frequentando le scuole dei religiosi italiani, non solo come il paese in cui ha trovato ma sempre più soddisfacente affermazione professionale, non solo come la patria dei suoi figli e la casa e la patria dei suoi figli e la casa della sua famiglia. Magdi Allam ama l’Italia perché riconosce nell’Italia perché riconosce bell’identità italiana un sistema di valori per il quale è giusto battersi, anche rischiando in prima persona.
Attraverso il racconto della sua esperienza di vita – dove la deriva della società egiziana verso l’integralismo islamico si rispecchia nel percorso umano della madre Safena, e dove Egitto, Italia, islam e laicità si incontrano a forgiare il carattere e le convinzioni di un giovane curioso e vitale – Allam ci riporta a un sentimento di adesione e partecipazione all’ideale civile e nazionale che il popolo italiano, forse, non ha coltivato abbastanza.
Proprio perché tanto amata, tuttavia, l’Italia di oggi riempie Allam di amarezza e inquietudine: di fronte alla minaccia montante del terrorismo islamico e del proselitismo integralista, il nostro paese sembra incapace di reagire con la dovuta decisione. Nella cronaca minuziosa del suo impegno come giornalista e uomo pubblico contro i seminatori di odio e i predicatori di casa nostro, Allam disegna il quadro di una comunità nazionale che sottovaluta l pericolosità e la determinazione di molti attori e non riesce a opporsi loro con la fermezza necessaria.
Una fermezza che dovrebbe nascere dall’adesione incondizionata al più universale dei valori, quel rispetto per la vita umana che è alla base sia del cristianesimo sia dell’islam come viene vissuto dalla grande maggioranza dei musulmani. Il valore della vita è al centro della riflessione di Allam, che, proprio per non tradirlo in alcun modo, rifiuta di dialogare e giungere a compromessi con chi lo calpesta o lo ritiene meno importante dell’affermazione di una fede, di un’ideologia o di una nazione. Non si tratta solo di nobili parole: Magdi Allam illustra nel suo libro alcune proposte concrete per incidere nella realtà del nostro paese. Dalla costituzione di un Movimento per la vita e la libertà, all’istituzione di un Ministero dell’Integrazione, Identità Nazionale e Cittadinanza che potrebbe lavorare per dotare italiani e immigrati di un quadro condiviso di valori, norme e conoscenze. Realizzando le premesse di una società aperta verso l’esterno, ma orgogliosa della propria identità.
In quello che è forse il libro più personale e coraggioso, Magdi Allam unisce un’incandescente passione civile alla lucida capacità di analisi, denunciando il nichilismo dei valori di cui sono preda l’Italia e l’Occidente ed esortando all’azione contro chi segue una versione integralista e criminale dell’islam, ma anche contro chi, cercando una convivenza di comodo, in malafede o per ingenuità mina le basi civili e culturali della nostra società.
Buona lettura!
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lunedì 23 ottobre 2006 - ore 16:47
Dai il meglio di te
(categoria: " Vita Quotidiana ")
COLORIAMO IL MONDO "Dai il meglio di te!"
"Se fai il bene, ti attribuiranno
secondi fini egoistici
non importa, fa’ il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa’ il bene
L’onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile
non importa, sii franco
e onesto.
Dà al mondo il meglio di te, e ti
prenderanno a calci.
Non importa, dà il meglio di te"
Madre Teresa di Calcutta
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sabato 21 ottobre 2006 - ore 09:00
XXIX^ Domenica del Tempo Ordinario
(categoria: " Vita Quotidiana ")
XXIX^ Domenica del Tempo Ordinario "Storie di VIP a rovescio"
di don Marco Pozza
Un vecchietto, seduto su una panchina della villa comunale, nota con soddisfazione che molti passanti, giunti vicino a lui, lo salutano e rallentano i loro passi. Alcuni addirittura togliendosi il cappello.
Il vecchietto è commosso e ammirato: mai aveva ricevuto tanti omaggi e persino dagli sconosciuti. Una donna però, giuntagli vicino, si ferma e si mette a pregare, con lo sguado fisso al di sopra della sua testa. Allora il vecchietto si gira e si accorge che, alle spalle, c’è un’immagine della Madonna. Diventa rosso per la vergogna e la presunzione: sia pure per poco, aveva creduto rivolti a sé gli omaggi che i passanti indirizzavano alla vergine Maria.
Mi son sempre chiesto perché mai Gesù, dopo trent’anni di silenziosa obbedienza nella campagna di Nazareth, invece di presentarsi sulla scena della vita pubblica con un bel miracolo o con una delle sue splendide parabole, si esibisce in una durissima lotta contro le forze del male? Forse la risposta è semplice: si è comportato così per indicare il motivo della sua venuta sulla terra. Anzitutto riprendersi sul Demonio la partita persa dall’umanità due a zero (nel primo tempo ha perso con Adamo, nel secondo tempo con il popolo ebreo nel deserto). E poi per darci lo schema vincente per risolvere a nostro favore tutte le partite successive. Quel giorno Satana illustrò bene la sua mentalità: “Ti darò in mano tutti i regni del mondo”. E Gesù intuì la strumentalizzazione che il Demonio faceva dell’uomo. Crescere salendo sulle spalle dell’altro. Atterrare il prossimo per salirci sopra. Toglierli l’aria perché deve prenderla con le mie bombole. Negargli la dignità perché sia io a conferirgliela col contagocce. “Va via, Satana” – grida ancora a me Gesù quando lo sfioro con le stesse tentazioni nel deserto, con superstiziosi baratti gli offro il cuore, dichiaro miei i regni che gli appartengono. Cristo si è lasciato tentare per questo: perché non ripetiamo nei suoi confronti le medesime seduzioni, perché non abbiamo a costruire la nostra fede su un’immagine meschina e rachitica di lui.
Gesù affermava senza mezzi termini di essere il Messia e parlava spesso del suo regno. Ha provocato Satana per fargli capire chi Egli sia, ma non ha capito. Come sua madre al ritorno dal tempio, come me, come tutti. Di fronte al suo mistero siamo tutti nel buio: peccatori e santi, diavolo e Madonna. E tra coloro che lo seguivano sempre, oltre la curiosità era forte l’attesa: avevano lasciato tutto, quindi, una volta che questo regno fosse arrivato, era più che giusto che si aspettassero una bella poltrona da ministro. Quando Gesù non li sentiva, discutevano animatamente tra di loro e litigavano per i posti. Giacomo e Giovanni, gli impetuosi figli di papà Zebedeo, avevano fatto i furbi e ci avevano messo in mezzo la madre, che era andata da Gesù per raccomandarli. E gli altri si erano arrabbiati da morire!
Vedendo quanto sia dura a morire la logica del farsi le scarpe l’un l’altro tra i discepoli, Gesù dice loro di non lasciarsi ingannare dalle logiche dei potenti della politica di ogni tempo: un capo domina e tutti giù a servirlo.
"Chi vuol essere il primo sarà il servo di tutti": sono parole che diciamo da tanto tempo, troppo tempo e che, negli anni di Seminario, abbiamo sentito dire tantissime volte all’interno delle conferenze spirituali, dei ritiri, degli esercizi. Chiediamo incessantemente a Dio la grazia della schiavitù, che nessuno di noi si senta proprietario del popolo di Dio.
“Gestisco io, mi faccio carico io, mi prendo io la responsabilità, decido io per te…”. E’ servizio o potere? Perché quell’uomo deve sentirsi un manipolatore delle coscienze altrui, agente segreto delle libere scelte della gente. Si senta semplicemente servo, senza le attenuanti della nomenclatura in uso presso la nostra raffinatissima società. Servo, non “collaboratore domestico”, come si vuole oggi. Servo a tempo pieno, non a mezzo servizio. Servo insonne dalla mattina alla sera e non con semplici prestazioni part-time. Mi guardo allo specchio… e penso che qualche volta anche nel mio cuore si sprigionano sentimenti di amarezza, piccole invidie per un posto non raggiunto, per un titolo che non ci è stato accordato, per una carriera che ci pare stroncata.
Ma mi piace pensare che alla fine dei tempi sia rimasta nel mio cuore una sola carriera: la sequela di Gesù Cristo, felicissimo di essere rimasto servo, prete del Signore magari esiliato in una piccola parrocchia di montagna, che magari non conosce nessuno, ma che ti fa assaporare nella sua piccolezza il gusto di inginocchiarti, servire e rialzarti con il volto innamorato. Scriveva
Martin Luther King:
“Se c’è una persona soltanto alla quale tu puoi dire buon giorno, hai già un motivo valido per sopravvivere”. Altro che il buon giorno, io do la salute del Signore, la grazia del Signore a tante persone, e sono felicissimo di stare dove il Signore mi mette, di essere arrivato lì, di non aver bruciato le tappe.
Ma chi è il potente di cui parla Gesù nel Vangelo? Se io da una parte pongo quelli che comandano, gli assessori, i sindaci, gli onorevoli, i vescovi magari, con tutti quelli che contano e dall’altra parte tutti gli altri, quelli che non contano… è esatta la mia concezione di “potere”? A me viene un dubbio. Un marito che picchia la moglie, anche se è povero, non è un potente che merita i rimproveri di Gesù Cristo? E chi non tollera che un figlio esprima il suo pensiero e organizza la vita familiare in termini di dittatura, non è un arrogante anche se non ha un quattrino? Un maestro, un educatore che non tollera le discussioni e im pone sempre ilsuo punto di vista non rientra nella categoria dei potenti? Un vescovo che non ascolta i suoi preti, un prete che non ascolta la sua gente, e che vuole fare di testa sua senza tener conto degli altri, non è un despota o un potente?
Sfoglio un giornale qualsiasi: corruzione, illecito amministrativo, stupri sessuali, giunte che cadono, funzionari travolti da bufere scandalistiche, istituzioni corrose dalla ruggine del sospetto. Storie di gossip, tradimenti e ripensamenti. Vicende di vip impastate di sesso, goliardia e ignoranza. Folle di adolescenti inginocchiati di fronte all’apparenza, al mordi e fuggi, alla vita da reality show… pronti a vivere tre metri sopra il cielo.
“Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44).
Carissimo Gesù, ma che razza di regno è il tuo?
Non è di questo mondo.
Ma è quello che ci vuole per cambiare questo mondo.
Buon cammino di conversione!
don Marco Pozza
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venerdì 20 ottobre 2006 - ore 10:51
Padova, città infernale?
(categoria: " Vita Quotidiana ")
RIFLESSIONE "Ma vale ancora la pena vivere a Padova"
di Giampietro Vecchiato
docente universitario di Relazioni Pubbliche
"Tutto vero, credetemi. Non sono né un mitomane, né una persona sfortunata. Non sono, almeno non credo, vittima di un malocchio. Semplicemente vivo e lavoro a Padova e voglio raccontarvi quello che abbiamo vissuto in famiglia partendo da questi mesi del 2006.
Quattro furti di biciclette. Una minaccia con rissa in stazione FS. Due furti in garage e in cantina (tutto il condominio è stato setacciato meticolosamente). Un furto in auto con rottura del finestrino in Via Morgagni. Ho assistito ad un furto con scasso in Via Ospedale. Negli ultimi anni abbiamo invece subito altri sei furti di biciclette (Riviera Ponti Romani; Piazzale Boschetti; Via Nazareth; Piazza delle Erbe, ecc). Mia figlia è stata a lungo molestata al telefono. Una sera d’inverno, alle 9, la mia compagna è stata aggredi ta mentre portava la spazzatura nel cassonetto (il responsabile è stato arrestato e condannato). Una cara amica di famiglia è stata scippata in pieno giorno in Via Monaco Padovano. E pensare che abito in una bella zona residenziale di Padova , non in Via Anelli! Tutti gli episodi citati, tranne i furti delle biciclette (a che serve?), sono stati regolarmente denunciati.
Ironia della sorte da alcuni anni ho l’ufficio in una laterale di Piazza delle Erbe ed in questi anni ho vissuto in presa diretta le vicissitudini dello spritz: dall’aggressione ai vigili urbani al pestaggio di Gino Magro; dagli sputi semplicemente
"perché sei nel posto sbagliato nel momento sbagliato" alle botte all’amico macellaio; dalle quotidiane richieste di denaro accompagnate da minacce dei punkabestia al furto di attrezzature una notte d’estate nella quale avevo organizzato un evento in Piazza; dagli spintoni dei forzati dello spritz ai furti di piante all’Osteria dei Fabbri. Senza contare le volte che ho dovuto (e devo tuttora) pulire l’ingresso dell’ufficio in Via dei Fabbri, da vomito, merda, piscio, vetri rotti, bottiglie vuote, vino, spritz, bucce di arance e di limone, bicchieri di plastica, ecc. Nonostante tutto mi ritengo una persona fortunata; penso semplicemente di aver sbagliato città nella quale vivere e lavorare.
Cosa è successo alla nostra bella città?
Eppure la sensazione non è di vivere in un contesto criminale violento e aggressivo, ma in un "interminabile inverno dello spirito", fatto di piccole aggressioni, di piccole mancanze di rispetto, di costanti gesti quotidiani che non rispettano né i cittadini né la città stessa. L’impressione è che la situazione parta da lontano, da un permanente disordine e da una pesante trascuratezza nel fare le cose a tutti i livelli: morale e spirituale; educativa e sociale; ambientale ed economica; pubblica e privata. Un fenomeno che alcuni studiosi (Wilson e Kelling) hanno definito "della finestra rotta". Se una finestra è rotta e non viene riparata - hanno osservato i due studiosi - chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupa e che nessuno ne ha la responsabilità. Ben presto le finestre rotte saranno altre e si diffonderà una percezione di anarchia secondo la quale tutto è possibile, dalle piccole alle grandi infrazioni. Tanti piccoli elementi quali i graffiti, la mendicità permanente e aggressiva, le vendite abusive, il volantinaggio invasivo, il disordine e l’incuria nelle isole ecologiche, il ritardo con il quale vengono puliti i cestini portarifiuti, ecc. sembrano un invito a comportamenti trasgressivi e a crimini più gravi.
Ho la netta sensazione che se non si parte con il censurare e punire i piccoli ma scorretti comportamenti quotidiani, soprattutto individuali, non sia possibile migliorare la qualità della vita nella nostra città. Penso, solo per fare qualche esempio, alle cicche, alle bici contromano, ai biglietti dell’autobus non pagati, alla cacca dei cani, alla spazzatura abbandonata, ai parcheggi disordinati, ai graffiti sui muri, alle locandine abusive.
Non mi interessano le eventuali colpe della società. Quello che mi interessa è che la responsabilità dei comportamenti è sempre individuale, non va ricercata nei massimi sistemi ma in un contesto dove non si dà più importanza alle piccole cose di tutti i giorni e dove si riducono gli inviti ad un comportamento scorretto e le conseguenti sanzioni".
Giampietro Vecchiato(da
Il Gazzettino di Padova, mercoledì 18 ottobre 2006)
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