Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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venerdì 3 ottobre 2008 - ore 16:19
Fantasie, fantasie che volano libere
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Io sono qui tranquilla che ascolto la mia musica su iTunes, quella che scelgo io, con accurata precisione, e scuoto la testa mentre scrivo di questo e di quello e tiro su notissie. E poi all’improvviso mi parte una canzone, e volente o nolente finisco con l’informarmi sulla musica dei gggiovani. Eh sì, perchè avere un fratello di 17 anni porta anche a questo, e quando lascio andare il lettore mi partono i Chemical Romance, i Sum 41, gli American Hi Fi, i Good Charlotte, Chad Kroeger, Craig David, gente che non conosco o che raramente ho sentito nominare. Che magari sono famosi, e magari sono noti da un sacco di tempo, ma io mica li conosco. Le scopro così, ste canzoni: all’improvviso, quando mi partono sulle casse, e dico "ma questa non è roba mia". E ascolto, e mi informo sulla musica dei giovani virgulti di oggigiorno.
Ciò non mi impedisce, ovviamente, di scuotere la testa mentre scrivo. Mi impedisce invece, ovviamente, di scrivere come Dio comanda, e devo rileggere venti volte perchè mi scopro essere molto più teenager moderna di quanto non credessi.
Mia madre passa per la stanza con uno scopettone in mano, e sente prima Guccini e De Gregori, Vecchioni e Mia Martini, e poi all’improvviso un grunge sconosciuto e irriverente, e vede la sua figlioletta che dopo i primi secondi di smarrimento si scioglie i capelli e rischia di scapocciare sulla tastiera del computer, e con le mani fa finta di suonare una chitarra elettrica. Povera mamma. Generazione di sconvolti che non ha più santi nè eroi.
Ascoltare musica da ggiovani mi fa sentire di nuovo ggiovane.
Non resta allora che mettere su la cartella già pronta con le canzoni di Natale. La canzone natalizia dei Queen è davvero speciale. Anche Macy Gray non è male.
E mi è stato risposto non farla perché una mucca potrebbe morire per te
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Finalmente l’incubo è finito. Ora che hanno arrestato la donna mucca siamo tutti più tranquilli. Trenta giorni di carcere, così impara. Siamo tutti al sicuro. Il mondo ora è un posto migliore.
"She was challenging people to ’suck her udders,’ " Hoffman said. "I’m not joking." (The New York Post)
Da sola mi farei un rimprovero e dopo mi perdonerei
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ci sono strategie per mangiare, e principalmente per mangiare dolci. Ognuno ha il suo particolare schema per masticare, sezionare, gustare e degustare un dolce. Non ho mai visto nessuno attaccare metodicamente una bistecca, mentre statisticamente ogni essere umano ha un suo personale modo di attaccare il saccarosio – nemico di dietisti e dentisti in generale, ma non solo. E si capisce molto da come uno mangia i biscotti doppi con la crema, o le merendine al cioccolato, o le crostate di frutta, o le torte multistrato. Basta porre attenzione anche a queste piccole scene di vita quotidiana, e ogni persona può essere inquadrata. Ad esempio (ma non è di questo che parlerò, è solo una digressione), per farvi capire quello che intendo, si parlava l’altra sera del Soldino del Mulino Bianco, quella merendina scomparsa dalla scena gastronomica ma rimasta nei cuori di tutti gli ex bambini degli anni ottanta come noi.
C’era chi mangiava il soldino in cima per primo, e chi lo mangiava per ultimo: ecco, sono modi differenti di vedere e concepire la vita stessa. Chi mangiava il soldino per primo solitamente dava via il resto del dolce: cosa te ne fai quando hai già mangiato il soldino di cioccolato? Allora qualche fratello (minore o maggiore a seconda dei casi, e dipendeva dai muscoli del figlio che prendeva per primo la confezione di merendine e ne decideva le sorti) mangiava la tortina asciutta, senza regalino cioccolatoso. Il bambino che mangiava il soldino arrivava subito al sodo, aveva le idee chiare, non voleva rovinarsi l’appetito mangiando la merendina, neanche se aveva fame. Il suo obiettivo era il soldo, e soldo fu. Mangiando prima la merendina e il soldino alla fine, invece, il bambino rivelava lungimiranza fin dalla culla, un saper dare il giusto peso e la giusta dimensione ai fenomeni. Staccarlo piano, riporlo sul tovagliolo. O come facevo io, mangiare gli angoli della merendina e lasciare il soldo con il suo strato di pane dolce sotto, perché puro non è che mi piacesse poi molto. C’era chi lo addentava a morsi con la merendina, c’era chi non lo mangiava affatto.
E così, pensando alle strategie, ho pensato agli Abbracci (l’omino che vive nel Mulino Bianco dovrebbe pagarmi qualcosa ogni tanto per la pubblicità semi occulta).
Chi mangia prima il braccio alla panna, chi mangia prima il braccio di cioccolato, chi li mangia insieme, nel punto dove diventano un biscotto col buco. Ognuno ha il suo modo di mangiare gli Abbracci. Sono scelte. Eppure mi sembra di vederli, alcuni bambini, che staccano tutti i bracci di cioccolato e li mangiano avidamente, e lasciano quelli “normali” dentro il sacchetto. E le sorelle buone che vogliono mordere in mezzo, dove cioccolato e panna s’accompagna (a volte sono davvero brava con le citazioni), non possono fare altro che ripiegare sulla frolla “normale”. In silenzio. Era bello inzuppare gli abbracci a metà, sull’incrocio del bianco col nero, per vedere l’effetto che facevano nel latte. Era bello poi mordere metà biscotto assaporando i due gusti insieme. Sono strategie anche queste. Bisogna saper scegliere: quando l’hai inzuppato nel latte metà lavoro è fatto, resta addentare. Oppure mangiare insieme la panna e il cioccolato, come nella coppa Malù. Scelte che cambiano il tuo modo di vedere la colazione. Sono tutte strategie di vita, “come mangiare i biscotti ed essere felici”. Anche se tuo fratello si è mangiato tutti quelli al cioccolato.
Orsetti gommosi alla frutta.
A proposito: l’ho trovata.
Monday Monday – the Mamas and the Papas
Monday Monday, so good to me, Monday Monday, it was all I hoped it would be Oh Monday morning, Monday morning couldn’t guarantee That Monday evening you would still be here with me.
Monday Monday, can’t trust that day, Monday Monday, sometimes it just turns out that way Oh Monday morning, you gave me no warning of what was to be Oh Monday Monday, how yould cou leave and not take me.
Every other day, every other day, Every other day of the week is fine, yeah But whenever Monday comes, but whenever Monday comes You can find me cryin’ all of the time
Monday Monday, so good to me, Monday Monday, it was all I hoped it would be Oh Monday morning, Monday morning couldn’t guarantee That Monday evening you would still be here with me.
Every other day, every other day, Every other day of the week is fine, yeah But whenever Monday comes, but whenever Monday comes You can find me cryin’ all of the time
If I had x-ray eyes I could see inside
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Perché a volte sei tu che mangi l’orso, ma a volte è l’orso che mangia te. Funziona così. Mi è appena arrivato un Sms, noi giuovani d’oggi comunichiamo così. Un Sms in 11 parti, spedito da un amico che ho sacrificato ultimamente (e ingiustificatamente, la colpa è solo mia) e che mi manca. E so che ogni tanto passa a leggere e non si fa vedere, e non me lo dice ma mi segue, e dalle parole che uso anche per parlare di cavoli ombrelli o copertoni che siano ecco, lui da quello sa come sto.
E oggi scrivo perché mi sto arrampicando per risalire. E vedo il viso di chi, da sopra, mi ha tirato la corda. Ma più di tirare la corda non può fare, perché poi salire è tutta roba mia. Come salire, con che rapidità, a cosa appigliarmi.
Io con le metafore non sono brava. Non si capiscono gran che bene, e oltretutto possono essere male interpretate. Dovrei dire schiettamente cosa mi sta succedendo, anche perché fra 5 anni torno a leggere e non capisco niente, come mi è successo per altri blog passati. E a proposito, il mio blog ha compiuto 5 anni e non gli ho preso neanche un regalo. Sì, forse avevi ragione tu, amica sarda, quando dicevi che sono esaurita. Qualcosa più di forse, ma non del tutto.
Le decisioni vanno prese, giuste o sbagliate che siano, per quanto dura sia ammetterlo, anche a sé stessi. Prima di tutto a sè stessi.
E la cosa ancora più difficile, quando prendi una decisione, è dirlo alle persone che ti stanno vicine.
A volte sei tu che mangi l’orso, ma a volte è l’orso che mangia te. E questo non è il Vietnam, è il bowling, ci sono delle regole. Quando scrivevo le mie istruzioni per l’uso mica lo sapevo che era così difficile.
Il bowling, dico.
Garbage - Tell me where it hurts
What is my day going to look like? What will my tomorrow bring me? If I had x-ray eyes, I could see inside I wouldn’t have to predict the future
I wish that you would do with some talking How else am I to know what you’re thinking? If only people would say what it really was What it really was What it really was that they wanted
Tell me where it hurts to hell with everybody else All I care about is you and that’s the truth They don’t love me; I can tell But you do, so they can go to hell
Did they ever give you a reason To believe in something different If you’re looking for love, for what it’s worth I have plenty of it lying around here somewhere
If you are looking for disappointment You can find it around any corner In the middle of the night I hold on to you tight So both of us can feel protected
Tell me where it hurts, to hell with everybody else. All I care about is you and that’s the truth they don’t love me; yeah I can tell but you do, so they can go to hell
I’ve been loved but I didn’t know how to feel it And I’ve been adored but I don’t know if I ever believed it I’ve been loved my whole life but I didn’t know how to take it Until...
So tell me where it hurts to hell with everybody else All I care about is you and that’s the truth they don’t love me, yeah I can tell But you do, so they can go to hell But you do, so they can go to hell
Tell me where it hurts Tell me where it hurts Tell me where it hurts now Tell me where it hurts...
oggi tutto rotola. va tutto giù verso il fondo. come su un piano inclinato, come in un baratro, come in un burrone, buio e freddo. piano piano cade tutto, un po alla volta. come nella tromba di un ascensore. giù, a velocità folle. la forza di gravità. la gravità della forza di gravità.
L’orologio batte l’una tu sei fuori chissà dove
(categoria: " Vita Quotidiana ")
“Ma nessuno dice niente? No ve siu incorti?”. Sì, ci siamo accorti, ma abbiamo messo il silenziatore.
Vige una tacita regola a casa mia: alcuni argomenti non vengono trattati per una mera questione di quieto vivere. Già non si parla molto alla nostra tavola, ma ci sono temi che non vanno assolutamente toccati, onde evitare di dare adito a litigi e baruffe di portata colossale. Un tabù assoluto è quello degli orologi che tappezzano ogni stanza della mia abbinata fontanese. Casa mia non è un maniero, ci si accorge subito delle novità, si vede subito se un nuovo accessorio è stato collocato in una qualsiasi parete, in un qualsiasi mobile del reparto giorno. Se nessuno ha fiatato, se nessuno ha avuto il coraggio di commentare il recente acquisto, un motivo c’è. Ebbene, un nuovo ospite indesiderato ha fatto capolino ieri sera. Un invitato senza partecipazione, un infiltrato che quattro quinti della mia famiglia mal tollerano alla sola vista. Per non parlare dei restanti sensi. Un solo estimatore può però decidere delle sorti di un intero edificio. La prima domanda che ho posto (e che mi ero posta nello stesso momento in cui avevo visto quell’orrore sul mobiletto) dopo essere stata ammonita per non aver commentato il nuovo oggetto d’arredo, è stata: Suona? Mi è stato risposto con un ridente No. Mi sono preoccupata, lo ammetto: quel ghigno poteva significare qualcosa di terribile, ma poi mi sono chiesta, Perché il mio genitore dovrebbe mentirmi su una cosa del genere? Su qualcosa che poi scoprirei? La solita scettica malfidente Silvia. Ieri sera mi sono fiondata a letto alle 21 e ho dato sfogo alla mia voglia libresca fino quasi a mezzanotte (terminando in un sussulto d’estasi il mio ultimo Pennac). Avevo la porta chiusa e la mente assorta; ogni tanto tendevo l’orecchio per cercare conferme che non desideravo, ma nulla ha turbato la mia serata di rilassamento sotto le calde coperte autunnali. Stamattina mi sono messa presto sui libri, alle 8 e mezza stavo già lavorando di gran lena. Ad un tratto sento dei campanelli. Oh Gesù, chissà chi è arrivato a portare un fastidioso giocattolo a casa mia. Ma non aveva senso, non aveva assolutamente senso. Nove campanellini trillanti. Guardo il cellulare, sono le nove. Un colpo al cuore. Una fossa delle Marianne in cui precipitare senza trovare appiglio alcuno. No, non è possibile. Torno con la mente ai miei libri, alla mia penna a sfera, al mio cellulare. Sono le nove in punto. In rapida sequenza gli altri tre orologi a pendolo partono. Scaglionati, ovviamente, per poter godere appieno del trionfo melodico collettivo, una sinfonia di disturbo all’apparato uditivo. Il primo che parte è quello in soggiorno, vicino alla finestra, e lancia un unico sibilo di dolore quando scatta l’ora. L’abbiamo fatto mettere un po’ nascosto, giocando un brutto scherzo all’orgoglioso proprietario, per non soffrire ogni volta che notiamo la sua presenza. Il secondo è quello appeso lungo le scale che scendono: suona ogni quarto d’ora e alle 9 ha battuto i suoi 9 tocchi, accompagnati da una musica che ricorda un qualsiasi girone infernale, decidete voi quale. Il terzo è in taverna, e grazie al cielo fa solo i tocchi dell’ora in punto. Ed ecco la rivelazione mistica, il significato di quei nove trilli della morte: il nuovo arrivo di casa mia è un orribile, pacchiano, volgare, assurdo, bruttissimo orologio da tavolo. Che suona ad ogni ora.
No va beh, questo è più pacchiano del mio, ma è solo per darvi un’idea di cosa giace sul tavolino del mio salotto.
Voi, ingenui abitanti di case normali, non sapete cosa significa avere tre dico tre orologi che partono ogni quindici minuti. Non potete capire cosa significa avere la vita scandita da tre orribili orologi appesi alle pareti, che vengono caricati appositamente sfalsati per poter distinguere un suono dall’altro. E non potete comprendere il disagio e lo sconforto che hanno colpito i quattro quinti della mia famiglia quando ieri abbiamo visto il nuovo pezzo. Che suona, anch’esso suona. E non potete neanche lontanamente immaginare la mia disperazione in questa mattinata grigia e ansiogena quando, intenta a leggere i miei libri, ho scoperto che la quarta soneria di casa mia parte per prima. No, io me ne voglio andare da qui. Chi mi ospita in una casa senza tempo?
Ken Hirai – Okina Furudokei
Ookina noppo no furudokei Ojiisan no tokei Hyakunen itsumo ugoite ita Gojiman no tokei sa Ojiisan no umareta asa ni Katte kita tokei sa Ima wa mou ugokanai sono tokei
Hyakunen yasumazu ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ojiisan to issho ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ima wa mou ugokanai sono tokei
Nan demo shitteru furudokei Ojiisan no tokei Kirei na hanayome yatte kita Sono hi mo ugoiteta Ureshii koto mo kanashii koto mo Mina shitteru tokei sa Ima wa mou ugokanai sono tokei
Hyakunen yasumazu ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ojiisan to issho ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ima wa mou ugokanai sono tokei
Ureshii koto mo kanashii koto mo Mina shitteru tokei sa Ima wa mou ugokanai sono tokei
Mayonaka ni BERU ga natta Ojiisan no tokei Owakare no toki ga kita no o Mina ni oshieta no sa Tengoku e noboru ojiisan Tokei tomo owakare Ima wa mou ugokanai sono tokei
Hyakunen yasumazu ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ojiisan to issho ni CHIKU TAKU CHIKU TAKU Ima wa mou ugokanai sono tokei
Ima wa mou ugokanai sono tokei
PS - meno male che il post è allegro. Le brutte notizie sono arrivate dopo. Chissà se sarei riuscita a scriverlo lo stesso...
So maybe I’ll see you there we can forget all our troubles
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Nessun gioiello regge il confronto con le perle, soprattutto con gli orecchini di perle. Sembra tutto così pacchiano ed esasperato in confronto a un paio di orecchini di perle. Le pietre dure, le pietre preziose, i metalli: sembrano tutti così aspri e aggressivi davanti alla delicata dolcezza di un paio di orecchini di perle. Le perle non sono solo belle, danno anche un certo tono a chi le indossa. Sono indice di moderazione, di sobrietà, di purezza, sono all’insegna della moderazione. Non si può negare, sarebbe di una falsità estrema dire che le pietre sono più eleganti delle perle. Nessun diamante, nessun brillante, nessun rubino zaffiro topazio smeraldo che sia può reggere il confronto con una piccola, candida perla. Le perle vincono su tutto. Non c’è niente di raffinato, sobrio e di gran classe come un bel paio di orecchini di perle. Bianche, candide, pulite, bellissime perle.
Io adoro i miei orecchini di perle, piccole nivee perle. Ovviamente le mie non sono vere, sono perline, mettiamola così. Ma tante volte bastano a darmi un’aria di - non so come spiegarlo – femminile e fine, direi. Tutto merito di due palline bianche sui miei lobi. Un abbigliamento semplice, di qualsiasi colore, accoglie con favore gli orecchini di perle. Una cena in famiglia, un pranzo con gli amici, una mattinata di lavoro, una conferenza sul mondo che cambia, un’intervista a un prete, una partita a bowling, una pizza in compagnia: le perle sono come il rosa, vanno bene su tutto. Anche con l’aria sbarazzina che traspare dai miei occhi e dai miei sorrisi maliziosi, e dai miei modi non proprio nobili e signorili, le perle riescono a trasmettere un’idea di femminile sobrietà: una sobrietà pret-a-porter, da tutti i giorni, per quasi tutti i tipi di abbigliamento e di accessori, perché le perle non stonano con le cinture, con le spillette, con i bracciali, con i cappelli (la collana ovviamente va abbinata, santocielo siamo all’Abc). Le perle in viso fanno tanto brava ragazza, ma anche donna raffinata. Sono gli orecchini della sobrietà, e io ho deciso di dedicare la mia vita alla sobrietà, con una punta di vibrante giocosità e di vitale entusiasmo, che non devono mai mancare.
Ed ecco l’inghippo. Continuo a perderli. A fine serata sto già tranquilla che un orecchino manca all’appello. Solitamente me ne accorgo quando sono in bagno davanti allo specchio e mi scosto i capelli dalle orecchie prima di lavare i denti. Una volta ci mettevo un sacco a notarlo, adesso è un riflesso condizionato quando mi specchio, guardo subito lì. Buco. Niente orecchino. Sparito. Uno manca. Sempre. E quasi sempre lo stesso, il sinistro. Non è successo una volta, non due. Ormai saranno sei o sette volte. Uno l’ho perso definitivamente alla quarta perdita. Questi che ho ora sono nuovi (un investimento di 3 euro in bigiotteria, oh, ognuno fa quel che può), e ne ho già perso uno. Ritrovato, ma privo di pirulino retrostante. E’ inspiegabile, un mistero di quelli da Lucarelli, da dita puntate le une sulle altre: "Come faranno le perle a staccarsi continuamente dalle orecchie della povera Silvia?". Eppure è diventato un così dolce ricordo che, a volte, mi chiedo perché una non si sia sfilata da sola, per caso. Per poter parlare di nuovo delle mie perle che scompaiono.
Petula Clark - Downtown
When you’re alone and life is making you lonely You can always go - downtown When you’ve got worries, all the noise and the hurry Seems to help, I know - downtown Just listen to the music of the traffic in the city Linger on the sidewalk where the neon signs are pretty How can you lose?
The lights are much brighter there You can forget all your troubles, forget all your cares So go downtown, things’ll be great when you’re Downtown - no finer place, for sure Downtown - everything’s waiting for you
Don’t hang around and let your problems surround you There are movie shows - downtown Maybe you know some little places to go to Where they never close - downtown Just listen to the rhythm of a gentle bossa nova You’ll be dancing with him too before the night is over Happy again
The lights are much brighter there You can forget all your troubles, forget all your cares So go downtown, where all the lights are bright Downtown - waiting for you tonight Downtown - you’re gonna be all right now
And you may find somebody kind to help and understand you Someone who is just like you and needs a gentle hand to Guide them along
So maybe I’ll see you there We can forget all our troubles, forget all our cares So go downtown, things’ll be great when you’re Downtown - don’t wait a minute for Downtown - everything’s waiting for you
"Il romanticismo è morto. E’ stato rilevato a scopo speculativo dalla Disney, omogeneizzato e venduto pezzetto per pezzetto".
Così la scettica e disincantata Lisa rispondeva a mamma Marge. No, mia cara Lisa. Tu ti sbagli.
Ci sono cose che una bimba gialla coi capelli a punta non può capire. Quando anche tu un giorno ti sentirai chiamare "vedeetto" e sorriderai. Quando anche tu aspetterai le dieci per cenare pur avendo finito di lavorare alle otto. Quando qualcuno pranzerà alle due e mezza pur avendo finito il suo giro all’una per aspettarti. Quando salterai una fiera del libro perché sai che ce ne saranno altre, e bisogna avere delle priorità. Quando ti alzerai tu da tavola per prendere il telecomando. Quando vedrai un libro tendenzialmente illeggibile, ma che come quello un tono alla casa non lo da nessuno. Quando ti offriranno l’ultimo tramezzino al bar, e lo porterai a chi non ha ancora addentato nulla. Quando mangerai cous cous per una settimana perché ne avevi cucinato troppo. Quando all’una ti accompagneranno a prendere un gelato controvoglia solo per vedere un tuo sorriso. Quando ti regaleranno delle caramelle a forma di cuore perché sei triste, quando ti leggerano un romanzo sul divano. Sono cose piccole e belle.
Quando hai gli occhi più verdi del solito, verdi come il mare.
Rino Gaetano - Sei Ottavi
Mentre la notte scendeva stellata stellata lei affusolata nel buio sognava incantata e chi mi prende la mano stanotte mio Dio forse un ragazzo il mio uomo o forse io lontana la quiete e montagne imbiancate di neve e il vento che soffia che fischia più forte più greve e che mi sfiora le labbra chi mi consola forse un bambino gia grande o io da sola passava la notte passavano in fretta le ore la camera fredda gia si scaldava d’amore chi troverà i miei seni avrà in premio il mio cuore chi incontrerà i miei semi avrà tutto il mio amore la luce discreta spiava e le ombre inventava mentre sul mare una luna dipinta danzava chi coglierà il mio fiore bagnato di brina un principe azzurro o forse io adulta io bambina mentre la notte scendeva stellata stellata lei affusolata nel buio dormiva incantata chi mi dirà buonanotte stanotte mio Dio la notte le stelle la luna o forse io
Sta avendo un grande successo, piace a grandi e piccini. Va di gran moda, in effetti, tutti lo vogliono e lo trovano adorabile. Per questo ho deciso di pontificare e di polemizzare oggi sul Petauro dello Zucchero. Ciononostante lo scrivo con le maiuscole, in segno di grande rispetto per questa bestiolina, che nulla ha fatto di male per essere catapultata in cima alla classifica degli animali preferiti dai britannici. E dai miei amici.
Dal Corriere della Sera di domenica: “Ci sono mode che non si spiegano, come quella che a Londra sta diffondendo uno strano animaletto, che in inglese si chiama "Sugar glider", in italiano "Petauro dello zucchero" (Petaurus breviceps), come nuovo animale domestico. Si tratta di un piccolo - sta nel palmo di una mano - socievole, marsupiale che ha la caratteristica di poter "volare" per quattro metri in salotto o in camera da letto grazie alla membrana che si stende tra le zampette. Il petauro, originario dell’Australia, da adulto arriva a 18 centimetri e pesa un etto e mezzo al massimo. Sembra andare d’accordissimo con gli esseri umani e ne gradisce le coccole: da qui il suo grande successo. Nel suo habitat naturale, sfruttando le correnti, riesce a volare da un albero all’altro per circa 70 metri. Sul mercato britannico, sempre pronto a buttarsi su qualche nuovo animaletto esotico da compagnia, il piccolo marsupiale costa fino a 150 sterline (188 euro). Sian Bailey, che alleva i petauri presso Southampton, avverte però che non bisogna decidere alla leggera di prendersene uno dentro casa: «Hanno bisogno di molte attenzioni, molte più che un cane o un gatto», ha detto al Times, precisando che i piccoli marsupiali hanno bisogno di una dieta speciale, e devono essere tenuti spesso in tasca per sviluppare affetto verso i padroni”.
Per la stessa ragione che mi impone di non leggere i libri che leggono tutti, e di non andare a vedere i film che raccolgono consensi massificati, non adotterò un Petauro dello Zucchero. Mi dispiace la sovraesposizione a cui vengono costretti questi esseri minuscoli, e realmente simpatici. Mi dispiace perché stanno andando di moda, non sono universali come un cocker o un persiano, e fra poco di loro non si ricorderà più nessuno, come i calzerotti a righe sopra il ginocchio, i collarini allungabili e il serafino. Un giorno, quando la moda sarà passata, tutti quelli che hanno adottato un petauro non sapranno che farsene, e rapidamente come se ne sono innamorati si libereranno di questa creatura docile e affabile; quando non se li filerà più nessuno, perché le mode passano e ma gli animaletti restano, io raccoglierò tutti i Petauri abbandonati lungo le strade, nei parchi e nei bagni pubblici, e li istruirò a dovere. Attaccheranno in branco, saranno gli animali più temuti della città. E io sarò la loro regina. Io, che li ho presi quando erano come i jeans a zampa alla fine degli anni ottanta, quando non avevano ancora inventato il vintage. Io che li ho aiutati quando erano passati di moda, e li ho fatti schizzare sulla vetta della società zoologica. Io, io che li ho raccolti quando dalle stelle sono tornati alle stalle. Mi ringrazieranno, mi ameranno, mi adoreranno. A un mio minimo cenno di capo aggrediranno chi io comando di aggredire.
Fate pure finta di non aver paura. So che ne avete. Non sono così sciocca da mandare il mio esercito di petauri al massacro attaccando nazioni intere, no. Sono dopotutto una regina realista e affezionata ai suoi soldati. Sono ragionevole.
Un nemico per volta.
(Parte un ghigno spaventevole, acuto e stridulo. Si sente un gran sfregare di mani.)
Miei piccoli, docili, adorabili, fedeli petauri dello zucchero.
Aggiornamento: La fretta mi ha fatto cannare più di qualche letterina. Non me ne rendo conto subito, l’estasi creativa inibisce le mie facoltà intellettive. Un po’ alla volta correggo, datemi il tempo di accettare che anch’io, a volte, sbaglio.