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shaula, 32 anni
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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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martedì 7 aprile 2009 - ore 10:28


NO
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La notizia più letta di ieri sul Corriere Della Sera nella sua versione on line è quella che ci racconta di Adriano introvabile in Brasile per una delusione d’amore.

Cerco di giustificare persone che non conosco pensando che gli articoli sul terremoto in Abruzzo erano più numerosi e i lettori possono essersi divisi fra l’uno e l’altro.

Altrimenti sai che schifo di mondo.

E non fossero bastate le lacrime: leggere quello che ha scritto oggi Gian Antonio Stella.

Aggiornamento 11 aprile: Con questo non voglio dire che Grasso ha ragione. Solo che c’è modo e modo di affrontare le cose. Soprattutto se l’informazione sei tu.


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domenica 5 aprile 2009 - ore 13:47


I lettori
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Bando alle cianci (è una cosa che, scusatemi, la capiscono in meno di una decina), la crisi c’è, si vede e si sente. I media la stanno analizzando da mesi sotto ogni profilo scrivibile. Quello economico regna sovrano, perché generatore e culmine di tutti gli altri: c’è il lato socio antropologico, quello psico terapeutico, quello consumistico commerciale, quello farmaco sanitario. Negozi d’indirizzo e boutiques, grandi supermercati e centro grossisti, fabbriche di copertoni, agenzie di viaggi, pasticcerie, fiorerie, lavori inventati da chi ne ha perso uno lì lì, che a momenti neanche se ne accorgeva.
E così, passeggiando immersa nei miei pensieri, mi sono specchiata nella vetrina di una libreria. La mia faccia in un mosaico di copertine nuove e improvvise, spuntate come funghi sotto la pioggia della “crisi”: una parola che tutti pronunciano e pochi sanno analizzare scientemente. Però la crisi c’è, si vede e si sente. Sappiamo come si comportano i titolari dei locali, come si comportano i dirigenti d’azienda, come si comportano i registi e i giornalisti.

Ma come si comporta il lettore?



Non chiedo se sono aumentati o meno gli introiti, se il lettore spende o no. Pur non avendo approfondito la questione suppongo che si comporti come ogni altro consumatore, cercando di ridurre le uscite.
Mi chiedo invece come si comporta il lettore “mentalmente”. È una categoria anche questa, varia e variegata, profonda e professionale, e mi riferisco sia al lettore specializzato che a quello onnivoro, a quello medio e a quello infimo da un libro all’anno, con la polvere ferma a pagina otto.
Cosa fa il lettore, cosa vuole? Si difende o attacca? Cerca rifugio nei classici o cerca la fuga con i contemporanei? Legge libri che danno fiducia nel futuro perché hanno segnato il passato? O sceglie chi scrive, vive e vegeta nel qui ed ora, e concepisce e analizza con coscienza quello che succede? Sarebbe bello da studiare. Si va sul Camilleri che tanto piace a mamme nonne zii e nipoti, o si punta sugli scrittori di nicchia per ricavarsi un angolo privato intoccabile, come se nessun altro potesse raggiungerlo?
Un’analisi troppo difficile da fare. Conosco una sola commessa di libreria (colei che un giorno sarà la mia editrice) che sarebbe in grado di fare un ragionamento del genere, e aiutarmi a capire.



Ci sono quelli che hanno sempre qualcosa da dire. Che in qualsiasi occasione riescono ad estrarre il coniglio dal cilindro e incantare platea e palchi laterali. Se mai lo sono stata, per merito – o colpa – dei miei sproloqui che si ergevano a dogmi universali, ora trovo pochi spunti per monologhi e trattazioni.
Sono troppo limitata su questo blog: sto perdendo colpi, e nessuno di voi può capire quanto mi dispiace. Sono come quelle attrici non bravissime che quando passano i quarant’anni non se le fila più nessuno, perché sono vecchie per lo schermo. Ho perso appeal, non ho più la continuità e la verve di un tempo, e di conseguenza ho perso gran parte dei miei lettori (a volte dispersi e scomparsi negli infiniti catodici meandri di quell’insulseria cosmica che è myspace e quell’ipnotico facebook). Non è colpa solo della mancanza di tempo, del bisogno di staccarmi da questo computer ogni tanto, della voglia di vivere fuori da questa casa. È colpa mia, mia proprio. Perché forse mi faccio più problemi di quelli che ho in realtà, ma ogni convivenza è difficile, e la mia è questa.
Chi mi legge, da qualche mese a questa parte, lo fa per controllare cosa sto facendo, con chi mi vedo, ma senza interessarsi davvero alla mia vita, perché saprebbe che quello che di vero e forte mi succede è tutto fuori da qui.
Mi manca il mio blog, mi manca poter scrivere ogni giorno quello che voglio io, e mi manca il non dover fare attenzione a tutti quelli che stanno fuori e commentano, pontificano, giudicano, benpensano e intervengono silenziosamente. A distanza. Senza farsi vedere. Ospiti graditi e sgraditi, pronti a correggere ridendo i miei pensieri. Come se ci fosse bisogno di correggere quello che uno pensa. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato. Come se.

Come quando fuori pioveva.


Povero me – Francesco De Gregori

Cammino come un marziano come un malato
Come un mascalzone per le strade di Roma
Vedo passare persone e cani
E pretoriani con la sirena
E mi va l’anima in pena
Mi viene voglia di menare le mani
Mi viene voglia di cambiarmi il cognome
Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro
E non ho mai capito come
Ma dimmi dov’è la tua mano
Dimmi dov’è il tuo cuore

Povero me povero me povero me
Non ho nemmeno un amico qualunque
Per bere un caffè
Povero me povero me povero me
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Guarda che autunno che è
Povero me povero me povero me
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me
Povero me povero me povero me
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Che povero giorno che è

Cammino come un dissidente un deragliato un disertore
Senza nemmeno un cappello o un ombrello da aprire
Con il cervello in manette
E dico cose già dette
E vedo cose già viste
I simpatici mi stanno antipatici
E i comici mi rendono triste
Mi fa paura il silenzio
Ma non sopporto il rumore
Dimmi dov’è la tua voce
Dimmi dov’è il tuo amore

Povero me povero me povero me…




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venerdì 3 aprile 2009 - ore 15:16


Messaggismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ne segnalo due per segnalarli tutti.

Dal Messaggero, 2 aprile 2009:
Michelle e Regina, abbraccio imprevisto. I fotografi di corte hanno immortalato Michelle Obama e la regina Elisabetta strette in un abbraccio al termine del ricevimento. Alla fine della serata, mentre parlavano tra loro fitto fitto, la sovrana ha messo il braccio dietro la schiena alla first lady americana, che ha ricambiato il gesto affettuoso facendo altrettanto, in una violazione del protocollo che vieta di toccare la regina. «È stato un incontro veramente molto bello», ha commentato Michelle.

Dal Corriere della Sera, 2 aprile 2009:
Gli Obama a Londra fanno saltare anche il rigido protocollo di Buckingham Palace. A conferma del feeling scoppiato tra la coppia presidenziale americana e i reali inglesi durante il tè a Palazzo, i fotografi di corte hanno immortalato Michelle Obama e la regina Elisabetta strette in un abbraccio al termine del ricevimento offerto per i leader del G20 e le loro mogli. Alla fine della serata, mentre parlavano tra loro fitto fitto, la sovrana ha messo il braccio dietro la schiena alla first lady americana, che ha ricambiato il gesto affettuoso facendo altrettanto, in una violazione del protocollo che vieta di toccare la regina.

Io la trovo una cosa bellissima, di una spontaneità dolce e pulita. Certi protocolli, seppur tradizioni rispettabilissime, non sono più da considerarsi obblighi morali. Secondo me Elisabetta lo aspettava da tanto, un piccolo gesto come quello: poterlo fare, essere ricambiata. Alla fine è una regina che ne ha passate tante, si è modernizzata. Non sarà l’abbraccio della First Lady americana a cambiare la storia del mondo, ma un passettino su certi vezzi da salotto forse ce lo farà fare...




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mercoledì 1 aprile 2009 - ore 21:47


Giornalismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Da un gustosissimo articolo letto su Style, mensile di Rcs, che mi ha fatto sorridere e riflettere in merito alla mia condizione. Cose che sapevo già, ma che dette così fanno tutto un altro effetto...

Domenico De Masi racconta delle “news che fanno bene”, argomentando la necessità e la piacevolezza dell’informarsi. Un’attività che, pensando all’operosità e allo stile di vita delle api, appare anche salutare: “Oggi di notizie, però, ne riceviamo troppe, e il potere mediatico è anche politico – spiega -. La correttezza informativa rischia di trasformarsi in manipolazione. Una tradizione che risale alla stampa napoleonica, con risvolti esilaranti”.
Eppure, e ne siamo ben consapevoli, l’informazione ha anche un vizio o difetto, che dir si voglia, e De Masi lo racconta con un semplice esempio datato inizio ottocento e mostruosamente attuale.

Ecco quanto riportato dal giornalista:

La manipolazione delle notizie non è nata oggi. Quando nel marzo 1815 Napoleone fuggì dall’Isola d’Elba, il più famoso dei giornali francesi, Le Moniteur, riferì gli eventi con questi titoli.

9 marzo: Il mostro è fuggito dal luogo dell’esilio.
10 marzo: L’orco di Corsica è sbarcato a Capo Juan.
11 marzo: La tigre si è mostrata a Gap. Le truppe stanno avanzando da tutte le parti per arrestare il suo cammino. Egli concluderà la sua miserevole avventura tra le montagne.
12 marzo: Il mostro è realmente avanzato fino a Grenoble.
13 marzo: Il tiranno è ora a Lione. Il terrore stravolge tutti alla sua comparsa.
18 marzo: L’usurpatore ha osato avvicinarsi fino a 60 ore di marcia dalla capitale.
19 marzo: Bonaparte avanza a tappe forzate, ma è impossibile che raggiunga Parigi.
20 marzo: Napoleone arriverà domani sotto le mura di Parigi.
21 marzo: L’Imperatore Napoleone è a Fontainebleau.
22 marzo: Ieri sera Sua Maestà l’Imperatore ha fatto il suo ingresso pubblico ed è arrivato alle Tuillieries. Niente può superare la gioia universale.





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martedì 31 marzo 2009 - ore 09:21


Giornalismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Informazione di servizio: Ferruccio De Bortoli è il nuovo direttore del Corriere della Sera. Lo ha comunicato ieri sera Rcs Mediagroup.



Nato a Milano nel 1953, Ferruccio de Bortoli torna nel gruppo nel quale è cresciuto giornalisticamente, dagli inizi come praticante nel 1973 al Corriere dei Piccoli fino alla direzione del Corriere della Sera. Ha lavorato infatti anche al Corriere d’Informazione e all’Europeo. Al Corriere ha cominciato nel 1979 in cronaca, per poi passare all’Economia. E’ stato poi caporedattore dell’Europeo e del Sole 24 Ore per poi tornare in via Solferino nell’aprile del 1987, come caporedattore dell’Economia. Nel dicembre 1993, durante la prima direzione di Paolo Mieli, è stato nominato vicedirettore e l’8 maggio del 1997 ha assunto la direzione del Corriere. La lascerà sei anni dopo, il 14 giugno 2003. Dopo aver lasciato la guida del quotidiano a Stefano Folli, de Bortoli è stato nominato amministratore delegato di Rcs Libri, presidente della casa editrice Flammarion e vice presidente dell’Associazione Italiana Editori. La parentesi nel settore dei libri è durata fino al gennaio del 2005, quando de Bortoli è diventato direttore del Sole 24 Ore. Il neo direttore del Corriere della Sera è anche presidente della Fondazione Pier Lombardo - Teatro Franco Parenti e della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano.


Per maggiori informazioni.

E nel frattempo, sul Corriere del Veneto on line, trovate questo, questo e altri...
Appaio sulle ricerche di google, è fantastico...




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giovedì 26 marzo 2009 - ore 18:45


Il giochino della Silvia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Dopo quasi una settimana di oblio eccomi di nuovo qui con le mie personalissime e demenziali dissertazioni sull’essere esseri umani. Non specifico il quoziente intellettivo che ritengo sufficiente per la definizione di essere umani perché sono democratica, e soprattutto perché ho bisogno che il mio target di lettori sia il più ampio possibile.
In questo preludio di primavera che domani sarà stravolto da perturbazioni e aria fredda (detesto gli illusi e i sognatori, il caldo è ancora lontano, vi vengo incontro con la realtà) voglio illustrarvi il mio gioco preferito nei periodi di magra economica.
Il gioco si chiama “Quanto ha risparmiato oggi la Silvia?” e ritengo superfluo sottolineare che la Silvia sarei poi io. E che ovviamente se gioca Pierino il gioco si chiama “Quanto ha risparmiato oggi Pierino?”, mentre se gioca Lucilla il gioco si chiama “Quanto ha risparmiato oggi la Lucilla?”, e così via.

Il gioco è molto semplice, basta seguire le poche regole che lo regolano (giustamente le regole regolano). Io dirigo il mio gioco sull’abbigliamento e gli accessori e lo faccio in centro, sfilando fra strade e vetrine, ma per chi è più fortunato si può fare anche in un centro commerciale – di quelli seri però. Si può giocare in qualsiasi luogo: rivendita di casalinghi, ipermercato, Mediaworld, negozio di articoli sportivi, mercato rionale, quel che volete. Pronti, partenza, via.



Punto 1 – Il giocatore entra in un negozio che frequenta solitamente. Va specificato subito, per non incappare in sorprese di cartellino e per tenere un attimo i piedi per terra – il gioco va fatto con grande serietà, si tratta di un gioco al risparmio dopotutto.

Punto 2 – Il giocatore vede o cerca i capi che più gli piacciono fra quanto esposto all’interno del negozio. Con attenzione, coscienza e affidandosi a relazioni di necessità e portabilità della merce, è fondamentale razionalizzare. Il concorrente deve porsi poi la seguente domanda: cosa comprerei davvero di quanto vedo fra i bancali?

Punto 3 – Il giocatore sceglie. Il numero di capi non può essere troppo alto, a meno che non siate maniaci dello shopping che quando vanno per negozi tornano a casa coi borsoni formato famiglia. Io consiglio dai 3 ai 5 pezzi se il budget lo consente e se il costo non è superiore al vostro stipendio mensile.

Punto 3 bis – Il giocatore entra nei camerini e prova. Il punto 3 bis è solo per i temerari, non tutti i concorrenti possono sopportare il punto 3 bis. Spesso maglie appese ai manichini sono insignificanti, ma addosso al giocatore possono essere come uova e zucchero sul mascarpone. E una cosa come questa può mandare all’aria tutto.



Punto 4 – Cartellini alla mano dei soli capi scelti e di tutti i capi scelti, il giocatore stabilisce quanto sta per spendere. Ad esempio: la gonna azzurra con fiori ricamati costa 25, la t-shirt gialla 14, le scarpe a fiori 39, il cappello di paglia 16 = 94 euro.

Punto 5 – Il giocatore ripone tutto esattamente al suo posto (se non ne ha voglia lascia sul tavolo più vicino, c’è chi è pagato apposta, ma io ad esempio adoro ripiegare le maglie).

Punto 6 – Il giocatore deve pensare a quali di questi capi avrebbe davvero comprato – veramente, insisto, è un gioco basato sulla sincerità dei giocatori, che non mentono a nessuno se non a loro stessi. Se l’intenzione del giocatore in un mondo perfetto fosse stata di acquistarli tutti, ha fatto un’ottima partita e ha risparmiato la cifra complessiva dei quattro capi di abbigliamento.

Punto 7 - Il giocatore esce dal negozio e ha guadagnato tanti punti quanti sono gli euro risparmiati nella mezz’ora (anche se so che qualcuno può metterci di più) di ipotetico shopping.

Punto 8 – Il giocatore entra in un altro negozio e riprende dal punto 1.



Il gioco è finito quando il giocatore smette di giocare: la scelta è intima e personale, dipende dallo stato psicofisico del concorrente. In questo esempio che vi ho portato novantaquattro euro sono stati risparmiati con grande soddisfazione e gioia massima. Quegli stessi soldi possono essere spesi con molta più sagacia fra libreria e cena di sushi, per dire, avanzando pure una discreta quantità di denaro da reinvestire nelle settimane seguenti.



Il gioco serve a dimostrare al consumatore che può essere felice di non aver speso perché quello che non compra è un risparmio. Va vista così, o tutti i sacrifici sarebbero semplicemente delle privazioni. Invece no, in questo modo i sacrifici sono risparmi, quindi interpretati in ottica positiva, e consentono al giocatore consumatore di trascorrere un week end di relax e autocompiacimento per i risultati ottenuti, invece di passarlo in contemplazione di quattro capi di abbigliamento favolosi ma che non possono saziare la voglia di shopping. E che tra un po’ potrebbero non essere più della taglia giusta.
Sì, il mio può essere frainteso e definito autolesionismo volontario: non sono d’accordo con tale dichiarazione, ma sono fatta così, e non potete farci niente. Non è frustrante, vi assicuro che rende l’impossibilità di prelevare dal bancomat molto meno dura. E non è drastico come imporsi di non entrare nemmeno nei negozi, come a volte sono costretta a fare. Entri, provi, tocchi ed esci, consapevole di aver fatto qualcosa per il tuo futuro. Domenica scorsa ho giocato tutta la mattina e fra Oviesse, Promod e Tezenis ho risparmiato un centinaio di euro – alcuni dei miei negozi preferiti erano chiusi, essendo domenica mattina. Sono comunque molto fiera di me.
Certo, se tutti fossero come me l’economia italiana sarebbe già andata a puttane da tempo. Ma non disperate: manca poco.
Alla fine devo ammetterlo, sono davvero una brava persona.

Mi piace dare segnali di frivolezza perché ho una base di frivolezza dentro di me che mi aiuta a mantenere l’equilibrio del mio pessimismo. Parlare di lavoro, politica e bilanci non può essere l’unica costante della mia vita. Visto che non posso uscire con le amiche e che ho smesso di fare gossip e spese inutili, questi piccoli sogni a occhi aperti e questi discorsi inconsistenti e sciocchi mi riportano un po’ su una strada che non ho dimenticato. La spensieratezza. Che non per forza deve essere in contrasto con la sobrietà della vita professionale, ma fa così bene, ogni tanto…



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venerdì 20 marzo 2009 - ore 09:25


Ma cosa vuoi che sia una canzone
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La prossima sfida che impongo ai miei residui neuroni sarà di creare simpatici disegnetti sul calendario lì in alto. Scegliendo con programmatica attenzione e subdola parsimonia le date in cui aggiornare il mio blog potrei giungere a dei divertentissimi segnali subliminali.
Basta con i post in colonna del mercoledì e della domenica, siamo stanchi dei codici a barre, scegliamo di essere creativi e alternativi! Vogliamo un bel dito alzato, un fiorellino, un dipinto di Pollok, la statua della libertà, qualcosa di più artistico e originale che si materializzi sul calendario dei giorni in cui si scrive. Pensate che blog meraviglioso avrei, dopo.
E ho deciso che arrivata a sessanta mila visite potrei fermarmi. Diventare grande e smetterla di scrivere cagate in rete. Che ormai ho davvero poco tempo per scrivere, e quello che avanzo solitamente mi serve per vivere. La vita o la si vive o la si scrive, diceva Pirandello. O una cosa del genere. Non sono brava con le citazioni purtroppo.
E non sono l’unica, vengo a sapere.


Ma con l’occasione vi consiglio un libro straordinariamente futile e per questo indispensabile:
“Dizionario dei luoghi comuni”, di G. Flaubert.
Contiene tutto quello che dovete sapere per intrattenere una conversazione media. E per media intendo nella media della media. È favoloso. Quante cose non si sanno ma si danno per scontate. Di quante cose siamo all’oscuro, ma basta un epiteto o una citazione più colta del solito per far supporre ai nostri ospiti di essere di fronte a una persona dotta, dotata di spirito critico e intelligenza superiore. Flaubert aveva capito un sacco di cose. Dovrebbero rivalutarlo. A questo proposito pensavo che, stando al gioco, il luogo comune su Flaubert sarebbe “Io sono Madame Bovary”. Inserire questa frase in un dialogo, ragazzi, fa il suo bell’effetto. Limitativo? Sì, certo. Per questo si chiama dizionario dei luoghi comuni e non dizionario enciclopedico dello scibile umano. Ma non avete letto sette righe più su?
Dovrei scrivere il “Dizionario dei luoghi comuni contemporaneo aggiornato al 2009” perché il suo mi è un po’ datato, e propone termini obsoleti caduti in disuso. Ce ne sono di nuovi che sono estremamente stimolanti. Sarebbe un lavoro straordinario!
E straordinariamente difficile. Serve uno spirito troppo acuto, e una disponibilità di tempo troppo grande.
Ho capito. Mi tengo il blog.




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martedì 17 marzo 2009 - ore 10:13


Prelievismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo... La vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva.
Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: L’America...


Oppure, in un altro mondo, un mondo di comuni mortali, diceva: La segretaria…

Succedeva sempre che a un certo punto una alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di cento, nell’atrio dell’Uls, tra ricconi con la pelliccia, immigrati, gente strana, e noi. Eppure c’era sempre una, una sola, una che per prima… La vedeva. Magari era lì che stava chiacchierando con la perpetua, o leggendo un volantino, semplicemente, vicino alla porta. Magari era lì che si stava togliendo un capello bianco dalla spalla…. Alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso le persiane dell’ufficio… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, le partiva il cuore a mille e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso le altre persone in attesa di fare i prelievi del sangue e diceva: La segretaria..

Di solito capita a una signora molto anziana, con sui capelli ancora la forma dei bigodini. Una di quelle signore che si fanno la tinta ma starebbero meglio tutte bianche, come vorrebbero i loro anni. E invece sono arancioni, lilla, castane chiare chiare chiare. Hanno il cappotto fuori taglia, le scarpe con il tacco grosso e la punta tonda, la sciarpa appoggiata sul collo e un maglione a rombi sulla gonna da sotto il ginocchio, rigorosamente beige o verdone.
Di solito capita a una nonna che deve andare a bere il caffè con le amiche al bar davanti alla chiesa, e ha l’appuntamento fisso alle 8 e mezza, e non può ritardare. Arriva al distretto sanitario alle 6 e mezza, prima che apra, perché bisogna fare in fretta, oggi è il turno della Giusy, di pagare. Deve fare esami del sangue ordinati dal medico per un semplice controllo; ha anche un po’ fastidio delle siringhe ma alla fine le fa piacere andare al distretto, è una cosa che spezza un po’ la quotidianità di giornate tutte uguali. E poi potrà raccontarlo alle amiche quando arriverà al bar.
Tutti prendono i numeri, come dal macellaio. Io c’ho il 24, io c’ho il 73. Capita, signora mia, a volte il destino è proprio crudele. Come le sue calze velate color daino.
L’ufficio per la registrazione, per i tiket e tutto il resto è un recinto di vetro, con tre sportelli accostati. Le persiane sono ancora giù quando i pazienti entrano. Ed è lì che il destino si compie di nuovo.
C’è sempre una signora – quella signora - che, per prima, scorge l’ombra delle segretarie che si muovono all’interno dell’ufficio. Vede una sagoma sinuosa, vede delle cartelle spostate da uno scaffale allo schedario, e non riesce a trattenersi, finché dice: La segretaria. Un silenzio miracoloso, un’attenzione mistica, un sottile e lieve coro di ooohhh si alza dall’ultima fila, da chi non ci sperava più, di iniziare. Allora lei, la signora, si gira verso la persona più vicina e lo ripete di nuovo: La segretaria… Lasciando la frase in sospeso, ma sappiamo che significa È arrivata. Sappiamo che è per avvertirci tutti che stiamo per cominciare, che stanno per chiamare il numero uno, quel mattiniero numero uno che ha staccato il primo biglietto della giornata.
Ecco, quella signora non avrà mai il numero uno.
C’è chi vede per primo la segretaria che alza le persiane e fa partire tutto il circo dei prelievi del sangue, e c’è chi nella lotteria dei numeri prende l’uno. Il destino sceglie accuratamente, ogni volta.




Aneddoto cinico per spezzare l’alto lirismo:
Stamattina una vecchietta ha cercato di incularmi il posto.

Sono lì, seduta, che leggo il giornale, con il mio 68 rosa moscio in mano. Quando il cicalino chiama il 68, e un grosso 68 luminoso si accende in alto, proprio un 68, mi avvicino allo sportello. Ed ecco che mi balza davanti, con un’agilità che io alle 7 di mattina non possiedo, un’ultrasettantenne. Con la delicatezza che mi contraddistingue (e con uno sguardo sanguinoso) mostro alla segretaria il mio 68. La segretaria chiede alla signora il suo bigliettino, la signora mostra imbarazzata un 89. “Ho sbagliato, mi scusi” dice la signora. “Non fa niente” dice la segretaria.
A me non ha chiesto scusa.
A me è bastato sfilarle davanti con il mio 68.


La citazione iniziale è l’incipit di Novecento, A. Baricco.

Oggi mi sentivo particolarmente ispirata.


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lunedì 16 marzo 2009 - ore 09:38


Filmismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Finalmente ieri ho visto The Millionaire, Vincitore di otto Oscar (miglior film, miglior regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, canzone, suono, colonna sonora) abbastanza meritati, ma non ho visto gli altri film in gara e soprattutto sono digiuna di cinematografia d’alto livello. Interrogatemi sui film di Pozzetto, Celentano e Bud Spencer, potrei sorprendervi.
Se non altro gli oscar hanno avuto il merito di rimetterlo in programmazione a Treviso, cosa che mi ha peroesso di vederlo: era da gennaio che ci provavo, inanelando una serie di tentativi falliti.



Ma il capolavoro di Boyle (ci sono delle parole e degli aggettivi che non si possono scindere dai film, e in molti casi ne diventano sinonimi a tutti gli effetti) è stato solo la conclusione di un piacevole week end diverso dal solito, e il momento culminante lungo due ore di una domenica ben fatta. Risate, sky, House, Simpson puntate nuove, caffè e biscotti, chiacchiere, te e biscotti, divano, aperitivo da Nea, peperoni fritti, triangoli fritti, broccoli fritti.
Forse posso ritirare la mia proposta di cancellare le domeniche: ultimamente ci trovo perfino gusto.

Quasi dimenticavo: oggi vado a togliermi i punti. Sono monotematica? Sì, ma che ci volete fare. Riservo tutte le energie per altre questioni.
Buon lunedì. Sono a corto di canzoni sul lunedì. Queste le ho già usate.

Monday Monday Mamas and Papas (V)
Manic Monday, Bangles (V)
Odio il lunedì, Vasco Rossi (V)

Suggerimenti intelligenti?

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domenica 15 marzo 2009 - ore 12:19


Fotismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non ho mica tempo di scrivere, eh? Rgazzi, qui si lavora che è un piacere - per quelli a cui piace lavorare, ovviamente. E io ho la fortuna di fare un lavoro che amo e non mi stanco di ripeterlo e vantarmene.
Vi accontenterete quindi di un paio di foto di domenica scorsa, di una giornata a bighellonare in laguna.

Lio Piccolo, VE, 08/03/09
Da sinistra a destra: Bea, Fede, Lisa, Marco, Marco, Silvia






Ah, aspetta. Vi racconto questa perché fa un sacco ridere, e perché ho un po’ il gusto dell’orrido. Ma secondo me è un aneddoto favoloso. Soprattutto perché adoro essere melodrammatica e lamentarmi. Ma ormai dovreste saperlo.
Vi ricordate che ho i punti in bocca per il dente del giudizio, no? Me l’hanno estirpato venerdì scorso, e saluterò i punti solo domani: ho la visita di controllo e mi toglie quelli che non ho ancora inghiottito, perché come destino vuole alcuni sono già stati digeriti o sputati.
Dopo una settimana di pappette, venerdì sera sono riuscita a mangiare, per la prima volta, della pastasciutta. Ero così estasiata e felice che per sbaglio ho mangiato dal lato sinistro, dove ho i punti. Porcamiseriachemale.
Corro in bagno e vedo qualcosa, proprio dove c’è il dente e dove ci sono i punti. Sarà rimasto un pezzo di pasta o di sugo, dico. Faccio gli sciacqui e non va via. Allora che faccio? Metti che mi fa infezione, penso. Bisogna agire, eh, che poi il mio dentista che amo sopra ogni cosa (no, è impossibile che si creda a un’affermazione come questa) mi riempia di parole. Di nuovo. Prendo una pinzetta, di quelle per le ciglia, e decido di togliere così la cosa che vedo. Miro, stringo, tiro.

Giudacane, era un punto. Non erano residui, erano i punti che si erano attorcigliati.
Mi è scesa la lacrimina dall’occhio sinistro, avete presente quando la lacrima di dolore scende solo dalla parte del dolore.
Insomma, mi fa un sacco ridere questa cosa perché rende perfettamente l’idea di quale sia il mio stato mentale attuale.
Ancora faccio fatica a mordere, ma ho ricominciato a mangiare.
È stato come rinascere. Io amo mangiare. Niente è come mangiare.
Cioè… Veramente…
No dai, ci sono anche i bambini che leggono.



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