Una terra “incontaminata”
Mortisa: terra di castagne e di vino buono, di antiche tradizioni e millenarie confidenze tramandate nei secoli. Terra di semplici costumi, di gelose appartenenze, di emigranti, partigiani e soldati. Un lembo di terra, un pugno di gente, un campanile e una piccola chiesa sempre vestita a festa.
E poi il tempo! Tic – tac che risuonano al crescer dei rami, minuti regolati dall’ululato del cane, giorni scanditi da pascoli, mungiture e silenzi. Annate: somma di primavere, estati, autunni e inverni.
Naturali. Corporei. Mentali.

Mistero della vitaQuassù – a metà strada tra l’Astico e il Monte Corno – s’è consumato un viaggio. Il viaggio di
21 ragazzi/e e un giovane sacerdote, don Marco Pozza, che, conquistati da Dio, si son dati appuntamento per celebrare assieme la Settimana Santa. S’avvertiva nell’aria un’esigenza: “fame di Dio”. Per me prete, l’occasione ghiotta per spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia. Nulla di speciale, se non la voglia d’emozionare e di lasciarsi emozionare nella giovinezza. Giovani protagonisti di un percorso di fede, di spiritualità, di semplice e quotidiana esperienza di Dio. Eppure il mondo sembra non conoscerli questi giovani. Ma sono i suoi giovani. E se sei prete onesto, t’accorgi, puntando il volto della tua Chiesa, che mancano troppi volti. I volti figli della notte perché
“di notte le ragazze sembrano tutte belle” (Jovanotti). Occhi che sfidano al ritmo di musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi tremano. Sguardi che ti spingono nella strada per indagare i loro luoghi, per assistere alle loro liturgie, per abitare le loro “cattedrali” per farli sentire importanti. Strano osservare come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, oltre sms, mail, emoticon e blog, dietro Msn, iPod e indagini Istat - la vita, che dovrebbe essere tutto un party, sia scortata dalla paura di non farcela! Sulle strade delle nostre città, dipinte di Ralph Laurent, Gucci e Prada, di Woolrich, Museum e All Star di Aperol, Campari e Tequila.. ci son ragazzi che lottano alla ricerca di un Volto nuovo. Osservano: ma se non trovano, se ne vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo aggiunta.
La nostalgia di Cristo! Cioè la voglia di voler imbattersi almeno una volta in vita con quest’Uomo che ha fatto dell’uomo il suo investimento più azzardato.
Per me era un sogno che annaffiavo sin dall’alba del mio giovane sacerdozio: radunare un gruppo di ragazzi per rivivere le ultime giornate del mio Maestro,
Gesù di Nazareth. Non voleva essere un copione, bensì un memoriale. Uno scendere alle radici della nostra storia di uomini e di credenti per riscoprire la Verità della nostra fede. Riscoprire le radici in una terra che le radici le custodisce con devota e religiosa osservanza.
La sfida era raccogliere dodici ragazzi/e: il numero per antonomasia della comunità radunatasi attorno a Gesù. Ci siamo trovati più di venti in una piccola canonica trasformata in una “casa-famiglia”.
Tra tovaglie e stoviglie, ufficio parrocchiale trasformato in aula studio e camere da letto troppo piccole per tanti “figli”, tra fornelli e turni di lavaggio… la presenza più bella e disarmante:
la Parola di Dio e l’Eucaristia.



Mistero della quotidianitàLi vedevi partire - Francesca, Federica, Elisabetta, Emanuela, Alice, Sofia, Vanessa, Elena, Giulia, Marta, Silvia, Enrico, Giovanni, Andrea, Elena, Elisa, Carolina, Maria Luisa - all’alba sorridenti per prendere il pullman dopo aver pregato al suono di arpa e violino. Li vedevi ritornare sorridenti alle due, avvisati dalle campane suonate a festa, salire nella canonica. Mangiare, raccontarsi la vita, aiutarsi nelle lezioni: il latino del classico accanto alla trigonometria dello scientifico, le linee colorate dell’artistico convivevano con i versi di Shakespeare del linguistico. Tra uno squillo di telefono, un’occhiata alla dolcezza delle colline, un sorso di the per merenda. Una famiglia “strana”: ma il mondo chiede cose strane. E davanti alla chiesa i loro amici, quelli che li avevano derisi, quelli che
“la fede è da sfigati”, quelli che
“all’oratorio cosa ci fai?” erano lì: piano piano sono entrati, li hanno accolti, hanno condiviso pane, fame e giovinezza. Vedi: i giovani non sono piegati! Sono stanchi di chi ruba loro la speranza, come dice Pino Barillà.
E quando il tramonto s’affacciava sulla torre campanaria, il loro appuntamento clou: Vangelo tra le mani, storie da condividere, pagine di Buona Novella da attualizzare. Davanti alla Parola di Dio li vedevi piangere e sorridere, intristirsi e avvertirsi giganti, stupirsi, abbracciarsi e provare nostalgia. M’è tornato alla mente B. Brecht quando nella Scrittura Sacra scorgeva l’alfabeto per leggere il mondo: un capolavoro che dice brutalmente e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’ incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a scorgere un Dio che li trascende, li sorregge o li annienta. E la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere. Mentre li ascoltavo mi rendevo proprio conto che quando l’inutile diventa indispensabile, l’Uomo della Croce è ancora una carta da giocare per non apparire scontati ai loro occhi!
Eppure se li vedi in “versione normale” ti sembra d’essere in un concessionario d’auto: venti auto, tutte grigie metallizzate, tutte con i cerchi in lega, tutte con autoradio in serie, tutte 1600 turbo diesel, tutte versione
“sporting”. E loro a volte sono così: tutti uguali, tutti scontati, ciocche di capelli in serie, vestiti identici. Uno rutta: tutti ruttano. Uno bestemmia: tutti bestemmiano. Uno ride, tutti ridono. Ma non sono loro: mettili di fronte all’esigenza della Scrittura e ti stupiranno per l’originalità che tengono accuratamente nascosta nell’intimo.
Sono complicati da decifrare i nostri ragazzi. Ma la forza della loro fragilità li fa molto vicini al vetro di Swarovski: la bellezza sta nella delicatezza da lavorare. In caso contrario, non sarebbero così preziosi nel mercato della vita.

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Mistero della fedeE si sono superati
dal Giovedì al Sabato Santo. Chiuso lo zaino, hanno spalancato l’anima e si son lasciati condurre. Ho “rubato” la commozione nell’eucaristia del giovedì: una tavola imbandita a festa, musiche e riflessioni, pagine di Vangelo e d’attualità. E loro parevano i discepoli immortalati da Leonardo da Vinci nel convento di San Marco a Milano: attorno ad un tavolo, attoniti e stupiti, a lasciarsi lavare i piedi, accendere l’anima, accompagnare nel cenacolo della loro vita. Il Venerdì Santo stretti sotto il legno della croce, impauriti dal realismo de
“La Passione” di Mel Gibson risuonata nella chiesa muta e buia, raccolti attorno alla reliquia della Croce portata tra le vie della contrada. Lo sparo dei cacciatori – la cui fede serba gesti da tradurre – i canti dei ragazzi, il rosario degli anziani s’è intrecciato nei passi devoti vicino agli usci delle case. E la notte un gesto che ha intenerito il cuore: per tutta la notte, a turno, se ne son stati dentro al sepolcro dove giaceva Cristo. Per farGli compagnia, per pregare, per adorare. Li sentivi svegliarsi nell’oscurità della ore notturne per dirsi:
“Il Maestro ti aspetta”. E, tra il sonno cupo, avvertivi le ciabatte spostarsi, la tuta prendere il posto del pigiama e, con la delicatezza di chi non vuol svegliare tutta la casa, scendere per le scale e inginocchiarsi. Loro stanno intuendo che chi sa stare in ginocchio di fronte a Dio saprà stare in piedi davanti agli uomini!
E il sabato mattina pronti a entrare nelle case della gente. Bellissima gente quassù. Profili ricamati di rughe e volti insecchiti di anni. Uomini orgogliosi perché il loro vivere è rifugio di ricordi. Senza cattiveria, solo con un pizzico di riserbo! Entrano per portare un pane benedetto e una speranza: su ogni croce ci sta scritto “collocazione provvisoria”. Per arrivare al Sabato Santo: il fuoco benedetto nella contrada, i “bidoni” del latte riempiti d’acqua alla fontana e trasportati in chiesa con il
bigolo, strumento simbolo della vita. Il Gloria, le campane che suonano, la chiesa che si veste di luce, colore ed emozione. Per tutta la notte, fino all’alba: una chiesa troppo piccola per un fiume di gente venuta fin lassù per pregare e lasciarsi stupire da giovani che, per una settimana, hanno parlato di Dio, con Dio, assieme a Dio.
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Ci siamo lasciati con una promessa: saremo disposti ad abbandonare il cristianesimo se qualcuno saprà presentaci una proposta più affascinante di quella scritta con la vita dall’Uomo venuto da Nazareth.
In caso contrario, sarà il
Rifugio Cima Bianca di Colere (2090 m.) in pieno agosto a sentir risuonare una voce:
“O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”.
Impreziosito, magari, da una lacrima di stupore.
Perché ancora una volta sarà l’eleganza di Cristo a creare tendenza.