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sabato 29 marzo 2008 - ore 07:42


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")





MEMENTO VIVERE
La rivincita dell’emozione

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 29 marzo 2008, pag. 6

Mortisa di Lugo di Vicenza: meno di 200 anime che ogni primo mattino si stiracchiano come un bambino annusando il profumo delle sue severe tradizioni e dei suoi silenzi. Delle sue partenze. Dei suoi ritorni. Lassù, tra l’Astico e l’Altopiano, 21 ragazzi/e hanno ri-vissuto la Settimana Santa in compagnia di una piccola comunità cristiana. L’emozione e lo stupore, l’incanto e il sapore di cenere, la fatica, il dramma e la risurrezione dentro la storia d’oggi. Hanno vissuto assieme. Pregato e mangiato. Studiato, giocato e pensato. Dormito, vegliato e adorato. Hanno pianto, stretto mani e firmato un viaggio trans-continentale: dalle colline di Mortisa verso le praterie dell’Eterno. Esagerato? “Il più bel viaggio che si possa fare quaggiù, è quello che si fa andando l’uno verso l’altro” (P. MORAND).


Quando li ho visti rimettersi lo zaino in spalla per tornare a casa il pomeriggio di Pasqua, m’è riapparsa la fisionomia della prima comunità cristiana, chiamata a giocare da protagonista la partita della storia umana.
Ieri, come oggi, non ci dev’essere paura nel cuore di Enrico e dei suoi 20 compagni d’avventura. Basta smetterla di disegnare confini, piantare steccati, pennellare frontiere! “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Eccola la potenza dello Spirito Santo che la Scrittura Sacra paragona al vento. Perché il vento impedisce all’acqua di stagnare e imputridire. Il vento modella la montagna, la roccia, il marmo, i volti. Il vento che trasporta sulla sua brezza il polline collabora nel portare avanti la vita. Il vento scuote, butta all’aria le cose. Sul vento non puoi metterci mano!
Puoi solo partire e andare.
Andate! Abitate il tempo: conservate la sacralità della memoria, ma non rassegnatevi a vivere di nostalgie. Perché abitare il tempo significa tornare a costruire sogni. Abitate il territorio, perché l’universo non termina con il muro di casa, con il recinto del giardino, con le coordinate bancarie. Siate esploratori di latitudini, non custodi di piccoli campi recintati! Abitate le chiese, per essere voce di denuncia e di speranza, grembo di dignità e nostalgia di un alfabeto splendido.
Andate e sorridete, tanto intuite già la conclusione: “Verrà un giorno in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini, che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere” (L. Bloy).
A patto che parliate con il cuore e gli occhi. Prima che con la bocca!


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venerdì 28 marzo 2008 - ore 07:26


Prossimo appuntamento con don Marco Pozza
(categoria: " Vita Quotidiana ")





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giovedì 27 marzo 2008 - ore 21:07


Prossimo appuntamento con don Marco Pozza
(categoria: " Vita Quotidiana ")





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mercoledì 26 marzo 2008 - ore 08:55


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
La lezione di Magdi Allam

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 26 marzo 2008, pag. 6

La Pasqua c’ha recapitato un augurio eccezionale: l’impartizione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana da parte del Papa al giornalista Magdi Allam, uomo di profonda sensibilità umana che molte volte si è battuto a difesa di un islam moderato che sia capace di quotidiana condivisione di ideali. Una scelta certamente non improvvisata: una storia che ci istiga a ri-portare in luce la bellezza, l’eleganza e lo stile che il cristianesimo trattiene nelle sue profondità.
Laddove è vestito di sapiente fedeltà e coerenza.


Mi piacerebbe che questo giornalista - delicato ma preciso nelle sue analisi - diventasse una spina nel fianco per la nostra Italia che troppo presto ha deciso di sconfessare il suo credo religioso in nome di un indifferentismo che vorrebbe inaridire i sogni di chi getta lo sguardo verso l’alto. Le sue parole tuonano come un invito alla conversione tratteggiato da uno che, dall’esterno, divenne prigioniero di una bellezza che sembra non sedurre più chi pensa di tenerla in tasca: “So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede”. Maledetta abitudine! Con il senno di poi, rileggiamo come profezia il titolo del suo primo articolo apparso sul Corriere: “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”.
Oggi a dettare tendenza sono i monolocali dell’apatia più che le catacombe dello Spirito.
Ma tendenza non sempre equivale a sapienza!


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lunedì 24 marzo 2008 - ore 17:17



(categoria: " Vita Quotidiana ")


MORTISA 2008
Una piccola comunità cristiana rivive il mistero della prima Pasqua cristiana

di don Marco Pozza



Una terra “incontaminata”
Mortisa: terra di castagne e di vino buono, di antiche tradizioni e millenarie confidenze tramandate nei secoli. Terra di semplici costumi, di gelose appartenenze, di emigranti, partigiani e soldati. Un lembo di terra, un pugno di gente, un campanile e una piccola chiesa sempre vestita a festa.
E poi il tempo! Tic – tac che risuonano al crescer dei rami, minuti regolati dall’ululato del cane, giorni scanditi da pascoli, mungiture e silenzi. Annate: somma di primavere, estati, autunni e inverni.
Naturali. Corporei. Mentali.



Mistero della vita
Quassù – a metà strada tra l’Astico e il Monte Corno – s’è consumato un viaggio. Il viaggio di 21 ragazzi/e e un giovane sacerdote, don Marco Pozza, che, conquistati da Dio, si son dati appuntamento per celebrare assieme la Settimana Santa. S’avvertiva nell’aria un’esigenza: “fame di Dio”. Per me prete, l’occasione ghiotta per spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia. Nulla di speciale, se non la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare nella giovinezza. Giovani protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice e quotidiana esperienza di Dio. Eppure il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma sono i suoi giovani. E se sei prete onesto, t’accorgi, puntando il volto della tua Chiesa, che mancano troppi volti. I volti figli della notte perché “di notte le ragazze sembrano tutte belle” (Jovanotti). Occhi che sfidano al ritmo di musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi tremano. Sguardi che ti spingono nella strada per indagare i loro luoghi, per assistere alle loro liturgie, per abitare le loro “cattedrali” per farli sentire importanti. Strano osservare come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, oltre sms, mail, emoticon e blog, dietro Msn, iPod e indagini Istat - la vita, che dovrebbe essere tutto un party, sia scortata dalla paura di non farcela! Sulle strade delle nostre città, dipinte di Ralph Laurent, Gucci e Prada, di Woolrich, Museum e All Star di Aperol, Campari e Tequila.. ci son ragazzi che lottano alla ricerca di un Volto nuovo. Osservano: ma se non trovano, se ne vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo aggiunta.
La nostalgia di Cristo! Cioè la voglia di voler imbattersi almeno una volta in vita con quest’Uomo che ha fatto dell’uomo il suo investimento più azzardato.
Per me era un sogno che annaffiavo sin dall’alba del mio giovane sacerdozio: radunare un gruppo di ragazzi per rivivere le ultime giornate del mio Maestro, Gesù di Nazareth. Non voleva essere un copione, bensì un memoriale. Uno scendere alle radici della nostra storia di uomini e di credenti per riscoprire la Verità della nostra fede. Riscoprire le radici in una terra che le radici le custodisce con devota e religiosa osservanza.
La sfida era raccogliere dodici ragazzi/e: il numero per antonomasia della comunità radunatasi attorno a Gesù. Ci siamo trovati più di venti in una piccola canonica trasformata in una “casa-famiglia”.
Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto troppo piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante: la Parola di Dio e l’Eucaristia.





Mistero della quotidianità
Li vedevi partire - Francesca, Federica, Elisabetta, Emanuela, Alice, Sofia, Vanessa, Elena, Giulia, Marta, Silvia, Enrico, Giovanni, Andrea, Elena, Elisa, Carolina, Maria Luisa - all’alba sorridenti per prendere il pullman dopo aver pregato al suono di arpa e violino. Li vedevi ritornare sorridenti alle due, avvisati dalle campane suonate a festa, salire nella canonica. Mangiare, raccontarsi la vita, aiutarsi nelle lezioni: il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee colorate dell’artistico convivevano con i versi di Shakespeare del linguistico. Tra uno squillo di telefono, un’occhiata alla dolcezza delle colline, un sorso di the per merenda. Una famiglia “strana”: ma il mondo chiede cose strane. E davanti alla chiesa i loro amici, quelli che li avevano derisi, quelli che “la fede è da sfigati”, quelli che “all’oratorio cosa ci fai?” erano lì: piano piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e giovinezza. Vedi: i giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza, come dice Pino Barillà.
E quando il tramonto s’affacciava sulla torre campanaria, il loro appuntamento clou: Vangelo tra le mani, storie da condividere, pagine di Buona Novella da attualizzare. Davanti alla Parola di Dio li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e avvertirsi giganti, stupirsi, abbracciarsi e provare nostalgia. M’è tornato alla mente B. Brecht quando nella Scrittura Sacra scorgeva l’alfabeto per leggere il mondo: un capolavoro che dice brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’ incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere. Mentre li ascoltavo mi rendevo proprio conto che quando l’inutile diventa indispensabile, l’Uomo della Croce è ancora una carta da giocare per non apparire scontati ai loro occhi!
Eppure se li vedi in “versione normale” ti sembra d’essere in un concessionario d’auto: venti auto, tutte grigie metallizzate, tutte con i cerchi in lega, tutte con autoradio in serie, tutte 1600 turbo diesel, tutte versione “sporting”. E loro a volte sono così: tutti uguali, tutti scontati, ciocche di capelli in serie, vestiti identici. Uno rutta: tutti ruttano. Uno bestemmia: tutti bestemmiano. Uno ride, tutti ridono. Ma non sono loro: mettili di fronte all’esigenza della Scrittura e ti stupiranno per l’originalità che tengono accuratamente nascosta nell’intimo.
Sono complicati da decifrare i nostri ragazzi. Ma la forza della loro fragilità li fa molto vicini al vetro di Swarovski: la bellezza sta nella delicatezza da lavorare. In caso contrario, non sarebbero così preziosi nel mercato della vita.




Mistero della fede
E si sono superati dal Giovedì al Sabato Santo. Chiuso lo zaino, hanno spalancato l’anima e si son lasciati condurre. Ho “rubato” la commozione nell’eucaristia del giovedì: una tavola imbandita a festa, musiche e riflessioni, pagine di Vangelo e d’attualità. E loro parevano i discepoli immortalati da Leonardo da Vinci nel convento di San Marco a Milano: attorno ad un tavolo, attoniti e stupiti, a lasciarsi lavare i piedi, accendere l’anima, accompagnare nel cenacolo della loro vita. Il Venerdì Santo stretti sotto il legno della croce, impauriti dal realismo de “La Passione” di Mel Gibson risuonata nella chiesa muta e buia, raccolti attorno alla reliquia della Croce portata tra le vie della contrada. Lo sparo dei cacciatori – la cui fede serba gesti da tradurre – i canti dei ragazzi, il rosario degli anziani s’è intrecciato nei passi devoti vicino agli usci delle case. E la notte un gesto che ha intenerito il cuore: per tutta la notte, a turno, se ne son stati dentro al sepolcro dove giaceva Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Li sentivi svegliarsi nell’oscurità della ore notturne per dirsi: “Il Maestro ti aspetta”. E, tra il sonno cupo, avvertivi le ciabatte spostarsi, la tuta prendere il posto del pigiama e, con la delicatezza di chi non vuol svegliare tutta la casa, scendere per le scale e inginocchiarsi. Loro stanno intuendo che chi sa stare in ginocchio di fronte a Dio saprà stare in piedi davanti agli uomini!
E il sabato mattina pronti a entrare nelle case della gente. Bellissima gente quassù. Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi perché il loro vivere è rifugio di ricordi. Senza cattiveria, solo con un pizzico di riserbo! Entrano per portare un pane benedetto e una speranza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Per arrivare al Sabato Santo: il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana e trasportati in chiesa con il bigolo, strumento simbolo della vita. Il Gloria, le campane che suonano, la chiesa che si veste di luce, colore ed emozione. Per tutta la notte, fino all’alba: una chiesa troppo piccola per un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da giovani che, per una settimana, hanno parlato di Dio, con Dio, assieme a Dio.

]

Ci siamo lasciati con una promessa: saremo disposti ad abbandonare il cristianesimo se qualcuno saprà presentaci una proposta più affascinante di quella scritta con la vita dall’Uomo venuto da Nazareth.
In caso contrario, sarà il Rifugio Cima Bianca di Colere (2090 m.) in pieno agosto a sentir risuonare una voce: “O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”.
Impreziosito, magari, da una lacrima di stupore.
Perché ancora una volta sarà l’eleganza di Cristo a creare tendenza.


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domenica 23 marzo 2008 - ore 18:57


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Figurati se stanotte ha dormito...

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 23 marzo 2008

Figurati se stanotte avrà dormito! Ci scommetterei che, appena chiusi i balconi degli occhi a quei figli spauriti (e magari gettato in sogno un pensiero pure a Giuda), s’è rimessa la tunica, ha annodato i suoi lunghi capelli di nazarena e, armata del suo silenzio di donna, ha imboccato il sentiero in direzione del giardino. Nella notte strana del Sabato Santo, solo una donna è rimasta a custodia della speranza. Superba Maria! Non può scordare quel Figlio: è legge di maternità. Me la sono sognata correre ovunque stanotte: con le spalle appena incurvate dalla stanchezza, con l’argento dei capelli complici dei raggi della luna. Danzare con una luce in mano per dire di aspettare, di non cedere, di resistere: l’alba era ormai prossima! Una mamma che sfida il buio della vita per prepararsi all’incontro con il Figlio Risorto. E, passando, fa un cenno di saluto al mare che, brontolando sotto la scogliera, come un bambino sta per alzarsi. Avvia le prove degli animali della campagna che iniziano a provare l’ Exultet. Suggerisce ai fiori del giardino di indossare colorati vestiti. Il mondo ai suoi piedi sembra un’orchestra pronta per l’ouverture della vita.
E’ l’alba della domenica. Davanti al sepolcro sta un’orchestra vestita a festa. Artisti venuti da Baghdad e Mossul, da New Dehli, Mogadiscio e Beirut. Da Boston, Medellin e Buenos Aires. Da Madrid. Per tutta la notte non aveva fatto altro che bussare alle porte e raccogliere tristezze. Adesso son tutti lì. Che attendono un cenno da Lei per iniziare.


Tutti a chiedersi: “Chi è questa che sorge come l’aurora, bella come la luna, splendente come il sole, terribile come un esercito spiegato?” Con lo sguardo diretto sul sepolcro, non s’accorge che un Uomo Bellissimo le giunge da dietro. Fa segno ai musicisti di tacere. Le tocca la spalla e le dice: “Donna, perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui, è risorto!” (Lc 24,5).
Si volta: quella domenica il suo Bambino era bello come non mai.
Era vestito di risurrezione.
E’ Napoli – bollata in mondovisione come sepolcro d’immondizie – a dipingere una storia di risurrezione. Un bambino di tredici anni (avete letto bene) ha deciso di denunciare Mario Buono, killer che aveva visto premere il grilletto in una sera d’estate per ammazzare Nunzio Cangiano. Adesso – a 13 anni – vive sotto protezione giorno e notte in una località segreta. Scortato perché testimone di Risurrezione in un mondo comodamente addormentato in un sepolcro di rassegnazione!
Ti passo una notizia: “Cristo è risorto”.
E una domanda: “Perché non t’emozioni più?!”


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sabato 22 marzo 2008 - ore 09:36


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
L’unico sabato dell’anno che vorremmo accorciare

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 15 marzo 2008, pag. 6

E’ come voler chiudere un vaso che hai riempito troppo: la pressione che scalpita da sotto il coperchio t’impedisce d’avvitarlo. Giorno strano il Sabato Santo: un giorno non giorno, forse l’unico giorno pre-festivo che vorremmo più corto degli altri sabati. Fatto sta che ormai trapassiamo dal Venerdì della Morte alla Domenica della Risurrezione: quasi a non voler guardare in faccia il sabato. Sembra quasi che il tempo che abita tra il dramma della morte e la voglia di risurrezione sia una terra sulla quale gli imprenditori non bramano investire. Eppure nel Vangelo è uno dei giorni più densi: non c’è attimo che non gravi come macigno sul cuore di chi ci abita. Giorno di tristezza, di sconfitta, di delusione. Giorno d’interrogativi. Un personaggio gironzola solitario in queste ore: Giuseppe d’Arimatea, ricco notaio, che “di nascosto” (Mt 15,43) va a prendere il cadavere di Gesù per deporlo nel sepolcro. Non sembra impresa ardua immaginarlo che, asciugatosi del sudore e assicuratosi del vuoto attorno, abbia sussurrato tra se: “Finalmente è sistemato. Adesso abbiamo fatto davvero tutto”. Ha compiuto la buona azione che rasserena la notte.


Peccato che fuori dal sepolcro due donne non diano segni di rassegnazione. Maria di Magdala e l’altra Maria sembrano le uniche a reggere la pressione della storia. Stanno lì, sentinelle innamorate, quasi a voler fissare nell’anima il luogo del sepolcro, la posizione del masso, il pertugio su cui far leva per spandere di nascosto l’aroma e il profumo. Rimangono le donne: strano destino il loro. Costrette a credere nell’impossibile per quella speranza che le rende troppo simili a Dio. Scappati tutti: rimangono loro. Forse che intuiscono qualcosa? Non sarebbe la prima volta che la donna anticipa la storia con la sua sensibilità tutta femminile.
E pensare che – tra papiri e rotoli della Legge, precetti da imparare e filatteri da allacciare – pure loro avranno imparato che un romanzo si legge dall’inizio alla fine. Poi un giorno inciamparono nei passi di un Maestro strano che insegnò loro come, usando gli occhiali dell’Amore, ci siano romanzi che possono iniziare dalla fine.
Non aver fretta di fare gli auguri! Dire oggi “Buona Pasqua” è come aprire il regalo di compleanno la sera prima della ricorrenza. Dimostri di non saper gustare la vigilia nascosta negli occhi di una donzelletta che sale fiduciosa dalla campagna della morte.
Attendendo la domenica della vita.


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venerdì 21 marzo 2008 - ore 07:20


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


VILLANOVA DI FORLI’
La donna peccatrice: tra scandalo e stupore


Un viaggio intrigante tra peccato, pentimento e redenzione: un percorso che ci ha tuffati dentro il mistero della Passione - Morte - Risurrezione del’Uomo Crocifisso. Ad una chiesa riempita di volti giovani a Villanova di Forlì ha risposto una chiesa piena di commozione a Mortisa di Lugo di Vicenza. Dalle rive dell’Astico alla riviera romagnola...risuona un solo grido: "I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera sua".
Grazie ragazzi/e!

Quella che è successo nell’intimità della nostra piccola chiesa ieri sera ha tolto inspiegabilmente il respiro. Fra qualche giorno lo condivideremo assieme a voi. Per il momento siamo ancora per strada: più o meno all’altezza del Calvario.


SAPOR D’ACQUA NATIA
Buona Pasqua, Amico Giuda

di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 22 marzo 2008, pag. 2

Venerdì Santo: ore quindici. La sirena di una vecchia Cartiera Burgo spande nell’aria un suono grave che allaga il silenzio sulle prime colline dell’Altopiano. Un fischio: a ricordo di quell’ora nona tutta ebraica nella quale si “fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”. Poi l’Uomo della Croce spirò. E s’avvertì la terra sprofondare in un cupo silenzio. Rimase un Figlio morto e una Madre straziata ma composta: “Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius”. Ogni anno l’appuntamento è per le tre, sotto la Croce, per rivivere la via crucis di quel Giusto.
L’Uomo stava morendo, i discepoli erano scappati (eccetto quello preferito), Maria rimaneva legata per complicità di Madre. Mentre m’arrampicavo lungo la strada della Croce con la mia piccola comunità, nei pensieri m’è venuto a trovare Giuda, uno dei dodici “ambasciatori” del Maestro. Mi chiese un attimo d’attenzione per raccontarmi della sua via crucis. Poche tappe, ma odiose e accecanti. L’appuntamento con i soldati, il bacio sulla guancia di Cristo, la corsa al santuario, il bruciante dialogo con gli anziani, il tintinnire dei denari scaraventati sul pavimento. E poi la corda, il fico e quell’ accasciarsi solitario con le mani sulla gola: una morte atroce per strangolare il rimorso. Alla morte di Cristo s’udivano passi spediti, lampi nel cielo, urla d’amore e di follia, crepitare di tuoni, ansimare di donne, sibilo del vento sulla gobba del monte. Alla morte di Giuda non c’era nessuno. Silenzio mortale!


In un battibaleno mi son ricacciato tra le mura di quel cenacolo. Giuda era appena scappato: porte sbattute, rumore di lance, tacchi di soldati veloci. Bisbigli dietro l’uscio di casa. Li ho guardati: tutti composti, in ordine, sull’attenti… nonostante Giuda fosse uno di loro. Mi pareva d’intuire la tristezza di Cristo: s’era appena rinchiuso nei loro petti facendosi pane. Erano il rifugio del Maestro. Ce l’avevano dentro. Porca miseria: nemmeno uno che si alza, che sfonda la porta (magari alzando le braccia in segno di stizza), che lotta con le tenebre e, noncurante delle critiche, corre dietro a Giuda? Non dico tutti, ma almeno Pietro – il capociurma – che gli urlasse: “Giuda, ripensaci: il Maestro ti perdona”. Almeno Pietro: quante volte era stato perdonato pure lui…?! Invece nessuno mosse ciglio. M’intenerisce sentire che il Vangelo tace sulla Donna di Nazareth. In quel silenzio abita la mia speranza: almeno Lei, esperta restauratrice di speranze crollate, l’avrà pedinato. Pure Giuda, quando mancava il Maestro, sarà stato accarezzato da lei, avrà scaricato sogni, confidenze e attese in quella Madre giovane. Si sarà sentito amato e rispettato. Forse se si fosse voltato, ancora una volta quella tenerezza l’avrebbe distolto da quel funebre epilogo. Giovanni, anni dopo, quasi ne prova compassione ricordandosi che quella sera Satana aveva invaso il cuore di Giuda.
Scusami, Giuda, se nemmeno io ho fatto cenno di correrti dietro. Lo sguardo della gente m’ha incastrato. E ancora oggi m’incastra quando vedo i tuoi fratelli tradire, scappare e morire. Ora che sono solo, ti lascio un biglietto (ce ne sono così pochi alla tua porta stamattina…). Ti traduco, se non leggi l’italiano: “Buona Pasqua, fratello Giuda: il tuo Amico è risorto”
Tieniti pronto: avanzi ancora un bacio da Lui! Non si sa mai…


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giovedì 20 marzo 2008 - ore 09:56


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
La via crucis di Giuda e dei suoi fratelli

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, giovedì 20 marzo 2008

Tre giorni per smantellare e rialzare l’umano vagare. Stasera i Dodici si daranno appuntamento tra le mura del cenacolo. Entreranno con la tuta da lavoro, usciranno consacrati sacerdoti: i primi sacerdoti dell’umanità. I Vangeli non lo dicono, ma avverto che Maria quella sera ci stava. Magari dietro il lavabo, al di là del muro, sbirciante tra le stoviglie, nascosta dal mantello di Pietro, ma c’era. Non poteva mancare all’ordinazione sacerdotale dei suoi dodici figli! E nemmeno a quello strano testamento firmato dal Figlio: orfano di carta, penna e con nessun testimone a fargli da garante, prende un catino, un asciugatoio e cerca dell’acqua. Scrive così il suo testamento: con l’ultimo piede asciugato potrebbe addirittura finire. L’uomo scrive: “Lascio la mia casa, i miei poderi…”. Gesù, curvo a specchiarsi nella geografia delle dita, sprofonda i piedi dei suoi amici nell’acqua. Non ci son preferenze: un pezzo di testamento pure a Giuda. Medesima tenerezza per uguali diritti. Ecco perché stasera, avvolto nei miei abiti di sacerdote, nella brocca troverò acqua anche per i piedi di Ermanno Rossi, il medico abortista suicidatosi a Genova. Magari traballeranno come i piedi di Giuda perché uditori della follia di un “passo” stanco. Acqua profumata anche per i piedi di Bernardo Provenzano, il boss dei boss di Cosa Nostra. Piedi che per 43 anni non hanno lasciato traccia. E magari rabbrividiranno per l’imbarazzo. Ma non si potranno evitare: ritoccare quel testamento significherebbe rimanere analfabeti all’università dell’Eterno.



Tramonterà una notte, che nella storia diventerà l’emblema di tutte le notti buie. Poco dopo che Giuda avrà compiuto la sua via crucis, all’ombra del fuoco un gallo denuderà la fragilità del pescatore di Galilea: saranno in tanti a cercarlo per gettargli addosso una domanda: “Ma cos’è successo, Pietro?” Sarà un macello: tutto un correre, uno scappare, un nascondersi dietro qualche sguardo. Arriveranno i due figli di Zebedeo: Filippo si butterà addosso a Pietro, Taddeo con il volto rigato dalle lacrime. Sotto la Croce la storia scoppierà: la gente che l’acclamava Re rinfaccerà agli eredi la storia di Ciccio e Torre, i fratellini di Gravina, di Olindo e Rosa da Erba, di Alberto Poggi e Mario Alessi, di Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba. Dei propositi di Ahmadinejad, di Castro e di Bush. Della striscia di Gaza, dello stato d’Israele e del Kosovo indipendente. Sfoggerà i 93.000 omicidi firmati con l’aborto, i sei milioni di Auschwitz, le guerre nere, gli scandali tra i suoi eredi. E loro lo rinfacceranno al Maestro falegname: “Maestro, non t’importa che moriamo?”
Sarà l’anima tenerissima di una Mamma Coraggio, donna Maria di Nazareth, a tenere unite le fragili vite di quei figli spaventati: “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. C’assicura che anche la morte ha le ore contate: da mezzogiorno alla tre.
Ma qui, Signore, la storia fa paura! “Quanto resta della notte?” (Is 21,11)


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mercoledì 19 marzo 2008 - ore 11:21


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
Traditore perchè tradito

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 19 marzo 2008, pag. 6

Giovanni Papini fu uno dei pochi che s’arrese di fronte al “mistero” di Giuda, l’apostolo celebre più per le labbra traditrici che per i piedi lavatigli dal Maestro in quella prima cena sacerdotale. Ma se c’addentrassimo con lo stupore in mano nel Vangelo della Passione, scopriremmo che la cittadinanza tra gli amici di Gesù non gli è mai stata revocata. Certo: il giovedì lo notiamo con i piedi lavati e profumati del discepolo. Venerdì si regalerà alla storia con i piedi gonfi del suicida anticipandoli con il tintinnio di trenta denari.


Eppure Cristo, nel lasciarsi baciare da lui, lo chiama “Amico”. Non s’avverte la minima variazione di linguaggio: fino all’ultimo gli venne ri-confermata la tenerezza del suo Rabbì!
Qualcuno insinua che l’aria si alleggerì all’uscita dal cenacolo di Giuda. Come sentimmo l’aria alleggerirsi quando s’aprirono le sbarre del carcere per Olindo e Rosa Bazzi, per Alberto Stasi, Amanda Knox e Patrick Lumumba, per AnnaMaria Franzoni e Filippo Pappalardi, per il boss della mafia, il mandante della camorra e il padrino della cosca. Dalla finestra della mia anima che s’affaccia sulla Scrittura, mi è di consolazione immaginare che, all’uscita di Giuda da quel cenacolo, pure una Donna si sia alzata per seguirlo. Lei, Donna Maria di Nazareth, sapeva che Satana riesce ad irrompere quando il cuore è incustodito dall’amore.
Dal primo Giuda all’ultimo giuda: Lei s’alza e, indomita, non s’arrende!
Pur rispettando il dramma della libertà appreso da suo Figlio.


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