********************
Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor

***********************
C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.
***********************

"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".

Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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sabato 9 giugno 2007 - ore 21:40
Jojobismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono andata dall’estetista, ebbene sì. È un passo importante nella vita di un’adolescente che diventa donna, e io sono un’adolescente che diventa donna, quindi sono andata dall’estetista. Ho fatto le mie robette da inizio estate, e poi tronfia e gioconda mi sono avviata all’uscita. Allora un dubbio mi assale: che queste fanciulle possano in qualche modo rimediare a un problema cutaneo che mi tormenta da anni? Chiediamo. La ragazza che sta lavorando su di me non si sente abbastanza esperta per darmi una risposta esauriente, e mi dice che mi farà parlare con Claudia. Chiedo quindi a colei che mi viene presentata come la più competente in materia, e le espongo il mio problema. Come faccio a togliere questa cosa qui? le domando indicando la zona da sistemare.
Ma con l’
olio di jojoba, ovvio! Passa i successivi 15 minuti ad espormi le migliaia di proprietà benefiche dell’olio di jojoba, che usato sulla pelle mitiga psoriasi, acne, macchie, herpes, rende i capelli lucidi, tonifica il seno, idrata e ristruttura l’epidermide e probabilmente, ho dedotto, è anche l’antidoto a una feroce epidemia centro asiatica, dato che solo quello mancava.
L’olio di jojoba fa al caso mio, mi spiega. Per quello che devo risolvere io l’olio di jojoba è la manna. Mi sottopone una boccetta, dicendomi che non è un olio misto, che è vero jojoba, che non è come quello delle erboristerie o dei negozi di cosmetica, questo è vero olio di jojoba indiano. La parola
jojoba inizia a rimbalzare nel mio cervello come una palla da tennis in un set infinito. Insomma, alla fine mi consiglia di provarlo, perché secondo lei in pochi giorni quel problema che mi tormenta da anni non esisterà più. Boccetta da 100 ml. Piccola, resistente al calore e ai raggi UV, da conservare in luogo fresco e asciutto, ma carina anche da esposizione. Mi decido a chiederle, un po’ titubante: quanto costa? Dammi un attimo, controllo sul catalogo. E continua, mentre cerca sul catalogo, a passare in rassegna le mille virtù del miracoloso olio di jojoba. Che loro importano direttamente dall’India, perché sia un vero olio di jojoba.

Alza lo sguardo, mi sorride: ventuno. Ventuno cosa, euro? Ma stai dando i numeri? Io quella cosa la bevo in un sorso, come puoi farmela pagare 21 euro?
Ringrazio, pago il servizio regolarmente prestatomi e cammino verso casa, pensierosa: ovviamente priva del taumaturgico olio di jojoba. Accendo il computer. La Dany, che mi chiede se la disboscazione è avvenuta. Certo, ma ti devo raccontare dell’olio di jojoba.
Il dramma alla fine non è stato sapere che quell’olio costava 21 euro, ma rendermi conto che io e la mia amica Dany abbiamo serie tare mentali. Lei voleva mangiare il jojoba, poi berlo con lo spritz al posto dell’aperol; io volevo ballarlo avvinghiata a un sudamericano, poi abbiamo deciso di cantarlo. Al posto di chiwawa. Non so come è nata questa cosa, forse dall’incontro di due teste bacate, neuroni che a distanza si influenzano reciprocamente e creano un corto circuito. Ma è accaduto, e non possiamo tornare indietro. Il ritmo mi ha conquistata. Il curativo potere dell’olio di jojoba si è impossessato dei miei arti.
Sia maledetto DJ Bobo, in eterno.
I’m walking in the street
And the moon shines bright
A little melody keeps feeling on my mind tonight
I gotcha!
It’s the song about jojoba
Yeah, that’s cool alright
Jojoba here
Jojoba there
Everybody wants it everywhere
Sing it loud
And life can be so easy
What can make you move, jojoba
Can you feel the groove jojoba
What can make you dance jojoba
Oh jojoba!
What can make you sing jojoba
Take it and you win jojoba
What can bring you joy jojoba
Oh jojoba!
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PERMALINK
giovedì 7 giugno 2007 - ore 13:25
Vestitismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Una delle peggiori fissazioni di mia madre è sempre stata quella per i vestiti della festa. Ce l’ha sempre avuta in testa. Credo sia un bug del
Sistema Mamma, perchè ho avuto alcune conferme poco rassicuranti.
Ero piccola piccolina che mia madre mi portava con lei a fare spese, mi prendeva i vestiti nuovi perché crescevo ed era ora di cambiare, io mi ci immaginavo già cucita dentro giorno e notte perché ero davvero stufa dei pantaloni di velluto verde smeraldo con le facce di Paperino e
Qui Quo Qua applicati sopra, e lei mi sussurrava dolcemente all’orecchio "questo lo teniamo per la festa".
Quale festa? Spiegami adesso quale festa? Ho 7 anni ma, cristoddio, lo so che non ce ne sono tante di feste, soprattutto in estate! Cerchi forse di fregarmi, madre snaturata? Cerchi di fottermi? Silenziavo, inerme, bambina modello. Ma mi rabbuiavo. E quando non riuscivo più a mascherare, e la mamma si accorgeva del mio totale disappunto e delle mie sopracciglia aggrottate, sempre sorridendo, aggiungeva "oppure dai, lo teniamo per la domenica, così sei contenta". La domenica? Che differenza c’è tra il mercoledì e la domenica? Che stai a casa da scuola, nient’altro! E quindi nessuno a scuola mi vede col mio vestitino nuovo! Spesso la mamma faceva quella maledetta aggiunta che ho sempre trovato così sarcastica "la domenica si va a trovare i parenti, così ti vesti per la festa che te par tanto bon": ma è festa andare da una zia cicciona che appena arrivo mi distrugge le guance a pizzicotti e la cui unica gioia è ingozzare di cibo i nipoti? Poi finiva che prima di andare dai parenti mia mamma mi diceva "no dai, che dopo ti sporchi. I vestiti per la festa li teniamo per un’altra volta" e quando era ora di indossarli ero cresciuta di 10 centimetri. Peccato...
Da piccola ero convinta che per mia madre la domenica fosse un giorno particolare, una vera festa. Per me era un giorno infausto, mi toccava pure andare a messa. Però mi mettevo i vestiti più belli che avevo, ed ero soddisfatta, e arrivavo sul piazzale della chiesa facendo la ruota con la gonna, giravo su me stessa come una trottola finché mi veniva da vomitare e vedevo tutto a pallini. Sempre se non pioveva. Allora niente vestiti della festa, se no si rovinavano.
Ho sempre odiato la definizione
vestiti per la festa, trasmetteva un non so che di eccessivamente serioso e impettito, mi facevano pensare al piccolo
Lord Fauntleroy, e alla gorgera che gli toccava mettere, lui che arrivava dalla strada e si era trovato catapultato "nella festa" continua.

Se per caso avevo voglia di mettere qualcosa di nuovo dal lunedì al sabato, tipo un vestitino a fiori coloratissimi, o i jeans un po’ più alla moda (quelli che generalmente usavo erano stati dei miei cugini più grandi e prima dei loro cugini più grandi), senza dire niente andavo in camera mia e mi cambiavo, soddisfatta e compiaciuta della trasformazione. I vestiti per la festa erano una vittoria, metterli faceva sentire felice, una scarica di adrenalina, solo toccarli mi emozionava. Ma mia madre è un cane da caccia, nessuno lo sa ma capta qualsiasi cosa anche a chilometri di distanza, e riusciva a sentire l’odore del vestito nuovo che si spiegava e si muoveva sul mio letto: allora scattava sulla sedia, qualsiasi cosa stesse facendo veniva dopo il salvataggio, saliva le scale di corsa e mi guardava implorante, quasi delusa di me – che è peggio – dicendo, con tono tristissimo e quasi piangente "quello è per la festa" e io mestamente mi spogliavo e rimettevo i pantaloni di velluto verde.
I vestiti più belli praticamente non li ho mai messi. E questo fino ai 16 anni. Siccome i soldi erano suoi compravo questi benedetti vestiti per la festa, ma non li portavo, al massimo a natale e pasqua da mia nonna, con ingiunzioni del tipo "tienilo da parte se una sera fai qualcosa di diverso, così sei vestita di nuovo". Vestita di nuovo non lo sono mai stata, la roba nuova era tutta in armadio. Una delle cose più deprimenti della mia infanzia, fanciullezza e adolescenza.
Ricordo che l’anno scorso ho acquistato una maglietta molto carina insieme a mia madre, e quando sono andata a pagare, con i miei soldi sottolineo, mi ha detto sorridendo
"questa è bella per la festa, no?" Mentalmente vedevo mia madre con gli occhi sgranati e spaventati, e me con un mitragliatore grande come un palazzo, da non riuscire a tenerlo in braccio.
E sparavo sparavo sparavo sparavo sparavo.
Sorridendo, però…
Toyshop - Daydream
Who am I to say
So hard and so long we tried
Can we ever live our dreams?
I’ve wonder since your gone
But souls are still in touch
close my eyes and I can feel
I can feel without you
Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be
What’s your life now?
Would we ever get along?
Still got time
It’s a short life
Together after all
We must now wait
Is it time to come back?
Set Free and left deep inside
To sense was truly real
Dark at your side
Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be
I’ll let my sould fly up
So I can feel and blow my mind away
Out of control now It’s even better
The best way to play the game
When you find out beware so you don’t
Forget then you gonna have
to search all over
again deep in your heart it
Lies the vibe
That it lights me up when you touched and
Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be
Daydream thinking of you
deep in my heart
Daydream finding that you
shine in my life
Are you the voice in my mind?
I still calling cause I feel when
You hold me
and tell me
It’s got to be
Daydream thinking of you
It’s got to be...
Daydream thinking of you
It’s got to be...
Questo stesso post, con alcune aggiunte odierne, appariva sul mio blog anni fa. Il fatto è che oggi mia madre mi ha carinamente detto che dovrei comprarmi robetta da festa, così quando esco si vede che mi cambio. Si vede che mi cambio. Spero non sia stata così abile nel cogliere le sfumature verdi del mio viso in pieno climax drammatico. Sono andata a ripescare questo post nelle mie cartelle-blog sul compiuter perchè ricordavo di aver già ampiamente esposto la terribile tortura mentale a cui venivo sottoposta da ggiovine.
Meno male che esistono le mamme.
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PERMALINK
mercoledì 6 giugno 2007 - ore 13:28
Seratismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Vado dalla parrucchiera tre volte all’anno. Proprio per fare la femmenetta. Proprio per sistemare una testa che da sola non so mettere a posto.
Possibile che ogni volta che ho un appuntamento con la parrucchiera la sera prima vado a sfasciarmi con le mie donne?? Possibile che io debba ogni volta fare pena alla mia parrucchiera con occhiaie bluastre e un alito da vino rosso alle 9 di mattina? Credo mi servirebbe un dentifricio al napalm per togliere i residui di vino.
E poi ho dimenticato il cellulare in macchina della Fede ieri sera, quando mi ha mollata a casa. E così le mie disavventure telefoniche continuano. Mi sono fatta svegliare dalla mamma stamattina, come quando ero alle medie e dormivo in camera con mio fratello e non avevamo la sveglia, veniva la mamma con un bacio. Stavolta senza bacio. Che è meglio, se no mi sveniva. Credo comunque che l’odore di vino si fosse propagato dalla mia gola all’intera camera, che rimanendo chiusa tutta la notte si era tramutata in una serra. Un vitigno, ma andato a male.
Insomma, evviva le donne che mi portano fuori, e che mi fanno sentire così meravigliosamente Silvia.
Evviva chi ha voglia di stare con me. Evviva anche chi non ha voglia. Evviva chi mi avvisa dopo 3 mesi che si è sistemato sentimentalmente. Evviva chi finge di aver dimenticato a casa il telefonino, e poi lo estrae dal taschino e dice toh eccolo qua! Evviva gli amici ubriachi, evviva chi va a casa con uno e l’altro guarda. Evviva il bottegon, Checco e Gianni. Evviva la Nea. Evviva tutti. Evviva soprattutto quelli che ho incontrato ieri sera quando i miei capelli non avevano una forma umana. Oggi ho dei capelli bellissimi, ieri no. Era meglio uscire stasera con i capelli perfetti. Ma stasera pioverà, e ieri non pioveva. La grandine non ci ferma se abbiamo voglia di birra. Le mie donne speciali.
Questa foto è di qualche settimana fa, ma è bellissima e la metto lo stesso.
E rende bene, la Fede è scura e io e la Dany chiare. Anche se la Fede non è in mezzo. E la Fede DEVE stare in mezzo.
E poi ci sono un sacco di bottiglie e una birra in mezzo a noi tre. Non manca niente. Non ci facciamo mancare niente.
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martedì 5 giugno 2007 - ore 08:08
Trenismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
In treno capita che ad una certa stazione salgano individui poco raccomandabili i quali, raccomandandosi a Dio, ti raccomandano di elargire loro le monete che ti avanzano (e magari qualche foglio da 5) per sfamare una mandria di ipotetici figli. Avanzano lungo i vagoni e depositano bigliettini in calligrafia incerta con richieste di carità.
Mi sono sempre chiesta se questi signori paghino o no il biglietto del treno. Sarebbe un contro senso, pagare un biglietto e investire i pochi soldi rimasti per chiedere l’elemosina, sperando che superi il costo dell’investimento. Bisogna farci dei calcoli, mica puoi salire sul treno così e sperare e basta. A meno che non rubi qualche cellulare. Ma questa è la mia vena polemica che oggi non uscirà.
L’altro giorno sul Venezia - Bologna mi imbatto in due di questi loschi figuri, in questo caso due donne dall’aria tipicamente zingara o giù di lì, che appoggiano sotto il finestrino del mio posto a sedere un bigliettino. Generalmente continuo le mie letture e non do peso all’evento, ma stavolta un particolare ha scatenato in me ilarità e divertimento. La cosa non attirò la mia attenzione tanto perché il bigliettino era scritto a macchina e in stampatello, ma perché la frase introduttiva era un
“datemi dei soldi sono poverO ho fame ho due bambini per l’amor di Dio datemi dei soldi”, nella quale la
O di povero era stata riscritta a penna con una maiuscola
A. Sotto si notavano chiaramente i contorni dell’originale
O. L’adattamento grammaticale alle figure femminili in cerca di spiccioli avrebbe meritato tanto di elogio, se non fosse che quello stesso bigliettino mi aveva colpita esattamente 3 giorni prima, sullo stesso treno ma ad un orario diverso. E me lo ricordo alla perfezione, perché l’uomo dai lineamenti sudasiatici che aveva posato il suo bigliettino accanto a me aveva scritto una grossa
O nera a pennarello sopra una
A a penna che copriva palesemente una
O prestampata.
Mi sono fatta delle domande, mi sono data delle risposte. E poi basta, ho continuato a farmi i cavoli miei. Ma se non è straordinaria e varia la vita, ditemi voi.
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PERMALINK
lunedì 4 giugno 2007 - ore 09:54
Compleannismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Chi ha compiuto 30 anni ieri??

La foto è stata scelta appositamente fra molte.
Tanti auguri quintaletto mio.Questa foto mi fa sempre ridere perchè lui ha la facciotta sorridente e beata, tranquillo e contento, e io lo prendo per il collo come se avesse fatto la cosa più terribile del mondo, con un’espressione corrucciata e tendente al cattivo.
E poi ce l’ha fatta Jason a New York, eravamo vicino alla Columbia University.
Che è esattamente dove vorrei essere in questo preciso momento.
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PERMALINK
venerdì 1 giugno 2007 - ore 20:06
Pettinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qual è la cosa più difficile da trovare in commercio? Dai, sparate. Qual è la cosa che con più ardui sforzi si può acquistare in tre diverse città italiane?
Parto da casa ieri pomeriggio, arrivo in stazione dei treni e mi rendo conto che il mio bagaglio non è completo. Eppure avevo guardato e riguardato, ero stata mezz’ora a controllare quelle quattro cose che mi ero portata dietro per una sola notte fuori. E mi sono dimenticata il pettine e la spazzola. Alla mamma che mi aveva accompagnata espongo il mio problema. E lei mi rassicura: tesoro pensa all’esame, lo puoi comprare dappertutto, tranquilla. Certo, mamma.
Stazione di Treviso. Da qualche mese un negozio di accessori donna ha aperto a fianco della biglietteria. Entro baldanzosa, sbircio tra gli espositori, ma non vedo pettini, solo un sacco di accessori per capelli. Mi avvicino serena alla commessa, salve, vorrei un pettine. Noi non vendiamo pettini. Ah no? Non vendete pettini? Vendete mollette cerchietti elastici qualsiasi porcheria per i capelli, ma non pettini? Esatto. Provi dal tabaccaio. Ok.
Salve, vorrei un pettine. Non ne ho, mi spiace. Sicuro che non ha neanche un pettine? No, ho quelli da uomo, ma sono grandi così, non credo vadano bene per lei. No, ha ragione, grazie lo stesso.
Ultima possibilità, vado in edicola. Sì, in edicola.
Ciao, sarà la domanda più stupida che ti hanno posto da quando lavori qui, ma hai mica un pettine da vendermi? La ragazza, povera, magari aveva fatto 8 ore di seguito e io le arrivo chiedendo un pettine. No, mi dice, non ce l’ho. Non è mica che qualche rivista omaggia le lettrici di pettini o spazzole o surrogati (sì, ero nervosa per l’esame e quando sono nervosa inizio a inserire nelle frasi il doppio delle parole che servirebbero)? No, sei sfortunata, oggi no, guardo dietro se ho qualche avanzo di magazzino… Mmmm, no, mi spiace, niente pettini. Fa niente, grazie lo stesso, ciao! Mi sorride e dice: in bocca al lupo. Chissà perché poi, penso.
Stazione di Mestre. Vado dal tabacchino, ovviamente. Un ragazzo cerca di estorcere denaro al tabaccaio, dicendo che gli servono assolutamente 15 euro di carta, ma ha solo 13 euro in moneta. E vuole farseli cambiare lo stesso. Il tabaccaio c’ha i suoi anni, ma è sveglio, gli cambia 10 euro in carta e gli altri glieli lascia lì. Il ragazzo si allontana bestemmiando.
Salve, vorrei un pettine. Per lei? Si, per me, l’ho dimenticato a casa e devo partire. Ho solo quelli da uomo, se vuole, ma non credo facciano a caso suo. Da uomo? E da donna scusi? Neanche uno piccolo? No, mi spiace, non è un articolo richiesto di frequente. Ha ragione, mi scusi. Entro al bar, che di solito vicino alla cassa propone oggettistica di varia sorte. Niente pettini. Rasoi, spazzolino e dentifricio già appaiati, burro di cacao, sapone liquido, salviette, niente pettini. Neanche da uomo. Ritento la carta edicola. Buongiorno, avete mica pettini? No. Neanche uno piccolo? No. Non è che qualche rivista… No.
Parto senza pettine. Scendo a
Bologna, vado a depositare la mia borsa con tutto il resto del bagaglio in camera, e vado a cercare un pettine. Mi imbatto in un supermercato. Fantastico, vado a comprarmi il pettine. Percorro l’infinito labirinto del merda di supermercato fino alle casse, dove sospetto ci siano gli articoli che cerco. E infatti. Ma non riesco proprio a trovare il pettine. Scusi, dove sono i pettini? Ma noi non li vendiamo. Ma mi scusi, qui c’è di tutto, perché non avete pettini? Non lo so, in effetti ha ragione, ma non li abbiamo, lo farò notare al direttore. Mi metto in fila con una bottiglia di acqua, mentre una mamma e tre noiosi stronzi figli piccoli fa il diavolo a quattro per comprare dei panini. Esco, speranzosa.
Sono solo le 6, i negozi sono ancora aperti. Sì, ma non tutti. Con un po’ di ritegno non entro in farmacia a chiedere un pettine, e per evitare un collasso economico non entro nemmeno al salone di bellezza adiacente. Cammino per 15 minuti, attraversando negozi e negozi, ma niente che abbia l’aria di vendere pettini. Dove sono tutti gli Acqua e Sapone che pullulano in ogni realtà urbana? Dove sono quelle catene di detersivi che si allungano all’interno degli stabili tanto che non si vede la parete di fondo? Dove sono tutti i pettini del mondo. Sconsolata continuo a camminare. E alla fine di via Farini cosa trovo? Un negozio di cosmetica e profumi. Vuoi che non abbiano un pettine? Chiedo alla commessa un cazzo di pettine, e mi dice che sì, ne sono provvisti. Mi segua, glieli mostro. No, veramente volevo solo un pettine. Sì, ma glieli mostro così sceglie. Guardi, mi serve solo stasera, domani torno a casa e ho anche le spazzole e i bigodini, voglio solo un pettine. Mi segua.
Apre un cassetto in cui sono gelosamente custoditi almeno una trentina di pettini di varia fattura, pettini da viaggio, pettini da uomo e da donna, con denti larghi e stretti, e una quantità infinita di spazzole di ogni dimensione. Mi chiede di scegliere. Sottovoce, per paura che la titolare mi stia ascoltando di nascosto, le sussurro: quello che costa meno. L’espressione non è delle più convincenti. Riesce a farmi selezionare un pettine, una spazzola e un grazioso pettine da viaggio con custodia in finto cocco. Dopo una rapida scorsa ai prezzi scopro che la spazzola costa qualcosa come 8 euro, il pettine da viaggio 6 e quello normale, semplice, perfetto costa 1.48. prendo quello. La ragazza ride di me, mentre la titolare viene a controllare l’unico scontrino battuto nelle ultime 3 ore, che vede un pettine da 1.48 euro. Grazie e arrivederci! Ma no, grazie a lei, e scusi il disturbo.
Morale della favola: mi ha dato 28 anche se l’orale era da 30 perché purtroppo lo scritto era andato così così.
Ma ho un bellissimo pettine nuovo.

Era tanto difficile trovare una cosa così? Credo che da domani la domanda di pettini ai fornitori di edicole, tabaccai e supermercati crescerà esponenzialmente.
Forse ho dato una svolta alla storia del commercio dei pettini.
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PERMALINK
sabato 26 maggio 2007 - ore 16:33
Lavorismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ieri ho avuto un incontro con la responsabile delle assunzioni di un negozio di intimo e maglieria in centro. Una mia amica mi aveva presentata ed ho ottenuto un "chiamiamolo colloquio" e forse una prova, per vedere se faccio al caso loro. Le commesse con cui avevo parlato i giorni prima mi avevano con grande cortesia e disponibilità detto che cercavano una ragazza per l’estate, qualche giorno alla settimana. Il che per me significa unicamente soldi. Interessante, io ci provo.
Peccato che il "chiamiamolo colloquio" sia stato improntato sulla degradante constatazione che sono troppo vecchia e che forse non sono abbastanza qualificata e figa per fare la commessa in centro. Riporto ciò che mi ricordo (o meglio, ciò che non ho rimosso malgrado sia la cosa che desidero di più al mondo) della
mezzora di colloquio per fare la commessa in centro. Commessa eh.
-Ciao!
-Ciao, piacere Silvia…
-Ciao, piacere XXX…
[mi fa una rapida radiografia] Così tu sei l’amica di YYY, mi ricordo di te…
-Si, vengo spesso con lei, ma sono cliente del negozio, quindi ci siamo viste spesso…
-Sì, mi ricordo… Hai un curriculum?
-L’ho portato ancora la settimana scorsa perché mi avevano detto che lo dovevi valutare.
-Non lo trovo, allora ti faccio delle domande per segnarmi alcuni tuoi dati, ok? Facciamo prima così, e poi lo cerco con calma. Ci mettiamo di là. Intanto dimmi, quanti anni hai?
-26.
-Ah.
[seguono 30 secondi di imbarazzante silenzio] Speravo fossi più giovane.
-Eh no, ho 26 anni.
-Sai, io di solito prendo ragazze giovani, magari che hanno appena finito scuola, così posso formarle e prepararle per lavorare qui, credo che tu capisca.
-Certo, per carità, capisco. E comprendo che sia una vostra necessità…
-Se no è tempo perso, se la ragazza mi va via dopo un anno.
-Legittimo, certo.
-E le prendo giovani per portarle avanti, insomma…
-Sì, ho capito il discorso
[insomma, sono vecchia, complimenti per la diplomazia però…]-Va beh
[aria stizzita] cosa fai nella vita?
-Mi mancano 3 esami, studio lettere.
-E che sbocchi professionali avete? Nelle scuole?
-Si, i bidelli
[sorridiamo al mio facile umorismo] in realtà vorrei…
[e parto con digressioni simpatiche e sensibili sui miei sogni].
-Faresti un erasmus?
-No…
-Vuoi fare uno stage all’estero?
-No, sono già troppo indietro con gli esami per fare anche un soggiorno all’estero, ci penserò dopo la laurea.
-Quindi ti vuoi laureare…
-
[no, arrivo alla tesi e vado a fare il muratore con mio padre]. Sì…
-Ah. E quando vorresti laurearti? Quanto credi di metterci?
-Non so, credo un annetto, forse qualcosa di più.
-Quindi mi dici un anno e mezzo magari…
-Sì forse, dai…
[credo si stia continuando con l’ironia]-Anche due?
-
[allibita, strabuzzo gli occhi] Beh, due spero di no.
-Ah.
-
[rimango in silenzio, attonita]-Si stanno laureando anche le altre, lavorare qui porta bene. Ma poi vanno via. Se mi dici che ci metti almeno due anni ne possiamo parlare, ma per solo un anno io non so cosa posso fare.
-Beh non so cosa dirti, io spererei di laurearmi prima possibile.
-Ah. Quindi tu mi dici che rimarresti qui solo un anno.
-
[voglia di bestemmiare] Non lo so, non faccio programmi così a lungo termine.
-Va beh. Ferie?
[così, di brutto, davvero, senza introduzioni, sempre con la stessa faccia]-Sono onesta con te, te lo dico subito: vado via 4 giorni a luglio.
-Ah.
-Solo 4, poi tutto giugno e agosto sono qui. E sono solo 4 giorni.
-E sentiamo, quando?
-Dall’11 al 15.
-Ah. Il 15 cominciano i saldi.
-Ma è domenica…
-Sì, ma Treviso è città d’arte…
[ma va, non lo sapevo] Non puoi disdire?
-
[prego???] No, vado all’Umbria Jazz, mio moroso è musicista, ci tiene molto, non posso mandarlo da solo.
-E non puoi spostare?
-
[ancora???] Abbiamo prenotato i concerti, dura solo una settimana…
-Va beh, non stiamo parlando di quello che pensavo io.
[mi chiede qualcosa su altri lavori che ho fatto, soprattutto se ho già fatto la commessa, le spiego di Tezenis, del BilloStore, varie ed eventuali, della mia flessibilità per ore e giorni di lavoro, delle mie capacità comunicative e doti di dialogo]-Sì, capisco. Certo. Va bene.
[con l’aria di una che non gliene frega un cazzo e potrei essere cianotica e non se ne renderebbe conto perché non mi guarda da qualche minuto, continua a puntare la penna sul 26 scritto sul foglio]-Sono una buona lavoratrice, …
[parlo per farmi conoscere visto che mi ha fatto solo domandine]-Sei disposta a fare anche turni? O venire a chiamata?
-Certo, ho orari flessibili, e non ho problemi a venire quando serve a voi…
-Sei disposta anche a metterti una divisa?
-
[sorrido, mi viene spontaneo] In che senso divisa?
-Pantalone o gonna nera.
-Certo, vengo spesso qui, so come si vestono le ragazze…
-Sì.
[mi squadra dalla testa ai piedi un paio di volte, con il naso storto e la bocca bieca, guarda le mie scarpe da ginnastica, si sofferma sulla mia maglia nera non più perfettamente nera] vedi, le ragazze sono tutte carine, ci teniamo molto a queste cose. Insomma, le vedi no…
[aria schifata nel confronto...]-Sono vestita così oggi perché ero a studiare, e sai, per studiare…
[come se dovessi scusarmi per una t-shirt]-Sì certo, capisco.
-Non verrei a lavorare vestita così, sono cliente abituale, so che…
-No, no, lascia stare, va beh.
-
[ammutolita, non so davvero cosa ribattere, e non mi interessa nemmeno]-Insomma, tagliamo la testa al toro,
[con la faccia di chi lo fa come un’opera pia] facciamo la prova.
-Certo, quando vuoi.
-Dimmi tu quando preferisci.
-Mi basterebbe non fosse giorno X e giorno Y perché forse ho l’esame, poi sono libera sempre.
-Ah. La prossima settimana no.
-Solo quei giorni, poi posso.
-Quindi non la prossima settimana.
-Ma solo due giorni…
-Sì, sì. Va beh, ti chiamo, grazie sai.
-No, anzi, grazie a te.
Mancava la parolina conclusiva, ma sono sempre e comunque una ragazza ben educata. Quanto volentieri l’avrei detta, con che gioia mi sarei sfogata di mezz’ora di colloquio per appaiare canotte e perizomi nei week end estivi e se va bene saltuariamente durante l’anno e sotto i saldi.
Bastava dire:
non corrispondi a ciò che cerchiamo.
In finale: non sono abbastanza qualificata per vendere mutande, sono un cesso, sono troppo vecchia e se mi laureo troppo presto non mi prende. Con tutto il rispetto per la sua professionalità e il suo successo nel lavoro, credo di aver deciso io per lei a riguardo della mia assunzione.
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venerdì 25 maggio 2007 - ore 09:19
Luismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Che terribile dimenticanza! Solo ora mi accorgo che non vi ho mai presentato il mio migliore amico in biblioteca!! Non vi ho mai resi partecipi della presenza ingombrante che incombe su ogni essere vivente che passi tra le vecchie e nuove mura della Biblioteca Comunale di Treviso. Lui. Non ha nome, a pochi importa, forse a quei due smidollati che lo ritengono un mago del rimorchio. Certo, un 35enne che abborda le sedicenni.
Quando arriva si dice solo “è arrivato vieni dentro”, o “è arrivato girati”, o ancora “cazzo è arrivato dove ci nascondiamo?”. Il pontificatore, il rivelatore, il palcoscenico della verità, della conoscenza, della misericordia e della sapienza, lui. L’innominato. Ma minuscolo, per rispetto all’Innominato che a questo punto della storia comincia a starmi pure un po’ simpatico.
Lui non si presenta, lui arriva. Stai parlando con qualcuno, che siano 2 o 10 persone per lui non fa importanza. Non si presenta, arriva e parla. Ti da la sua versione dei fatti (opposta, contraria) e pretende che tu lo stia ad ascoltare finché non ha terminato il suo sermone.
Il mio primo incontro ravvicinato con lui è stato quando lavoravo in concessionaria, era venuto a vedere la Nuova Bravo per cui facevo la promoter, e mi aveva imbollata con discorsi senza fondamenta che poco avevano a che fare con motori e automobili. Neanche con i copertoni, neanche con una chiave inglese. Dopo aver scoperto che studio lettere, non ha trovato miglior argomento per attaccare bottone che chiedermi se mi piace Marino. E al mio diplomatico “ci sono autori che mi piacciono di più”, ha incominciato la sua arringa in difesa del Marino (probabilmente l’unico autore che ricordava dal suo terzo esame di diploma, ma che chiamava amichevolmente Marini, tanto che ho dovuto rispolverare un esame del primo anno per capire cosa intendeva) fino al momento in cui gli ho spiegato a parole mie che “devo lavorare”. Con educazione. Fine primo incontro. Ma quel suo ammiccamento finale, quel sorrisetto viscido e sporco mi diceva che sarebbe successo qualcosa, a breve, troppo a breve.
E infatti, pochi mesi dopo, un nuovo dialogo surreale avviene sui gradini che portano alla vecchia Biblioteca di Borgo Cavour. Si ricorda di me, si avvicina con fare principesco, mi abborda con frasi retoriche sul tempo e sullo studio, e su quanto sia importante per lui la cultura. Infatti è al terzo diploma di perito tecnico. Complimenti, mi azzardo a dire tentando una fuga improvvisata. Ma il dramma è in agguato.
Mi chiede come va il lavoro, se sono ancora in concessionaria, se prendo bene. Gli comunico che le promozioni hanno durata limitata, e che sto aspettando i soldi perché lavoravo lì tramite agenzia, e ci sono infinite trame burocratiche delle quali l’universo non è ancora stato messo al corrente.
“Eh, le studentesse, si sa come fanno fare i soldi facili: o spacciano, oppure… beh, ci siamo capiti, lo sanno tutti”.
Cioè? Si prostituiscono? Certo. Testa di cazzo ignobile mentecatto viscido ignorante. Ho tentato di ribattere, ma ne ho persa la voglia dopo le prime 3 sussurrate sillabe:
Fot-ti-ti. Non ne vale la pena, no. Ho biascicato qualcosa sul fatto che ho fatto almeno 6 lavori diversi da quando sono all’università, e non ho mai sentito il bisogno di incrementare le mie entrate spacciando. Sono scappata dentro a ruota della Fede che aveva assistito alla scena. Mai più, ho giurato che mai più mi avrebbe parlato. E invece non è una tua decisione, tu non puoi farci niente, perché è lui che si avvicina di soppiatto. Sente che vuoi evitarlo, sente che vuoi schivarlo, e ti frega. Arriva alle spalle. E parte con una frase ad effetto tipo “ciao principessa, fammi un sorriso”. Ok, per non sentirgli più dire che non sorridevo ho sperimentato il sorriso più ipocrita conosciuto dall’uomo, e con un ingegnoso stratagemma riuscivo a dare ai miei occhi una luce diversa, un brillio quasi angelico. “Ciao principessa, fammi un sorriso”, lo sto facendo idiota e adesso mollami. No, perché se sorridi crede di poter partecipare alla tua gioia, o addirittura di esserne l’artefice. Lui, quei suoi capelli fritti, quel suo naso parasole, quelle sue enormi curve spalle colorate con maglie che gli donano quanto a me una minigonna bianca. Mi allontano sconsolata, ogni volta. So che è un momento, che tra poco starò meglio. Ma so che tornerà, e pontificherà, e mi spiegherà l’origine della galassia, o come si riproducono gli invertebrati, o cosa succede quando metti a bollire insieme una patata e un pompelmo. Lui sa, è onnisciente, e onnipresente. Lui è nel destino di tutti, non si può fuggire al destino.
Nessuno sa il suo nome, nessuno vuole saperlo. Lo si tiene alla larga come un calzino dopo l’allenamento di tennis.
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giovedì 24 maggio 2007 - ore 08:57
Milanismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi sono svegliata sperando in un mondo diverso, in cui si tifa una squadra e la si ama incondizionatamente. E si ama quella per amarla, e non per ridere di chi perde. Purtroppo è chiedere ancora troppo.
Ma mi sono svegliata anche Campione d’Europa... Che sensazione straordinaria...
CAMPIONI D’EUROPA

Una delle cose più brutte che ho visto in vita mia è stata, due anni fa, un gruppetto di interisti che festeggiavano al duomo dopo la sconfitta del Milan. Come si può essere così stronzi? E’ come un lutto, per me. Ed essere derisa per un sogno infranto è stata una delle azioni più cattive che mi siano mai state rivolte. E quel gruppetto di interisti che rideva della mia fede, del mio dolore, del mio sogno infranto: l’ho trovata una cosa di pessimo gusto, oltre che di una totale mancanza di sportività. Io piangevo e volevo rinnegare, volevo mollare tutto. Eppure lo sapevo che non si cancella un cuore rossonero. Piangevo, gridavo che non era giusto che soffrissimo così. Piangevo che non so neanch’io da quanto non piangevo così.
Anche ieri piangevo. Ma ieri sera non è stata come due anni fa, ieri sera ho sì pianto, ma di una gioia bella. Di nuovo a piangere, come una bambina, a piangere con i lacrimoni grossi. Come una bambina che piange.
Non ci credo ancora, non riesco a crederci eppure è tutto vero: contro tutta la sfortuna, contro tutte le gufate, contro tutte le ingiurie. Contro chi diceva non valete niente, contro chi diceva che la Champions non vale niente, contro chi dice che è facile, figurati, altro che il campionato. Contro tutti quelli che credevano che non ce l’avremmo fatta, e a volte contro noi stessi, perfino, perchè sperarci è diverso da crederci.
Incredibile, non può essere, non è vero. Partendo dal basso, a passi piccoli piccoli, uno dopo l’altro. Con umiltà, con passione, con il cuore, senza mollare mai, giocando a calcio. Come in un sogno, contro una squadra che come noi è partita dai preliminari, senza disturbare, mostrando in campo doti di compattezza, sicurezza, forza d’animo. Una degna e obbligata rivale in finale, doveva succedere...
Campioni d’Europa.Mai dimenticherò Istanbul, mai. Quanto sono stata male, quando l’ho portato dentro. Quante volte persone sciocche tiravano fuori l’argomento solo per ridere di me. Quello è un dolore che brucerà per sempre, nessuno può dimenticare Istanbul. Nessun Milanista dimenticherà mai Istanbul, e nessuno vuole farlo. Ci è servito eccome, nonostante quella notte insonne a girarmi nel letto, incredula, distrutta.
Ma da ieri quel dolore scompare per un po’, e mi godo con orgoglio il mio essere rossonera fino al midollo. Nonostante una partita così così, ma non potevamo chiedere diversamente. Ci hanno impedito di costruire il gioco, hanno marcato come mastini, non ci hanno lasciato spazi. Ma poi ha vinto quel destino che io lo sentivo, due anni fa ci aveva presi in giro per la troppa sicurezza dimostrata. Eppure quello era stato un Milan perfetto...
Onore al Liverpool, e il resto a noi, che per due anni abbiamo atteso la rivincita, che doveva arrivare, era nel destino! Doveva arrivare, non potevamo portare dentro quella partita senza esorcizzarla, prima o poi. Ed oggi è arrivato quel momento, e piango come una bambina...
Come ogni volta che dico dai, Silvia, che te ne frega, è solo una partita.
Non è mai solo una partita. E’ solo Milan.
Io amo il calcio, amo la mia squadra, amo il mio essere sportiva, e festeggiare, e fregarmene degli altri. E soffrire in silenzio, e gridare di gioia.

E anche se ieri sera non ha potuto mostrare tutto, io adesso
VOGLIO il Pallone d’Oro per questo ragazzo. Se non lo merita lui non so chi...
E mi accodo a Inzaghi: per Alberto.
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