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venerdì 7 marzo 2008 - ore 08:05


Collaborazione con Il Mattino di Padova - L’Altopiano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
Una mimosa e un volto prezioso: Margherita

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, sabato 8 marzo 2008
da L’Altopiano, sabato 8 marzo 2008
(pubblic. su www.donboscoweb.it)


Nel mio intervento di domani per L’Altopiano, colgo l’occasione della festa della donna per fare un piccolo "omaggio" a due ragazze che nella vita da "straniere" mi son diventate "sorelline" più piccole nel cammino della mia vita umana e sacerdotale.
In questi mesi - in cui la presenza della donna nella vita di un prete è stata "occasione di scandalo" - ringrazio Maria di Nazareth, la Donna "per eccellenza", perchè nella vita m’insegna a stringere le mani giuste.
Io voglio tanto bene alle mie due sorelline!

Donna, sei bellissima! Ti chiamerò Margherita, perché è il nome di un fiore che imparai a riconoscere sin da bambino nel prato tra la casa e il torrente. Margherita, come quei petali che mi piaceva strappare quando mi fischiavano le orecchie nell’intento d’indovinare quale volto mi stesse pensando.
T’ho pensato perché una mimosa, tutta gialla e tremolante, m’ha rimembrato la tua festa sbocciando nel giardino di casa mia. La festa della donna: cioè della bellezza e della seduzione, dell’incantesimo e della femminilità. Del sorriso, della vita, di Dio. Oggi il mio cuore di sacerdote è in festa per te! Un controsenso per l’umano e malizioso pensare, un dono nella legge del “centuplo quaggiù” voluta da Dio. Pure Lui scelse una donna vergine per offrire al mondo la femminilità. Fece storia “donna” Maddalena che accarezzò i piedi del Maestro a casa di Simone il fariseo. Era donna la Samaritana aspettata al pozzo, l’adultera di fronte alla quale Cristo scriveva per terra, la Donna rimasta agganciata sotto la Croce. Donna fu Ester, Rut e Giuditta, Rachele, Rebecca e Lia. La Bibbia esalta le donne nel suo lento parlare di Dio. Donne che toccano nel profondo: e chi ti tocca diventa profeta per te. E in quei tocchi Dio ti sfiora, ti emoziona, t’accende i passi. Il giorno del mio sacerdozio eri lì, bella e tremante. Ma c’eri anche il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. E’ un’amicizia che non spaventa perchè rispetta e conserva le distanze.



Consacrato sacerdote avvertii che santità non significa spegnere una passione, bensì convertirla: un prete che uccida l’umano è un analfabeta emotivo. Ti tenni stretta. Distanti e vicini. Ma anche stretti e lontani perché “gli dei muoiono di troppa vicinanza” (R. Caillois). All’inizio ti nascosi per paura che l’uomo sporcasse la tua presenza. Poi m’affascinò un libro firmato da Ermes Ronchi e intesi la storia di Bernardo di Chiaravalle con Ermengarda, contessa nobile e potente. Per lei allungava i viaggi, slittava gli appuntamenti, spandeva effusioni affettuose e amorose. Divenne san Bernardo in sua compagnia. Ad Assisi un altro uomo di Dio, Francesco di Bernardone volle vicino Iacopa dei Sottesoli. In punto di morte le chiese dei biscotti. Per sentire la mano che li offriva. Il cuore che guidava la mano. Teresa di Gesù, donna potentissima, a padre Girolamo Graciàn dedicò lettere di appassionato affetto. Nel silenzio dei chiostri, storie fatte di incontri, affetto e amicizia: che architettura d’umanità! Scrive Ermes Ronchi: “se spegni le passioni diventerai solo un eunuco, non un santo”.
Tenerezza e castità: un teorema inestricabile! Tu lo sai che non potrò mai dire che per me “amare” significa amare te. Questo lo riservo solo al mio Dio. Ma mi piace vedere che non ne sei gelosa: anzi, sei rassicurata nelle mie intenzioni. Mi conforta avvertire che l’essenziale della castità non è la castrazione o la rinuncia del possesso, ma l’indirizzare tutto verso Dio. Per rinforzare questa vita. Nella casa di Betania, stretto tra Marta e Maria, l’Uomo di Nazareth tenne una lectio magistralis sull’amicizia femminile. Con le donne condivise pensieri, orizzonti e sogni.
Una mimosa oggi mi ricorda la tua festa. E il mio sacerdozio. Un sacerdozio che Dio ha posto sulla soglia di una carezza che non trattiene.
Per spiegarmi che il cuore abita vicino anche se il corpo è lontano!


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mercoledì 5 marzo 2008 - ore 06:21


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Tra palco e realtà"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 5 marzo 2008, pag. 6

“Tra palco e realtà” - la celebre canzone del rocker emiliano Luciano Ligabue - impiegò pochissimo tempo, complice certamente la firma, ad entrare in classifica tra le più gettonate. Se mi fosse concesso, le attribuirei l’Oscar per l’attualità del titolo: tra il palco (o magari un gazebo) e la vita ci sta la fatica di questi giorni di scelta. In politica, campo tristemente dis-appassionante per me, m’intrigò la riflessione di una giovane donna nei giorni in cui s’insediò come assessore in una regione del Nord. Dipingeva il volto di un’Italia percorsa da una grande emergenza. Non era innanzitutto quella politica e neppure quella economica (nemmeno ecclesiastica, aggiungo io) - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di rialzata del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama educazione: ovvero l’arte di costruire una persona


Lo disse con puntuale lucidità una giovane donna! Lo ribadì Benedetto XVI consegnando la Lettera sull’educazione ai fedeli di Roma:“Educare significa andare incontro a quel desiderio di conoscere e di capire che è insito nell’uomo e che nel bambino, nell’adolescente, nel giovane si manifesta in tutta la sua forza e spontaneità”.
La storia racconta di diatribe furibonde tra gli avversari di Cristo per salvarsi grazie alla circoncisione o alla non circoncisione. Discorsi inutili: non era quello che contava. E forse non conta nemmeno essere uomo di destra, di centro o di sinistra.
Bensì una creatura nuova!


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lunedì 3 marzo 2008 - ore 07:41


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


IV^ DOMENICA DI QUARESIMA
"Non mi sembri tutta questa bellezza"

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

(Dal Vangelo di Giovanni cap. 9 vv. 1-41

di don Marco Pozza

“Caro Diario, oggi sono tornata da scuola nervosa. Tu conosci Elena, quella bambina dai capelli castani e mossi, dagli occhi chiari, che quando ride si formano le fossette sulle guance. Persino l’apparecchio le sta bene: caso unico. Sempre ben vestita: educata e sorridente. A te lo posso dire: sai, lei è molto bella. E io lo vedo che è bella. Anzi: è bellissima. Solo che io sono tanto gelosa di lei, uffi: e non ne posso più. Mancava solo che l’altro giorno sentissi la maestra dirle: “Ma quanto bella sei, Elena”. E sai cosa hanno fatto i bambini? Si sono alzati e hanno intonato la canzone "Miss Mondo" di Luciano Ligabue. L’avrei arsa viva. Lei si gira (sai, tra l’altro è la mia compagna di banco…) e mi chiede: “Secondo te, è vero che sono bella?”. Mi sono girate le palpebre e le ho detto: “Se devo essere sincera, non mi sembri un gran che". Invece lei è bellissima. Però io sono gelosa. Sono tanto gelosa di lei” (dal diario di Olivia, 9 anni)


Chi riesce a starci dietro a questo Cristo! Domenica scorsa stava seduto attorno ad un pozzo: stanco! C’era una donna guasta: donna di Samaria. Uomo giudeo, donna samaritana, l’Eterno e l’impura, l’acqua che fa sete e l’acqua che toglie la sete, la brocca senza corde e il pozzo profondo. Un caso nazionale. E Lui lo pensi preoccupato? Figurati: li ha lasciati li a dibattere e se n’è andato da un’altra parte. Dal pozzo di Giacobbe con destinazione alla piscina di Siloe. In un giorno qualsiasi. Magari! Sceglie il sabato: il giorno del riposo, della Legge di Dio. Altra grana che farà discutere.
Immagina la scena: la stessa di quando capita un incidente sulla strada. Una fiumana di gente imbottigliata attorno a quell’Uomo che s’arresta di fronte ad un cieco nato. Fiutano che quel Maestro, che in pochi mesi aveva spaccato l’opinione pubblica tra amici e nemici, ne sta per combinare una delle sue! Il tempo d’aprire bocca, di muovere dita e pensieri, di sbattere la polvere…ed era subito polemica. Tutti gli occhi su di Lui! Che non si dimostra per niente imbarazzato. Guarda negli occhi quel cieco ed elabora la sua medicina! Sputa per terra, modella del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi e gli dice: “Va’ a lavarti” (Gv 9,7). Sputa: Cristo sputa! E sputando scioglie il fango, lo modella, lo ammorbidisce. E, ammorbidito, lo spalma su quelle finestre serrate da una vita. Non bastava, alzando gli occhi al cielo, dirgli: “Guarisci”. No! Voleva sentire sotto le dita quelle occhiaie tristi, quasi a chiedere scusa per quel black out lunghissimo. Le palpa fino a quando uscirà un’acqua rarissima: le lacrime di un cieco che finalmente vede! “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Va, torna. Ci vede.
Ho provato ad immaginarmi la scena!


“Chi ti ha aperto gli occhi, disgraziato! Tu lo conosci quell’Uomo che si ritiene così grande da aprire gli occhi ad un cieco! Di sabato, tra l’altro. Ammettilo: è un impostore, un peccatore, un dissidente”

E lui, cieco ri-nato, che prova a ribattere: “Se è peccatore non lo so. So solo che ho sentito calore in quelle dita, una carezza silenziosa. Nessuno mai m’aveva carezzato così. Un’emozione! Anch’io sono sorpreso, mi piacerebbe dirgli grazie ma non lo conosco. Vorrei conoscerlo. Aiutatemi a conoscerlo. Io so solo che ero cieco: giuro! Ero cieco ed ora ci vedo! Io… penso sia profeta”

“Eh si – sbottano seccati i sapienti del tempo – tutti profeti sono! E noi, chi siamo? Sappiamo o no vedere il giusto o il falso? Metti caso che fosse sceso dal cielo: perché ha scelto te, pezzente? Dove sta’ tuo padre? Tua madre?”
Arriva il padre, arriva la madre: lo difendono ma non lo difendono perché vogliono difendersi loro. Hanno paura! “Ha l’età: chiedetelo a lui” (Gv 9,23) – il massimo che riescono a dire! E allora tornano alla ribalta!

“Parla, allora cieco! Spiega una volta per tutte com’è possibile”.
Seconda volta che glielo chiedono! Non vogliono proprio capire! Forse che sono ciechi?

“Vi ho detto che ha preso un po’ di fango, l’ha modellato con la saliva, m’ha palpato gli occhi e ci vedo. E’ da una vita che sto qui: nessuno che capisse il mio bisogno d’affetto, di calor, un po’ di tenerezza per questi occhi stanchi. Per questa vita triste! Solo Lui m’ha fatto sentire importante. Tutti sapevate che cosa chiedevo. Cosa può chiedere un cieco? C’abbiamo gli occhi per non picchiare la testa contro l’albero in giardino, per scrutare il volto della donna che amiamo per indovinare il sorgere dell’alba, il tramontare del sole, lo sbocciare della primavera. E siccome da che mondo e mondo non s’è mai visto un cieco recuperare la vista, voi dite che non ci vedo!”

“No – gli ribaltano gli avversari – tu devi dire che non ci vedi. Tu devi assicurare che non eri cieco. Ascolta qui (e gli parlano all’orecchio). Tu chiuderai gli occhi, e li terrai sempre chiusi, perché tu sei cieco e i ciechi non vedono. Tu non ci vedi, capito? Quell’Uomo tu non l’hai mai incontrato. Non fare il furbo: metterti contro di noi non giova per nulla a te!”.

“Io so solo che ero cieco e adesso ci vedo! – ribatte sereno – Parlate pure, sentenziate. Continuate con raggiri e intimidazioni, trappole e derisioni, ricatti, disprezzo e pressioni. Dite quello che volete. Ma io ci vedo. Continuate a distinguere, diffidare, precisare, obiettare, controllare, esaminare! Continuate pure: quelle mani m’hanno riscaldato la vista. E io ci vedo! Guarda che meraviglia: le rughe, le mani, gli occhi. Noo… guarda le smorfie e il sorriso, la tristezza e la follia, i piedi, i capelli e le orecchie. Rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, violetto! La mia mamma, il mio papà: che emozione!”.

Questi non ne possono più: “Ma che cosa ti ha fatto, miseria? Cos’avrà di speciale quest’Uomo fastidioso. Come ti ha guarito queste palpebre maledette!”
Credetemi: li ho incontrati nel Vangelo, nascosti dietro la piscina di Siloe. Le loro facce cambiavano spaventosamente colore, la pelle era diventata rosso scarlatto, sembravano cani assatanati, serpenti velenosi.
Poi ho visto il cieco: meraviglioso nella sua ritrovata bellezza, che li ha guardati dicendo loro: “Gente, non capite eh! Ve l’ho già detto. Fango, saliva, mani…ero cieco, ci vedo!”. E poi li distrugge: “Avete forse nostalgia di quell’Uomo?”. Furbissimo: altro che cieco! Sa leggere nel cuore eccome. E loro tremano. Però risolvono tutto (ieri, oggi, sempre)? Lo cacciano: il miracolo è ingombrante per le loro testoline che sanno a memoria la legge.


La bambina diceva: “Se devo essere sincera, non mi sembri un gran che”. I farisei, fomentati dagli scribi replicavano: “Tu chiuderai gli occhi, e li terrai sempre chiusi, perché tu sei cieco e i ciechi non vedono”.
Forse aveva proprio ragione G. Chesterton quando diceva: "Il mondo non perirà per mancanza di meraviglie ma piuttosto per mancanza di meraviglia".
D’altronde…non c’è cieco più grande di chi non vuol vedere!

"Tu, credi nel Figlio dell’uomo?" (Gv 9,35)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana


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domenica 2 marzo 2008 - ore 07:21


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


2 MARZO 2006 - 2008
"God bless you,Francesca"



SULLA STRADA DI EMMAUS
"Cosa desidera: polenta o crema di mais?"

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 2 marzo 2008

Fidandosi di loro, una volta elaborato, il programma sarebbe dovuto diventare la magna charta – versione XXI° secolo - facente funzione di vaccino antivirus per un’Italia sempre più infiacchita da un’influenza generale. Un’elaborazione che costò, a giudicare dai mass media e dalle benzina delle auto blu, corse tra montagne di rifiuti e segreterie di partiti, uffici cardinalizi e sale presidenziali, studi tv, giornali di gossip e proiezioni truccate. Progettazione faticosa che ha concepito fotocopie riaggiornate di vecchi propositi puntualmente smentiti una volta accasatisi sulle poltrone. Con l’aggiunta di qualche velina e qualche gaffe “stile Bersani”. Una campagna elettorale ironica, a questo punto, renderebbe meno noiosa la visione della fiction “veltrusconiana”, per dirla alla Beppe Grillo! E chi non accetta si becca pure gli improperi del fans club dello “status quo”.
Come accadde sull’orlo della piscina di Siloe quando un uomo, cieco dalla nascita, con un prodotto d’alta erboristeria (saliva e fango) elaborato da Mani affettuose, da non vedente divenne fotografo della novità di Dio. Ridicoli gli scribi e i farisei (di ogni tempo): volevano costringerlo ad ammettere che non ci vedeva. Perché non sapevano come inquadrare quel miracolo, disturbava le loro teorie costituzionali, scombussolava l’assetto religioso, rischiava di candidare premier l’Amore. Per due volte spiega loro com’è stato guarito. Ma non vogliono capire. La terza volta, provocante nella sua stanchezza, sbotta (magari lasciandosi cadere le mani): “Ve l’ho già detto e non l’avete ascoltato”. E poi aggiunge: “Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Improperi, insulti, sberleffi, derisione: perché quella reazione? Forse che avevano davvero nostalgia di un “programma elettorale” di novità? Un programma non scritto su fogli (fossero anche solo 11 pagine e mezzo) ma su un Volto.


Chiedo gentilmente scusa per un’associazione (speriamo non sia a delinquere) che mi scappa inconsciamente in questi giorni. Guardo i candidati premier (e i loro chierichetti) e in filigrana m’appare quel celebre forno delle Grucce, che stava sito nella Corsia dè Servi, assaltato la sera dell’arrivo di Renzo nella Milano manzoniana da gente “trasportata da rabbia comune” (cap. IX). Manzoni criticò quella rivolta cieca e distruttiva, ma tanto valse: hai voglia di ragionare quando le budella segnano “riserva”.
M’assilla questo pensiero perchè la storia è un po’ come i programmi: potremo pur chiamarla “crema di mais” per grattare qualche volto in più, ma rimarrà sempre la polenta di ieri.


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sabato 1 marzo 2008 - ore 07:43


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Riflessioni ")


MEMENTO VIVERE
"Quella vecchietta, comunicatrice raffinata... "

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 1 marzo 2008, pag. 6

A fidarsi di un sondaggio apparso su un quotidiano zonale, il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI - che riabilita la vecchia messa che per 400 anni ha custodito i segreti di milioni di cristiani – sembra aver ri-avvicinato alla liturgia i giovani. Che mistero il latino! Chissà volte che – magari dubbiosi sul significato di un termine (ogni traduttore è un po’ traditore) – siamo tornati all’originale latino per assaporarne la profondità nel suo etimo più recondito. Anche se in alcune circostanze liturgiche – ammettiamolo - s’era tramutato in una sorta di rumore di fondo, in un segno di cui ai più sfuggiva il significato.



Un motu proprio che farà brindare a coloro che hanno visto nel successore di Woitjla il garante di una tradizione che sembrava persa. Gioiranno coloro che nel papa polacco hanno visto la spettacolarizzazione della fede, la tradizione messa al bando, le folle oceaniche che appaiono e scompaiono, il “tuttolecito” liturgico.
Tornare alla sorgente della fede è sempre garanzia di autenticità, perché ritrovare le radici significa portare alla luce il vigore, l’identità, la bellezza del rito e l’evidenza del Mistero in un tempo in cui gli uomini lo vanno cercando da assetati. Ma sembra parziale affermare che assisteremo al ritrovamento della grande tradizione liturgica della Chiesa, che sarà l’inizio della fine per il “progressismo” ecclesiale. Come se le liturgie di questi 40 anni fossero “spazzatura”. E tutte quelle folle di giovani che si sono avvicinate al Mistero attraverso la musica e lo spettacolo, l’arte e la creatività, la manualità e l’intuito trasformando l’Eucaristia in una festa di colori, danze, musica ed emozione…? Tutto questo è “immondizia” al cospetto della millenaria tradizione della Chiesa sussurrata in latino?
Un noto linguista chiese ad un’anziana fedele: “Perché prega in latino, una lingua che non capisce?” Lei: “L’importante è che capisca Lui!”. Quella signora è una comunicatrice raffinatissima, ma magari non lo sono tanti ragazzi della mia generazione che già avvertono la lontananza di linguaggio e la fatica dei concetti nel loro outback quotidiano. Una parola del Santo Padre chiarisce le idee, ma spero non consideri eresia se qualcuno della mia età giungerà al Mistero intonando il “Miserere” di Zucchero o elevando lodi a Dio da linguaggi di novità…
Bentornata tra noi, nostalgica liturgia!
Ma non per passione d’antiquariato…bensì ad maiorem Dei gloriam!


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mercoledì 27 febbraio 2008 - ore 06:30


Collaborazione con Epolis Roma
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Il paese dei giostrai sorridenti"

di don Marco Pozza
da EPolis Roma, mercoledì 27 febbraio 2008, pag. 6

Nel giardino dell’asilo stava una grande giostra: di un rosso arrugginito, con le sedie di ferro battuto, rotonda come il sole che la riscaldava nelle primavere di montagna. Era la nostra passione: ci sembrava di salire su un ottovolante diretto verso la luna. Ma c’aveva un difetto: essendo rotonda, c’impediva di vedere bene i volti di tutti i nostri compagni di viaggio. Così, se qualcuno volea numerare i compagni, doveva uscire dalla giostra e osservarla da fuori mentre girava all’impazzata, quasi fosse “in ritardo” sul mondo. Scendere: cioè andar fuori per un attimo, osservarla da spettatore, denudarsi dei panni del protagonista e indossare quelli del fotografo.


Da mesi ci penso: mi piacerebbe scendere dalla giostra chiamata “Italia” e vedere da fuori cosa si vede del nostro paese! Pagherei il necessario per essere per qualche giorno “straniero” che passeggia per le vie di Roma e scrutare il volto di questa donna che s’allunga dalle Alpi all’Etna, dal Tirreno all’Adriatico, dalle cime innevate alle isole assolate. Dalle postazioni dell’America ci vedono tristi e sfiduciati, le badanti straniere disegnano un popolo dimentico degli anziani, l’Europa ci vede trastullare nelle ultime posizioni. Solo le nostre gerarchie possiedono l’arte invidiabile di costruire castelli sulla polvere, speranza sui cadaveri, promesse sul nulla reiterato all’infinito. Con una tecnica sopraffine che non patisce vergogna: l’arte di sorridere.
Sorridere: anche se per sorridere ci vuole fegato e fantasia!


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lunedì 25 febbraio 2008 - ore 06:27


Le strategie del cielo
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA DI QUARESIMA
Questione di feeling

Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua.
Le disse Gesù: "Dammi da bere". Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva". Gli disse la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?". Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna". "Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete ".
Le disse: "Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui". Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù: "Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Gli replicò la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta. Gesù le dice: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità". Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa". Le disse Gesù: "Sono io, che ti parlo".
La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?". Uscirono allora dalla città e andavano da lui.

(Dal Vangelo di Giovanni, cap. 4 vv. 5-42 )

di don Marco Pozza

Certe cose sono davvero strane! Immagino che se vedessi la mia mamma uscire a mezzanotte per andare dalla parrucchiera, minimo minimo le dire:“Stai bene, mamma?”. Se la nonna il pranzo di Natale facesse trovare minestra con il dado, cappuccino e brioche per tutti, forse le andrei vicino – ma senza farla vergognare - e le chiederei: “Stai bene, nonna?”. Come se vedessi uscire qualcuno alla tre di notte per fare la spesa, a mezzogiorno in agosto per annaffiare i fiori, alle dieci di sera per comprare il pane fresco. Come papà ti svegliasse alle due di notte convinta che devi andare a scuola.
Insomma, certe cose ti fanno guardare le persone in modo un po’ strano e ti chiedi se siano apposto.
Ascolta questa.


La campana suonava il mezzogiorno. Cioè calore e arsura, stanchezza, spossatezza e sete, solitudine, disagio e fantasia. Ora strana il mezzogiorno: cosa vedi? L’ombra del pozzo che si staglia sulla terra accaldata e l’aria arroventata attorno. Una donna posa la brocca: forse perché stanca, appesantita, vuota. Va a mezzogiorno, perché alle sette del mattino avvertiva le insinuazioni delle comari d’affari. Stanca delle umiliazioni, aspetta l’ora in cui la radura è vuota. C’è pure uno Straniero stanco. Non solo: anche Lui cerca acqua. Di più: è misterioso, perché le parla. Stranissimo: un giudeo che s’abbassa a chiedere acqua ad una donna nemica, rinnegata, figlia di un popolo “bastardo”. Dice Giovanni: “Gesù, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno” (Gv 4,6) Vabbè: cosa ci sarà di straordinario? Nulla se quest’Uomo non fosse il Figlio di Dio: cioè Colui che passeggiava nelle strade raddrizzando gli storpi, colorando gli occhi dei ciechi, parlando da far capire i sordi, risollevando i morti, sanando i lebbrosi: semplicemente una potenza! Come può Uno così sedersi stanco dopo un viaggio sotto il sole di mezzogiorno, come me, come te, come tutti gli uomini? E’ fantastico sapere che anche Gesù si stanca: perché ce lo fa sentire vicinissimo, compagno, amico. Ma guarda che differenza: quando io sono stanco divento nervoso, intrattabile, distratto. Insopportabile. Lui no! Lui è straordinario ad “orario continuato”.
S’incrociano per caso. Forse! Chi è lei? Due pennellate ed è poesia: bellissima e sveglia, furba, vivace e appassionata. In una parola: una figlia intraprendente. M’invento io? No, è che una donna normale sei uomini non li recupera nemmeno tramite un’agenzia matrimoniale. Le mancava solo la ricchezza: avrebbe mandato la serva al pozzo. Un cavaliere quell’uomo:la vede indaffarata e le dice “Dammi da bere”. Lei, mica ignorante, Gli ribatte: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?”. Donna samaritana. Come dire: sta zitto, almeno! Se vuoi bere, pesca l’acqua e allontanati. Forse puoi intuire la diffidenza: sai quanta gente c’avrà ricamato sopra quell’esistenza un po’ originale? Gesù, come al solito furbissimo e disarmante, le dice: “Sono io l’acqua che spegne la sete!” La donna, tutta pepe, tenta di fare la spiritosa: “Dammela quest’acqua. Che risparmio fatica”.


Ma il viandante di Nazareth, seppur stanco, riparte in contropiede e la fa tremare: rompe la porta dell’anima e la denuda. Ma non come tutti gli altri uomini! Con eleganza, con delicatezza, con passione tutta divina, senza sotterrarla dicendole: “Vedi quanto sei misera, sgangherata, peccatrice, sporca”. Seduto sul pozzo, non le porge uno specchio in cui specchiarsi ma le offre un quadro che racconta della bellezza. Una bellezza che può raggiungere, che deve raggiungere, che è semplice da raggiungere: basta scrostare l’anima. Non vuole restauri, vuole la novità. Nel Vangelo la Samaritana è un personaggio guasto come Nicodemo e Abramo, Giona, Zaccheo e Giobbe, Maddalena, Giuda e don Marco. E i personaggi guasti Dio li scompone per farli risplendere. E’ una tecnica micidiale: gratta nell’anima, risveglia la nostalgia segreta, spolvera vecchi ricordi, ti fa piangere parlando della Bellezza. Guarda quel Gran Genio: non solo le offre da bere, ma prima le fa venir sete! Non solo le risponde, ma prima le fa nascere la domanda. E lei crolla. Tu crolli, perché è fatica rimanere senza rossore sul volto davanti al pozzo. Guarda che roba! Tremendo un Dio del genere! Prima le mostra la luce, poi fa terra bruciata. Prima spalanca una porta, poi chiude tutte le altre. Come dire: c’è speranza, luce, futuro. Ma devi cambiare! Vedi, forse tutti abbiamo bisogno di uno straniero. Perché tutti siamo come la donna di Samaria: viviamo di abitudini. Soliti giri e soliti amici, i soliti pensieri, le solite preoccupazioni. I soliti gesti. Ogni giorno lo stesso percorso di vita: andare al pozzo, attingere l’acqua, riempire la brocca, portarla a casa. Lavare la biancheria, urlare, preparare la tavola. Studiare, mangiare, dormire. E domani sarà ancora così: studiare, mangiare, dormire. Lavare la biancheria, urlare, preparare la tavola. E hai l’impressione di girare a vuoto, di essere stanco, noioso, ripetitivo, monotono. Poi un giorno passa Uno all’apparenza stanco come te - niente di eccezionale - che ti mostra uno sguardo diverso, accende una luce strana e tu ti senti improvvisamente giovane. Sei lo stesso, ma non sei lo stesso. Fai le cose di sempre ma non sono quelle di sempre. Sei tu, ma ti sembra d’essere più bello.


Figura pericolosa questo Cristo, però. La donna l’ha intuito subito che quel faccia a faccia era terribile, rischioso, compromettente. Quell’Uomo era strano, lei era guasta, l’aria era insopportabile. Ha tentato in tutti i modi di dirottare il discorso di portar fuori argomento il Maestro: Lui parla di acqua, acqua che disseta, acqua che è Lui. Cioè parla di cose pericolosissime. E Lei? Lei Gli chiede del Tempio, dell’adorazione. Come se il professore ti domandasse dell’eccidio delle fosse ardeatine e tu gli rispondessi chiedendo spiegazioni del teorema di Pitagora! Rispondi a modo tuo, cioè non rispondi. Perché hai paura di rispondere. Ma Cristo dice: “Va a chiamare tuo marito”. Ah… ma allora ti conosce! Silenzio: non si muove foglia! Potessimo fotografare l’incrocio di quello sguardo. Non l’ha sotterrata, non l’ha umiliata. Le ha semplicemente detto che era triste, che poteva tornarsene dal pozzo uguale a prima, che era sgangherato/a perché quello non era suo marito. “Va a chiamare tuo marito”. “Non ho marito”. Come dire: ho avuto tanti amori ma ho sete d’amore perché non ho amato. Ne avrà anche combinate…ma guarda che anima!


Sullo zaino di una ragazza c’è scritto: “Senza di te, pulcino mio, il sole sorgerebbe lo stesso. La luna brillerebbe lo stesso, l’estate avanzerebbe lo stesso. I fiori si colorerebbero lo stesso. Il mondo esisterebbe lo stesso. Ma con te è tutto infinitamente più bello”.
Più o meno come la donna di Samaria: ogni giorno va al pozzo e torna con l’acqua. E il giorno dopo ancora così. Per tutta la vita. Poi un giorno se ne torna senza brocca e col sorriso: quasi andare al pozzo fosse stato così bello da dimenticarsi addirittura la brocca. Quasi avesse perso la testa.
Mi piace pensare che, avesse avuto uno zaino quell’Uomo, avrebbe trovato scritto:"Senza di te il pozzo ci sarebbe lo stesso, la brocca si riempirebbe lo stesso... ma con Te, Signore, è tutto infinitamente più bello"

"Va a chiamare tuo marito e poi ritorna qui" (Gv 4,16)
GOD BLESS YOU!
Buona settimana



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domenica 24 febbraio 2008 - ore 06:26


Collaborazione con Il Mattino di Padova
(categoria: " Riflessioni ")


SULLA STRADA DI EMMAUS
"Il referto medico è preciso: soffre di claustrofobia"

di don Marco Pozza
da Il Mattino di Padova, domenica 24 febbraio 2008

Nella strada che lanciava verso Emmaus, il Maestro di Nazareth partorì uno dei suoi sermoni più intriganti. Cleopa e l’altro amico, tristi nel volto e sconclusionati nel cuore, si sentirono avvicinare da uno Sconosciuto che, passo dopo passo, li riabilitò fino a farli correre. Nella strada. Non nel Tempio, a casa dei dottori, nei luoghi di culto attestati dalle autorità. Nella strada, lambito solamente dalla polvere leggera sbattente sui calzari e dalla luce soffusa del lontano borgo di Emmaus. Divenne “lectio magistralis” da perpetrare nel tempo. Di ieri e di oggi: nato sulla strada, il Vangelo chiede l’aria e la polvere, sguardi, incontri e ricordi, accostamenti, condivisione e strette di mano. Il Vangelo soffoca per claustrofobia! Osservando una chiesa che invade le piazze di Padova al ritmo di danza e balletti, di vesti volanti e macarene al chiaror di luna, di rosari, spritz e giaculatorie moderne, qualcuno ha insinuato che per strada la chiesa ha smarrito se stessa. Non è piuttosto che la chiesa, sedata dagli incensi, avesse smarrito la strada? La Bibbia dimostra come a chi è certo del Cielo la terra non potrà mai risultare indifferente.


E’ direzione obbligatoria oggi la strada. Altro che estrosità! Perché t’accorgi, puntando il volto della tua Chiesa, che mancano troppi volti. I volti figli della notte perché “di notte le ragazze sembrano tutte belle” (Jovanotti). Occhi che sfidano al ritmo di musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Duellano e poi tremano. Sguardi che ti spingono nella strada per indagare i loro luoghi, per assistere alle loro liturgie, per abitare le loro “cattedrali”…per farli sentire importanti. Strano osservare come - al di là di Hi-Tech, Myspace e YouTube, oltre sms, mail, emoticon e blog, dietro Msn, iPod e indagini Istat - la vita, che dovrebbe essere tutto un party, sia scortata dalla paura di non farcela! Sulla via di Damasco si consumò il sogno d’amore di Cristo per Paolo di Tarso. Inseguito, braccato, conquistato. Sulla strada di Padova, arricchita di Ralph Laurent, Gucci e Prada, di Woolrich, Museum e All Star di Aperol, Campari e Tequila.. ci son ragazzi che scoppiano alla ricerca di un Volto nuovo. Osservano: ma se non trovano, se ne vanno. Senza una speranza, ma con una nostalgia di Cristo aggiunta.
Perché quando l’inutile diventa indispensabile, l’Uomo della Croce è ancora una carta da giocare per non apparire scontati ai loro occhi! Altro che gli spogliarelli profetizzati dal giornalista Leon Bertoletti .
Qui c’è da denudare l’anima per rivestirla d’Eterno.
Tutt’altro spettacolo dall’erotismo quotidiano!


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sabato 23 febbraio 2008 - ore 06:03


Collaborazione con Il Vicenza
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PARROCCHIA VILLANOVA DI FORLI’
"Grazie, don Libero, che mi lasci parlare di Dio"

Una Parola dirompente, una piccola comunità cristiana alle porte di Forlì, un Dio che smantella e fa piangere per poi costruire e insegnare a sorridere.
Il racconto di una serata trascorsa a parlare di Dio. Mentre nelle sale cinematografiche la gente impazziva per Moccia e compagnia.

Prossimo appuntamento il Martedì Santo 18 marzo 2008 alle ore 21.00.
In compagnia di un ladrone "buono", di una Donna "Madre" e di un gallo "cantante"... siederemo ai piedi della Croce.


MEMENTO VIVERE
"Nè biologo nè etnologo: semplicemente teologo"

di don Marco Pozza
da Il Vicenza, sabato 23 febbraio 2008, pag. 6

A giudicare dalle chiese che si svuotano e dalle piazze che si riempiono, si direbbe che parlare di Dio oggi non sia poi così affascinante come alcuni ci vogliono far credere. Eppure la chiesa di San Pietro di Trissino faticava a contenere le persone ivi accorse per lasciarsi provocare dalla voce della teologia. Dopo cena, come sostitutivo di Muccino – Moretti – Raoul Bova, la voce di Luigi Accattoli, Severino Dianich, Franco Mosconi e Luigi Bettazzi. Anche se oggi quando dici teologo molti capiscono biologo, enologo, etnologo. Quel prefisso iniziale sembra incomprensibile o per lo meno inusuale, rende il teologo una persona “strana”, misteriosa, perditempo. Ed effettivamente strana lo è. Perché la teologia stessa è un discorso strano, scomodo, spinoso. Essere teologi significa immettere - con un pizzico di follia tutta evangelica - una dose di stranezza nei circuiti dell’umano ragionamento. Una stravaganza che fa pensare, che provoca, scuote, apre l’orizzonte del pensiero. Costringe ad alzare gli occhi verso l’alto, scavare nei bassifondi della vita per riportare alla luce l’originaria bellezza, il primigenio profumo. Il teologo come il minatore alla ricerca dell’oro: nascosto dentro la terra, riporta alla luce una pepita da smussare, ripulire, far risplendere. Come l’esploratore: condannato a correre avanti per visionare i nuovi paesaggi e conoscerne abitanti, usi e costumi.
Avanza per servire un popolo che sta arrivando.
Una teologia che oggi vive una sorta di diaspora dentro la piazza della modernità, attrice e spettatrice di un esodo simile a quello narrato nei primi libri della Scrittura Sacra. Eppure essa non è solo un discorso su Dio ma è il tentativo di illuminare il mistero racchiuso nell’uomo. Teologia bandita ai margini al tramonto di un secolo che ha visto la follia umana salire al potere: il dramma delle torture, il fumo dei forni crematori, l’olio sui cannoni. Come poter ancora parlare di Dio dopo Auschiwtz? Ma anche dopo il genocidio dei Balcani, le torture in Somalia, la guerra nascosta del Burundi? Eppure la teologia è dinamismo e sorpresa, attualità disarmante e presenza scomoda, pungolo e speranza. La teologia è una donna che corre e avanza, scappa, ammalia e distrae, illumina, oscura e rivela il Mistero di un Dio dalla dinamicità inesausta. La teologia vive di paradossi perché nasce nel paradosso: riconosce come padre e madre una nuda Croce e un sepolcro spalancato.
Teologia. Ovvero: la stranezza che infastidisce la normalità.


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venerdì 22 febbraio 2008 - ore 17:58


Collaborazione con L’Altopiano
(categoria: " Riflessioni ")


SAPOR D’ACQUA NATIA
Riportate Dio in Chiesa.
Se c’è ancora posto


di don Marco Pozza
da L’altopiano, sabato 23 febbraio 2008, pag. 2

Al tocco della campana entrano, al fischio della benedizione finale scappano. Al pari dei bambini che giocano all’uomo nero. Entrano mettendo il silenziatore al telefonino, escono togliendo il silenziatore e strofinandosi gli occhi. Come quando s’abbandona il cuscino. Varcano la soglia, recitano la poesia a memoria, s’alternano al ritmo del sacerdote, si siedono, si alzano, sgomitano, mormorano. Poggiati alla colonna sbadigliano. Pregano pure. Frammento di ordinaria religiosità domenicale. Scrisse Ch. Peguy: “Come volete che si convertano e tornino a credere, quando vedono cos’è la nostra fedeltà? Come hanno ragione di spregiarci, quando ci vedono così deboli e tremanti! Di noi essi non conoscono che facce rivolte a terra, e ginocchia prone e schiene ricurve, nuche ricurve e tremanti.”
Quaresima: tempo di deserti e silenzi, d’austerità, di santità, di quotidiana quotidianità. Tempo dell’anima, spazio del pensiero, ritmo di Vangelo. Eppure sembra tutto uguale: quel pugno di cenere non va oltre il cuoio capelluto, l’acqua sui piedi del giovedì santo pare una “scenetta” per commuovere le nonne anziane e le zie religiose. Le tentazioni del deserto, la donna di Samaria, il cieco nato, l’amico Lazzaro risuscitato paiono attori usciti da quel cassetto che ispirava il genio alla penna del Manzoni. Poco più che novelli Abbondi. Eppure sono lì per noi, da millenni c’attendono, vivono per il nostro passaggio: per interpellarci e scuoterci. Innalzarci, abbassarci e motivarci. Accendere, stupire e provocare. Oltre l’orizzonte c’è un Triduo Pasquale misterioso e affascinante: la storia di un tradimento, il silenzio di una croce, il brivido emozionante di un sepolcro vuoto. Donne che corrono piangendo, discepoli impauriti e attoniti, soldati appostati, guardie pagate, governatori esausti. Tuoni nel cielo, silenzio sulla terra, speranza sospesa ad un legno. C’è movimento e suspence, dolore e aspettativa, pane spezzato, baci regalati, spade sguainate.
Butti l’occhio dentro l’inferriata del Vangelo e t’invade il fremito di una storia scompigliata. Tutti di corsa a prepararsi: al cielo che bacia la terra, alla vita che ride in faccia alla morte, all’Uomo che schiude il sentiero per il cielo. Alla la vita: bellezza e sudore, poesia e sospiri, silenzi e sguardi, occhiate, sorrisi e carezze.



Peccato che quest’anno il Triduo dell’Eterno sia messo in ombra da un misero triduo umano. Quello elettorale. Scoraggiante che al posto della Samaritana e di Lazzaro, del cieco nato e di Pietro-Giacomo-Giovanni sui pulpiti delle chiese ci s’azzardi di parlare di Veltroni e Ferrara, Berlusconi, Mastella e Tabacci. Di Bertinotti, Storace, Boselli e Casini. Delle loro illusioni, fantasie e profezie già smantellate. Delle prese in giro, delle fucilate reciproche, di questi tre mesi di noia mortale, abissale e scontata a 360°. Sulla cima dell’Ortigara, sulle nude rocce cantate dagli alpini, stanno racchiusi visioni, occhiate e giovinezza di chi ha pagato con la vita il sogno di un’Italia libera. S’avverte necessario aprire la campagna elettorale lassù sulla cima, sotto la croce. In silenzio. Forse qualche lacrima di rimorso ricorderebbe che l’uomo non va preso in giro. Neppure con eleganza!
Nel giugno del 1991 il poeta e premio Nobel Aleksandr Solženicyn urlò: “Riportate Dio nella politica”. Oggi sembra essere necessaria una ri-traduzione di quella celebre frase: “Riportate Dio nella Chiesa”.
A patto che ci sia ancora posto!


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