Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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lunedì 29 dicembre 2008 - ore 11:45
Spazialismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sarebbe stato spazismi ma mi suonava troppo male. So che il significato non è lo stesso, ma oggi preferisco i suoni delle parole, perchè oggi è uno di quei giorni smègi e lombidiosi col cielo dagro e un fònzero gongruto.
Il 2008 si conclude con un acquisto impulsivo. Ovviamente, considerate le mie entrate annue, l’acquisto impulsivo è di consistenza e importo molto limitato. Non posso permettermi certe uscite, capitemi... Attendo il 2009 per dare sfogo alla mia voglia repressa di shopping. Praticamente, che è successo? Ve lo dico. Oggi la Silvia è ancora in ferie (solo un drammatico pomeriggio all’ippodromo, ma che volete che sia un’umiliazione in più, ormai...) e ne ha approfittato per dare una mano alla mamma. Così sono andata io a fare la spesa e, fra limoni panna e biscotti, ho deciso di comprare una spugna da doccia per me, che la mia è defunta. Come il mio ombrello a pois. Sono una distruttrice di oggetti inanimati. E insomma, mi sono comprata una spugna a forma di paperella color verde acqua. Per la modica cifra di un euro e 43. Sono entusiasta e felicissima della mia spugna. Volevo fare la mega doccia stasera di ritorno dall’ippo, per lavare via tutte le cose brutte, e invece l’ho fatta subito per testare la mia spugna a forma di paperella. Effettivamente dà soddisfazione.
Sì, lo so, è un post insignificante. E allora?????
Aggiornamento con la favola della sera: C’era una volta un bambino che voleva fare tutto da solo. Un giorno però il bambino ha fatto la cacca fuori dal vasino, ed è stato sculacciato dalla mamma. Non si fa la cacca fuori dal vasino. Che poi le conseguenze sono pestilenziali anche per i fratellini che non hanno fatto niente.
Ma guai se mi venissero negate certe soddisfazioni...
Complimenti a chi ha ideato, disegnato, prodotto e realizzato Madagascar 2. Geniale, assolutamente geniale. Mi verrebbe voglia di stringere loro la mano, uno per uno, e dire “Bel lavoro”. Come se avessero bisogno della mia approvazione. “Bravi ragazzi, avanti così”. Ho la vocazione del capo.
Mi piace andare al cinema in centro storico. Non c’è proprio paragone con i grandi contenitori di bestiame tipo Cinecity eccetera. Ammetto che le poltrone di là sono più morbide, ampie e comode, e che solitamente trovi la sala più pulita, se non vai al primo spettacolo quando popcorn e patatine devono ancora cominciare a rovinare per terra. Ma vuoi mettere: non c’è proprio confronto. In centro storico puoi arrivare all’ultimo minuto e fai a tempo lo stesso, non devi metterti in coda per prendere il biglietto, parcheggi in città e sei vicino alla birretta di fine serata, trovi subito posto a sedere e te lo scegli, e c’è la fila in mezzo che puoi allungare le gambe e stare bello largo. E poi il cinema in centro ha il suo fascino. È sempre bellissimo. Ed è sempre inspiegabilmente vuoto. Ci si ammassa in quelle scatole ipermoderne e gigantesche invece di scegliere un comodo, vecchio, simpatico cinema in centro storico. Meglio per me, in fin dei conti, che posso fare quel che mi pare e piace, mentre il resto della città si accalca in coda per vedere Natale a Rio. Io preferisco i cinema in centro. Ti ci affezioni. Sono coccoli. E poi fai incontri singolari. Tipo il Mago Forest, che era seduto a poche seggiole da noi.
Ma non ride mai. Te lo aspetti uno che per lo meno ogni tanto sorride, e invece no. Uno che quando passeggia per il corso racconta aneddoti divertenti, e invece no. Mica intendo un burlone che ti spara il fiore in faccia, quello che spruzza acqua. Invece non ride mai. Il Mago Forest è un serio, un posato, un composto ed elegante uomo che porta al cinema la sua donna. E sorride solo a quello che gli apre la porta perché siamo rimasti dentro solo noi e deve chiudere. Alle 23.50. Al Cinecity ci sarà stata ancora gente in coda.
Sì, sono una stronza. Ma devo essere stata anche molto buona, quest’anno, perchè ho ricevuto un sacco di bellissimi regali.
Diciamolo, le persone cattive non ricevono regali bellissimi. Io li ho ricevuti. Sono piena di difetti. Sono un’incoerente, incostante, insicura e indecisa. Sono un’impossibile paranoica un po’ lunatica, sono fastidiosa, logorroica e talvolta egocentrica, sono terribilmente ingenua, sono una debole e temporeggio, io temporeggio sempre. E aspetto. E trovo un sacco di scuse. E non riesco a prendere le cose in mano, non riesco a concretizzare, non riesco ad andare in meta. Ma qualcosa di buono l’ho fatto, mi pare. Ed è stato un magico Natale.
"Tanti pachetini per la Cibiaaaaaa..."
E poi volevo dire che ha ragione Vasco, una volta ogni tanto. Quello lì ne sa una più del diavolo. Ieri erano tutti contenti.
In ogni caso poi la gente sai che cosa vuole in fondo vuole Natale con la neve
Nei prossimi giorni pontificherò sulle feste e sui buoni propositi per il nuovo anno che non funzionano mai. E che quindi non funzioneranno neanche per il 2009. E allora lasciatemi almeno pontificare, che mi viene da dio.
E domenica parte la ricerca.
Fate i bravi da soli, che non posso controllarvi tutti.
Ps - Ne approfitto per commemorare il mio fu ombrello a pois. Mi mancherai.
È giunto il momento degli auguri. Siccome domani dovrei essere impegnata, e il 25 sicuro non starò a controllare la posta eccetera, mi dono a voi in questa anti vigilia di Natale.
E quindi Buon Natale: A tutti i bambini, perché Babbo Natale non sempre è stronzo, e se ti porta il regalo che non volevi non lo fa apposta, ma la crisi si sente un po’ in ogni settore, e anche i corrieri espresso hanno i loro guai. A tutti i grandi, che ci provano a farli contenti, i bambini. A tutti quelli che sentono il bisogno di fare regali ma non li vogliono ricevere. A tutti quelli che amano ricevere regali ma non lo dicono. A tutti quelli che si sentono superiori e dicono a me il Natale non piace. A tutti quelli che amano il Natale. E ci sarei anch’io, se non fossi più preoccupata a capire in che modo sto accartocciando la mia vita. A tutte le mamme, perché capiscano, quest’anno almeno, che sotto le feste si mangia comunque in ogni occasione, e che preparare due antipasti tre primi tre secondi e una folla di contorni non è sempre la scelta migliore. A quelli che vanno a un sacco di cene e dicono mi metto in dieta dopo Natale. A quelli che dicono che si iscriveranno addirittura in palestra, dopo Natale. A tutti quelli che si fanno l’auto regalo. A tutti quelli che quest’anno risparmiano controvoglia e si chiedono ancora se la crisi esiste o no. A tutti quelli che la vigilia lavorano. A tutti quelli che la vigilia non hanno un cazzo da fare, e beati loro. A tutti quelli che la sera della vigilia vanno al cinema a vedere Aldo Giovanni e Giacomo. A tutti i fratelli che mi serve un regalo vieni con me, ma io devo andare a lavorare, no vieni con me. A tutti i commercianti, perché non aggrediscano i clienti indecisi: ad oggi devo ancora comprare una riga infinita di regali, e sto invocando il dio degli orari continuati. E degli autobus in orario. A tutti gli innamorati: no peluche, vi prego. A tutti i cantanti: ci sono canzoni natalizie e canzoni natalizie. Scegliete con cura. A tutti gli automobilisti: non fate i prepotenti, quando è giallo fermatevi. Tanto rimarrete bloccati nella coda formatasi dietro l’angolo, non ha senso darsi pena con una constatazione amichevole sotto Natale. A tutti i nullafacenti informatici, perché trovino un’occupazione stimolante nelle loro giornate che non sia inviare messaggini copia incolla sui cellulari con impersonali auguri di Natale, o ancora peggio sfruttando la diavoleria di face book. Ma soprattutto quelli che a me di face book non me ne frega niente perché ho myspace che è più figo.
Buon Natale insomma a tutti, belli e brutti. Anche a te. Sì, dai, anche a te.
Gli auguri per l’anno nuovo ve li faccio con calma, che ho da pontificare un po’ di più. Vi lascio con quello che sarà il mio precetto per gli anni a venire.
"Is There a Santa Claus?" era il titolo di un editoriale nell’edizione del 20 settembre 1897 del New York Sun. Quell’editoriale, che comprendeva la risposta "Yes, Virginia, there is a Santa Claus" ("Sì Virginia, Babbo Natale esiste"), è diventato un elemento indelebile del clima natalizio negli Stati Uniti. Nel 1897 il dottor Philip O’Hanlon di Manhattan si sentì domandare dalla sua bambina di otto anni Virginia se Babbo Natale esistesse davvero. Virginia aveva cominciato a dubitarne per quello che le avevano detto degli altri bambini. Suo padre le suggerì di scrivere al New York Sun, un importante quotidiano del tempo, assicurandole che "se lo dice il Sun, allora è vero". Diede così a uno dei direttori del giornale, Francis Pharcellus Church, l’opportunità di superare la semplice domanda e trattare questioni filosofiche più ampie. Church era stato corrispondente di guerra durante la Guerra Civile, in un tempo di grandi sofferenze e poche speranze. Malgrado l’editoriale venne pubblicato come settimo nella pagina delle opinioni – persino dopo un commento sulla "bicicletta senza catena" appena inventata – il suo messaggio colpì molti lettori. Più di un secolo dopo resta l’editoriale più riprodotto nella storia dei giornali anglosassoni.
Per una pagina pubblicitaria natalizia il grande magazzino Macy’s ha appena ritirato fuori quel vecchio e leggendario editoriale. "Caro direttore, ho otto anni. Alcuni dei miei amici dicono che Babbo Natale non esiste. Mio papà mi ha detto: "se lo vedi scritto sul Sun, sarà vero". La prego di dirmi la verità: esiste Babbo Natale? Virginia O’Hanlon."
Questa era la domanda di Virginia. Church le rispose così:
"Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati contagiati dallo scetticismo tipico di questa era piena di scettici. Non credono a nulla se non a quello che vedono. Credono che niente possa esistere se non è comprensibile alle loro piccole menti. Tutte le menti, Virginia, sia degli uomini che dei bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo, l’uomo ha l’intelletto di un semplice insetto, di una formica, se lo paragoniamo al mondo senza confini che lo circonda e se lo misuriamo dall’intelligenza che dimostra nel cercare di afferrare la verità e la conoscenza. Sì, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l’amore, la generosità e la devozione, e tu sai che abbondano per dare alla tua vita bellezza e gioia. Cielo, come sarebbe triste il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe triste anche se non esistessero delle Virginie. Non ci sarebbe nessuna fede infantile, né poesia, né romanticismo a rendere sopportabile la nostra esistenza. Non avremmo altra gioia se non quella dei sensi e dalla vista. La luce eterna con cui l’infanzia riempie il mondo si spegnerebbe. Non credere in Babbo Natale! È come non credere alle fate! Puoi anche fare chiedere a tuo padre che mandi delle persone a tenere d’occhio tutti i comignoli del mondo per vederlo, ma se anche nessuno lo vedesse venire giù, che cosa avrebbero provato? Nessuno vede Babbo Natale, ma non significa che non esista. Le cose più vere del mondo sono proprio quelle che né i bimbi né i grandi riescono a vedere. Hai mai visto le fate ballare sul prato? Naturalmente no, ma questa non è la prova che non siano veramente lì. Nessuno può concepire o immaginare tutte le meraviglie del mondo che non si possono vedere. Puoi rompere a metà il sonaglio dei bebè e vedere da dove viene il suo rumore, ma esiste un velo che ricopre il mondo invisibile che nemmeno l’uomo più forte, nemmeno la forza di tutti gli uomini più forti del mondo, potrebbe strappare. Solo la fede, la poesia, l’amore possono spostare quella tenda e mostrare la bellezza e la meraviglia che nasconde. Ma è tutto vero? Ah, Virginia, in tutto il mondo non esiste nient’altro di più vero e durevole. Nessun Babbo Natale? Grazie a Dio lui è vivo e vivrà per sempre. Anche tra mille anni, Virginia, 10 volte 10mila anni da ora, continuerà a far felici i cuori dei bambini."
Vorrei in questa giornata felice e gaudente ribadire il mio odio per i possessori di Xmas Card che ogni anno si divertono a cercare nuovi amici in giro per l’Italia. Quando le promozioni natalizie vengono attivate, gli utenti di qualsiasi compagnia telefonica devono guardarsi le spalle, e non solo. Arrivano i messaggi anonimi. Il primo del 2008 mi è arrivato oggi. Solitamente ci mettono meno, cominciano dai primi di dicembre. “Ciao Paolo come stai?” oppure “Ciao Anna ti ricordi di me?” a seconda del canone della ricerca, maschio o femmina fa differenza. “Sono Matteo mi hai chiamato?” No, amico, sei tu che scrivi a me perché hai digitato una serie di numeri a caso sulla tastiera nella speranza che io fossi una scialba e sciocca ragazzina, ma un’intollerante disoccupata che nutre un odio perverso nei confronti di certi personaggi. Anni fa rispondevo gentilmente, si sa mai che abbiano sbagliato davvero. Poi ho iniziato a contrattaccare con sommaria arroganza, con una violenza verbale che mi sorprendeva minuto dopo minuto. Con alcuni ho litigato. Eh sì, litigato. Lasciando a loro la gioia dell’ultima parola, per potersi vantare con i compagni di classe di avermi dato della stronza. A qualcuno basta poco. Il messaggio che mi è arrivato oggi recitava “Ciao giusy cm stai?” ma, al termine di questa introduzione carica di pathos e degna del miglior dattilografo, si leggeva un perentorio, conciso e imperativo “risp”. Si sono fatti furbi, i molestatori da cellulare. Ti chiamano per nome all’inizio, come se avessero sbagliato persona, per caso, per un motivo che noi umani non possiamo comprendere. E adesso ti chiedono anche di rispondere. Favolosi. Veramente favolosi. Da prendere a cafuddate.
Vorrei che le compagnie di telefonia mobile punissero questi dementi. Che ne so, sospendendo loro il numero. Così, all’improvviso. Gentile utente, la sua indiscrezione nell’infastidire altri utenti che hanno scelto la nostra Azienda ci costringe a eliminare per sempre il suo numero di telefono dal pianeta Terra. Con i migliori auguri di buone feste a lei e ai suoi cari, la Direzione. Quello sì che sarebbe modo di fare.
Colgo anche l’occasione per darvi la definizione di sonno: Dormire poco, svegliarsi prima del solito, fare le corse per portare il fratellino a scuola, cercare parcheggio in centro, lavorare tutta la mattina, incontrare una cinquantina di persone in situazioni e momenti diversi, tornare a casa, entrare in doccia e scoprire, con un mix di sensazioni inspiegabili a parole, di non aver messo il reggiseno stamattina. Ecco. Questo è Il sonno.
Amalia Grè – Io cammino di notte da sola Io cammino di notte da sola poi piango poi rido e aspetto l’aurora Ed è una realtà tutta mia e una strana atmosfera pervade la mente di sera Io vivo a volte infelice a volte gaudente talvolta vincente o perdente Ed è una vita d’artista così altalenante ma quello che creo è importante per me Io cammino di notte da sola poi piango, poi rido poi parlo, poi rido poi grido
Non lo sapevo, lho scoperto oggi: i cinesi sono divoratori di banane. Oggi al mercato (un mercato deserto e desolato) una delle poche stoiche bancarelle resistite sotto lacquazzone era gestita da una coppia di asiatici, che ho supposto essere cinesi per il chiaro odore di pollo flitto che emanavano i vestiti esposti. Ma il bello è che i vestiti non esposti, e cioè quelli ancora conservati allasciutto allinterno del fulgoncino, erano riposti con minuziosa precisione allinterno di scatoloni di banane. Ex scatoloni di banane ovviamente. Ma non ho mai visto tanti scatoloni di banane. Sì, è pur vero che nei ristoranti cinesi si mangiano spesso e volentieri le banane flitte, ma non credevo che lapporto economico della comunità gialloepidermica al commercio di platanos fosse così sostanzioso. Massiccio, direi.
E mi faceva ridere pensare a quei due signori che si ingozzano di banane in tutte le salse, dallantipasto al primo al secondo al dolce, per poter avere una quantità sufficiente di scatoloni per stipare tutti i loro vestiti. Che poi, avevano solo scatole di banane. Il che è interessante anche per una valutazione sul gusto estetico dei cinesi, che prediligono ununica qualità di cartone e ununica fantasia decorativa di tali scatoloni. Si potrebbero fare milioni di considerazioni, ma io devo andare a lavorare e sono già in ritardo. E che siccome lultimo post che ho scritto era un po drammatico, e mi era venuta questa idea simpatica e giocosa, ho preferito lasciarvi questa. In quanto io sono simpatica e giocosa. Anche drammatica, ma soprattutto simpatica e giocosa.
E prevalentemente disoccupata.
Baffo Natale - Elio e le Storie Tese & Jovanotti
Elio: Posto che a Natale cè uno scambio di regali che i regali vanno presi impacchettati poi li metti sotto lalbero. Posto che il problema principale è procurarsi dei regali non importa cosa prendi limportante è che li prendi. Provo a non ridurmi allultimissimo momento 24 sera 19 e 29 negoziante, stai chiudendo. Mi accontento di qualunque puttanata una maniglia colorata, un porta spilli, un portafoglio, un portafiglio, una cagata, qualcosa.
Jovanotti: Certo che anche lei mi si presenta con richieste esorbitanti che mi canta sulle note di una musica anni 80. Guardi che non sono prevenuto sulla musica anni 80, le dirò sinceramente lascoltavo dal 70, pensi. Pensi che ero amico di Gazebo e di Taffy pensi frequentavo Sandy Marton quando ancora aveva i baffi, pensi. Che andavamo in giro insieme a fare bagordi e bomba delle bombe ho fatto parte dei "Via Verdi", che ricordi.
Elio: Rispetto i suoi ricordi musicali però pensi ai miei regali non mi dica di no.
Negoziante, che hai fatto parte dei "Via Verdi", metti da parte i tuoi ricordi, vieni alla festa di Natale! Negoziante, chiudi cinque minuti dopo, fammi raggiungere lo scopo, dammi i regali di Natal.
Fatti i pacchettini, scritti tutti i bigliettini mi ritornano alla mente le parole dellamico negoziante. "E sai gli anni 80 sono stati un decennio molto interessante per molti motivi che adesso non..."
Certo che conoscere Taffi e pure Sandy Marton con i baffi che botta, che botta.
Negoziante che hai fatto parte dei "Via Verdi" tu non lo sai cosa ti perdi la grande festa di Natale che rende tutti più felici riunisce vecchi e nuovi amici che viene sempre niente male.
Tra laltro cè una bellissima sorpresa viene dallisola famosa cè Sandy Marton con i baffi.
Buon Natale Buon Natale Buon Natale
Jovanotti: Ah tra laltro non le ho detto che conoscevo anche Tracy Spencer, ah Tracy.
Elio: I baffi, la nuova strenna natalizia la nuova moda nata a Ibiza lanciata dal Sandy Martòn.
Insomma, se fate la... con i baffi non fate come... per i baffi
Sono in una botte di ferro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ci sono sacrifici e sacrifici: ci sono quelli che si fanno volentieri e quelli che insomma, un po’ meno volentieri. Ne faresti a meno, diciamo. Mi chiedo: ce ne sono di più grandi e di più piccoli? O in sé è comunque una perdita e quindi un sacrificio è sempre un dolore e in quanto tale sempre allo stesso modo enorme? La dicotomia classica rimorsi contro rimpianti mi tamburella in testa da qualche settimana. Quale preferire fra i due casi di depressione traumatica? Quale prediligere in una scelta che bisogna fare in brevissimo tempo? Quale sta più in alto nella scala dei valori da uno a dieci? Maledizione. Si torna sempre lì. Che tempismo... Il vero sacrificio è rinunciare a un lavoro stimolante o rinunciare a un lavoro ben retribuito? Per cosa conviene lottare, per il romanticismo o per la concretezza? Per i sogni o per la sicurezza? Comincio a non sopportare più la mia razionalità. Mi sta portando più problemi che altro. Ma soprattutto vorrei capire a cosa mi sta portando.
Prego, seguitemi. Attraversiamo la sala rapidamente per ammirare questo delizioso animaletto. Non è graziosissimo? Non dategli acqua, si moltiplica e non possiamo tenerne più di dodicimila (eh, la pioggia di questi giorni ha fatto danni…). Seguitemi di nuovo, posizioniamoci in questo punto, venite. Ed ecco qui, davanti a voi, nella sua gabbietta, un esemplare di Silvia. Femmina, di età prossima all’invecchiamento, forme abbondanti. Rustica ma dolce, simpatica e di grande compagnia, logorroica ma molto, molto timida. Grande divoratrice di carboidrati e latticini, che preferisce mescolati con uova e zucchero. Non fate rumore, se si sente osservata fugge. La Silvia che state vedendo in questo momento è in evoluzione. Non capita molto spesso, quindi ritenetevi fortunati. Solitamente si limita alla sua posizione subordinata nel ciclo vitale, alimentare e sociale. Da alcuni mesi sta invece valutando la sua situazione e scoprendo che la mobilità è ancora possibile. Osserviamola nel suo habitat, mentre si dibatte e sbatte per capire da che parte può collocarsi in maniera ottimale. Forse quel giaciglio ovattato, che le consentirebbe di dormire sonni tranquilli, vicina alla vaschetta con il cibo e con l’acqua. O forse quella tana ombrosa tra le fronde, nel verde della vegetazione, dove trovare ispirazione e dove muoversi liberamente, in autonomia. Cosa farà la nostra Silvia? È un essere imprevedibile, che passa da momenti di estrema lucidità a stati di totale delirio. Osserviamola ora mentre scoppia a piangere e fa trapelare la sua melodrammatica indole.
Ricordiamola così, mentre ironizzava sulla sua condizione di precariato, insicurezza e totale smarrimento.
E il mattino - Vasco Rossi
E il mattino... il mattino ci sveglia piano tu sorridi mentre guardi in giro e stringi la mia mano non aprire la finestra, non aprire la finestra fuori è festa ma fa freddo lascia stare anche la porta, lascia stare anche la porta smetti di giocare e vieni qui vicino è mattino, è mattino, è mattino, è mattino, è mattino, è mattino
E’ Natale fra poco, è Natale fra poco e l’allegria la mettiamo nei cassetti, la mettiamo nei cassetti tira fuori la malinconia lascia stare anche le cose, lascia stare anche le cose che non ti vanno chiudi la finestra, vieni dentro smetti di giocare e vieni qui vicino,
...vicino, vicino, vicino più vicino, vicino, vicino....
E questa volta la festa speriamo che sia meglio di quella dell’anno passato via...
Vorrei capire com’è nata questa diceria che se ti strappi un capello bianco te ne crescono sette. Non riesco proprio a vederci la logica, né la fisiologia, la scienza, il realismo, la probabilità, la statistica. Non ci vedo proprio niente. Eppure.
Sono piena di capelli bianchi. Mi crescono copiosi soprattutto in prossimità delle tempie e sulla sommità del cranio, esattamente dove faccio la riga in parte per pettinarmi. Sembra che lo facciano apposta a fiorire dove si vedono meglio. Alcuni solo quando ho i capelli raccolti, altri solo quando ho i capelli sciolti, altri sempre. E quando dico sempre è sempre, vorrei che fosse chiaro. I capelli bianchi mi danno fastidio, e quindi li tolgo. Tempo fa scaramanticamente li tagliavo dalla base, più o meno. Spesso però, inavvertitamente, oltre a quelli tagliavo anche i compagni sani che stavano loro vicino. Per evitare di trovarmi la testa a chiazze, o di farmi una scalatura casalinga e indiscriminata, ho preferito l’estirpazione, lo strappo dalla radice. Che almeno te ne liberi per un po’. Il prurito è leggero, non fa mica male. È peggio strapparsi le sopracciglia, cosa vuoi che siano due capelli bianchi. Anche se non sono mica due… Svelatemi questo mistero: secondo voi, ricrescono su quello che ho strappato? O lì poi mi ricresce un capello neutrale? Vorrei capire anche se colonizzano e fanno come i virus, tipo che si allargano e si diffondono nelle vicinanze del capostipite. Perché, e qui sta il bello, i miei capelli bianchi proliferano come conigli. Ne vedi uno, alla prima occasione buona ti piazzi davanti allo specchio e lo cerchi, strappi e… ce ne sono altri venti. Possibile che abbiano capito che volevo strapparne uno e si siano moltiplicati di loro spontanea volontà in anticipo per giuocarmi uno scherzetto niente male? E comunque non credo a quella sciocchezza dei sette capelli bianchi. Non è possibile. È forse il mio cervello che rielabora lo strappo di un bianco invece di un castano rossiccio e dà il segnale al mio cuoio capelluto di produrre fili d’argento in quantità industriale? O è la macumba di una strega che non ha altro da fare se non controllare chi si strappa i capelli bianchi e aggiungere sei di volta in volta? O devo forse rivalutare la teoria del contagio capillare e dell’estremo dono che il capello strappato fa ai compagni più abbronzati? E poi, perché sette? Scelta arbitraria? È scritto in un documento residuo del primo esperto in materia che ha calcolato quanti gliene spuntavano dopo averne strappato uno?
E mi torna in mente lo zio Paolo (che non è in realtà mio zio, ma lo chiamo zio Paolo), che mi dice che lui è diventato brizzolato per questo. Ma raccontata così non fa ridere. Potrei allora riproporvi il dialogo in forma integrale, mettendo insieme quel che mi ricordo, ma ormai ho svelato la frase che dava senso a tutto, e la battuta non fa più ridere. Per questo forse è meglio che la smetto, perché questo post inizia a perdere senso.
“Mi sono strappata un capello bianco.” “Non farlo, poi te ne crescono sette.” “Ma va, io non ci credo a queste cose.” “Guarda io come mi sono ridotto.”
Ecco, il dialogo era più o meno così. Ve l’avevo detto che non faceva ridere, cioè, non adesso. Primo perché ormai l’avevo già trasformato in discorso indiretto, e reso molto più prosaico. E poi ovviamente perché non conoscete lo zio Paolo.
E questa ovviamente è per te. Così, perchè anche se non c’entra tu c’entri sempre.
Bellamore – Francesco De Gregori Bellamore Bellamore non mi lasciare Bellamore Bellamore non mi dimenticare rosa di primavera, isola in mezzo al mare lampada nella sera, Stella Polare Bellamore Bellamore fatti guardare nella luna e nel sole fatti guardare briciola sulla neve, lucciola nel bicchiere Bellamore Bellamore fatti vedere e vieniti a sedere, vieniti a riposare su questa poltroncina a forma di fiore questa notte che viene non darà dolore questa notte passerà senza farti del male questa notte passerà o la faremo passare. Bellamore Bellamore non te ne andare tu che conosci le lacrime e le sai consolare Bellamore Bellamore non mi lasciare tu che non credi ai miracoli ma li sai fare. Bellamore Bellamore fatti cantare nella pioggia e nel sole fatti cantare paradiso e veleno, zucchero e sale Bellamore Bellamore fatti consumare e vieniti a coprire vieniti a riscaldare su questa poltroncina a forma di fiore questo tempo che viene non darà dolore questo tempo passerà senza farti del male questo tempo passerà o lo faremo passare. o lo faremo passare.
E questo video, perchè ci sta a manetta (erano anni che non dicevo a manetta). Suggerito dal mio fratellino non più ino, e quindi a lui dedicato. Grande ciccio.
Alla fine il mio è un problema di ritardo, o meglio, di tempismo. Ho questo problema con calendari e orologi, e non solo. Clessidre sveglie cronometri e qualsiasi cosa misuri il tempo. Maledetto tempo. Io la cosa giusta la faccio, la penso, la realizzo. Ci arrivo, ma sempre quel po’ dopo. O quel po’ prima, che però non va bene lo stesso. La cosa giusta al momento giusto nel luogo giusto. Io invece ci arrivo dopo, quando in realtà dovrei essere al passaggio successivo. Quando tutti gli altri hanno già superato il trauma, quando tutti già rielaborano e vanno avanti, e io sono ancora lì, a farmi domande e a cercare risposte. E le cerco dove al momento non esistono. Dove esisteranno, dove esistevano. Ma non nel qui ed ora, no. Nel qui ed ora c’è la Silvia che rimbalza. E allora mi arrabbio perché va tutto male. No, non va male, è solo sfasato. Qualcosa in ritardo, qualcosa in anticipo, qualcosa che c’era e ora è da un’altra parte, qualcosa che si è mosso quando non me l’aspettavo, sempre tutto così ironicamente puntuale nel dimostrare il mio insolito e indiscreto tempismo. Un tempismo insolito e sbagliato. Perché io sto ferma, sono talmente intontita da tutto quello che mi sta venendo addosso che sto ferma. È come nei film, quando l’eroe deve fuggire a qualcosa che crolla: e invece di spostarsi lateralmente inizia a fuggire proprio nella stessa direzione in cui cadrà la torre, l’albero o quel che è. E l’ombra lo copre quasi totalmente. Facevo per dire. Nel mio caso è un tutto che si muove e un io immobile. Tutto intorno a me cambia e si modifica, e cerca di coinvolgermi, e io lì nella mia inutile immobilità. Rimanere a galla, visto quel che mi sta succedendo, lo vedo già come una forma di forza, una presa di posizione, un volere, un credere e un tentare. Ma comincia davvero a mancarmi, in questo periodo di sconvolgimenti: e di forza ne ho talmente poca che dovrei farmela prestare. E a quel punto arrivi tu. Che senti quello che dico quando non parlo, che dici le parole giuste nel momento giusto. Che cammini vicino a me, e mi dai una mano. E con l’altra mi copri con il tuo ombrello colorato. E dovrei chiederti scusa, ma non me lo lasci fare, perché mi ascolti. Ed è così bello poter parlare...
È un periodo di sorprese, questo. Chi mi conosce sa che amo le sorprese. Anzi, per la precisione le adoro. Ma non troppe, no, basta, non ne posso più. Mi stanno sommergendo, mi travolgono, mi sbattono, mi schiacciano. Non riesco a contenerle, non ci stanno in questa Silvia piccola piccola. Le proposte che arrivano tutte insieme e mi gettano in un buco di confusione, la maitress bionda cotonata che mi ha rovinato il week end, le richieste che non so soddisfare e che continuano ad aumentare, le rinunce con cui sono costretta a scontrarmi e che mi fiaccano anche se tutti credono di no, e quei maledetti cecchini che mi puntano non appena varco la soglia e sparano solo quando trovano il mio punto debole, debolissimo. Da una parte un lavoro sicuro e dignitoso, un posto fisso benché poco stimolante, ma che mi garantirebbe uno stipendio serio. Dall’altra il lavoro che volevo fare fin da piccola, senza sapere cosa mi aspetta non solo domani, ma fra un anno, fra due. Tutto alla giornata. Sacrifici, attesa, perseveranza. Ma quanto so perseverare? Qualche cioccolatino, ma tanti, tanti orsetti gommosi alla frutta. Arriva tutto insieme, come una valanga. Se così è scritto e devo portarmi dietro quest’angoscia per tutta la vita, fatemi un piacere, avvertitemi prima. Che mi sposto. E scapperei. Eccome se scapperei. Un chioschetto in Martinica. Una libreria in Provenza. Un negozio di trine e merletti in Scozia.
Come si fa a scegliere la cosa giusta? Come si fa a fidarsi di una persona se la sospetti delle cose peggiori? Come fai a gioire di una vipera in agguato? Come ci si comporta quando i dubbi si insinuano, ma non ci sono certezze? Come scegli il tuo futuro a scatola chiusa? Sono stanca delle sorprese. Si accavallano, si superano l’una con l’altra, e sormontano pesantemente i miei già fragili pensieri. E adesso cosa faccio? Detesto non avere le cose sotto controllo. Lo detesto. Rischio di perdermi le cose belle, in questo modo. E ci sono, le cose belle. Basta vederle. E così mi aggrappo a un’oliera che splende, a un paio di stivaletti da 35 euro, alle mele liofilizzate e a un pranzo a Mogliano con il rumore dei treni e palazzi di cemento e orrore, alla prenotazione di una cena di Natale con le donne della mia vita, a una telefonata inattesa.
Anche oggi trincea. Se è vero che il Signore non ci dà quello che non siamo in grado di sopportare, devo avere un’omonima.
Adesso tocca a me – Vasco Rossi E adesso che sono arrivato Fin qui grazie ai miei sogni Che cosa me ne faccio Della realtà Adesso che non ho Più le mie illusioni Che cosa me ne frega Della verità Adesso che ho capito Come va il mondo Che cosa me ne faccio Della sincerità E adesso E adesso E adesso che non ho Più il mio motorino Che cosa me ne faccio Di una macchina Adesso che non c’è Più Topo Gigio Che cosa me ne frega Della Svizzera Adesso che non c‘è Più brava gente E tutti son più furbi Più furbi di me E adesso che tocca a me
= Aggiornamento = Ipse Dixit: «Sì, il titolo è un po’ strano. Però il comò è il mobile più comune e presente, quello dove teniamo tutti le nostre cose e volevamo far passare l’idea che il mondo è già tutto lì, ce l’abbiamo davanti agli occhi, basta saperlo guardare per imparare a sorridere».
Aldo, Giovanni e Giacomo presentano "Il cosmo sul comò" al Corriere
Inversioni di marcia
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Pensate un po’, da domani in un certo senso mi cambia la vita. Uno pensa di averne già fatte di cotte e di crude in questo 2008 e invece dietro l’angolo c’è sempre la sorpresa. Prima che ognuno di voi si lanci in supposizioni no, non è quello che avete pensato. No, neanche quello. No, Vitto, ho detto di no. E tu Ceres smettila di fare illazioni. Va beh, mi tocca spiegare tutto, se no sti due qui mi intasano la casella dei commenti con preoccupanti sproloqui da tastiera. È un cambiamento dimensionato: per un lasso di tempo di trascurabile entità, e senza che lo stravolgimento vada ad intaccare irrimediabilmente la mia quotidiana demenza presenile, inizio un lavoro nuovo. Lo impone la preoccupante vacuità del mio bancomat.
Ma il dato veramente significativo è che da domani la mia vita prende quella strada nel bosco che “l’è lunga, l’è larga, l’è streta”. Non state aspettarvi una rivelazione da Fatima, non sto per rilasciare dichiarazioni eclatanti, né voglio turbare la vostra serenità con un mistero svelato all’improvviso che Buuuuuum!!! vi viene un colpo e ci mettete una settimana a riprendervi. Ma da domani faccio qualcosa per me, e quando succede voglio festeggiare. Domani divento un medley di Silvia e Silvio perché ho deciso, stabilito e decretato che l’essere portatrice sana di una coppia di cromosomi XX non mi impedisce di avere le palle. La definizione di “avere le palle” risulta pertanto ambigua e polivalente, e vi stupirei con la mia fantasmagorica capacità di cambiare le carte in tavola: la mia brillante retorica riesce a concedermi il lusso della ragione. Purtroppo non riuscirei a convincerne voi, per cui il post che state leggendo da questo momento in avanti non ha nessun senso. Vi autorizzo a smettere, ne avete facoltà. Andate e moltiplicatevi.
Per tutti gli altri aggiungo che, dettaglio non trascurabile, da domani il tempo che avrò a disposizione per aggiornare il blog potrebbe ridursi ai minimi termini. Inizio uno di quei lavori per i quali il computer non serve, uno di quei lavori che mi terranno fuori di casa per alcune ore – molte, moltissime ore. Se mi comporto bene (è sempre consigliato non dare le cose troppo per scontate, visto che dovevo iniziare oggi e ciccia) fino al 24 dicembre mi troverete in un negozio del centro di Treviso, intenta a spiegare la differenza fra pentole in acciaio e pentole in rame nella cottura dei risotti (non chiedetemelo ora, devo ancora imparare). Potrei invece consigliarvi degli ottimi romanzi per sopportare l’enorme buco che lascerò nelle vostre giornate in ufficio o in camera, assorti nella meditazione e nel tentativo di comprendere quello che credo di aver tentato di provare a comunicare. Per tale gratificante compito vi rimando al link di Anobii che sta qui sopra fra le foto, che vi rimanderà alla lista dei libri che ho letto, che ho cestinato e che vorrei essere procinto di acquistare. Ho ipotizzato che quando i miei guadagni prenatalizi saranno incassati avrò la possibilità di rendere quella lista reale, e magari di aggiornarla, visto che alcuni testi sono già in mio possesso, mentre per quanto riguarda altri lo stimolo e il fascino che avevano su di me sono rapidamente svaniti.
Ho riletto questo delirio. Non mi è piaciuto quello che ho scritto, anche se un attento conoscitore della Silvia blogger potrebbe notare un certo compiacimento nell’inserire lettera dietro lettera su questo schermo. Il fatto è che provo sempre piacere nell’inserire lettera dopo lettera nello schermo, e so che non lo farò per un ragionevole intervallo di due settimane. E poi sono grafomane e tendenzialmente esibizionista. Egocentrica, mi dissero una volta. Mi arrabbiai. “Mi hanno detto che sono egocentrica” “Tutti gli scrittori lo sono” “Ma io non sono una scrittrice” “Se sei egocentrica sei sulla buona strada” Mi manca Mauro. Chissà dov’è, adesso. E chissà se si ricorda di me.
Detto questo, da domani i miei esercizi di scrittura, di qualsiasi tipo e natura essi siano, verranno praticamente aboliti. Per questo mi sto godendo il digitare sulla tastiera, il rumore della ventola del “casseotto sotto la scrivania”, l’odore della polvere, i miei blocchi con gli appunti ammassati dietro le casse, le penne delle conferenze stampa, la barra strapiena di finestre, iTunes che macina canzoni e le foto digitali da cui non riesco a staccare gli occhi. La ricerca su google, i video promozionali, i giornali on line, i blog che ti verrebbe da ridere, lo status su facebook. E il mio spritz blog. Il mio Fu Radicchio Blog, che è diventato grande e si è messo un vestito da signorina.
Parrebbe quasi un addio, e invece è un me raccomando fazè i bravi.