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momo, 3x anni
spritzino di Padova / Little Bucarest (Arcella)
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ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...




ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Sicapunk con la maglietta di Neffa!
2) Sicapunk che ascolta i POOH

MERAVIGLIE


1) il gin lemon
2) atmosfera ovattata post-balla
3) poter stare in silenzio senza il bisogno di spiegarne il significato...
4) gli stranimali
5) la voce di eddie vedder ed i pearl jam
6) la mozzarella e i derivati del maiale (per gli amici pig)
7) "tears of the dragon" di bruce dickinson ascoltata di notte in cuffia al buio con la finestra appena aperta e una birretta in mano.. qualcuno ha da accendere?
8) lo stroh-rum di momo!!!!


OGNI GIOVEDI 15-1630 SU RADIO SHERWOOD


5 GIUGNO DJSET @ MAGNOLIA - MI AMI FESTIVAL (MI)
DAL 18 GIUGNO AL 17 LUGLIO SHERWOOD FESTIVAL
19 GIUGNO DJSET @ BIG BOY
25 GIUGNO DJSET @ BANALE
26 GIUGNO DJSET @ WHATEVER (TRIESTE)
3 LUGLIO DJSET CON DENTE @ SHERWOOD FESTIVAL

DAL 25 MAGGIO, OGNI MARTEDI E VENERDI
@ BANALE COLONIA ESTIVA - PADOVA

RESIDENT @ NEW AGE, BANALE, WAH WAH CLUB, SHERWOOD
ESTRAGON AFRAID EVENTS

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THEN DON’T COME AROUND
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giovedì 9 ottobre 2008 - ore 20:35


.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una volta ho passato due bellissimi giorni in montagna con persone che conoscevo poco. Ad ascoltare canzoni per cui, ammetto, non impazzisco, motivo per il quale non spesso vado a trovare un amico che suona. E con un altro amico che tale musica suona ho passato delle belle ore, a ridere e fare gli idioti

Mesi dopo ho avuto l’onore di incontrarmi in una piazza di Resana a fare una strana "colazione", per poi finire in un ristorante a Monfumo dove non solo ho mangiato come quasi mai in vita mia, ma soprattutto mi sono sentito "a casa", a festeggiare il compleanno di una persona come fossi uno conosciuto da una vita.

Qualche ora dopo eravamo insieme nel familiare recinto di Sherwood, ad aspettare una partita e bere un po’di vino. Con il tempo incerto, le gocce, il sole, l’aria, la stanchezza. Ma poco importava, sembrava davvero di conoscerci da un sacco. Pochi giorni fa qualche contatto da computer a computer.

Non ti ho visto tante volte, non sono uno degli amici con tutte le lettere maiuscole, ma ti ho conosciuto quanto basta per essere sconvolto del non poterti più vedere.

Avevi il sorriso furbo, vecchio. Spero tu te ne sia andato così, perché qui manchi a tanti.
Cazzo di scherzo hai fatto.

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sabato 4 ottobre 2008 - ore 16:38


tjú, tjú, tjú
(categoria: " Pensieri ")


Questa mi sembra sempre più una pagina di tragicomiche memorabilia della mia vita. Cose da rileggere e dire "ma no, possibile sia stato così coglione da pensare ’ste cose? sì, possibile". Cose da rileggere per riciclare in myspace nei momenti di noia. Cose che non ho. Sigur Ros nello stereo. Quella cosa con le casse di fianco che si usava prima di winamp itunes e diavolerie varie, insomma. Stereo perché ha due casse. Non come le Tivoli mono dei coglioni come me che vogliono il lo-hi-fi inutile. Non avevo tempo e mandavo avanti le canzoni. E dicevo "mio dio che palle, skippa". Avevo un sacco di tempo, in realtà. Ma mentre ascoltavo avevo bisogno di mettere nella playlist ideale, nella mia to-do list un centinaio di album. Altre cose che conoscevo a memoria e avevo bisogno di ascoltare ancora.

Non mi bastava mai niente. E il telefono squillava e io non rispondevo, perché ero nevrotico. E il telefono non squillava e toglievo il blocco tasti per vedere se qualcuno aveva chiamato. Ora aspetto che mi passi l’ustione da tubi blu. Ora aspetto che Carletto arrivi in stazione per portarlo a bere due cose, parlare di donne e portarlo a mettere dischi a Venezia. Come aspettavo Carlo un anno fa. Un anno esatto, o giù di lì. Pare una vita. Che mi facevo far la piastra in testa per la prima e ultima volta. E che uscivo dal parrucchiere e pioveva che dio eccetera. Che compravo un sacco di dischi al ventitrè per la serata e che la serata andava cosìcosì. Che dovevo guadagnare dei soldi e c’ho rimesso 16 euro. Che ero ubriaco e coglione ho guidato lo stesso perché poi sapevo che avevi fatto un salto al Banale. Che mi sono aggrovigliato a te al bancone e non me ne ricordo ma me l’hanno detto. Che siamo usciti per mano e siamo andati a far colazione. Che chiusi in un cesso ci siamo baciati e maledetto quel momento. Che neanche alle medie guarda. E poi gli scurimenti le incomprensioni le baruffe e allontanarsi e avvicinarsi e abbracciarsi e musica e sticazzi e maggie che torna e tu non mi saluti e maggie che riparte e tu mi tiri un calcio. E i mesi senza e i ritorni e il vomito e il reflusso e i casini e i dispetti e le mancanze di delicatezza ed altre sbronze e le cose legate al dito e conquistare 24 territori e sì ma io ti ho già visto le carte e sì ma io bleffo e ancora sticazzi. E qualcuno aveva avuto pazienza e io no e pazienza per cosa ancora per sticazzi.

Prima non avevo un lavoro regolare, avevo 4 cani in pista e tanti sogni. Ora i sogni non ci sono. C’è soddisfazione. C’è un lavoro serio. C’è un secondo lavoro serio con centinaia di gambe e mani a portata di occhio. C’è sempre denaro per fare benzina senza accumulare debiti con Visa e per tutto il resto c’è Mastercard. Ci sono stati altri limoni e ci sono state scopate e pompini. C’è il sorriso ebete di qualcuno per un disegno e il sorriso ebete di un altro quando guarda il sorriso ebete per il disegno. Questo è il problema? No, non è certamente questo.

Perché adesso io sono tranquillo.

Bisogna avere pazienza quando si ascolta uno dei loro dischi.
Mi sono preso un po’di tempo per ascoltare. Sigur Ros, of course.

Forse ho bisogno di tempo. Ma non di certo per aspettare.




ég er kominn aftur
inn í þig
það er svo gott að vera (hér)
en stoppa stutt við

ég flýt um í neðarsjávar hýði
(á hóteli)
beintengdur við rafmagnstöfluna
(og nærist)

tjú, tjú, tjú
tjú, tjú, tjú

en biðin gerir mig (leiðan)
brot (hættan) sparka frá mér
(og kall á) verð að fara (hjálp)

tjú, tjú, tjú
tjú, tjú, tjú
tjú, tjú, tjú

tjú, tjú, tjú, tjú

ég spring út og friðurinn
í loft upp

(baðaður nýju ljósi
ég græt og ég græt, aftengdur)
ónýttur heili settur á brjóst
og mataður af svefn-g-englum

tjú, tjú, tjú
tjú, tjú, tjú
tjú


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venerdì 19 settembre 2008 - ore 21:11


Someday we’ll go all the way
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Pearl Jam is downloading Eddie Vedder’s song for the Chicago Cubs at pearljam.com 4 minutes ago.
Mood: rockin


Sì, la musica gratis è bella.
E’bello pavoneggiarsi con gli amici di aver scaricato l’ultimo album dell’illustre sconosciuto due giorni prima dell’uscita nel souk di Tunisi.

Ed è altrettanto bello avere il cd in mano. Con il libretto che profuma di carta stampata o di cartone, o con ancora l’aroma di plastica, con il nylon che, mentre lo apri, fa sì che grazie al cartoncino ti procuri tagli e bestemmie. E’bello tenere in mano il cartone mentre fissi uno stereo senza immagini che pronuncia l’atteso sermone dalle sue grandi orecchie, bocche o casse, che dir si voglia.

Ma avevo dimenticato quanto fosse bello il digital download. Guadagnare la proprietà del tuo "pane".
Perché se è vero che l’ultimo pezzo di Vedder è già ovunque, "gratis", è anche bellissimo che ti arrivi un update su Myspace, tu esca dalle lenzuola, prenda il portafogli, tiri fuori la carta di credito e spenda 0,99 dollari per una giusta causa. Che poi sono davvero pochi soldi, in effetti.
Scaricare un pezzo, seppure live, ed averlo. Per sempre, se lo carichi in uno spazietto online.

E’tua. Non è una delle tante. E’tua, è quella che hai scelto.

Godertelo quando la serranda è abbassata come te, stasera.
Grazie, Eddie. Ho sorriso, sai?
E come al solito mi è venuta la pelle d’oca.

GO ALL THE WAY - EDDIE VEDDER



Don’t let anyone say that it’s just a game.
For I’ve seen other teams and it’s never the same.
When you’re born in Chicago, you’re blessed and you’re healed.
Every time you walk into Wrigley Field.

Our hero’s wear pinstripes; hero’s in blue.
They give us the chance to feel like hero’s too.
Whether we’ll win, and if we should lose,

We know someday we’ll go all the way.
Yeah! Someday we’ll go all the way.

We are one with the Cubs, with the Cubs we’re in love.
Yeah hold our head high as the underdog.
We are not fair weather but fall weather fans!
We’re like brothers in arms in the streets and the stands.

There’s magic in the ivy and the old scoreboard.
The same one I stared at as a kid keeping score.
A world full of greed I could never want more.

Someday we’ll go all the way.
Yeah! Someday we’ll go all the way.

And here’s to the men and the legends we’ve known.
Teaching us faith and giving us hope.
United we stand and united we’ll fall.
Down to our knees the day we win it all.

Yeah Ernie Banks said, "Oh let’s play two."
Or did he mean 200 years?
In the same ballpark, our diamond, our jewel.
The home of our joy and our tears.

Keeping traditions and wishes made new.
The place where our grandfathers’ fathers they grew.
A spiritual feeling if I ever knew.
And if you ain’t been I am sorry for you.

And when the day comes, when that last winning run,
And I’m crying and covered in beer.
I’ll look to the sky and know I was right.

To think someday we’ll go all the way,
Yeah! Someday we’ll go all the way.


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giovedì 18 settembre 2008 - ore 17:52


The neverending story
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A parte gli articoli su Zero, online e cartaceo..

un altro pezzo su Benicassim scritto da me (pagg. 58-61) su INESCO.
Nel vostro negozio / locale preferito oppure in Pdf (pronto da favoleggiarci)
http://www.inescomagazine.it/archivio/Inesco Issue 05.pdf

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mercoledì 17 settembre 2008 - ore 01:39


Cosa può rovinare una bella giornata?
(categoria: " Vita Quotidiana ")


No, non una fastidiosa diarrea. Ma della gente di merda sì.
A volte ci sono degli angeli che ti ascoltano e ti tengono su.
Tipo Luca Vieno, Alberto Antonello e Carlo Pastore.

Chi vivrà vedrà.

UNA STORIA DISONESTA - STEFANO ROSSO
Si discuteva dei problemi dello stato
si andò a finire sull’hascish legalizzato
che casa mia pareva quasi il parlamento
erano in 15 ma mi parevan 100.
Io che dicevo "Beh ragazzi andiamo piano
il vizio non è stato mai un partito sano".
E il più ribelle mi rispose un po’ stonato
e in canzonetta lui polemizzò così:

"Che bello
due amici una chitarra e lo spinello
e una ragazza giusta che ci sta
e tutto il resto che importanza ha?
che bello
se piove porteremo anche l’ombrello
in giro per le vie della città
per due boccate di felicità".

"Ma l’opinione - dissi io - non la contate?
e che reputazione, dite un pò, vi fate?
la gente giudica voi state un po’ in campana
ma quello invece di ascoltarmi continuò:

"Che bello
col pakistano nero e con l’ombrello
e una ragazza giusta che ci sta
e tutto il resto che importanza ha?"

Così di casa li cacciai senza ritegno
senza badare a chi mi palesava sdegno
li accompagnai per strada e chiuso ogni sportello
tornai in cucina e tra i barattoli uno che....

"Che bello
col giradischi acceso e lo spinello
non sarà stato giusto si lo so
ma in 15 eravamo troppi o no?".
E questa
amici miei è una storia disonesta
e puoi cambiarci i personaggi ma
quanta politica ci puoi trovar


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martedì 16 settembre 2008 - ore 13:50


Tutti a salire sul carro dei morti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E’incredibile: da ieri sono tutti fan dei Pink Floyd.

E’morto Wright? Tutti pieni di cultura sui Pink Floyd.
Magari dopo che hanno ballato "Another Brick in the Wall" una volta ogni tanto al "Love".
E tutti sanno citare il muro (è in effetti difficile tradurre "the wall") o indicare "quel disco lì.. bello... con la copertina con quella roba trasparente"
Si chiama Dark side of the moon, coglioni.
Si chiama prisma, coglioni. Infilatevelo nel culo.
E se non fossero esistiti Google e Wikipedia avreste pensato fosse il titolo di un libro, o di un film con Brad Pitt.

Allora fatevi una cultura anche di canzoni italiane:
Siete proprio dei pulcini (Afterhours)
Ma andate a cagare, voi e le vostre bugie (Max Gazzè)
6/1/Sfigato (883)

Mancherai a tutti, Wright. Persino ai figli di puttana che parlano di te pur di garantirsi un momento di gloria da web. Se ne vadano a farsi fottere quei quattro coglioni che non sanno cosa voglia dire "musica".

Mandali a leccare la fregna di Rihanna al supermarket.

VOLO SULLA MIA CITTA’ - TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
Volo sulla mia città con la bicicletta
E faccio finta di non sapere quanto male fa cadere giù
Con la luna appiccicata sulla schiena
E la testa piena di petali di te
Volo sulla mia città con la bicicletta

Volo sulla mia città con la bicicletta
E spero non mi faccia male stare senza
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
Poi cado giù… cado giù…
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento

Sono ora come sono sempre stato
Un bambino in piedi in mezzo a un prato
In mezzo all’erba verde, più alta di me
Sono ora come sono sempre stato

E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
Poi cado giù… cado giù…
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento
E se solo mi spavento


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lunedì 15 settembre 2008 - ore 02:48


Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Girando per Youtube ho rivisto una Tatangelo al suo primo Sanremo.
In quel periodo avevo una relazione importante, ed ero innamoratissimo. Ogni weekend prendevo un treno, un albergo, un regalo. E ciclicamente una cantonata.
Le altre donne, per me, non esistevano.
Ma avrei voluto farmi la Tatangelo, una volta cresciuta, lo ammetto. E mi piaceva pure la canzone, difficile dire perché. Forse per il rassicurante coro sanremese che non saprei in grado di spiegare, ma da sempre esiste. E c’è solo nei pezzi di Sanremo e A Sanremo.

Vabbè.

Non di sole cazzate, però, per fortuna, è fatto il mio passato.
E so che non ve ne fregherà un cazzo, occhi che stanno guardando questo monitor.
Però nel 1994 mettevo il mio primo disco in un locale. Si chiamava Le Palais.
Da qualche giorno è un troiaio, all’epoca era uno dei locali più in voga qui a Padova.
Mi piaceva andare in discoteca, mi aiutava a svegliarmi fuori, a combattere la timidezza e, magari, a rimorchiare.
Ma ballare non faceva per me, ed ero uno di quelli che passava un’ora dietro la consolle a guardare le buste dei vinili prima che venisse comunicata la lieta novella in sette note alla sala intera.
E a fianco di Fabio Parodo, quella volta, misi il primo disco.
Non bevevo. Ma mi venne di colpo il Parkinson. Avevo la mano che tremava schifosamente e la puntina rischiava di finire nell’occhio di Fabio, per la forte escursione ondulatoria.

Sono passati 14 lunghi anni. Anni in cui è successo di tutto e che sono volati. Anni ai quali ogni tanto ripenso e dico "cazzo, quante ne ho fatte". Di cazzate come di cose belle, tante delle quali sembrano ora ancora impossibili pure a me.

Eppure il vento soffia ancora. E quando ad aprile mi è stato chiesto di mettere dischi, da settembre, nel locale dove ho visto tutti i gruppi che amo, dEUS, Calexico e Afterhours solo per fare tre nomi, da persone che di musica ne sanno e pure con un certo (loro e mio) entusiasmo non capivo più niente. Galleggiavo. E ho galleggiato fino a quando alle tre e mezza del mattino ieri notte ho staccato le mie cuffie e appoggiato la Redbull. E mi sono guardato la pista piena come si guarda il mare dalla finestra dopo aver fatto l’amore (sì, non può succedere all’Arcella, ma rende bene l’idea). E ho visto le facce conosciute che erano lì per me e le tante teste solo intraviste o appena "incontrate" che accompagnavano le note che fino a quel momento avevo scelto io.

E mi sono sentito ripagato più che dai contanti nel portafoglio prima di ripartire per Padova, dopo aver spento la musica alle SEI.
Ripagato per le ultime due settimane di nervi assurdi. Di paura di non essere adatto. Perché quella paura io ce l’ho ancora, ce l’ho sempre prima di salire. Sparisce con il primo pezzo, per carità. Ma anche se non uso quasi più puntine e vinili, beh, la mano trema comunque. E mi devo prendere dieci minuti di relax prima di infilarmi nel mio ripostiglio di dischi cuffie mixer piatti piastre. Devo respirare. E continuo ancora oggi a provare la sensazione di aver lasciato a casa il disco giusto. Il pezzo che in quel momento serviva. Quello che tutti aspettavano, secondo me, e che io ho scordato.

E’come sentirsi in colpa.

Ma poi partono le teste. Gli urletti, che non potete immaginare quanto bene facciano. I vari "Vai Momo". E non ho più bisogno di nessuna rassicurazione. Quando vedo gli altri dj che sorridono e fanno cenni di approvazione. Quando vedo voi che sudate. Quando anche i baristi ballano dal bancone dall’altra parte della sala. Quando i boss dei locali ti vengono a portare da bere. Quando hai un frighetto personale in consolle. Quando sono sudato a fine set e penso che è ora di fare ordine, e che il casino di dischi sparpagliati sul banco mixer sono il sintomo che vorrei darvi sempre il disco migliore. Quando la battuta del brano A si mescola perfettamente con quella del B, senza troppi giochini di toni e volumi. Quando infilo il loop giusto. Quando riesco a mescolare anche due pezzi rock senza "pura cassa". Quando sto cantando e voi laggiù non potete sentirmi. Quando mi prendo 30 secondi appena ho messo il pezzo, come mi ha insegnato il grande Manuel (no, non Agnelli) per rilassarmi prima di pensare al successivo. Quando ho paura che un disco salti perché li tratto da cialtrone. Quando manca la corrente per tre secondi e dite "no" con un milione di "o" invece che "mona, mona". Quando c’è chi ti batte sulla spalla, conosciuto o sconosciuto, sostenitore o detrattore, poco importa.

Io ho i brividi. E ieri ho buttato un sacco di tempo steso a letto a pensare.
A pensare che avrei dovuto prepararmi 4 o 5 compilation "di sicurezza" da unire ai 120 originali scelti per la serata e alle compile già pronte degli ultimi set. E a sapere fin dall’inizio che di compile ne avrei preparata solo una. Perché mi sarei mosso tardi, chiaramente.
Facendomela addosso.
Mentre tutti dicevano "dai che va bene", come fossi un ginnasta prima del saggio, un parente fuori da una sala operatoria, uno studente alla maturità.
E forse studente mi sento ancora, visto che ogni sera imparo qualcosa. Dai colleghi, dai dischi che ascolto, da quelli che metto.. e da voi.
Voi, rompicoglioni che fate richieste mentre cambio canzone.
Voi, ubriachi che ripetete la stessa cosa venti volte.
Voi, belle che sorridete e mandate baci, o venite a darli al dj.
Voi, amici che state sotto per un po’, poi vi disperdete e poi vi rifate vivi.
Voi, che volete una consumazione.
Voi, che volete una tessera omaggio.
Voi, che non volete niente se non divertirvi.
Voi, che mi avete scelto, credete in me e mi pagate.
Voi, che vi lamentate se non vi è piaciuto qualcosa.
Voi, che avete fatto un pezzo che mi dà la pelle d’oca.
Voi, che vi si legge in faccia vivete di musica.
Voi, che guidate la mia macchina se non posso farlo.
Voi, che vi siete fatti fino a un centinaio di km per me.
Voi, che eravate lì per caso.
Voi, che avete tirato fuori 10 euro a testa.

Io vi adoro. Tutti.
Ieri ho ripensato all’apertura New Age dell’anno scorso.
Ieri ho sentito una frase da uno che mi conosce appena.
Ieri lui ha capito tutto, anche se non gliel’ho detto.

Continuo a galleggiare.

UNA COSA SPECIALE - TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
una ragazza bruttina da sposare
e un’amante da coccolare
un cagnolino da portare a passeggiare
un bambino pannolino da cambiare
un giardino di fiori da curare
francobolli da annaffiare
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
un traguardo importante da mancare
un fratello buono da fregare
una squadra del cuore da tifare
un partito forte da votare
un attore al quale assomigliare
e dei denti nuovi da mostrare
voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
una ragazza bruttina da sposare
e un automobile rossa da lavare
voglio avere una vita regolare
sapere quello che va quello che male
voglio avere una vita normale
sapere quello che va quello che male

ma voglio fare una cosa speciale
una rapina che mi salva la vita
voglio fare una cosa speciale
una rapina che mi cambia la vita

voglio avere una vita normale
che mi alzo presto per lavorare
voglio avere una vita regolare
sapere quello che va quello che male
un cagnolino da portare a passeggiare
un bambino pannolino da cambiare
un giardino di fiori da curare
francobolli da annaffiare
voglio avere una vita normale
nessuna rivoluzione da fare
voglio avere una vita regolare
che vado a scuola ad imparare a suonare

domani scendo
e mi compro una pistola

e poi con i soldi mi compro
un camper
oppure
una station wagon
oppure
un telefonino portatile
oppure
un kalashnikov per rapine più grosse

domani scendo
e mi compro una pistola


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venerdì 12 settembre 2008 - ore 16:04


Postilla
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il mio articolo su Benicassim è qui:
http://setyourstyle.com/kikimagazine.pdf


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venerdì 12 settembre 2008 - ore 11:14


Sarà l’Aurora
(categoria: " Scienza e Tecnica ")


C’è chi ormai scrive solo a videoterminale.
C’è chi ama solo una Lettera 22 o una Smith-Corona Galaxis Deluxe.
C’è chi usa i pennarelli o le bombole su muri e cancelli.

La maggior parte delle persone, però, è ancora in grado di reggere destra o mancina quella che a tutti gli effetti dovrebbe, spesso, essere considerata un’arma impropria.

Non parlo della matita, così attaccabile da gomma, intemperie, tempo.
Parlo della penna.

Dalle Bic, che costeranno nei nostri cuori per sempre 200 lire alle Mont Blanc, un po’fighette e un po’stilose, il passo è molto lungo.

Si può incorrere in un centinaio di diversi tipi di penna, dalle classiche stilografiche alle nuovissime penne gel, utilissime soprattutto se passate tra i capelli nei momenti difficili.

Ci sono marche su marche, note o meno, ma solo una è denominata dalle maggiori enciclopedie come la penna invisibile.

Non sto parlando dell’inchiostro simpatico, qui non si tratta di scritte che spariscono o affari simili: c’è una casa produttrice che lavora nel limbo, i cui dipendenti vivono sotto copertura mantenendo il più stretto riserbo su ciò che fanno.

Trattasi dello stabilimento delle penne Aurora.

Alla domanda quando hai visto per la prima/ultima volta una penna Aurora? ogni italiano risponde allo stesso modo: "il giorno della prima Comunione".

Forse è anche per questo che gli atei e gli agnostici ce l’hanno con i Cristiani. Loro la penna Aurora l’hanno solo intravista, da lontano.

Passano gli anni, cambiano le epoche, la moneta corrente, il modo di comunicare delle persone, ma una cosa è certa: ad ogni pranzo di prima Comunione ci sarà un bambino che, convinto di trovare l’ultimo giocattolo, estrarrà da un pacchetto, con estrema tristezza, una penna Aurora.

Prodotte appunto in una località segreta, di discreta fattura, leggere ed eleganti ma con un tocco casual, le penne Aurora sembrano davvero non esistere.
Quando ci si avvicina alla somministrazione del Sacramento, i genitori contattano una fitta rete di informatori, non senza allungare bustarelle dove dovuto per riuscire a raccattare un affidabile pusher di Aurora.

Solo dopo una lunga serie di telefonate, segnali di fumo, cenni, motti da briscola e ammiccamenti lussuriosi si riescono ad ottenere le sacre informazioni utili a procacciarsi una penna.

Il luogo dell’incontro con il pusher resta più segreto dell’indirizzo di Babbo Natale.
Le renne, si sa, vivono invece al banco frigo dell’Ikea.

Si narra che alcuni genitori non siano mai tornati dal luogo convenuto.
Probabilmente volevano sapere troppo.
Probabilmente hanno fatto troppe domande.
Probabilmente hanno tentato di trattare.
Probabilmente hanno chiesto piccola zonta d’inchiostro.

Quello che è sicuro è che loro, per i loro figli, avrebbero dato tutto.
Tutto per una penna Aurora.

Da quando il bimbo ha la penna Aurora, scatta un idillio lungo circa 3 settimane.
La sfodera dall’astuccio appena inizia il tema in classe, non prima, in mezzo al silenzio generale, causando fragori da Big Bang (sì, anche nella Svizzera italiana).
Le amiche lo guardano con ammirazione e disegnano cuoricini sul foglio protocollo, i compagni maschi provano ira nei suoi confronti, la maestra sogna un figlio come lui, la bidella ha un occhio di riguardo per il suo banco.

La penna Aurora sparisce, questo è il problema.
In meno di un mese la penna viene persa, o viene rubata, o si rompe, o viene nascosta.
Per esperienza, non verrà mai più ritrovata. Biro o stilografica, non ha lo spirito di Pollicino e non lascia tracce. Di lei solo qualche macchia di inchiostro che perdurerà per sempre nell’astuccio. Come una nava lascia la scia, io vi lascio la firma mia sono le sue ultime parole.

E’dalla sfiducia verso le penne Aurora che è sempre più diffuso il fenomeno dello sbattezzamento.

AMORE MIO INFINITO - BUGO & VIOLA



Quando vado a scuola,
mammamia che fatica!
Che brutta la salita!

Ma oggi ho un disegno:
che bello andare a scuola!

Forse, mia cara maestra, non ha capito.
E’ amore mio infinito.

Prendo la bicicletta,
devo fare in fretta,
sono fiero di me.

Su un foglio ho disegnato
il sole e la collina:
il sole è la bambina.

Cammina sopra ad un mare,
un mare di frutta frullata
e non va a fondo mai.

Un vento di sciroppo
e nuvole di spinaci,
io voglio i suoi baci!

L’amore è quando mangi la brioche,
che l’ha scaldata la bambina.
Ma ora è fredda,
ma la mangio uguale!

Forse, mia cara maestra, non ha capito.
E’ amore mio infinito.


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martedì 9 settembre 2008 - ore 14:15


Concesso di volare
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Mi sono mozzato un dito.
L’ho fatto di proposito, perché dava fastidio.
Poi però ne ho scelto un altro, senza rischio di rigetto apparente, e l’ho attaccato.
Sta pure meglio di quello di prima.
E no, non è come quando domenica scorsa mi sono chiuso tre dita nella porta. Quella non era una cosa prevista, una cosa meditata. Quella era fatalità.

Nemmeno tutto questo era previsto. Non era previsto, citando Gazzé, Max, quello che scrive alcune cose e ne canta tante altre. Non Federico, che non parla ma scrive. Ma qualche sentore c’era, perché quando ti fidi di una persona e, da qualche mese, senti lo stesso odore sempre più forte... beh, tanto vale fare capanna sotto le lenzuola.
Almeno è roba tua.

Vorrei di nuovo un baretto. Un baretto senza amicidimerda. Un baretto dove andare da soli a bere una birra gelata nelle sere inutili. Un baretto con un barista, ma senza il barista che si mette in mezzo. E che riferisce. E che approfitta.
E rivedere le parentele. Quelle vere, quelle acquisite. Quelle lasciate in bilico.

Quanto sto bene con il mio nuovo dito. In effetti in precedenza non avevo mai sentito tendere la mano. Ora la mano non solo viene tesa, ma quando è rifiutata ti saluta con il pugno che si apre e si chiude.

I bambini non fanno "ciao" con la mano aperta. I bambini chiudono e aprono il pugno. Non spostano l’aria, ti stringono e ti lasciano andare a distanza. Ed è il saluto più vero. I grandi si fanno aria come in un ballo di gruppo di Buona Domenica.

E un po’d’aria è quella che ci vuole. Anche se il caldo che non mi fa dormire è comodo per avere tempo extra per pensarti. Non è mai stato un problema rubare ore al sonno, figuriamoci in questo caso. Annulla, Riprova, Ignora? Tralascia?

Il volume non è mai giusto. E’sempre troppo alto o troppo basso. Ci sarà sempre un genitore, il tuo sonno_con_bisogno_di_sottofondo o un vicino di casa che rompe i coglioni per una pressione di troppo del tasto su, o la tua anima che rompe per una pressione di troppo del tasto giù. Vorrei una scala infinita di quei livelli, tra l’uno e l’altro. Vorrei una rotella senza scatti da combinazione di cassaforte.

"Ci sono giorni in cui la vita non la capisco.
E in quei giorni spaventosi io vorrei spiarmi da un angolo lontanissimo per vedere meglio il panorama di questo personaggino presuntuoso tutto naso ed orgoglio che si fa domande importanti prima di aggiungere alcool al suo sangue incapace di organizzare un diversivo valido, vorrei osservarlo e ridere mentre con le mani si preme le tempie come se quelle poverette potessero dargli un succo, mentre recita lo sforzo ridicolo per calamitare qualche applauso di compassione, piccolo mammifero troppo distratto dagli avanzi dell’aria per accorgersi di girare in sè stesso come un cavatappi, con gli occhi precipitati nel cielo da così in basso che quell’immenso soffitto azzurro e perfetto gli sembra perfino parte di una scenografia intelligente.

Ma dov’è l’intelligenza nel non saper godere di ogni singolo bellissimo istante che balla sensuale dentro un minuto, e del milione di millimetri che si sono persi quando un chilometro finisce?

Ci sono giorni in cui la vita la capisco."

Francesco Gazzè

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