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sabato 7 aprile 2007 - ore 07:53


Il piano cartesiano di Dio
(categoria: " Riflessioni ")


IL CORRIERE DEL VENETO - IL PADOVA
"Mi rifiuto di dirti Buona Pasqua. Ti dico..."

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, Sabato 7 aprile 2007, pag. 5 - da Il Padova, Sabato 7 aprile 2007, pag. 6

E se anche nell’uomo vigesse il principio del piano cartesiano? A scuola te lo insegnano da bambino per individuare la posizione di un punto nello spazio. Due rette perpendicolari, un punto d’intersezione, uno spazio circoscritto. Una orizzontale, l’altra verticale. Come le due dimensioni dell’uomo: il corpo e l’anima. Intersecando il mistero dell’anima e le vibrazioni del corpo scopro la mia posizione nel creato. Utopistico! Meglio: provocatorio!
Ogni giorno la cronaca ci rammenta l’orizzonte. La7 e Giuliano Ferrara con il loro “Stato di paura”, padovarulez.com e scuolazoo.com con reportage di bravate, eccessi e pazzie, Marco (nome in codice), zaino a tracolla e occhiali da sole, che conferma: “La coca? Una figata!”, il dramma del dott. Saccaro e il suo duplice tentato omicidio, il suicidio a Torino di Matteo e l’ultima frontiera del bullismo: quella delle parole. Sono le voci, i colori, le musiche di un mondo che sempre più vorrebbe gridare: “Sentinella, quanto manca della notte?” (Is 21,11). E’ un orizzonte che ci fa tremare e innamorare, provare vertigini e angoscia, stupore e brividi.


Poi l’alba di tre giorni santi per arrampicarci nella dimensione verticale. L’acqua che rumoreggia nel catino il Giovedì Santo, il silenzio nascosto del Venerdì Santo, l’alba del Sabato Santo che anticipa la Risurrezione. Incoraggiante: la storia non è finita! Agli inizi d’aprile di due anni fa, un vecchio profeta, stretto al suo bastone, venne carezzato dalle mani di quel Dio che cantò con coraggio sulle strade del mondo. Dolorante, sfigurato, immobilizzato… Giovanni Paolo II è stato profeta incredibile e credibile di un cristianesimo dell’innamoramento, non dell’abitudine. Uomo che, ad 84 anni, ha avuto il coraggio inaudito di gridare al mondo: “Alzatevi, andiamo!”. Un sognatore che con gli occhi piantati nel presente non ha mai rimpianto il passato, ma ha gettato lo sguardo al di là della storia. Un seduttore che ha strillato ai giovani di dire al mondo che la storia di Dio non è finita. Sul loro sguardo fragile ma colorato… ha messo la nostalgia di un futuro tinto di primavera.
Lui e un altro protagonista della Pasqua:il buon ladrone. Da brigante ad ostia di santità. L’assassino, il furfante, il terrorista professionale… diventa santo. Pensa: è bastato uno sguardo celato negli occhi del Cristo per aizzare la voglia d’Eternità assopita nell’anima. E’ l’unico – come ricorda Luigi Santucci - che ancora crede di morire al fianco di un re. Non rassegnarti: basta un gesto per rovesciare la storia!
Dato che nel piano cartesiano di Dio vige il principio del rischio per accendere la fede. Ha rischiato il tutto per tutto quel brigante che ancora sognava la santità. Ha rischiato perché Dio per primo ha osato la faccia. La fede è un rischio: ma il rischio peggiore è non rischiare mai! “Alcuni vivono con una tale cautela, che muoiono quasi nuovi di zecca”(M. RICHTER). Vale la pena?
Non ti scrivo “Buona Pasqua”.
Voglio dirti il massimo. L’assurdo: “Cristo è risorto”!


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venerdì 6 aprile 2007 - ore 11:51


Un’eccezione meritata
(categoria: " Vita Quotidiana ")


VENERDI’ SANTO
"Troppa burocrazia per diventare santi.
Cristo fa da solo!"


di don Marco Pozza

Se per caso tu volessi diventare santo…oggi è dura! Guarda! Occorrono cinque anni dalla morte (perché le emozioni non giochino scherzi), tra la gente dev’essere chiara la fama di santità e l’intercessione presso il Signore. Poi si muovono i "pezzi da novanta": il vescovo, con il nulla Osta della Santa sede, istituisce un tribunale di fronte al quale sfilano i testimoni. E qui uno diventa servo/a di Dio. Se compi un miracolo, la strada è spianata. Poi tutto passa alla Congregazione delle Cause dei Santi. Il Postulatore segue il lavoro di sintesi che ne prova l’eroicità delle virtù e che sarà sottoposta al vaglio di nove teologi. Se la maggioranza di loro sarà favorevole, si passerà al vaglio di Cardinale e Vescovi. Se fila tutto liscio, il Prefetto della Congregazione espone il lavoro al Santo Padre che concede la sua approvazione. E qui uno diventa beato/a. Per la santità, aspetta! Occorre un altro miracolo avvenuto dopo la beatificazione. Solo ora diventi santo/a.
Mi è sorta una domanda: ma se ci fosse un’urgenza come la mettiamo?


Ho sfogliato il calendario zeppo di santi. Ma non c’è posto per lui. C’è un posto, c’è una festa, c’è un ricordo per tutti coloro che erano presenti quel giorno sul Calvario. Per la Madonna, naturalmente. Per Giovanni, per Maria Maddalena. C’è posto persino per gli assenti. Per il primo Papa, scappato chissà dove dopo che il canto del gallo l’ha disteso a terra. C’è posto per tutti gli altri apostoli tappati come talpe nelle tane della loro paura. Ma per lui, il Buon Ladrone, primo santo cristiano, non c’è posto nel calendario. Non viene nemmeno presentato dagli evangelisti. Così non conosciamo il nome e a nessun bambino, al momento del battesimo, può essere imposto quel nome. Oggi sarebbe la sua festa. T’immagini. Scorri sul calendario con il dito, ti fermi al Venerdì Prima di Pasqua e, sotto il numero del giorno, sta scritto: “Santo Buon Ladrone”. Proprio come Santa Rita da Cascia, San Giovanni Battista de la Salle, San Leone, San Giovanni Maria Vianney, San Giuseppe, Santa Felicita. T’immagini il disagio? Santo Buon Ladrone. Accetterebbero i “buoni parrocchiani” come modello un tipo così poco raccomandabile, entrato a far parte dei “nostri” negli ultimi cinque minuti della sua esistenza burrascosa?
Insomma, un personaggio un po’ scomodo, non troppo raccomandabile, neppure dopo la morte. Quindi: niente festa! Intendiamoci bene: non è che a lui importi granchè di questo sgarbo liturgico. Nel suo curriculum vanta pur sempre d’esser stato l’unico santo canonizzato direttamente da Cristo: “In verità ti dico: oggi sarai con me nel Paradiso”. Maria Valtorta, registrando le sue visioni, scrive: “Gesù si volge e lo guarda con profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata. Dice: Io te lo dico: oggi tu sarai con me in Paradiso”.


Immagina quel vecchio malfattore. Assuefatto ai tempi lunghi dell’attesa: cinque anni al remo, dieci anni di lavoro in miniera. Invece basta con i tempi lunghi. Gesù non si contenta di cancellare con un colpo di spugna tutte le macchie di quest’uomo brigantello. Gli preme confidargli che entrerà subito nel Paradiso. Poco prima Gesù aveva detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Costui, invece, lo si può assolvere più facilmente: sa quello che fa.
Ciò gli basta. E, probabilmente, gli avanza. Bella compagnia quella di Cristo nelle ultime ore. Lui che, nelle mille peripezie sulle strade della Galilea non s’è mai imbattuto nei briganti… in poche ore ha a che fare con tre facce di quella stirpe. Prima Barabba, il bandito che ha preso il suo posto nella libertà. E, sulla croce, con due malfattori.
Lo chiamano il “Buon Ladrone”… ma lui non ha rubato nulla. Se Gesù l’ha scaraventato nel Paradiso senza aprire il processo diocesano di beatificazione, significa che era fatto per il Paradiso. La sua nascita, la sua vita, i suoi brigantaggi dovevano portarlo là. Oltre Maria di Nazareth, più in là della Veronica, superato Simone di Cirene. Doveva essere il compagno di Cristo nel momento finale. Fianco a fianco con Cristo perchè è l’unico convinto di morire vicino ad un re. Anche se non sa leggere, quel cartello beffardo che hanno inchiodato in cima alla croce – Gesù Nazareno Re dei Giudei – è una vera insegna regale. Forse immagina questo regno come un grande giardino con torri, vini profumati e fontane. Un paradiso di scrigni, di strade dove lui volentieri dormirebbe, dorate di tiepido sole e senza inverno la notte.


Ma una domanda lo lacera: quando sarà arrivato lassù, il Re si ricorderà di lui? L’altro ladrone bestemmia come quelli sotto. E’ una bestemmia furibonda (“Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi”). Una bestemmia che fa ritrovare la violenza all’altro ladrone che, in croce, dedica al vecchio complice la sua ultima aggressione: “Neppure tu temi Dio, tu che ti trovi a subire lo stesso supplizio?”. Riconosce che quel crocifisso in mezzo a loro è Cristo. Ma non chiede il miracolo, non avverte nessun miracolo per essere salvato. E’ disinteressato questa volta. Lui, vissuto mangiando pane, cupidigia e rapina. Lui vuole solo un cantuccio nella memoria di Cristo: “ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Se avesse un tasca un ritrattino, un biglietto da visita… glielo infilerebbe tra i chiodi, come fanno le persone semplici lungo il sentiero di un viaggio.
Un gesto incredibile: in pochi minuti trasforma la sciagura di un’esistenza. Una vita intera giocata in pochi secondi. Troppo comodo? Eppure il Buon Ladrone ha riempito quel pochissimo tempo di cose grandissime. E il calendario di Dio…non concorda col nostro. Probabilmente Cristo s’è commosso: perché sulla croce ha ricevuto una splendida adorazione non dal primo Papa, non dai primi vescovi, ma da un brigante incallito. Questo ladrone è un profeta: afferma la regalità di Cristo nel momento dell’abominio, della sconfitta, della derisione dei notabili che stanno sotto la croce. Prima di giudicarlo indegno, dovremmo conoscerlo! Ha confessato le proprie colpe. Ha proclamato innocente Gesù. Ha zittito il compagno burbanzoso. Riconosce Gesù come un re (non durante un miracolo, ma nell’umiliazione e nell’abbandono). Riconosce nella morte l’ingresso per l’Eterno. Merita di accompagnare Cristo nel suo ingresso in Paradiso. Proprio lui. Il fuorilegge, l’escluso (anche dal calendario liturgico).


Un giorno una madre, discretamente ingenua come tante madri, s’avvicinò a Gesù e le formulò una richiesta azzardata: “Ordina che questi miei figli siedano uno a destra e uno a sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21).
La povera donna non sapeva che era una cosa impossibile: il posto di destra era già riservato.
Ad un brigante.


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giovedì 5 aprile 2007 - ore 09:53


Tradito - Traditore
(categoria: " Riflessioni ")


GIOVEDI’ SANTO
"Avete tradito Giuda!
Apostoli, almeno corretegli dietro!"


di don Marco Pozza

Dal mare e dagli uffici, dai salotti e dai botteghini, dalle alture e dalle pianure. Erano pescatori ed esattori, strozzini e vagabondi, pezzi di ladri e frammenti di santi. Guardali in faccia, ci sono tutti stasera. Come ai tempi d’oro per festeggiare uno zoppo che si raddrizzava, uno storpio che correva, un cieco che si commuoveva, una prostituta che si convertiva. Tutti: Simone, Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo (all’anagrafe Levi), Tommaso, Giuda Taddeo, Giacomo il Minore, Simone il Cananeo, Giuda Iscariota.
Gesù di Nazareth li aveva adocchiati, se ne era innamorato, li aveva chiamati. Loro, stupiti, piantarono tutto e gli corsero dietro. Hanno corso, sudato e tremato. Hanno avuto paura, angoscia e terrore. Si sono stupiti, innamorati e incavolati. Hanno ascoltato, capito e frainteso. Hanno avuto fretta, pazienza e irruenza. Li hanno acclamati, odiati e cercati. Hanno fatto di tutto, nessuno li ha bloccati.
Ma stasera... si sono seduti!


E pensare che Gesù di Nazareth se li era scelti anche belli, sportivi, certamente affascinanti e amabili quegli uomini. Filippo raccontano possedesse il profilo di un gaio uccello, Giovanni gli occhi lunghi e dolci di un ragazzino, Pietro la muscolatura selvaggia ma delicata del pescatore, Matteo la spigliatezza occasionale nello sguardo, Giuda la freschezza del calcolo nelle dita veloci. Non erano male: tuttavia il loro Maestro si getta ai loro piedi. Parte dai loro piedi. S’innamora dei loro piedi. Il piede non ha nulla di bello, il piede è lontano chilometri dal sorriso di chi lo possiede, guardando il piede è difficile credere che l’uomo abbia anche un’anima. Lo capisco, Pietro: lui ritira il piede – “Tu non mi laverai mai i piedi in eterno” – non per protesta, ma per rispetto. Perché i miei piedi, anche se raccontano di lunghi viaggi, di estenuanti peripezie, di qualche carezza amorosa, anche se fanno tenerezza… sono ridicoli, sono sporchi. Solo la mamma, finchè siamo aggomitolati nella nostra piccolezza alle sue mani, li ha maneggiati senza scandalizzarsi.


Mi fa impazzire d’amore questo Cristo, mi toglie il sonno, m’incanta. Mi fa piangere quando, tra le righe del vangelo, emerge la foto che lo ritrae in compagnia di Giuda. Gesù lava i suoi piedi, Giuda gli regala le sue labbra. Cristo con l’acqua risuonante dentro il catino, Giuda con i denari tintinnanti nella saccoccia. Il Maestro bacia i suoi piedi, l’alunno bacia il suo volto. Gesù di Nazareth e Giuda Iscariota:una storia d’amore che non capiremo mai. Un amore nascosto nell’odore di quei piedi: piedi gonfi nella tragedia del suicidio, epilogo di un’esistenza sbagliata, dettaglio estremo di una prova fallita. Attenzione: quei piedi sono stati lavati da Gesù. Lavati con la stessa premura e delicatezza usata per Pietro, Giacomo, Giovanni. Lavati e asciugati con il medesimo trasporto d’amore. Non c’era ombra di differenza con tutti gli altri piedi… Cristo gli ha lavato i piedi perché sapeva che Giuda avrebbe vissuto anche lui la sua passione. Anche quella di Giuda è una via crucis: poche tappe, ma odiose e allucinanti. L’appuntamento con i soldati che l’attendono, il bacio sulla guancia di Cristo, la corsa al santuario, il bruciante dialogo con gli anziani, il tintinnire dei trenta denari scagliati sul pavimento. E poi la corda, il fico e quel stramazzare solitario con le mani sulla gola, quella morte atroce per soffocare il rimorso. In confronto la croce di Gesù, con tutta quella gente che viene e che va, quella luce di giorno, quell’aurora che già precede il sabato, quel maledire – benedire – piangere è una sagra di colori, di vita. Quella di Cristo non è la morte: Cristo, infatti, sarebbe risorto. Solo quella di Giuda è la morte.


Giovanni, l’evangelista, riferisce un passaggio agghiacciante: “Satana entrò in Giuda”. Entrò perché Giuda era dis-abitato. Se il suo cuore fosse stato coccolato dall’amore degli altri undici, cos’avrebbe potuto fare il Demonio? Nulla…perché il male divampa solo quando l’amore scappa. E, allora, perché i discepoli non si sono spinti a rincorrere Giuda? Porca miseria: Cristo era dentro di loro, s’era già nascosto in quelle briciole di pane, i loro petti erano diventati il nascondiglio di Cristo. Cristo era sceso in gola! Non si muovono, fra poco prenderanno sonno. Cristo, probabilmente, se lo aspettava da loro questo gesto pazzo. L’aveva appena detto: “Come ho fatto io così fate anche voi”. E invece tutti bloccati, nonostante fossero amici di Giuda. Tranquillamente al loro posto: dentro, al caldo, con molto cibo, con tanto vino, sdraiati sul triclinio ad ascoltare la parola di Gesù. Bello posare la testa sul petto di Gesù, ma Giuda chi lo accudisce? Pieni di cibo, pieni di consolazioni… chi sa leggere la sofferenza di Giuda? Povero Cristo: sperava proprio che quel suo Corpo servisse a compiere un gesto pazzo. Su Undici, almeno uno che, abbandonando il tepore di quella sala santificata, spalancasse la porta, si tuffasse nelle tenebre, corresse da Giuda, gli tirasse la veste e, ansimante, gli urlasse: “Amico ritorna, il Maestro ti aspetta. Mi manda a chiederti scusa per le sofferenze che stai provando. Ti ricorda che ti vuole bene e ti affida di nuova la sua chiesa nascente”. Bastava per un attimo svegliarsi, sbattersi fuori dal cenacolo, per la strada alla caccia di Giuda. Bastava si alzasse uno – magari Giovanni, il più giovane di tutti (se non era capace almeno lui, cosa ci stava a fare sul petto di Gesù:::?) e Cristo avrebbe lanciato tutta la pattuglia. T’immagini: in molti sulla strada alla caccia di Giuda. Dodici contro uno: una vittoria facile. L’amore di Dodici contro l’astio di uno? Dodici abbracci contro un bacio. Giuda sarebbe caduto in quella rete d’amore, avrebbe smarrito il gelo dell’odio, avrebbe vinto la paura, la vergogna.
E se proprio non fossero riusciti a sciogliere il cuore di Giuda, la pattuglia sarebbe proceduta. Sapeva dove andare: alla case del sommo sacerdote. E bussare perché dentro le fiaccole attendevano l’arrivo di Giuda. E così, precedendo Giuda, sarebbero stati gli apostoli a consegnare Gesù. Ma l’indomani si sarebbero fatti crocifiggere con Lui. T’immagini: dodici croci sul Calvario!
Giuda in croce con gli amici: altro che solo su una corda appesa ad un fico…!


Sinceramente ho paura. Perché ci ho pensato: ma non ho trovato differenze tra me e Giuda. Giuda è stato uomo come io sono uomo. Non peggiore, non più peccatore di me. Il suo gesto – come i miei - nascondono l’ingordigia e la confusione, riflettono la colpa di un poveraccio, di un piccolo ambizioso, di un sognatore megalomane. Anche lui come me, ma come Satana, come gli apostoli, come Maria stessa non ha capito chi era Cristo, non avrebbe mai pensato – come io non penso - che quel tradimento sarebbe costato la morte a quel Maestro.
Cristo lo chiama: “Amico”. Noi lo chiamiamo: “Traditore”. E, volentieri, ci aggiungeremmo anche “bastardo”.
Ma noi abbiamo provato a rincorrere Giuda?
O ci siamo accontentati di aver il nostro posticino caldo vicino a Gesù?


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lunedì 2 aprile 2007 - ore 17:34


Giovanni Paolo II
(categoria: " Pensieri ")


L’ECO DI QUEI GIORNI
"Atleta di Dio, prega per noi! "

di don Marco Pozza

“Voglio andare da tutti, da tutti coloro che pregano, dove essi pregano, dal beduino nella steppa, dalla carmelitana o dal monaco cistercense nei loro conventi, dal malato al suo letto di sofferenza, dall’uomo attivo nel pieno della sua vita, dagli oppressi, dagli umiliati… dappertutto… vorrei oltrepassare la soglia di tutte le case”(Giovanni Paolo II).


Homo Viator, Giovanni Paolo II. Nel cuore custodisce l’ansia di portare ovunque il suo grido di salvezza. Da Roma punta in tutte le direzioni della Terra: dalle basiliche romane agli ippodromi e agli stadi di tutto il mondo.E’ un papa indefesso, instancabile. Deve andare in giro per il mondo perché deve salvare il mondo. Lo fa in nome di Dio. Ma è lui il generale di Dio che conduce la crociata contro il male che divora il mondo e contro le tentazioni che insidiano la Chiesa. Fosse vissuto nel Medioevo, avrebbe preso per motto “Proeliare proelia Domini” (“Combattere le battaglie del Signore”), che era il vessillo di san Giovanni da Capestrano contro i turchi. Gira il mondo e dice di voler difendere i “diritti di Dio”, resuscitando una formula della vecchia apologetica cattolica e delle battaglie clericali dell’Ottocento e del Novecento. In ogni suo viaggio, Wojtyla incontra i giovani, vuole incontrarli in massa, negli stadi, nei palazzi dello sport, nelle grandi piazze. Anche le celebrazioni liturgiche si trasformano spesso in una gran festa giovanile, in uno spettacolo di suoni e colori. A Caracas, un giovane sale di corsa sul palco dove il papa ha appena finito di parlare. Gli afferra la mano, l’alza in alto e lo proclama “Campeon del mundo” in un uragano d’urla. A Parigi, al Parco dei Principi, nel vecchio velodromo che ha visto i trionfi dei vincitori dei Giri di Francia, un altro giovane lo proclama “Atleta di Dio”. Le piazze, gli stadi, gli ippodromi, sono le nuove cattedrali del pontefice che parla al mondo, i nuovi luoghi dell’evangelizzazione dell’umanità intera. Le vecchie cattedrali spesso servono solo per raccogliervi gli ammalati o i vecchi, che il papa incontra e benedice (cfr Sandro Pozza, Giovanni Paolo II: interpretazioni di un pontificato, 2005)
Wojtyla, il Papa innamorato!


Da Lassù, in quelle distese d’eterno e di poesia che quaggiù con umane parole hai cantato...custodisci i volti dei tuoi giovani che urlano:"Santo Subito!"


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domenica 1 aprile 2007 - ore 11:16



(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"Quella trasgressione a tutti i costi che nasconde l’angoscia di crescere"

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, domenica 1 aprile 2007, pag. 3

Assassini o carnefici? All’uscita del casello di Padova Ovest campeggia una scritta: “Meglio perdere un secondo nella vita che la vita in un secondo”. Una pubblicità-sintesi da Nobel per rinunciare ad altre pagine di cronaca nera. Sono le cosiddette “stragi del sabato sera”, anche se ormai possiamo parlare di stragi continue. Sfrecciavano a 240 all’ora e ostentavano in Rete le loro “imprese”. Ridevano, parlavano delle loro bravate e s’ingegnavano inversioni a “U” in tangenziale. Se poi s’ammazzano, la colpa è del manto stradale. Parafrasando Beppe Grillo verrebbe da dire: “strada assassina o automobilista pirla?” Qualcuno parla di “aria del fine settimana” che presagisce il divertimento e il relax. Ma, purtroppo per troppi, quest’aria preannuncia burrasche di dolore e di morte.
“Trasgredire”: sembra essere il comandamento primo del popolo della notte. Salvo poi riflettere: “Molti comportamenti a rischio dei ragazzi italiani nascondono una forte distruttività che segnala una sofferenza mentale che non sempre viene colta”. (E. Caffo). Demenziale: è celata una voglia folle di farsi del male fino ad uccidersi. Agganciati all’acceleratore fino a rischiare la propria vita. Ma perché? Secondo i sondaggi la mia è una gioventù piena di emozioni, pudori, sentimenti, valori e ideali: gioventù ricca ma che non trova il coraggio di condividerli assieme. Siamo la gioventù capace di volontariato e di sfida alla morte: tra questi due estremi abita il dramma di non capire granchè del nostro futuro, il desiderio di sbalordire per strozzare la noia del quotidiano, l’ angoscia di crescere e la voglia di stordire a tutti i costi. Guardinghi del futuro, ci tuffiamo nel presente per opporci tante volte all’abitudine del vivere. Ma scendendo nel nostro profondo… ci vediamo più delusi che ribelli. Salvo poi scoprire che dietro questo gesti di apparente ed eroico coraggio ci sta un urlo disperato di insicurezza, un eco di solitudine da intercettare con urgenza. Come fare? Nessuno può brevettare la ricetta magica: in questa terra siamo tutti apprendisti aspiranti al dottorato. Ma cercare di innestare un senso all’esistenza di ognuno di noi potrebbe essere un sentiero accessibile.
Si sballa, si organizzano gare folli sulle strade, si gettano sassi dai cavalcavia, s’architettano giochi pericolosi…ma quale progetto ci sta sotto? Tolleranza zero perché non s’avverte progettualità, nemmeno errata. C’è il rischio per il rischio, la trasgressione fine a se stessa. Ma ne vale la pena, ragazzi? Annullare nel divertimento la noia e l’apatia è attraente, ma vivere non conosce paragoni. Tutti insegnano ad essere vincenti: qualcuno può iniziare a spiegare come affrontare le sconfitte? Spetta solo alle pubblicità progresso? Penso che poche volte la vita chieda la brillantezza di un centometrista: il più dei giorni s’inventa con la pazienza, la durata e la fatica del maratoneta.
Rimane l’invito di Isoradio: “meglio arrivare tardi in terra che in anticipo in cielo”!
Che da prete, seppur uomo di cielo, sottoscrivo!

don Marco Pozza



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venerdì 30 marzo 2007 - ore 00:29


Stragi del sabato sera
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Montagna assassina o alpinista pirla?"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 30 marzo 2007, pag. 6

All’uscita del casello di Padova Ovest campeggia una scritta: “Meglio perdere un secondo nella vita che la vita in un secondo”. Un invito ad “alleggerire” il piede sull’acceleratore per evitare di scrivere altre pagine di cronaca nera. Sono le cosiddette “stragi del sabato sera”, anche se ormai possiamo parlare di stragi continue. E’ l’aria del fine settimana che presagisce il divertimento e il relax ma che, purtroppo per qualcuno, è preavviso di dolore e di morte.


“Trasgredire”: sembra essere il comandamento primo del popolo della notte. Salvo poi imbattersi nella constatazione di E. Caffo: “Molti comportamenti a rischio dei ragazzi italiani nascondono una forte distruttività che segnala una sofferenza mentale che non sempre viene colta”. Ovvero: è nascosta una voglia disperata di farsi del male fino ad uccidersi. Scaricarsi sull’acceleratore fino a rischiare la propria vita: ma perché? Perché secondo i sondaggi la mia è una gioventù piena di emozioni, pudori, sentimenti, valori e ideali ma che non trova il coraggio di condividerli assieme. Siamo la gioventù capace di volontariato e di corse da brivido: tra questi due estremi abita il dramma di non capire granchè del nostro futuro, il desiderio di sbalordire per strozzare la noia del quotidiano, l’ angoscia di crescere e la voglia di sbalordire a tutti i costi. Diffidenti del futuro, ci tuffiamo con dramma nel presente per opporci tante volte all’abitudine del vivere. Ma scendendo nel nostro profondo… respiriamo più la delusione che la ribellione.
Tutti ci insegnano ad essere vincenti: qualcuno può spiegarci come si affrontano le sconfitte? Spetta solo alle pubblicità progresso? Risulta che poche volte la vita chieda la brillantezza di un centometrista: il più dei giorni si costruisce con la pazienza, la durata e la fatica del maratoneta. Oggi ai week end di morte ci siamo ormai abituati, non fanno più notizia. Salvo poi piangere l’amico del cuore che sognava di volare sui cordoli delle strade ma s’è imbattuto nella morte. Direbbe Beppe Grillo: “montagna assassina o alpinista pirla?”
Come fare? Nessuno può brevettare la ricetta magica: in questa terra siamo tutti apprendisti aspiranti al dottorato. Ma cercare di innestare un senso all’esistenza di ognuno di noi potrebbe essere un percorso praticabile.
Rimane l’invito di Isoradio: meglio arrivare tardi in terra che in anticipo in cielo!

don Marco Pozza


LABORATORIO CREATIVO

La scommessa della fede nel mondo dei giovani
"Portatemi Dio sul banco degli imputati! (V. Rossi)


"FOCUS" - Rete Veneta
venerdì 30 marzo 2007 ore 21.00 - 22.40



"Focus" - Il Veneto, la politica, l’economia, la società. Focus, il talk show che racconta storie, protagonisti, avvenimenti del Veneto. Confronti sui principali avvenimenti della nostra regione con i principali protagonisti della nostra regione.
Focus, il Veneto sotto la lente.
Venerdì prossimo in prima serata (21.05), provocati da una canzone di Vasco Rossi, dieci ragazzi di Sacra Famiglia in Padova, il loro prete e due ospiti rifletteranno sulla scommessa della fede nel mondo dei giovani.
Conduce Domenico Basso, direttore di Rete Veneta.


"Le stragi del sabato sera"

"Italia sul Due Giovani" - RaiDue
sabato 31 marzo 2007 ore 14.00 - 16.15




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lunedì 26 marzo 2007 - ore 15:55


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(categoria: " Pensieri ")


SETTIMANE DI FRATERNITA’ 2007
"Ci ho guadagnato il sorriso dei miei ragazzi"

di don Marco Pozza

E io vado avanti così, con una fede forte della sua debolezza, aggrappato al mantello di un Dio meraviglioso che mi ama immensamente. E questo mi fa sorridere, mi fa sentire importante, mi rende amato. E non posso fare altro!
E’ una sicurezza fantastica!
Vi voglio bene, ragazzi!


Il pensiero di Marta
"Per evitare di ripetermi, ti scrivo solo quello che ho scritto sul mio blog...sono sicura che tra le righe riuscirai a leggerci un "grazie don" non solo perchè mi hai dato l’opportunità di partecipare a due settimane stupende, ma soprattutto perchè mi hai dato l’energia giusta per innamorarmi di Dio...e questa è una cosa grande! Ora ho finalmente capito cosa intendevi per "sorriso"...quello che credevo di avere, quello che ho raggiunto! Grazie!


Scrivo di getto.
Scrivo prima di disfare la valigia, prima di sistemare i libri, prima di riassaporare il sapore di casa mia.
Scrivo prima di accorgermi davvero di dove sono, prima di sentire il rumore della tv e il miagolio del gatto. Scrivo prima di mettermi sotto le coperte e non sotto un sacco a pelo, prima di dormire senza fare una splendida condivisione, prima di mettermi il pigiama in solitudine. Scrivo di getto perchè so che saranno solo cose vere, quelle che si dicono di getto...
Scrivo senza pensare a niente di quello che c’è fuori, penso solo a quello che c’è stato dentro. Penso alle note di Andrea e alla voce di Carlo, penso alle puzzette di Luca e alle battute di Checco, penso ai canti con la mia gemellina Gre, penso alla Silvia che ci porta la colazione senza che nessuno gliel’abbia chiesto, penso alla Eu che ci viene a trovare ogni secondo libero, penso a Riki che fracassa la chitarra e alla Bibi che sorride, alla Chiara che ci porta Pioggia, a Chicco che fa un regalo a ognuno, penso a chi non ha mai smesso di sorridere, penso a chi non ha mai smesso di pregare, penso al sorriso sereno della Carol, a chi mi ha fatto i capelli con amore e dedizione, alla passione di tutti quelli che ci hanno creduto veramente, da "quel prete palloso che ci dava da fare" ai fantastici cuochi che si sono dati da fare!
Forse dovrei ringraziare, ma come faccio?
Scrivo di getto, vorrei dirvi che vi adoro, vorrei dirvi che anche se piango per qualcuno sono felice davvero, vorrei dirvi che non sarete mai soli perchè ci sarà sempre un Dio che vi ama del tutto, vorrei dirvi che questi occhi assonnati brillano sotto il velo di stanchezza che li copre, vorrei dirvi "Occupiamo il patronato??", vorrei cantare a squarciagola e svegliarmi con una carezza...
Per tutto quello che è andato storto, per tutto quello che non è proprio andato, per chi non c’era con la testa e per chi l’ha proprio persa... E per chi ha pianto, e per chi ha riso, per quelle preghiere da brivido, perchè tutti possano un giorno assaggiare quel "gelato all’arancia" che ha fatto impazzire il mio cuore, per chi si sente solo e per chi si sente stanco... Non smettiamo adesso!
Sono state due settimane pazzesche, piene e faticose, dieci chili in più e dieci giorni di sonno in meno, ma cosa importa? Torneremo a mangiare un pollo a testa e torneremo a tuffarci urlando Magnificat!
Lo scrivo di getto, ora prima di tornare ad essere intossicata della routine della famiglia: Siamo Grandi! Grazie di cuore!

E buonanotte...un abbraccio!


Il messaggio di Pippo
"Se con una mascella di un asino ha ucciso 3000 filistei, con un asino intero può cambiare il mondo... Ma che cosa potrà fare con un gruppo di asini-’issimi?"


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venerdì 23 marzo 2007 - ore 10:18


Il tocco del Maestro
(categoria: " Riflessioni ")


V^ SETTIMANA DI QUARESIMA
"Lapidiamo la zoccola!"

di don Marco Pozza

“Non stia a perdere tempo con me. Sono una poco di buono, faccio schifo a tutti, e faccio schifo anche a me”. Era una giovane arrabbiata. Incrociò il parroco che l’aveva invitata a frequentare il gruppo giovani e con astio e amarezza snocciolò tutte le cose che non le piacevano di se stessa: “Sono piatta e insignificante, ho un carattere insopportabile, ci provo con tutti ma nessuno mi vuole, sono invidiosa delle mie amiche e in famiglia do sui nervi a tutti. Che ci sto a fare in questo mondo?”. Il parroco la guardò e, dopo un momento di silenzio, le disse: “Lo sai che hai due stupendi occhi verdi?”.
La ragazza ammutolì. Il primo passo era fatto.


Ormai sono ai ferri corti con Gesù: non ne possono più di quel rompi. Ai ferri corti perché non parlava come loro. Non pensava come loro. Non aveva studiato da loro. Non aveva la loro autorizzazione. Ai ferri corti perché aveva sconvolto ogni cosa. E oggi deve arrivare una lezione pesante. Gesù insegna nell’area del tempio. Il cerchio si apre per lasciar passare una donna spintonata da una muta scatenata di scribi e di farisei. Nemmeno la toccano: è sporca. Per loro è porca: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante delitto di adulterio…”. Sorpresa! Significa che l’hanno spiata, l’hanno appostata pazientemente e l’hanno colta sul fatto. Senti nelle loro parole la soddisfazione animalesca del segugio che ha braccato e addentato la preda? Lapidazione secondo Mosè! Perfetto: perché se metti una legge accanto ad un preciso peccato la conclusione è matematica. Ma le cose cambiano quando alla legge accosti una persona, non un peccato. Ma questa sostituzione gli uomini non l’accettano: troppo casino, troppi grattacapi e poi… quelle pietre sentono la voglia di scaricarsi su qualcuno. Guarda la malizia perfida dell’uomo: “Signore, che ne dici?”. Se invoca la condanna non è più misericordioso: se l’assolve calpesta la Legge. Risposta di Gesù? “Chinatosi, scriveva a terra con il dito”. Sulla terra! Dirompente Cristo! La misericordia, l’amore non si scrive sulla pietra, non si fissa sulla carta. La vita nasce dalla terra, perché solo la terra si lascia modellare. L’amore crea. Ri-crea. Pare di vederlo questo Genio tutt’intento a plasmare, come il primo giorno della creazione, questa donna mettendo la sua immagine come protezione a quella grandinata di sassi che sta piovendo. E poi, meraviglioso, t’immagini il tremolio di quegli uomini per la paura di vedere improvvisamente tracciato, fra quei ghirigori, un nome, un luogo, una giornata anche troppo noti alla loro memoria. Perché scrive per terra? Mi piace pensare che non volesse incrociare lo sguardo degli accusatori. Perché gli occhi di chi condanna un fratello disegnano uno spettacolo così ripugnante che neppure Cristo riesce a digerire.



Ma loro insistono, perché l’uomo, persa la ragione, risveglia l’animale nascosto dentro di se. Vogliono la sentenza!Vogliono la morte! Lui resta avvolto nel suo silenzio. E da quel silenzio, come una frusta, esce la sentenza: “Avanti, condannatela pure…Chi di voi è senza peccato, getti la prima pietra”. Come dire: io non riesco a condannarla, aiutatemi! E scrive per terra. Immagina l’eco di quelle parole: come se fosse stata sollevata all’improvviso la pietra di una fogna. Risultato? Ognuno costretto a fare i conti con quell’odore, con i suoi peccati, anche quelli più accuratamente nascosti. Lui non li guarda in faccia, non cede! Scrive. Testardo l’Uomo quando è in gioco la custodia di un debole. E quelli? “Si ritirarono uno ad uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi”. Mi piace quel “cominciando dagli anziani”. Forse che hanno più peccati? Forse che hanno mandato i più giovani allo sbaraglio? Forse sanno per esperienza, come vanno a finire questi scontri con Cristo. Meglio battere in ritirata che perdere la faccia, prima che succeda l’irreparabile. Tu pensa! Se a Gesù fosse saltato per la testa di urlare (e Lui ne era capacissimo): “Ehi, tu che sei rimasto la’ in fondo. Ma se proprio l’altro giorno, all’ora tale, sul luogo tale hai fatto… hai detto… hai pensato… hai macchinato”.


Paura boia! Eppure non basta per mandare in crisi il mestiere più idiota del mondo: che non è quello della donna di battere, ma quello dell’uomo di condannare. Cosa dici? Non pensi ci voglia una buona dose di coraggio a darsi la patente di perfezione, a sistemarsi in testa l’aureola di santità? Guarda che forse siamo solo meno primitivi: pietre sostituite col fango. Evidentemente i miei peccati sono spaventosi, tremo di rimanere da solo con loro, cerco la compagnia dei peccati altrui! Mi scopro artista nello spartire le colpe: questo a te, quest’altro a lui… E a me non rimane che una briciola di colpa tra le mani. Scusati perché non teniamo pietre, ma fango: dopo tutto il fango non fa male. Sporca, ma non ferisce. Le pietre fanno male. Il fango, invece, non fa male. Ma il fango sporca, lo sai? E ti scopri pazzo, ti scopri malato di amnesia irreparabile perché dimentichi che tu sei peccato. Taci che sei una zoccola. Muto, che sei ladro. Vergognati, assassino. Scappa, cornuto bastardo! Siamo pazzi? Tu sai che queste intercettazioni Dio lo conserva geloso? E un giorno quel nastro ce lo farà ascoltare. E ci scopriremo pieni di fango. Guarda quegli uomini: sono sbarcati con il patentino di “giusti”, partono con una patentino di peccatori
Sanno che quell’Uomo non scherza…! Se ne vanno, e il tribunale si spopola! Cosa rimane davanti al tempio? Rimane “Gesù solo con la donna, che era rimasta in mezzo”. Gesù smette di scrivere e si alza. Si alza: ora la storia non si scrive più per terra, sulla sabbia, ma in piedi, con solennità. Si scrive nel cuore. Perciò si alza e le dice: “Donna, dove sono?” Tu immagini i sentimenti di quella donna: finalmente un uomo che non le chiede i genitali, che non supplica prestazioni sessuali, che non le ruba la dignità. Finalmente un Uomo che la guarda senza desiderio, senza condanna. Ma adesso viene il bello! Lui, Innocente, potrebbe scagliare la pietra. Invece, strapazza l’anima di quella donna e le scrive sul volto una dichiarazione d’amore: “Donna, neanche io ti condanno! Va’ e non peccare più”. Tu immagina l’incrocio di questi due sguardi: la miseria della donna che abbraccia la misericordia di Dio. La miseria che s’aggrappa alla misericordia. La peccatrice e Cristo. Basta, non c’è più bisogno di peccati! Il cuore è pieno: è seguita, spalleggiata, abitata dal ricordo di uno sguardo seducente.


Il Curato d’Ars a scuola era un vero disastro. Quand’era seminarista s’imbattè in un professore molto severo. L’esame fu un fallimento. Alla fine il professore gli disse: “Caro Vianney, lei è un perfetto ignorante, che vuole che ne facciamo di un asino?”. Al che il Curato d’Ars rispose: “Se Sansone, nella Bibbia, è riuscito ad abbattere 3000 filistei con una mascella d’asino, che cosa non potrà fare il Signore con un asino completo?”.

Buona settimana
don Marco Pozza


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venerdì 23 marzo 2007 - ore 07:34


Parigi, estate 1997
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Sfighe o sfide?"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 23 marzo 2007, pag. 6

Se li guardi vedi che hanno tutti una ciocca di capelli e una treccia legata che scende fino alla guancia. Ce l’hanno tutti. Perché? Guardali. Tutti lo stesso andazzo: scarpe slacciate, mutandoni in evidenza, jeans a vita bassa. Se uno bestemmia, tutti a seguirlo. Uno disegna un rutto, inizia un concerto di miseria. Tutti! Perché? La polizia costiera scheda dei ragazzi del Fermi di Padova: nascondono hashish e marijuana, bevono parecchio al pub. Sembra normale: i maschi si “alcolizzano” per tirarsi su, le ragazze s’imbirrano per non sfigurare. Studio Aperto rassicura che siamo in piena era Scamarcio. Lui che al cinema interpreta Step, ribelle dal cuore tenero, ora lancia un nuovo linguaggio: lo slang della generazione Scamarcio. “Paccare, ti ribalto, ho fatto pippa”. Guardali in tv: hanno uno sguardo stanco, fanno l’occhio come il pesce che pipa. Tristi perché a tre metri sopra il cielo sono in troppi, per cui già si parla di abitare quattro metri sopra il cielo.


E così finisci per essere uno dei tanti budini molli, uno che nel sangue ha la grinta di un pesce bollito. Perdi la fantasia. Cioè la capacità di creare, il brivido di scoprire, l’astuzia di immaginare, il coraggio della novità. Perché fantasia è potere, genio, sregolatezza. Essere vivi e sentirsi vibrare, disegnare e colorare, comporre musica e scrivere poesie, baciare – innamorarsi – piangere. E’ il grado massimo della personalità: la possibilità d’architettare la tua vita!
Parigi, 23 agosto ’97: un milione di persone, per lo più giovani, hanno pregato con Giovanni Paolo II. Per molti è stata una sorpresa, per tanti un miracolo. Il miracolo della vittoria di Cristo sull’incredulità degli organizzatori. Si prevedevano 70.000 giovani: si sono presentati in 700.000. Perché questo errore? Perché la gente, dopo millenni di speranza, è ancora convinta che ai giovani interessino più i rave-party, vallettopoli, gli assalti alla polizia, le manifestazioni in piazza più che l’incontro con Cristo. E’ la dimostrazione che gli “specialisti” dei giovani non li conoscono al pari di Dio. La società ignora, ma Lui intuisce che le sfighe dei giovani d’oggi sono i genitori che si separano, l’amico che muore, la fidanzata rubata dall’amico, la paura di sbagliare, essere grassi – magri – abulimici - anoressici, diventare rossi e vergognarsi. Lui sa che la sfiga delle sfighe è la “vasca” perché non si sa cosa fare!
Inventarsi sfighe o sfide? All’uomo la libera scelta…


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giovedì 22 marzo 2007 - ore 07:37


Caro direttore...
(categoria: " Riflessioni ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"La tenerezza di una donna, la delicatezza di un uomo. Resurrezione!"

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, giovedì 22 marzo 2007, pag. 21

“L’uomo è capace dei più orrendi delitti, ma anche delle più grandi risurrezioni”. Parola di Alfredo Bonazzi, ex assassino accusato di: 128 rapine, (dei furti perso il conto), conflitto a fuoco con i Carabinieri, omicidio a scopo di rapina, porto abusivo d’armi, detenzione abusiva d’armi, diffida, recidivo infraquinquennale. 28 anni e 6 mesi di carcere come condanna per l’omicidio di Viale Zara a Milano il 3 aprile 1960.
Parole rafforzate dalla voce sommessa, dignitosa e semplice di Marisa Grasso, moglie di Filippo Raciti ammazzato a Catania il 2 febbraio scorso. Non prova vendetta per gli assassini del marito ma compassione per quei ragazzi incapaci di vivere. E’ la storia di due persone che, su fronti opposti, battono la strada del perdono: chi perchè perdonato, chi aprendo la strada al perdono.



La storia di due incontri costruiti “con” e “per” i ragazzi della parrocchia di Sacra Famiglia intenti a mostrare loro come all’uomo tante volte ben s’addica l’espressione latina “homo homini lupus” ma che, ritrovata la dignità, può trasformare quest’espressione nell’altra: “homo homini Deus”. Una donna capace di perdono: mi son sentito morire. Io prete, che il più delle volte non arrivo al perdono, che m’arresto al fascino delle sue storie che leggo e divoro, che mi tormentano e mi strapazzano. Io, prete, non approdo al perdono, ma mi stupiscono e fanno rabbrividire i gesti di perdono: una madre che cancella un torto con una carezza, un vecchio papa che s’inginocchia e chiede scusa, una lacrima che riaccende un legame, un sorriso che spezza la vendetta. Scrutavo questi due testimoni di umanità e pensavo alla deficenza di coloro che a Monselice (tanto perché gli imbecilli sono sempre al di là del Po) dal megafono hanno urlato al giovane disabile poi colpito: “Il Signore ti ha castigato, noi ti castigheremo ancora di più!”. E ancora: “Ti spacchiamo di nuovo la schiena!”. Ma come si permettono questi finti tifosi di mettere in campo Dio? Cosa ne sanno dei drammi della vita umana, della sofferenza, del dolore? Perché indirizzare a un disabile parole come “castigo”: chi può averlo insegnato? Mi specchiavo negli occhi di Alfredo e pensavo a coloro che si fanno tatuare sulle braccia l’acronimo Acab (“All cops are bastard”), coloro che hanno un solo nemico: le divise. Coloro che durante i festeggiamenti per il trionfo mondiale in molte città (Prato della Valle docet) hanno attaccato i carabinieri e le forze di Polizia. E pensare che avevamo vinto! Pensavo a tutti coloro che non s’accorgono che sotto una divisa… ci sono storie di ragazzi, di uomini, di padri. Di sognatori.



Sovrapponendo la tenerezza di Marisa alla poesia di Alfredo ho fiutato un’intuizione: possiamo sapere dove abbiamo incontrato Cristo. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire.
Invitati per parlare di perdono. Invitati per chieder loro scusa. Scusa perché anch’io, come qualche vecchio parroco, pensavo che per entrare in chiesa bastassero le spalle coperte e non sputare per terra. Pensavo che per essere cristiani bastassero le “ore libere”, qualche rosario, un po’ di giaculatorie, due pratiche di pietà e un segno della croce. Pensavo… Poi è come se loro m’avessero urlato: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande” (Lc 6,32)
Non me ne vergogno: li ho chiamati…per imparare a vivere.


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